L’Italia è un giardino (Tiziano Fratus)

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immagine tratta da Homoradixnew

«Non ho parole per descrivere la bellezza del mondo. Il mio respiro si confonde con quello delle piante. Il mio ascolto si mischia al canto degli uccelli. Il mio occhio vaga come un vascello nel mare delle nebbie… » apre così Tiziano Fratus la sua ultima fatica letteraria “L’Italia è un giardino” che va a concludere la Trilogia delle Bocche Monumentali di cui fanno parte “L’Italia è un bosco” (2014) e il “Libro delle foreste scolpite” (2015) tutti firmati per Laterza.

«La Trilogia delle Bocche Monumentali -ci ricorda Fratus- condensa anni di ricerche e di viaggi, anni di scritture, anni di letture, anni di pensiero e di ipotesi, neologismi misurazioni confronti cancellazioni. E ancora: strade errate e sentieri luminosi, inaspettate solitudini, alberografie e dendrosofia, lavoro e visione. Presenta un’Italia dei grandi alberi, delle foreste residue di alta montagna, dei giardini, delle riserve, della natura e dell’immaginazione. […]Sono le nostre radici, il nostro passato e il nostro futuro. L’Italia è un giardino è un libro sulle vastità delle fonti classiche e neoclassiche, sul segno di ogni rapporto intimo che si va a tratteggiare fra uomo e natura. »

Quelli della Trilogia non sono solo libri, sono piccoli mondi che racchiudono, come in un gioco di scatole cinesi, altri infiniti mondi. Ci si inoltra in questa passeggiata conclusiva nei più bei giardini d’Italia con gli occhi e il cuore colmi di bellezza e domande come quella che assilla Tiziano in sottofondo e che emerge nella narrazione tra le pagine dei giardini di Villa Carlotta: « i nostri giardini rispondono ad un bisogno di bellezza condivisa oppure sono un’opera di celebrazione della natura che l’uomo ha voluto dominare per adattare il paesaggio alla propria presenza? Perché in un giardino l’uomo tenta di ristabilire la foresta, o forme di natura selvaggia, come a voler ridefinire un cordone ombelicale che lo riconnetta agli albori del tempo? » A queste e ad altre domande potrete trovare le vostre risposte andando alla scoperta dei giardini italiani con la guida paziente di Tiziano che vi accompagnerà per mano in un percorso filosofico, letterario, botanico, meditativo e musicale lungo tutto lo Stivale.

Ad accompagnare le visioni descrittive dei giardini dei consigli musicali e i bellissimi scatti in bianco nero dello stesso autore che disegnano un percorso emozionale e di sensazioni suggestivo anche nell’arco della lettura. Sceglie “il sole fiacco dell’inverno” Tiziano per andare a visitare questi paradisi terrestri, “per tentare di catturare l’anima dei luoghi” ; è una scelta inconsueta anche se, pensandoci bene, in questo periodo i giardini sono meno affollati e le temperature consentono di lasciarsi andare alla meditazione e all’osservazione con più tranquillità.  “Il verde, il legno addormentato, la terra viva”  sono gli elementi caratterizzanti di questo viaggio-libro e poi le musiche gorgoglianti di specchi d’acqua, ruscelli, fontane e cascate, le forme contorte delle grandi magnolie fiorite e lussureggianti nelle varietà Magnolia x soulangeana o stellata e verdeggianti ed esotiche per la sempreverde grandiflora. Qualche mimosa e alcune esotiche camelie giapponesi macchiano di giallo e rosa il verde a più tinte e anticipano il rigoglio della primavera incipiente. E poi loro: i grandi alberi monumentali dalle contorte forme ramificate che costellano i giardini sorprendendoci con improvvisi viaggi nel tempo e nello spazio, trasportati come siamo ai piedi di veri e propri mammut viventi, alcuni dei quali provenienti da luoghi esotici e lontani.

È il mondo suggestivo dell’Homoradix alla scoperta delle nostre radici arboree… ora anche storico- architettoniche e floreali. Tiziano ci informa che la radice principe che nutre queste pagine è dolens, non solo felix, nasce cioè dalla solitudine. Leitmotiv di tutta la trilogia la solitudine è compagna desiderabile e fruttuosa, nel suo silenzio prende vita la radice dell’essere andando a fondo nella meditazione: altro tema che sarà affrontato nella prossima pubblicazione di Tiziano “Il sole che nessuno vede”. Ed è proprio intorno al sole che ruota (è il caso di dirlo) tutto il lavoro del giardino e tutta la vita in esso contenuta, lo ricorda Fratus con la bellissima citazione di Wystan Hugh Auden :       « La legge, dicono i giardinieri, è il sole/la Legge è quella cui tutti i giardinieri obbediscono/domani, ieri, oggi».         Il giardino che ci trasporta nella quarta dimensione con tutti i sensi. Qui il tempo è visibile: è materia, la corrode, la muta, la traveste.

Nei giardini il vero dio sembra essere il tempo: esso è al contempo creatore, manutentore e distruttore. Chi si appresta a pensare, progettare, costruire e piantare giardini è un saggio. Ha in sé la consapevolezza di essere solo di passaggio, a volte sa che non riuscirà mai a vedere la propria opera completa, che il paesaggio da lui pensato e immaginato si trasformerà o sarà soppiantato da altro… Ecco che nei giardini grandi riflessioni prendono il posto delle normali preoccupazioni quotidiane. Siamo solo di passaggio eppure un giardino fa sì che sopravviva a noi un pensiero di bellezza e d’amore che ha trapassato il tempo.

Il viaggio-libro del Nostro inizia a Monza nei viali del Parco reale dove incontriamo la Voliera per Umani del poeta dei giardini Giuliano Mauri e la famosa installazione di Giancarlo Neri, Lo scrittore: una sedia e un tavolo alti nove metri al centro di un prato. Camminarci sotto è emozionante ci assicura Tiziano che viene trasportato subito nel continente arboreo dal “fantasma” di Federica Galli che nel pensiero dell’autore cammina lenta per il parco intenta ad osservare boschi e alberi per trasferirli nelle sue opere reinventandoli. Il viaggio prosegue verso la Campania, accompagnati dalla Messa di Requiem, Lacrimosa, di Wolfgang Amadeus Mozart. Si cammina ad occhi spalancati nella Reggia di Caserta dove fontane e architetture lasciano il passo a un piccolo giardino incantato nella laguna blu del Giardino Inglese. Una magia che solo gli occhi riescono ad abbracciare e a cui la macchina fotografica di Fratus si arrende.

Un violoncello sulle note di J.S.Bach ci trasporta in una nuova dimensione: il Giardino di Boboli a Firenze ci apre ai suoi segreti tramite un transitorio angelo custode, giardiniere appassionato che ci ricorda come un giardino è sì quel che vediamo, ma anche quel che non vediamo. L’opera paziente dei custodi di questi paradisi è, non solo necessaria, ma oserei dire anche salvifica per le nostre anime. Giardini come questo sono delle vere e proprie “scuole” a cielo aperto, ci si istruisce a vicenda: il giardino e il giardiniere.

Arriviamo nei luoghi del nostro mentore, Torino, I giardini della Reggia di Venaria, sulle note di Mendelssohn nei giardini pensili incontriamo una bellissima Magnolia bianca, una grandiflora, la quale, ci assicura Tiziano, comunica telepaticamente con altri grandi esemplari di giardini e parchi di ville storiche.

Al Clair de Lune di Debussy ci avviamo nei giardini pubblici milanesi, una vera e propria oasi in città con magnifici esemplari monumentali e una zona umida con meravigliose popolazioni di tassodi i cui pneumatofori respirano immersi in acque popolate da grandi carpe Koi e tartarughe. Uno degli esemplari, il Sacerdote supera i trenta metri di altezza, è lo spettacolo di un vero gigante in meditazione.

Siamo ora a Palermo dove dodici ficus di cui alcuni ultrasecolari ci accolgono con una pioggia di radici aeree che sembrano danzare sulla melodia di Eric Satie, Gymnopédies : sono alberi che camminano… Tornando a Firenze, a Villa Demidoff, andiamo incontro al Gigante dell’Appennino, un vecchio pensieroso di quasi quattrocento anni. Accompagnati dalla mitica figura della Principessa Sissi e sulle note di uno dei miei autori preferiti Win Mertens, visitiamo Merano, città che ho nel cuore da un tempo imprecisato. Siamo nei giardini del castello Trauttmansdorff: un vero paradiso-laboratorio in cui convivono specie diverse tra loro e percorsi sensoriali da sperimentare. « C’è una curiosa armonia che unisce tutto quanto…La curiosità di questo giardino-racconta Fratus-è che riesce, nonostante la bizzarria degli alberi esotici a dialogare con le montagne circostanti, anche ora che è inverno e su alcune cime si intravede qualche segno di neve… »

Nella seconda parte del libro, interamente dedicata alle acque incontriamo il Giardino monumentale di Valsanzibio in Veneto in cui troviamo ad attenderci uno dei labirinti più belli d’Italia, gli indimenticabili  Giardini di Villa d’Este a Tivoli e gli esotici giardini La Mortella a Ischia, il ventre di una madre accogliente dalla densità vegetativa caraibica. Qui troviamo anche l’albero delle tazze in cui diverse varietà di pappagalli fanno i loro nidi.

Arriviamo infine alla mia regione madre: il Lazio e in particolare Viterbo, la mia seconda casa che se avessi potuto scegliere sarebbe stato il mio luogo di adozione per eccellenza. Qui una natura lussureggiante e ancora, a tratti, selvatica si unisce al misticismo del Parco di Bomarzo dove la Grande Bocca recita: Ogni pensiero vola. Un luogo che si deve visitare per comprenderne l’essenza. Ancora nel Lazio, stavolta Fratus dedica diverse pagine a uno dei giardini più belli che io abbia mai visitato in Italia: il giardino di Ninfa. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Qui dimentico la citazione musicale… a dirla tutta la musica delle acque e degli uccelli è già un’opera a sé che merita la massima attenzione. Mi torna in mente un passo di The Secret Garden di Frances Hodgson Burnett , libro della mia infanzia:

“In mezzo all’erba, sotto gli alberi, nei vasi grigi delle nicchie, si scorgevano pennellate bianche, d’oro, di porpora; sopra la sua testa gli alberi erano rosa e bianchi, e ovunque si udivano battiti d’ali, suoni flautati, ronzii, dolci profumi.”

Fratus sotto la pioggia chiede accoglienza con un inchino a tre belle magnolia grandiflora. Ne serbo l’immagine: la mia magnolia telepaticamente sta già confabulando con loro… Dovreste sentire cosa ne dicono …ah quanto è amato quest’uomo!

In Friuli Venezia Giulia scopriamo a Villa Ottelio i veri Romeo e Giulietta, quelli storici a cui Shakespeare si sarebbe ispirato. E quelli di Verona? Sono una bufala? Con questo dubbio amletico andiamo incontro alla natura selvaggia tornando in Lombardia nei Giardini di Villa Carlotta, passando per il Bosco de La Ragnaia in Val d’Orcia, meta che non potete perdere, anche qui una citazione recita «Gli alberi stanno per fogliare come qualcosa che è già stato detto»…anche i giardini sembrano suonare tutti una musica già intesa eppure hanno tutti una propria e unica melodia.

Ci riaccolgono i boschi del Trentino Alto Adige in Arte Sella dove la Land Art ha scelto una delle sue dimore principe. Qui Nils Udo  ha realizzato il famoso Nido di Sella: un enorme nido intrecciato di rami con cinque uova in marmo di Carrara dalle dimensioni dinosauresche. Un mantra che si è regalato Tiziano mi tormenta come una melodia: «Sono un albero spoglio, su di me cantano gli uccelli al tramonto».

Sulla via Francigena ci avviamo verso un pensiero di pace: i boschi sacri ci accolgono in preghiera nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. Questo è il mio luogo di cura, uno spazio sublime e spirituale che sempre mi accoglie maternamente. È la mia dimora. Dirlo a parole è per me impossibile, vi lascerò leggere quelle di Tiziano…

Il viaggio- libro continua nel suo gioco di scatole cinesi, chiudo questa interminabile e bellissima passeggiata alla scoperta delle nostre radici nei luoghi di Carlo Lorenzini in arte Carlo Collodi, una visita al Parco di Pinocchio è d’obbligo per noi parlalberi…

 C’era una volta un pezzo di legno. La storia degli alberi continua e cammina…

 

Grazie Tiziano.

09/10/2016

n a n i t a

 

Diwali n.XIV -Nickname-

Forse mente chi nega l’ebbrezza che accompagna l’accesso in incognito a una rete virtuale. Dalla fine degli anni ‘90, l’interazione su internet, a viso coperto, si generalizza fino a diventare fenomeno di massa. Il Nickname, dietro cui si può agevolmente nascondere la propria identità, non è tuttavia veramente anonimo. Nella scelta del soprannome c’è forse più identità autentica di quanta ce ne sia nel nome-cognome cui il mondo associa il nostro viso. Nella fantasia del nuovo nome possiamo sprigionare potenze significanti altrimenti nascoste sotto quella maschera imposta cui spesso si riduce la nostra fisica presenza. L’identità virtuale, sotto le sembianze di una fuga dal reale, non nasconde forse una dirompente potenza di libera autoaffermazione, in grado di realizzare il nostro più autentico, in quanto liberamente scelto, volto profondo?                         (estratto dall’editoriale di pag.3)

In uscita il n.XIV di Diwali-rivista contaminata a tema “Nickname. In questo numero mi trovate a pag. 30 nella rubrica In-verso con due poesie tratte dalla raccolta inedita Corpo sonoro (“L’altra me” e “Senza titolo”) e pag.63/66 nella rubrica In-dicazioni con le recensioni: per la poesia ad “Amata Voce” di Nicoletta Nuzzo, per la narrativa a “C’è Nessuno” di Daniela Cattani Rusich.

Nella rubrica In-stante un assaggio del percorso fotografico dal titolo “Riflessi” di Annalisa Marino con la quale sto curando il progetto Eva.

Bellissimo numero con contributi davvero interessanti… Buona lettura!

Tinte autunnali-Autumnal Tints-H.D. Thoureau

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Adoro l’autunno, la stagione dei poeti, degli innamorati, dei colori accesi: mi piace ricordare la citazione di Albert Camus che lo paragona alla primavera…

L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.

Le foglie cadono e ricoprono il terreno come fosse un morbido tappeto in cui potersi tuffare. Alberi, prati e cespugli s’incendiano, come se un invisibile pittore facesse scivolare amorevolmente il proprio pennello su di essi. Prima un tocco di oro, poi uno di arancio, infine uno di rosso. Ogni cultura dà un nome diverso a questo magnifico fenomeno.
Ad esempio l’autunno giapponese si chiama 紅葉 “kouyou“,  Foliage o Fall Foliage invece è un termine romantico e suggestivo, anche noto come Indian Summer, che – nell’immaginario di molti – è legato a Paesi lontani: il Quebec, il Maine, il New England.

Scrive Hanry David Thoureau nel suo splendido libricino Autumnal Tints tradotto in italiano da Chiara Gallese per la casa editrice Galassia Arte (collana: Le sequoie) nel volume Tinte autunnali:

“Gli europei che vengono in America sono sorpresi dello splendore del nostro fogliame autunnale. Tale fenomeno non è tenuto in alcuna considerazione nella poesia inglese, poiché gli alberi lì acquistano solo pochi colori brillanti.[…] Il cambiamento autunnale dei nostri boschi non ha ancora fatto una profonda impressione nella nostra letteratura. Ottobre ha a mala pena tinto la nostra poesia.”

E Thoureau, grande osservatore, scrittore naturalista dall’animo altamente sensibile, racchiude in queste poche pagine dalla iniziale forma di appunti tutta la poesia e i colori di questa malinconica stagione che riesce a trasformare un bosco in un sommesso incendio… Così descrive l’autunno Boris Abramovič Sluckijun poeta russo scomparso nel 1986, che certamente aveva tratto dallo spettacolo dei boschi autunnali profonda ispirazione…

Riscaldiamoci l’anima pure noi, allora, godendo delle tinte autunnali…

“Ottobre è il mese delle foglie colorate. Il loro ricco bagliore lampeggia ora in giro per il mondo.Come i frutti e le foglie, e il giorno stesso, acquisiscono una colorazione luminosa poco prima di cadere, così l’anno si avvicina al suo tramonto. Ottobre è il suo cielo al tramonto, novembre è il tardo crepuscolo.
Ho già pensato che sarebbe valsa la pena di procurarmi una foglia campione da ogni albero, arbusto e pianta erbacea che cambia colore, nel momento in cui avesse acquisito il suo caratteristico colore brillante, nel passaggio dalla fase verde a quella marrone, delinearne i tratti essenziali, e copiarne esattamente il colore, con la pittura, in un libro dal titolo “Ottobre, o tinte autunnali”- iniziando con il primissimo rossore- Woodbine e il lago di foglie delle radici, e continuando poi con gli aceri, i noci americani, e i sommacchi, e molte foglie splendidamente maculate e meno note, finendo con querce e pioppi tremuli.Che ricordo sarebbe un libro del genere […]” (Autumnal Tints- H.D. Thoreau)

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il mio angolino di lettura autunnale

Il Nostro forse sarebbe felice di sapere che c’è qualcuno che lo ha fatto -chissà magari proprio da lui ispirato- creando nei giardini Trauttmansdorff a Merano Il Padiglione delle foglie d’autunno dove, racconta Tiziano Fratus in L’Italia è un giardino (che ho recensito qui)  si possono ammirare tutti o quasi i colori che le foglie possono creare in autunno. Thoreau racconta nelle prime pagine che ha tentato, con scarsi progressi, di creare questo libro, ma che poi ha cercato di descrivere tutte queste tinte brillanti a parole. Da qui in poi inizia a mostrarci i suoi appunti nei quali fa una descrizione poetica e particolareggiata di diverse specie, partendo dalle panicelle americane per proseguire poi con l’acero rosso, l’olmo, l’acero da zucchero, la quercia scarlatta e una quantità di foglie di varie specie. Questo librino così poetico e suggestivo  riuscirà a catapultarvi in una meravigliosa atmosfera ovunque voi siate… L’unico suggerimento che posso darvi, come per tutti gli altri capolavori di questo autore, è di leggerlo in lingua originale se siete avvezzi con la lingua inglese, perché in  traduzione si perde inevitabilmente la musicalità della prosa poetica- molto marcata in questa occasione e perciò ancora più suggestiva- che caratterizza la sua scrittura. È una lettura fluida e meticolosa nelle descrizioni che influenza fortemente l’immaginazione…

“…io credo che tutte le foglie, anche le erbe e i muschi, acquistino colori più brillanti poco prima della loro caduta. Quando arrivi a osservare fedelmente i cambiamenti di ogni più umile pianta, scopri che ognuna ha, prima o poi, la sua peculiare tonalità autunnale; se ti impegni a stilare una lista completa delle tinte brillanti, sarà quasi altrettanto lunga quanto l’elenco delle piante intorno a te.”(H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

In America lo splendore del fogliame autunnale è spettacolare …Eppure anche L’Italia non è da meno con i suoi  boschi, parchi, giardini, sentieri e viali alberati…
Angoli bellissimi, dove poter respirare a pieni polmoni l’atmosfera ovattata e colorata dell’Estate di San Martino.
E allora che si fa? Allora andiamo a sbirciare anche noi tra le foglie…

Sbirciare tra le foglie Leaf Peeping: altro non è che la versione botanica del birdwatching. I mesi in cui si può godere di questa attività sono Ottobre e Novembre e la rotta da seguire è quella dell’Italia Settentrionale, ma – volendo – ci si può spingere anche più giù. Senza dover andare troppo lontano … anche qui dove abito  si può godere di qualche scorcio interessante dai caldi toni autunnali…

Thoreau con ironia e un pizzico di macabro ci invita a passeggiare sulle foglie lasciandoci andare -come si lasciano andare anche loro- alla perdita e all’accettazione per l’impermanenza, quello che i giapponesi definirebbero con il sentimento Aware, la perdita consapevole dell’esistenza.

«È piacevole passeggiare sopra i letti di queste foglie fresche, croccanti, e fruscianti. Come vanno splendidamente alle loro tombe! Con quanta delicatezza si sdraiano e diventano terriccio! Dipinte di mille colori, e adatte a diventare i letti di noi che viviamo. Così marciano alla loro ultima dimora, leggere e vivaci. (…)  Esse ci insegnano come morire. Ci si chiede se potrà mai venire un tempo in cui gli uomini, con la loro vantata fede nell’immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità. (…)
Quando le foglie cadono, tutta la terra è un cimitero piacevole in cui passeggiare. Amo vagare e meditare su di esse nelle loro tombe. Qui non ci sono epitaffi mendaci o vani. Che importa se non possiedi un posto al Mount Auburn? Il tuo posto è sicuramente gettato da qualche parte in questo vasto cimitero, che è stato consacrato nei tempi antichi. Non hai bisogno di partecipare all’asta per assicurarti un posto. C’è abbastanza spazio qui…»  (H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

Per restare in Giappone… anche loro possiedono delle bellissime tradizioni autunnali, come per esempio il momiji-gari (紅葉狩, letteralmente “caccia all’acero giapponese”) : un rituale antico dalle origini aristocratiche. Si racconta infatti, che nelle limpide giornate d’autunno di molti secoli fa, i nobili si ritrovassero all’ombra delle folte chiome di momiji (紅葉, “acero” appunto)* per suonare, cantare e recitare poesie haiku (俳句), cercando ispirazione dal fogliame screziate di rosso. Poi, con il periodo Edo (1603 – 1867), questa usanza si è diffusa anche tra la gente comune, ed è rimasta intatta fino ad oggi. Come in passato, il momiji-gari non celebra solo il momento migliore per la contemplazione dei momiji, ma è anche un’occasione di festa dove il sakè scorre a fiumi, le cravatte si sciolgono e ci si ubriaca fino a crollare esausti.

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Ovviamente questo fugace ma intenso periodo riveste una solenne importanza per i giapponesi, cultori della bellezza per antonomasia, nonché eclettici contemplatori della natura. Probabilmente non esiste altro paese al mondo in cui l’autunno arrivi con tanta teatralità come in Giappone. L’avanzata della colorazione dei momiji è monitorata con un interessamento che per noi occidentali è difficile da comprendere: ogni sera, come per le previsioni meteo, i telegiornali forniscono un rapporto sullo stato dei momiji, con tanto di mappe dettagliate che mostrano il grado di colorazione raggiunto e le percentuali in ogni singola area.Kyoto è da sempre una delle mete più gettonate per i turisti appassionati di momiji-gari. Sia per le vaste foreste di momiji che circondano la città, sia per i numerosi templi, santuari e giardini che ogni anno, fra Ottobre e Novembre, sono abbelliti da uno spettacolare sfondo di colori autunnali. Possiamo paragonare il momiji-gari al nostro “foliage” autunnale che ormai inizia ad avere un certo seguito anche in Italia. E sebbene – come ci ha lasciato scritto il poeta Matsuo Bashō in suo celebre haiku-

“Oriente od occidente, unica è la malinconia del vento autunnale”

(Piccolo manoscritto della bisaccia, canzone del vento autunnale)

sono invece sempre diverse le sfumature delle foglie in questo periodo dell’anno in ogni parte del mondo…

Allora-come ci ammonisce Thoureau-non chiudetevi in casa ma uscite ad ammirare questa magnifica seconda primavera!

«La maggior parte della gente rientra in casa e chiude la porta, pensando che lo squallido e incolore novembre sia già arrivato, mentre alcuni dei colori più brillanti e memorabili non si sono ancora accesi.» (H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

n a n i t a

Tratto da una mia recensione apparsa a ottobre del 2013 sul Blog “Quelli che parlano agli alberi”


*Il8217124016_cbf1015a16_b momiji, il cui nome scientifico è Acer Japonicum, è un albero della famiglia degli aceri, più piccolo rispetto all’acero canadese e con foglie più sottili ed affusolate. Anche le foglie dell’acero giapponese, come per il suo parente canadese, in autunno hanno la caratteristica di tinteggiarsi con molteplici sfumature: sono rappresentate infinite varietà di verde, da quello più tenue e vellutato al verde smeraldino, più intenso; le tonalità di giallo e rosso si mischiano passando per tutta la gamma di arancioni che sia possibile immaginare. Uniformati al verde durante la calura estiva, i momiji iniziano la loro affascinante trasformazione con i primi freddi autunnali, richiamando a sé spropositate masse di turisti.


Il gorgo di Francesco Innella

“Gli Haiku dell’0mbra”

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Leggi un’anteprima del libro qui

 

 

Sale la luna

ombre attraversano

la mia stanza.

Uno dei sempre più rari haiku in cui compare lo Shiori, il sentimento delle cose ombrose. Mi è subito piaciuto da quando lo lessi ormai due anni fa in una rivista on line e conobbi così Francesco Innella. Lo ritrovo oggi ad apertura della sua raccolta di haiku “Il gorgo” (Ilmiolibro, 2015).

Questo è un haiku in cui è presente il piccolo Kigo che determina l’esatto momento della giornata in cui avviene l’azione. Lo stesso Kigo qui è anche azione. Lo haijin (e quindi il lettore) indovina il momento del crepuscolo, anzi il momento in cui sorge la luna, dal passaggio di ombre sui muri della propria stanza. Questo è un movimento che cattura la vista e il sentimento, ma è anche un movimento più invisibile, interiore. Le ombre proiettate sul muro sono le medesime ombre che attraversano l’interiorità dello haijin. Con il calare del sole si avverte quel leggero stato malinconico che prende in solitudine all’arrivo della notte. Qui è mirabilmente espresso. Non serve dire altro. La stanza è, per estensione, anche il cuore del poeta. Meravigliosa potenza dello haiku.

Il titolo di questa raccolta “Il gorgo” ci trasporta nei versi in un flusso continuo di movimento e di fluire del Ki che è il principio dell’estetica cinese e poi giapponese. Tutto è in movimento e tutto è movimento.

Gorgo è il simbolo della condizione umana trascinata dalla inesorabile legge dell’impermanenza. Se si osserva bene un fiume in piena, si può notare, nel vorticoso scorrere della corrente la formazione di innumerevoli gorghi che compaiono e scompaiono. Il gorgo non ha una sua identità, ma è formato dalla corrente del fiume e così è l’uomo, un semplice aggregato trascinato nel samsara dell’esistenza, che appare e scompare nell’eternità del Tutto. (estratto dalla presentazione)

Il lupo piange

nella notte nel bosco

stelle brillano.

Anche qui Francesco Innella continua a preferire al Kigo il piccolo Kigo che è sempre e comunque un riferimento al “tempo circolare” dello haiku e io continuo a scegliere un haiku “notturno” in cui compare lo Shiori. Perché? Perché è così raro trovarli oggi che ho inteso dare loro risalto.

Il lupo piange, non ulula come comunemente siamo abituati a pensare. Una rottura che subito introduce il sentimento di malinconia che pervade la notte: lo Sabishisa (tristezza), anche questo raro a trovarsi negli haiku moderni. Eppure lo haiku esprime meravigliosamente quella che io chiamo “la forma umbratile della poesia”. L’ombra è inafferrabile, transitoria, metamorfica e sottende un punto di luce nascosto. Quella delle ombre è una scrittura indiretta come indiretta è la scrittura dello haiku che non pronuncia mai la prima persona e che si avvale dell’espressività della natura per dire gli stati d’animo della presenza e dell’osservatore. Il ribaltamento si trova nel terzo Ku (verso): le stelle brillano. Tutta la notte, se pure malinconica e triste, è accesa di stelle. La luce, la speranza è ciò che s’intravede nel bosco, un movimento impercettibile quello dello sfavillio delle stelle ma che ci riporta alla vastità del mondo e a ciò a cui aspira lo haiku: raggiungere con un crescendo di intensità quella esplosione di luce che ci illumina anche interiormente. Il Wabi, l’inaspettato, si esprime con queste due semplici parole: stelle brillano. Ma anche Yugen si manifesta nelle medesime due parole: il mistero della vita, l’energia del mondo che palpita ovunque. La tristezza e il pianto del lupo (e dello haijin?) qui sono ridimensionati dalla grandezza di questi due sentimenti.

La bellezza delle ombre e della fugacità di queste immagini è espressa ancora in un ultimo haiku che ho scelto di commentare:

La gente passa

come ombre cinesi

sul telo bianco.

Io qui sento con meraviglia la transitorietà farsi immagine e parola. Aware, la perdita consapevole dell’esistenza. La gente, coloro che non conosciamo, sfila come ombra davanti ai nostri occhi. Non sappiamo nulla di loro, vanno, si proiettano sul telo bianco della vita lasciandoci solo fugaci ombre. Passano e assieme a loro passa il tempo, trascorre l’esistenza, svanisce il corpo e la sostanza. Svaniamo anche noi. Non esiste sofferenza ma accettazione. Accettare la propria ombra, integrarla al proprio essere luce (telo bianco) ci completa come individui. Adesso siamo in grado di accettare anche l’impermanenza.

Sull’albero

canta l’usignolo

il cuore tace

Un haiku “imperfetto” (ipometro) questo, nel senso che non rispetta la metrica a cui Francesco sa dare la giusta importanza: la perfezione non rispecchia la natura, l’imperfezione sì. La sua corrente di pensiero-scrittura è quella della beet- generation che ci ha regalato meravigliosi esempi di poesia. La stagione qui è inequivocabile: la primavera di cui l’usignolo sparge le voci. Non si vede ma si può percepire la primavera anche dal canto di un uccello. I sensi si spengono perché si accendano interiormente i sentimenti. Wabi, l’inatteso ci trasporta con delicatezza (Hosomi) in una dimensione di silenzio che opera lo svuotamento mentale e sentimentale (il cuore tace) necessario a raggiungere la nostra piccola illuminazione. L’universo abita anche nelle piccole cose come il canto di un uccello (Aware): di fronte a questa meravigliosa scoperta non possiamo fare altro che tacere.

Quelli di Francesco sono haiku contraddistinti da una maturità  meditativa consapevole dell’esistenza, delle sue bellezze e dei suoi dolori. Il gorgo ci trascina in riflessioni profonde sull’esistenza e siamo irrimediabilmente rapiti da questi piccoli poemi così densi di significato.

 

La vecchia madre

giace nel letto sola

piano piange.

Oltre la rupe

il mio tuffo nel mare

liberazione.

Insana sorte

baci rubati al vento

pensieri brevi.

Mi attraversa

un silenzio d’abisso

la mente tace.

Tutti dormono

nel mondo illusorio

il saggio veglia.

n a n i t a (27/09/2016)

Valentina Meloni

Cinque mie poesie sul femminicidio e la violenza di genere per “La pelle non dimentica“.

Buona lettura

Avatar di lapellenondimenticaLa pelle non dimentica



(ninna nanna per sempre*)
dormi dormi piccolino lei canta una ninna al suo bambino
e lo tiene stretto, lo tiene stretto al seno
                  lei lo culla, lei lo culla piano
dormi dormi mio piccino gli occhi di lui sono due pugnali
occhi feroci occhi di assassino dormi dormi piccolino
lei canta una ninna e lo tiene stretto lo tiene stretto al seno
un calcio nel ventre, poi due, poi tre…
                             le mani di lui che l’accarezzavano piano
sono le mani di un padre aguzzino
dormi dormi bel bambino
lei canta una ninna e lo avvicina al seno
                        le mani strette sul ventre di giovane madre
un lago di sangue-tra le cosce- il sangue versato dal padre
dormi dormi mio piccino lei ancora lo culla lo culla piano
                               nelle braccia vuote come il suo ventre
lei lo tiene in vita ogni giorno ogni istante
dormi dormi piccolino

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Cosa mi racconta un albero…

Da quasi dieci anni mi occupo di un blog sugli alberi. “Quelli che parlano agli alberi“. Il tema di fondo del blog è l’ecologia profonda ma spazia su più argomenti: dalla scrittura d’ambiente, al giardinaggio, all’arte, alla fotografia etc… Naturalmente come spiega il titolo si intende dare risalto a chi ha un rapporto diretto e profondo con la natura tanto da avviarci un dialogo. Il dialogo presuppone l’ascolto, la sensibilità, la cura, in una unica parola presuppone attenzione. Quando ti relazioni a qualcuno o a qualcosa con attenzione ti stai ponendo con un atteggiamento amorevole: l’amore è ciò che irradia l’energia della relazione e che si espande dall’uno all’altro interlocutore in maniera fluente, è l’amore che permette il dialogo. Un dialogo che può avvenire anche in totale silenzio… (per quelli che già staranno dicendo”poveri alberi”!)

Chi si approccia al blog e a quello che scrivo in maniera superficiale difficilmente riuscirà ad aprire un dialogo con me, un dialogo in comprensione anche della mia scrittura. Nel corso di questi anni sono stata definita nei modi più disparati, ovviamente non sono mancate le categorizzazioni, gli insulti, la curiosità morbosa, e le domande di ogni genere. La domanda che più spesso mi è stata fatta è “Cosa ti racconta un albero? Cosa vi dite?”, rivolta a volte in maniera provocatoria o canzonatoria altre volte invece posta con sincera curiosità. Un giorno, molto tempo fa ad un internauta che mi poneva questa domanda risposi così, potrei aggiungere molte altre cose oggi ma questa risposta è sempre comunque valida…

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Oggi questa domanda non mi viene più rivolta. Certo ci sono ancora (anche tra gli addetti ai lavori, mi è capitato recentemente al Festival di scrittura selvatica!) quelli che non amano chi abbraccia gli alberi e ti additano malamente. Io a volte lo faccio ma non mi sento né una maniaca né una fanatica. Semplicemente applico alcuni principi energetici in relazione all’ambiente: cerco uno scambio tattile quando avverto che è possibile… non vado in giro ad abbracciare tutti gli alberi come una forsennata o chissà cosa.

Nei libri di ecologia profonda(dovrò iniziare a proporvi qualche recensione, oltre ai bagni di vento di acqua etc… si prendono in esame gli scambi energetici con gli alberi (parlare abbracciarli etc…) consiglio (e fatelo anche voi) a chi ha problemi ad accettare con serenità questi scambi di provare una lezione di Qi qong e/o di –Ding Shu TaoYin Qigong– (Pratica con gli Alberi)antichissima tradizione cinese (taoista) che consiste nel riequilibrio delle proprie energie per una rigenerazione profonda, prendendo contatto con gli alberi. Non potrà più farne a meno…

Comunque le resistenze sono sempre minori e credo che sia stato superato l’impasse iniziale che ci voleva totalmente divisi dalla natura. Oggi si cerca il dialogo e non accade quasi più che io venga tacciata di follia… sappiate comunque che un po’ folle lo sono ma… la cosa bella e che mi sento di dover festeggiare è che un numero sempre maggiore di persone si avvicina agli alberi con rinnovato interesse e con attenzione

E  adesso vado a praticare …buona giornata anche a voi parlalberi 🙂

n a n i t a

Manuale del perfetto cercatore d’alberi

“Non sono poche le persone che affermano di parlare con gli alberi e di ascoltare gli alberi. Ed è una buona notizia; nessuna malattia mentale, come talvolta ironicamente rispondo quando mi si chiede: “Anche lei parla con gli alberi?”. Ascoltare gli alberi vuol dire capire, vuol dire conoscere, vuol dire approfondire, vuol dire abbellirsi e arricchirsi, vuol dire espandere la capacità di sentirsi una creatura di Dio-o della Natura- nel mezzo di un pianeta che vive e pulsa e respira, a ogni suo battito.”
Così scrive Tiziano Fratus nella sua introduzione a questa piccola chicca: “Manuale del perfetto cercatore di alberi” e sembra rivolgersi proprio a noi parlalberi (termine coniato da me per indicare i facenti parte della mia pagina/ gruppo “Quelli che parlano agli alberi”). Senz’altro Tiziano può essere considerato un membro onorario dei parlalberi e scoprire quasi sei anni fa per caso tramite il blog HOMO RADIX  la sua persona e i suoi libri per me è stato ispirante come una scintilla divina che mi ha toccato e spronato a continuare nella mia ricerca personale di sensibilizzazione e di scoperta del mondo degli alberi. Ecco non voglio dire molto su questo piccolo grande libro, lo vedete in foto assieme a me perché mi ci sto affezionando,come accade per i piccoli piaceri che ci allietano la vita… certamente  non può mancare in una biblioalberoteca che si rispetti! Non voglio dire molto perché potrebbero bastare queste poche parole di Tiziano a introdurci nel suo mondo “di legno e radici” e vorrei continuare a far parlare lui…
“Questo manuale ha l’ambizione d’essere una guida pratica e al contempo filosofica per tutti coloro che vogliono allevare il cercatore d’alberi che riposa in loro, al di là del livello della propria istruzione, del tempo a disposizione per calarsi in mezzo alla natura, del fatto di vivere nell’alveo di una riserva naturale, nella Milano dell’Expo o nella Roma immobilizzata.”
 
Già eravamo stati incantati dal Sussurro degli alberi, Piccolo miracolario per uomini radice (Ediciclo editore) in cui Tiziano Fratus racconta la storia del paesaggio attraverso quelle degli alberi che ospita. Un titolo che per noi è tutto un programma… come si può non restare affascinati da una tale evocazione?

“Gli alberi sussurrano le loro storie, la storia delle loro cortecce, la storia delle loro fronde, la storia delle loro radici. E in queste storie sono sedimentate le storie del paesaggio che li ospita. E in questi paesaggi si compiono e si sono compiuti i destini di molti uomini e di molte donne. I secoli passano, talvolta anche i millenni e queste creature restano lì, aggrappate alle rocce, alla terra, crescono, occupano, deformano e invecchiano. Generazioni di esseri umani, di padri e di figli, di nipoti e di discendenti transitano sotto le loro chiome e si abbeverano nelle ombre, ristorano l’anima e azzerano il pensiero. Si siedono, toccano i legni, si lasciano invadere lo sguardo dai movimenti che il vento anima, accarezzano le foglie e i frutti, i semi e le ramificazioni. Un altro albero cresce dentro di loro e sono pronti ad ascoltarlo, ad ascoltarsi. Lì vibra il centro del mondo.”
Ora in questo libricino tascabile (di quasi 230 pagine), che potete portare con voi ovunque, sia che andiate a piedi, che in bicicletta, sia che viviate in città che sugli alberi, Tiziano ci sprona ad andare alla ricerca delle nostre radici. Radici ambientali, ma non solo: radici culturali, storiche, radici infantili, radici mitiche, leggendarie e millenarie, radici di cercatori quali ancora non abbiamo scoperto di essere.
La grandezza di questo libro sta nel riuscire ad avvicinare tutte le tipologie di persone a un percorso culturale a cui non siamo più abituati: le radici del mondo. Passando dall’individuazione della specie arborea fino alla sua contemplazione Tiziano ci sprona ad andare di persona a trovare i nostri patriarchi arborei, a cercarne di nuovi e a trovare da loro direttamente le risposte alle nostre domande.
“Gli alberi sono gli unici esseri viventi che ci possono accompagnare per tutta la nostra vita. Non solo: prima di noi sono stati accanto ai nostri genitori, e dopo di noi veglieranno sui nostri figli e sui nostri nipoti”
 
Ecco perché gli alberi sono le nostre radici ed ecco perché un viaggio al centro delle nostre radici è così importante, non solo per la consapevolezza del nostro proprio respiro ma per la meraviglia e lo stupore che il guardare il mondo con la prospettiva del cercatore di alberi ci può donare.
Alla fine del libro trovate i dodici monumenti della natura da non perdere in Italia, ecco che da piccoli spunti può nascere un turismo naturalistico che va a valorizzare un patrimonio arboreo di tutto rispetto. Se volete fare una vacanza alternativa dotatevi degli strumenti necessari al perfetto cercatore di alberi e partite alla scoperta di nuove mete e di nuovi verdi amici. Quali sono gli strumenti ve lo dirà Tiziano nel libro, io invece vi dico di leggerlo e di regalarlo ai vostri figli, perché imparino da subito il valore delle radici.
Altra cosa che ho molto apprezzato oltre a un mini-vocabolario alberofilo sono stati i suggerimenti di lettura contenuti nella bibliografia. Il libro si conclude con un taccuino in cui potete annotare le vostre scoperte arboree… Buona ricerca e come dice Tiziano “Buone radici”.
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Recensione apparsa sul blog Quelli che parlano agli alberi nel mese di ottobre 2013

Tiziano Fratus è nato nel 1975 a Bergamo, è cresciuto in pianura padana e sulle colline del Monferrato e attualmente vive ai piedi delle Alpi Cozie, in un luogo più grande di qualsiasi città. In quindici anni di attività ha pubblicato una trentina di libri in Italia e in altri paesi, occupandosi di nuova drammaturgia e scrivendo raccolte di poesia e libri sulla natura. Ha fondato e diretto per cinque anni il Festival Torino Poesia e le edizioni annesse, che hanno dato alla luce 36 titoli di poeti che abitano e vivono il Piemonte.Visitando Singapore e le sequoie di Big Sur in California concepisce i concetti di “Uomo Radice” e “alberografia” che elabora in un ciclo di libri dal titolo Homo Radix pubblicati da vari editori, gli ultimi titoli usciti sono Il sussurro degli alberi. Piccolo miracolario per uomini radice (Ediciclo), il Manuale del perfetto cercatore d’alberi(Kowalski – Feltrinelli), l’illustrato per bambini Ci vuole un albero (Araba Fenice),Vecchi e grandi alberi di Torino (Fusta); firma la rubrica Il cercatore di alberi sul quotidiano «La Stampa» e ha collaborato con «L’Adige», «La nuova ecologia», «Terra Nuova», «Camminare», «Greenews».
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Settembre, undici…

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fotografia: The Survivor Tree Blooms on the Memorial Site by Amy Dreher

 

Due haiku per ricordare questo giorno. Memoria e speranza.

settembre, undici-
nel ricordo Ground Zero
torna a bruciare

torna a fiorire
piccolo grande pero-
sulle macerie

“Piccolo pero” si riferisce a “The Survivor Tree”, una piccola pianta di pero che si trova poco distante dalla piscina sud e dalla piscina nord di Ground Zero, New York. Era ridotto a pochi rami quando dopo l’11 settembre fu ritrovato fra le macerie. Aveva alcune radici strappate, il suo tronco era annerito dalle fiamme, dal fumo, dalla polvere-cemento del World Trade Center. Era stato per quasi un mese senza vedere la luce del sole, ‘respirando’ l’aria avvelenata che per mesi dopo l’attentato era ristagnata nella punta Sud di Manhattan. Però è sopravvissuto. Allora alto poco più di 2 metri, è stato portato in un’infermeria del Parks Department della città di New York, curato per anni e il 23 dicembre del 2010 è tornato a Ground Zero, per essere trapiantato nel boschetto di 442 querce che circondano le due fontane della rimembranza. Sferzato nuovamente dall’ultimo uragano che ha costretto New York a chiudere scuole, uffici, negozi e anche Ellis Island, ha continuato a crescere ed è assurto a simbolo di resilienza, quella capacità fondamentale di cadere e rialzarsi, da cui l’albero dei Sopravvissuti. Ora è alto più di 9 metri, un simbolo di vita in quell’angolo di Manhattan segnato dalla violenza.

(Da “Alambic” raccolta poetica che racchiude quattro sillogi con poesie edite ed inedite sulla natura e gli alberi, di prossima pubblicazione per Progetto Cultura)

 

n a n i t a

 

Nei giardini di Suzhou recensito da Laura Vargiu

“Nei giardini di Suzhou” di Valentina Meloni:

un viaggio emozionale tra le stagioni dell’anima.

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Semplice, delicata, stupenda: così si rivela la poesia di Valentina Meloni a chi, passo dopo passo, si addentra “Nei giardini di Suzhou”.
Giardini più ideali che reali, questi, scolpiti dal silenzio dell’anima e dal fluire imperturbabile del tempo; più metafora e simbolo di una dimensione dell’io e dell’esistenza, lontana dagli insulsi e opprimenti frastuoni del mondo, che luogo fisico rintracciabile da qualche parte, sebbene i Giardini di Suzhou abbiano in realtà una propria collocazione geografica nella provincia cinese del Jiangsu e rappresentino una importante oasi naturalistica diventata patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ormai da quasi vent’anni.
Per quanto mi riguarda, è la prima volta che mi interesso e avvicino al genere haiku, poesia di tradizione orientale che, in tutta franchezza, è stata una sorprendente e piacevole scoperta: in soli tre versi, nei quali sono racchiuse meno di venti sillabe, si concentrano immagini e sensazioni che lunghe poesie o addirittura poemi non è detto sappiano esprimere con altrettanta efficacia. La silloge di Valentina Meloni, ricca di ben duecento componimenti e di un interessante apparato di note ai testi, è un piccolo scrigno che custodisce gioielli in apparenza semplici e per niente vistosi, ma comunque di straordinaria bellezza. Dall’immensità dei cieli solcati da nuvole in corsa alla dolcezza dei prati in fiore, dalla malinconia della musica del vento all’incanto dei silenzi innevati, dalla stellata magia della notte agli assolati germogli del giorno: attraverso suoni, profumi, colori, l’autrice ci conduce in un viaggio tra le stagioni anzitutto dell’anima, dove contemplazione della natura e ascolto della propria interiorità s’intrecciano in un continuo gioco di compenetrazione infine inscindibile.
Tantissimi gli haiku che, come piccoli quadri o istantanee d’autore, fermano un momento catturandolo nella sua eternità e a chi legge – sublime potenza del verso! – sembra di vedere per davvero quelle scene, quei colori, quei movimenti, che siano voli d’uccelli, schiudersi di petali o agitarsi di fronde.

Falce di luna
Dentro i campi del cielo
stelle mature

Campo di grano
Un papavero rosso
sta solitario

Verde brillante
Un germano reale
scrolla le piume

Cervi in amore
Le felci si muovono
dentro la sera

Abeti bianchi
in cima al santuario
giunti in preghiera

Lago increspato
Saette di rondini
tuffano il capo

Soffiava piano
il vento tra i cipressi
Ti amo ancora

Versi da leggere e rileggere, lentamente. Poesia da ascoltare col cuore. Un’opera di profonda armonia, nonché di grande sensibilità, impreziosita inoltre dalle meravigliose opere pittoriche su carta di riso dell’artista siciliano Santo Previtera.
“È difficile esprimere qualcosa nella sua interezza”, recita la massima di un monaco zen che Giovanna Iorio cita nella sua bella prefazione al libro: sarà senz’altro così, dal momento che indubbiamente il linguaggio, a differenza del pensiero, ha limiti precisi, ma è pur vero che la poesia, in generale, può tanto e quella riecheggiante nei giardini dell’anima, come in questo caso, con poche ed essenziali parole riesce a raggiungere livelli superbi che se non possiamo chiamare perfezione, poco ci manca.
(I testi riportati sono di proprietà di ©Valentina Meloni)

Laura Vargiu

Note


Laura Vargiu

Nata a Iglesias nel 1976, si è laureata in Scienze Politiche con una tesi in Storia e Istituzioni del mondo musulmano presso l’Università di Cagliari. Finora ha partecipato a numerosi concorsi letterari e con racconti e poesie è presente in diverse raccolte antologiche nazionali.
Tra i vari riconoscimenti ottenuti, nel giugno del 2013 il 1° posto per la sezione “poesia singola” alla XXVIIa edizione del Premio “La Mole”, organizzato dalla Associazione Culturale Talento di Torino con il patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, mentre all’inizio del 2014 un suo racconto è stato selezionato tra i dieci testi finalisti del I° Contest Letterario Carlo A. Martigli e premiato con menzione d’onore.
Nel 2012 ha pubblicato il suo primo libro intitolato “Il cane Comunista e altri racconti” (Gli Occhi di Argo Editore); del 2015 è invece la pubblicazione del racconto “Il viaggio” (Youcanprint Self-Publishing).


Eco di neve – Ada Crippa-

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C’ero soltanto./ C’ero. Intorno/ cadeva la neve

Sceglie uno degli haiku più belli- tra gli oltre ventimila scritti da Kobayashi IssaAda Crippa per aprire la sua raccolta “Eco di neve“. Un libricino di quelli preziosi come spesso accade per le raccolte delle edizioni LaVitaFelice corredato dalle incantevoli illustrazioni di Libera Ungaro. Poche parole per descrive esattamente ciò che è. Haiku, questo piccolo componimento che rasenta la perfezione della semplicità ha proprio la consistenza della neve. Si percepisce e subito si scioglie nella meraviglia dei mutamenti, dell’impermanenza, del mistero degli eventi.

Oh! che bel sole/Anche la neve canta/dissolvendosi

Leggero questo canto in cui le cose del mondo prendono posto. Ci sono i panni che danzano stesi alle ringhiere, un’orchestra d’ali tra i rami, pietre che riposano tra bambù, il melo che ride, il salice che s’inchina, la conchiglia d’avorio che suona il mare,  gli ombrelli che danzano, la pioggia che suona, la neve che parla col sole, il cielo un palcoscenico  fitto di ali danzanti o più semplicemente un acquerello vero.

Foglie cangianti/ai rami d’autunno. Eco di neve.

Succede così che anche la neve si scopre avere una voce. Ada Crippa la raccoglie con naturalezza, ne coglie tutte le sfumature e la sua eco… La neve non è solo d’inverno, si confonde nelle stagioni di mezzo… e così in primavera

Sopra i rami/ del ciliegio la neve/ come boccioli

ci coglie nello smarrimento di non sapere più in quale tempo siamo…

Fiori di pruno/ avvolti dalla neve./ Quale stagione?

ma solo per un momento, il Kigo poi ci riporta attenti all’orologio vivente della natura.

Forti sono i sentimenti Karumi in questi componimenti, quella leggerezza che incarna la bellezza poetica nella sua semplicità e Hosomi, la visione delicata e sentimentale; sempre volti a quel senso del mistero (Yugen) che avvolge le cose più piccole e apparentemente più insignificanti come ad esempio un fiocco di neve.

Arriva poi come arriva il vento Aware, la transitorietà, che tutto travolge portando con sé la matura comprensione degli accadimenti nel mondo. Lo insegna ancora Issa quando scrive: Ciliegi in fiore sul far della sera/ anche quest’oggi/ è diventato ieri.

Viene il vento/ e mi dice andiamo. /Respiro piano

Termina questa lettura come termina l’inverno, senza essercene accorti siamo al mondo come la neve che si scioglie sulle prime gemme.Ogni cosa passa, è transitoria ma la poesia lascia sempre una eco invisibile che avvolge di minute sensazioni la bellezza dell’esistenza.

Con lo sciogliersi della neve,
il villaggio è
tutto un grido di bimbi.

(Kobayashi Issa)

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11800096_10204903073482417_8307961575749405082_nAda Crippa è nata ad Agrate Brianza dove vive. Scrive poesie dall’età di otto anni.

Sue pubblicazioni:
“Antimenti”- antologia a tre voci (1989)
“Vele” – LietoColle (2007)
“Libero Suono” – plaquette PulcinoElefante (2004)
“Albero” – plaquette PulcinoElefante (2005)

“Tra l’aria senza forme”-Caosfera Edizioni (2016)

È presente in diverse antologie tra le quali: “Ti Bacio in bocca” – “Stagioni”- “Luce e notte” – “Milano verso Roma”- “Corale per opera prima”, Lietocolle; “Subdoli Voli” – Pragmata Edizioni; “Poeti Lombardi” G.Perrone Editore; “Donne si raccontano” – “Antologia otto marzo” – EditSantoro.
Ha ottenuto segnalazioni e premi in diversi concorsi letterari.