Il libro delle foreste scolpite

in viaggio tra gli alberi a duemila metri

 recensione a cura di Valentina Meloni

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“Ci dicono che viviamo in un’epoca in cui è già stato scoperto tutto, o quasi. Non penso sia vero. Ogni umano ha la possibilità di scoprire, di abitare il tempo che gli è concesso come se fosse il primo scalatore ad aprire le vie alla cima del K2…[…] Tutte le volte che un uomo o una donna incontrano un grande albero vetusto o attraversano una foresta scolpita è come se inventassero un continente che non c’era.”

Scrive così Tiziano Fratus nel suo Libro delle foreste scolpite uscito i primi di aprile per Laterza. Il continente che Tiziano ci accompagna a visitare è principalmente un mondo vivo fatto di alberi ma, questa volta, la foresta che ha allevato dentro di sé ha germinato un seme antico: quello di alberi ”spenti” come li chiama lui, creature che dopo secoli di vita rigogliosa e non sempre facile si sono messe a riposo. Come per il suo precedente libro L’Italia è un bosco, l’introduzione, che l’autore stesso ha scritto per questo nuovo cammino, è già un piccolo libro a sé: una scrittura intima, piena di significati, libera dai vincoli delle spiegazioni, quasi una confessione che carpisce la fiducia del lettore da subito.

Anche questa volta mi sono sentita come se Tiziano mi prendesse per mano e mi accompagnasse fisicamente a scalare quelle montagne, a osservare il paesaggio, scandagliando quei luoghi dove le conifere resistono alle avversità d’un ambiente estremo e d’una terra rocciosa, là dove il resto dei viventi ha smesso di sopravvivere, a lasciarmi andare al fascino non sempre decifrabile degli alberi. Non è cosa da poco riuscire a viaggiare insieme all’autore ed è importante soprattutto per chi come me è alle prese con un corpo limitato che non gli consente più grandi avventure: leggendo queste pagine, ancora una volta, mi sono resa conto quanto sia auspicabile che ci siano altri a raccontarti un mondo che non puoi vedere. Va detto che spesso non siamo neppure in grado di vederlo perché il proprio occhio interiore si apre con una combinazione del tutto personale e se per Tiziano “la terra non è soltanto un pezzo di paesaggio fuori della porta di casa” per molti la terra è ancora qualcosa di sconosciuto, da scoprire. La terra madre di Tiziano è una terra esule fatta di alberi e pagine, pagine in cui ha affondato i semi della scrittura, che si nutrono dalla radice amara di una terra più vera, concreta che continuamente rincorre camminando, fotografando, scrivendo e amando. Di questa terra fanno parte lariceti, pinete e cembrete dispersi fra quota 1900 e 2200 lungo l’arco alpino, ma anche le cortecce contorte e scolpite dei pini loricati che abitano le creste del Massiccio del Pollino, fra Calabria e Basilicata. E, infine, i pini longevi o Bristlecone Pines sulle Montagne Bianche in California, fra quota 3000 e 3900 metri, gli esemplari più antichi del pianeta (oltre 5000 anni). 

L’uomo radice, o l’uomo albero come lo vedo io, se ne va in giro tenendo in tasca qualche castagna matta e qualche seme, occasionalmente galbuli di cipresso o coni di sequoia e ci porta a far conoscere, nominandoli uno ad uno, i libri-albero scolpiti che popolano le migliori biblioteche del pianeta, solitarie e quasi irraggiungibili oltre i duemila metri. La prima tappa di questo cammino è nel Pollino, terra in cui il Dio del Tuono esercita la propria lingua [1] e il poema delle folgori si è impresso a fondo nella materia,[2] l’area più spettacolare è il Giardino degli Dei popolato da pinosàuri e alberi-elefante dalla memoria plurisecolare, attraverso il Parco Nazionale del Pollino incontriamo il Faggio delle Sette Sorelle partendo dal quale Tiziano ci accompagna a conoscere gli shaolin delle montagne mediterranee: i pini loricati.

Dopo una tappa al Bosco dei Serpenti, dove crescono faggi ad andamento ondulato molto suggestivi, il nostro poeta-camminatore ci presenta i più spettacolari esseri di legno cui la natura ha dato vita: La Sentinella, Riccardo Cuor di leone, Zi Peppu, la Mantide, il Maschio, il Bue, Adone e, con i suoi diciotto metri e mezzo di chioma, Giove, un vero Dio che merita l’appellativo del padre della folgore, poi ancora Scuola d’anatomia, esemplare squarciato longitudinalmente da un fulmine, il Direttore d’orchestra, Toro, Medusa, e ancora Stella Cadente, uno spento rovesciato che, puntellandosi sulla roccia, si affaccia su uno strapiombo a 2100 metri di altitudine. Il viaggio continua e si impreziosisce di altri incontri, di pini bambini costellati di pigne violacee, e di incontri fantastici nati dai compagni di viaggio di Tiziano: i libri. Alcuni  sono gli stessi che accompagnano anche noi, altri li scopriamo attraverso le sue suggestioni, ma tutti prendono vita e voce dalla contemplazione del paesaggio, dalle associazioni di idee che la natura suggerisce parlando all’autore.

Mi sono scoperta così vicina in alcune letture-guida che, durante questo viaggio, ho avuto più volte l’impressione di conoscere personalmente l’autore. Virginia Woolf in Orlando è un po’ il doppelgänger fantasioso di Fratus che si scopre nella dimensione di scrittore più intima e completa che si possa apprezzare, quella che riunisce nella sua interezza di pensiero il femminile e il maschile. Per Virginia il grande scrittore, colui o colei che è preso da vera ispirazione, deve possedere una mente androgina in cui questo accoppiamento possa verificarsi per creare una creatura letteraria: questo suo pensiero è particolarmente evidente in Orlando di cui l’autore cita un passo.[3] Altri incontri popolano questa terra buia ma spettacolare che è la scrittura, cito Janet Frame alla quale mi sento indissolubilmente legata e di cui Tiziano riporta un passo a me particolarmente caro,[4] cito Alda Merini di cui è stato detto tanto e forse pure troppo senza che si sia riusciti davvero a cogliere il messaggio della sua poetica, cito Andrea Emo che conosco grazie alle condivisioni di Tiziano, Buzzati e Roger Deakin, un amore comune, e scusate se non li posso nominare tutti, ma questo libro è impregnato di voci e di fantasmi, di figure e di ricordi che non possono trovare spazio altro che nella vostra personale lettura.

La scrittura che Fratus offre in questa ultima opera è più matura, vera, a tratti drammatica, sicuramente poetica e suggestiva, è un venire alla luce continuo in cui si alternano descrizioni e poesie, prose poetiche e dettagli naturalistici, suggestioni e ricordi, mi ricorda molto la scrittura del poeta giapponese Matsuo Bashō (citato dall’autore stesso) per l’alternanza di poesia e prosa, ma anche quella dello scrittore ambientalista Deakin ricca di suggestioni artistiche e emotive. Nel libro delle foreste scolpite Fratus si arrende occasionalmente alla cicuta, perché qualsiasi mutamento, qualsiasi metamorfosi, affonda le sue radici negli inferi, parafrasando la citazione di Emo, e questo veleno viene fuori dalla nudità, dal mostrare il legno vivo sotto la scorza, dalla nostalgia degli affetti [5], dal non lasciare che sia la perfezione a dominare la scrittura, ma entrambe le facce dell’esistenza con le sue imperfezioni, fallimenti, cadute e risalite faticose. Il filo conduttore che unisce tutte le tappe di questo viaggio (di cui alla fine non vi dirò nulla) è la solitudine, una compagna non solo desiderabile -come scrive Fratus- ma anche necessaria, uno stato di grazia attraverso cui si aprono varchi, si fa silenzio, ci si prepara all’ascolto, ma una compagna a tratti terribile che può ferire, può innescare forme di dipendenza schiacciante come quella che ha colpito gli affetti più vicini dello scrittore e alcune delle voci femminili presenti in questa narrazione. [6]

Mi sorprendo a pensare a quante parole-ghianda mi portino così lontano nel viaggio attraverso i vari continenti alla ricerca di alberi, di radici che danzano sopra la pietra[7] e quante mi portino così vicino alle vicende e alle fratture che si scoprono in questa lettura. E’ una solitudine- quella narrata da Fratus-, una lontananza, che unisce i vari alberi del globo in un’unica grande famiglia e che avvicina anche le radici dell’esistenza di anime-umane. “Visitando questi luoghi mi sono sospeso dalla vita sociale, anche quando non ero da solo, la rarefazione degli spazi e delle parole mi ha accompagnato per mano in un punto dove la realtà s’è sposata alla fantasia. […] Qui è germinata l’idea degli alberi -elefante e delle foreste scultura, ovvero di quegli alberi che sedimentano nell’accumulo di anelli la memoria dei secoli e dei millenni.”[8]

Tiziano Fratus è un cercatore  con radici che affondano nella terra, uno che si lascia andare alla fantasia e al gioco, che parla con gli alberi e gli scoiattoli e vorrebbe dar loro un passaggio come fa con uno dei suoi gatti, Stromboli, che si fa portare in giro in auto, da lui  e da chiunque capiti nei paraggi [9](ho già scritto di gatti e poesia a proposito di Fratus  qui). La sua non è certo un’avventura alla “Into the Wild”, non lo contraddistingue lo spirito avventuroso- e forse sprovveduto- di Christopher McCandless che parte con un sacchetto di riso sulle spalle e un paio di stivali ricevuti in dono alla volta dell’Alaska. La sua selvaticità è quella di un albero-elefante che sfida il tuono con i piedi ben piantati nella roccia. Mi piace quando scrive “non mi sento custode d’una filosofia avventurosa, appartengo alla seconda modalità” [10] la modalità dei viaggiatori- albero,  quelli che per viaggiare hanno bisogno che arrivi l’autunno e gli porti via le foglie, quelli che hanno bisogno di pianificare e partono se sanno di potersela cavare! Egli cade, inciampa, sbaglia, perde il suo taccuino prezioso con dentro molto lavoro, non arriva alla meta e capita che non riesca a trovare il suo albero neppure con le indicazioni o che non riesca a seguire un sentiero nei tempi prefissati dalle guide, le quali sembrano scritte più per super-eroi che per umani che intendano godersi il paesaggio. Finalmente uno scrittore e un cercatore che non appartiene a stereotipi fantasiosi, un essere realistico, vero e umano che attraverso le sue vicende ci guida alla scoperta degli alberi delle foreste scolpite ma anche attraverso la nostra interiore ricerca che si fa concreta solo grazie alla vicenda umana.

Castiglione del Lago, 14/05/2015

[ n a n i t a ]

Note


[1] pag. 17

[2] pag.18

[3] pag.14

[4] pag.97

[5] pag.48

[6] pag.XIX

[7] pag.40

[8] pag.39

[9] pag.131

[10] pag.113

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7 pensieri su “Il libro delle foreste scolpite

  1. Ho letto approfonditamente la tua recensione al libro di Fratus. Premetto che di esso ne ho lette solo alcune pagine frettolosamente ma ne ho ben chiara la struttura… non è facile sintetizzare in pochi paragrafi un libro come questo perchè è zeppo di contenuti, di luoghi, di specie, di autori… comunque tu sei riuscita a riassumenre bene nel poco spazio e a far percepire ciò che anima l’autore e il libro… Sei riuscita a farlo “sentire”… e probabilmente anche a incuriosire i lettori su altre letture di rimando, vedi Woolf, Deakin, Emo, Frame, Basho ecc. anch’esse estremamente interessanti…
    Un saluto
    Federico

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  2. Pingback: L’Italia è un giardino (Tiziano Fratus) | n a n i t a

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