L’immenso è semplice (Paola Venezia)

Cosa rende così interessante la lettura di un haiku?

Probabilmente la sua semplicità. Il fatto che sia una poesia che ci avvicina alla vita.

Abbiamo questa falsa concezione della poesia come qualcosa che si distanzia dalla vita comune, come un linguaggio difficile o fuori dal tempo, qualcosa che allontana la mente da ciò che siamo. Ma la poesia haikai che muove dall’osservazione della realtà è in grado di traslare la poesia del vivere direttamente sul foglio. Una semplicità apparente quella dello haiku perché, in verità, richiede dei canoni stilistici ben precisi, molto distanti da quelli della poesia lineare. In un mio saggio intitolato “Haiku, l’arte difficile della semplicità” cerco di spiegare che questa ricerca dell’essenziale e della semplicità è, a tutti gli effetti, davvero impegnativa. Molti si avventurano a scrivere haiku senza averne mai letti o senza considerare le basi che sostengono la poetica haikai, pensano che sia sufficiente inserire in uno schema fisso di 5/7/5 versi diciassette sillabe fatte di fiori, foglie e poco altro. Ma colui che intraprende, davvero, un percorso di scrittura haikai sta compiendo un vero e proprio cammino personale testimoniato dalla scrittura. Un cammino che lo porta alla ricerca dell’essenza, alla cura del linguaggio e della forma come testimonianza del fluido potentissimo della vita, dello scorrere del tempo, dell’essere parte del mondo, della natura, delle stagioni. È questo il caso di Paola Venezia, autrice che dichiara la sua personale poetica proprio partendo dalla ricerca dell’essenza.

La ricerca dell’Essenza è ciò che mi ha sempre guidato, nell’Arte plastica o figurativa, così come nella scrittura e nella vita. È un impegno che richiede tempo, pazienza e l’accettazione dell’Assenza. Non esiste Essenza senza Assenza. Mi sono sempre chiesta cosa dovesse rimanere del mio pensiero e, invece, cosa togliere; soprattutto, a cosa si deve rinunciare per comporre un haiku. La mia esperienza lavorativa mi porta al confronto quotidiano con il dolore della perdita e con la gioia di risultati puri. L’haiku è la forma poetica che più si avvicina al mio modo di procedere in poesia e per questo motivo l’ho scelto come esercizio di scrittura e di vita. (dall’introduzione dell’autrice)

Il bellissimo titolo “L’immenso è semplice”  suggerisce precisamente questa visione che si connota soprattutto con il sentimento Wabi, qualcosa che desta la nostra attenzione e che si fa osservare con spiccata intensità. La bellezza straordinaria che è insita nelle piccole cose, nelle cose semplici e che, il poeta, riconosce nella sua interezza e universalità. Ma per saper vedere questa bellezza, questa immensità nascosta, si deve avere l’occhio allenato, prima di tutto l’occhio interiore, quello con cui cogliamo l’aspetto poetico del mondo, quello che ci fa meravigliare, innamorare, sentire accomunati, e poi anche l’occhio poetico, quello che coglie di eventi e cose la magnificenza del creato e le metafore naturali di vita, morte, amore che permeano tutto l’universo.

Alcuni componimenti presenti nella raccolta sono mukigo (senza stagione) perché sono privi di kigo, altri sono haiku che non rispettano sempre lo schema metrico, tutti i componimenti fanno sempre, però, parte di un “qui e ora” esperienziale che  ci permette di entrare nell’immagine compiuta dei tre versi e di farla nostra. Lo stile dell’autrice è personale e sottilmente fiabesco, sottende l’incanto di bambina che è parte della personalità innocente e leggera (karumi), a volte buffa (okashii) a volte delicata e affettuosa, quasi sentimentale  (hosomi) del mondo interiore ed esteriore che la connota.

 

un fiore sboccia 

e lo fa in silenzio 

col suo profumo

 

uno scricciolo

tra ramoscelli nudi

cade una piuma 

 

risa di bimbi

giocano coi soffioni

ad esser vento

 

alla fontana

bambini si spruzzano

di fanciullezza

 

un po’ di luna 

entra dalla finestra

lo so che lei sa

 

le margherite 

al sole diventano

ciglia del mondo 

 

L’edizione, molto curata, edita da RPlibri, contiene anche le illustrazioni di Fumiyo Tamegaia e Andrea Sanvittore. Un connubio di leggerezza ed essenzialità che incanta e ci sospende con un filo di piuma alla bellezza del mondo.

nanita


Notizie autrice

1234078_10201879594821579_25368633_nPaola Venezia è nata nel 1958 a Milano, ha poi trascorso molti anni in Toscana dove ha compiuto studi di tipo tecnico-economico che niente hanno a che fare con la passione intima che invece ha accompagnato e accompagna la sua vita, l’arte e ogni sua forma espressiva. Usa la Carta per raccontarsi, dandole valore di parola, d’essenza e di racconto intimo. Sulle carte pregiate scrive poesie e, con gli stessi materiali, realizza sculture. Il rito di plasmarla è la metafora della sua vita.
Accanto all’attività artistica affianca l’organizzazione di corsi per adulti e bambini sulle tecniche cartarie in contesti sia pubblici che privati. Partecipa a mostre personali e collettive in Italia e all’estero.
Dal 2005 collabora in qualità di Arteterapeuta , con la Cooperativa Solaris che si occupa di disabilità e gestisce alcuni Centri Diurni Disabili e CSE della Brianza. La disabilità che ogni giorno affronta è per lo più di tipo fisico con insufficienza mentale da media a grave e gravissima. La gioia di arrivare all’anima di queste persone, attraverso l’Arte e la Poesia, le crea soddisfazioni e gratificazioni.

 

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Intervista ad Alessandro Moscè

ALESSANDRO MOSCE’: LA POESIA E’ UN LINGUAGGIO ANACRONISTICO DOVE GLI ARCHETIPI DOMINANO L’ISTINTO

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pubblicato in Clicknews del 10 agosto 2018

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli 2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro) e Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino). Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com.

mosceGiornalista culturale, narratore, critico e affermato poeta neo-lirico tradotto in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Messico, Argentina e Venezuela (Hotel della notte è la raccolta appena licenziata in Argentina con la traduzione di Antonio Nazzaro per i tipi di Colección Pippa Passes, Buenos Aires Poetry). Sul suo sito campeggia il motto “la letteratura o è amore e combattimento o non è niente”. Amore e combattimento, una tensione di poli estremi, quasi un ossimoro che sottende attenzione, dedizione, sacrificio, passione. Cos’è la poesia per Alessandro Moscè, e qual è la sua funzione?

Amore e combattimento sono due crocevia, un ricorso continuo e quindi un’indicazione che accorpa il senso di una fede: se da un lato non credo alla funzione sociale e civile dello scrivere in versi, dall’altro sono però convinto che la poesia possa salvare le persone. La dedizione, il sacrificio e la passione, come sottolinea nella domanda, risultano una spinta interiore che conduce verso l’altrove dei poeti, una grande sacca protettiva, una placenta vivificante: tra la nascita e la morte entra prepotentemente il tempo che ci sottrae età, giovinezza, affetti. La battaglia del poeta è contro tutto ciò che deperisce e si dissipa, contro tutto ciò che finisce. Non è un caso che gli stessi oggetti, nei miei versi, abbiano un’anima, come i luoghi residenziali che vivo o che ho vissuto. Il motto al quale alludeva è uno slogan che resiste alle intemperie della quotidianità ridotta a mera cronaca, a notizie scarne da rotocalco. La poesia è un linguaggio anacronistico dove gli archetipi dominano l’istinto, la primitività del soggetto, ciò che non sarebbe espresso se non con la poesia, mai con un articolo di giornale o con un libro di stampo sociologico. È un inquieto correre fuori del tempo corrente, quindi anche nel malessere, che mi fa venire in mente gli splendidi versi di Eugenio Montale contenuti in Ossi di seppia: “Spesso il male di vivere ho incontrato / era il rivo strozzato che gorgoglia / era l’incartocciarsi della foglia riarsa, / era il cavallo stramazzato”.

MO-168x300La dedica in esergo a Hotel della notte è: “ad ogni infanzia”. Perché l’infanzia è l’età che imprime i ricordi in uno stato di grazia incorruttibile, che in suo romanzo definisce “l’età bianca”. La stessa che Jung descrisse come prolungamento della fase per il raggiungimento dell’autonomia in cui è l’archetipo dell’eroe ad acquistare un significato particolare con l’Anima e l’Animus, esperiti nei primi innamoramenti. Se nella scrittura narrativa di forte matrice autobiografica evoca soprattutto l’eroe moderno, ossia quello calcistico, in quella poetica, ricca pletora di voci di strada e di affetti familiari, sceglie, invece, di cantare l’antieroe che si identifica nella figura di un malato in una casa di riposo (“Suite per Pierino”), rimarcando così l’anacronismo storico del linguaggio poetico. Cosa c’è alla base di questa scelta che caratterizza la sua poesia e che vorrebbe renderla un gesto salvifico che annulla il tempo ordinario per portare uno squarcio di realtà nella dimensione assoluta e quasi epica?

L’infanzia è creativa perché è fatta di sovraimpressioni, di una fase di maturazione che genera la scoperta. Il dopo, cioè l’età adulta, è il raggiungimento sì di una maturità anagrafica, ma anche il tempo dell’assegnazione di un ruolo pubblico. Il poeta, al contrario, rimane stupito, infantile, altrimenti sarebbe assuefatto dalla veste pubblica che definisce tutti noi omologandoci in un’attività che fa da schermo. Sono, viceversa, quel mantra e quell’abbrivio ontologico che portano alla ri-scoperta, ogni volta, dell’esistenza più vera, che contiene gli archetipi: cioè l’amore, il mito, l’assoluto, il sincretismo tra immagini terrene e spirituali. Stiamo parlando di una disposizione d’animo che chiamo “età bianca”: un’età pura e incontaminata, che oggi è nel riflesso dell’eroe sportivo sul “campo di battaglia” e un tempo lo era in quello dei gladiatori (il “basso epico” che il grande Borges ritrovava appunto nei campioni dello sport). Ma l’“età bianca” può essere la stessa di Pierino, l’omino della casa di riposo che conservava i suoi lemuri, che parlava con la Madonna, che dava voce alla madre morta attraverso una parete divisoria in una sorta di reificazione, che compiva riti apotropaici. Alla base della mia scelta c’è l’affrontare il corpo smisurato del tempo, la sua sospensione, la sua visione. Sono un poeta che guarda in alto e non in basso, topico nel senso più pieno del termine. Se guardo al presente lo faccio spesso attraverso le creature più fragili e dotate di una coscienza, fantasiose, con una sottile malinconia, che si sono smarrite e mai più ritrovate. La casa di riposo è il luogo dell’incontro, come l’hotel, in cui volontariamente non si distinguono più i vivi e i morti, i vecchi e i giovani.

HOTEL-1-1-195x300Scrive: “Cuore mio, / non nascondo l’età adulta / e appaio in un adesso e in un domani identici”. Tutta la raccolta è soffusa di una nostalgia che incanta come se la visione del ragazzo perdurasse nei luoghi sottratti agli anni passati. Dimensione atemporale splendidamente dipinta in questi due versi: “L’aria continua a muovere / quel salice che non vediamo più”. Uno sguardo generoso che abbraccia senza pregiudizi e compromessi gli attimi fotografati dalla parola e gli squarci di verità che la notte e la città aprono al poeta. La memoria dei luoghi è fatta di persone ma anche di oggetti, e il paesaggio naturale, nell’indistinto generato dalla notte, è un’assenza esemplare. Il poeta e i luoghi: come declina questo connubio con la sua terra?

La notte è un luogo magico, perché nel giardino pubblico vuoto, dove ho incominciato a camminare, dove ho dato il primo bacio, gli incontri e le voci si moltiplicano esprimendo un tono per lo più confessionale. La conoscenza tangibile con l’altro permette anche la resurrezione dei corpi. Tornano i nonni, defunti, che mi seguono in un convivio di parlanti, in un teatro niente affatto assurdo. È come se ognuno recuperasse il suo movimento terrigeno e la morte venisse revocata. Il paesaggio naturale, come dice giustamente, è la notte, l’ora delle assenze. Ma nei miei versi la confidenza con il mondo permette di rivedere nonno Alvaro, nonno Ernesto, zia Mariella. Cioè la mia comunità familiare che non si è dispersa, che sta ancora da qualche parte. I luoghi non sono contemplativi, né luoghi di fede religiosa, ma rivelatori e visionari. Creo un disorientamento tra la vita e la morte, una compenetrazione, un risucchio nella percezione di ciò che nella realtà non si vede e non si sente. I nonni proseguono il loro cammino dal cielo alla terra e viceversa. La mia terra è la mia residenzialità domestica, casalinga, di posti vicino la mia abitazione. Credo che in questa misura rivissuta non solo nella memoria, abbia avuto influenza l’amato Saba, così come i poeti che ho letto e assimilato di più: Sereni e Caproni, che si rivolgevano ai morti lungo le strade, le vie milanesi e livornesi. La comunione tra i vivi e i morti è anche quella dei santarcangiolesi Baldini e Guerra, di Raboni, di Bevilacqua.

MOSCE-COL-2-300x273Nei versi vivono figure delicatamente tratteggiate di donne, evocate a ricreare esperienze disattese, forse desiderate: “Il tempo dell’assoluto esiste / ma si ignora, / galleggia nell’aria”. È un tempo che cerca la matrice nelle cose in via di estinzione, ricordi che sopravvivono agli oggetti e persino ai luoghi. La memoria come controcanto di immagini accompagna la sua espressione poetica. Sceglie un hotel immaginario come contenitore ideale, in realtà un non-luogo, un luogo di sosta o di passaggio che stride con le figure familiari evocate e con gli affetti fortemente ancorati al suo verso. Perché?

La donna è la parola del corpo, è il quadro più vicino da osservare. È la convivenza, l’eros. L’eros, in particolare, credo che sia l’altra faccia della morte, un’esperienza emblematica perché si introietta emotivamente in un cortocircuito tattile e sensoriale. L’hotel immaginario è un non-luogo, ha ragione. Non potrebbe essere diversamente, perché dentro il vuoto della morte la vita allude alla presenza-assente. Lo stesso giardino pubblico è quello di una volta, la pienezza di un istante che svanisce. Lo guardo con gli occhi di un bambino. Da bambino, nella grande casa dei nonni ubicata a due passi dal porto di Ancona, c’era un acquerello che rappresentava il viaggio. Ancona è la porta d’Oriente, un gomito che si allarga per accogliere. Ho pensato che il guardiano del faro fosse triste. Un giorno scomparve. Era una mia fantasia, ovviamente. Quelle partenze delle navi dal porto, forse, rappresentavano la metafora della finitudine, del viaggio verso l’aldilà che mi incuteva timore. Le onde del mare lasciavano intravedere un’acqua melmosa e sporca che mi è rimasta impressa nella mente, come l’hotel che non esiste. Il mio orecchio è allenato al canto, alla lirica, alla melodia, non ad una visione sperimentale. La poesia è esperienza, testimonianza, sogno: nient’altro.

Il poeta dialoga con i morti che spesso sono più vivi per lascito di memoria, scrittura e libri, dei viventi stessi. Si trova immerso in una terra di confine, quella delle voci che lo precedono, indulgenti perché silenziose, e quella delle voci contemporanee fitte, disomogenee, accalcate, in sintonia o in antitesi di visione. Quali voci poetiche predilige nel suo percorso umano e poetico? Verso quali progetti la conduce la poesia nascente? Avrà altri versi da donarci in un futuro prossimo?

Sto scrivendo una nuova raccolta poetica che mi impegna da tre anni. Il mio prossimo romanzo sarà una biografia romanzata sugli ultimi anni di vita della celebre attrice Anita Ekberg, che finì dimenticata da tutti in una casa di riposo per lungodegenti a Rocca di Papa. La narrativa mi permette una “diluizione” dei personaggi pianificata nel tempo e nello spazio. La poesia nascente, se si riferisce a quella che amo di più e che non scade mai, per me è nei versi di Dante, Leopardi, Baudelaire, Saba, dei già citati Montale, Sereni, Caproni, Raboni. Ho letto l’americano Charles Wright e mi ha colpito la sua capacità fotografica di cogliere la forma delle cose, i particolari degli oggetti e della natura. Potrei citare molti altri poeti tra i classici e i contemporanei, ma il monitoraggio dei poeti della nostra contemporaneità è assai complesso. Mi consenta di dire che in Italia mancano i critici coraggiosi che si espongono, che selezionano le nuove leve. Gli spazi dei social media vengono utilizzati poco e male non consentendo una cernita. Dentro Internet finisce di tutto e le spezie hanno lo stesso sapore. Credo che ci sia molta supponenza tra i giovani, che farebbero meglio a seguire dei maestri ideali, a leggere di più, invece che a mettersi in competizione tra loro. L’editoria è in crisi al punto che la poesia non è considerata un prodotto di mercato e molte collane hanno chiuso i battenti. Continuo a preferire il dialogo con i poeti che non ci sono più. In questi giorni, sul mio comodino, ho lasciato aperto l’Oscar Mondadori di Alfonso Gatto. Faccio mia, nei versi iniziali, la poesia, straordinaria, dedicata al padre: “Se mi tornassi questa sera accanto / lungo la via dove scende l’ombra azzurra già che sembra primavera, / per dirti quanto è buio il mondo e come / ai nostri sogni libertà / s’accenda di speranze di poveri di cielo, / io troverei un pianto da bambino / e gli occhi aperti di sorriso, neri / neri come le rondini del mare”.

Valentina Meloni

Le intermittenze dei petali (Giuseppe Guidolin)

L’anima nuda

“L’amore è sutura,

non benda. Non scudo

sutura.”

(Marina Cvetaeva)

La perdita è un luogo di memorie e di ricostruzioni, è anche il luogo della poesia perché sintesi del pensiero è il poetare. Il linguaggio si affina per sottrazione, i sentimenti anche… La poesia di Giuseppe Guidolin nelle Intermittenze dei petali nasce da una perdita importante, quella della figura paterna. E non è mero atto consolatorio, che una sottrazione così grave è certamente inconsolabile: è piuttosto intimo ripiego del sentimento sulle parole, su quello strumento linguistico che scava a fondo nella vita, nelle memorie, nel fioco palesarsi delle sensazioni d’anima.

Non è mai semplice destrutturare una perdita, renderla parte di un percorso di crescita, anche di scrittura: sezionarla, analizzarla, assumersene il carico con accettazione e sottrarre al linguaggio poetico quel dolore che offuscherebbe la limpidezza del verso è faticoso. Il vuoto pesa. È un lavoro di schiarimento e di scavo interiore di grande impatto emotivo. Iosif Brodskij nel suo lucido percorso poetico che dichiara la poesia un imperativo biologico dice “Non credo che il dolore sia necessario alla poesia. Anzi, spesso ottunde la sensibilità del poeta. Può uccidere.”

È così che la poesia della perdita nasce da una sottrazione importante: quella del dolore. Ci si scopre, si denuda l’anima e si offre questa nudità al mondo. La scrittura diviene un corpo sacro che, come un’ostia, viene offerto all’altro. Non ci si annienta nelle parole ma si vive. La poesia è un dono in cui la vita riverbera con le sue lucenti ombre, in cui c’è spazio per la vita e per la morte, che della vita ne è prosecuzione.

“Nel dono di me stesso/profuma la vita” scrive Giuseppe in un bellissimo verso che sembra tratto da un’antica poesia sufi, perché la eco dei propri versi è un consumarsi, un appassire di sé stessi: quando un fiore si spoglia dei propri petali il suo profumo è ancora più intenso. Così è anche la vita, più intensa appare a chi osserva quando ci sta per lasciare. Così è scrivere poesia, una piccola morte in cui è necessario lasciar perire il significato codificato a favore di un nuovo contenuto, di una nuova immagine luminosa, a volte soltanto intuita, in cui traslare il significante.

Per Giuseppe le parole sono sogni in embrione/ tra le pareti/ spogliate della mente/su cui posare un cielo/improvvisato di sentieri/. Sentieri su cui camminare con scarpe leggere, quelle della perdita, del proprio intimo percorso e delle parti di noi che sappiamo dover lasciare andare. In esergo a una sezione della silloge una citazione del poeta contemporaneo Hugo Mujica traccia una via luminosa all’interpretazione dei versi che seguiranno: “ogni nascere chiede nudità/come la chiede l’amore/come la regala la morte”.

Una nudità che si palesa nel verso filiforme, spogliato di ridondanze, di orpelli, di eccesso, dei significati precostituiti, perfino ridotto all’osso nella forma di tanka, haiku e baishu di ispirazione giapponese. Nudità che si rivela nelle profondità indagate, in un poetare ermetico, concentrato ed essenziale in cui l’anima si concede come per “illuminazioni liriche” attraverso un fiorire affiancato di analogie in cui la complessità dei versi tende, a volte, a sfuggire alla comprensione, alla codifica.

Questi lampi di lirismo sono appunto intermittenti, non hanno un proprio climax che ci permetta di ricostruirne la genesi. È una caratteristica indagata, nella premessa autografa, dall’autore stesso che definisce i propri versi come “un momentaneo schiudersi di petali sulla corolla di un fiore”. È così che le ‘intermittenze dei petali’ divengono rappresentazioni poetiche (e perciò simboliche) delle intermittenti scintille e ‘connessioni’ dell’anima in cui “il verbo dell’anima/ si fa carne/ nella sua terra segreta/ pulsante di sguardi/ in sospensione”.

Lungo questo sentiero tracciato da citazioni e suggestioni evocative il verso si fa numinoso, partecipe di uno svelamento esistenziale che non è mai del tutto percepito come proprio dal poeta, mai del tutto posseduto come certezza che si palesa in verso: “L’occhio lucido è visionario/ sul mare che ci sogna”.

La poesia indaga e va fin sottopelle a scovare “lacrime incistate”, “occhi slabbrati” e un’immagine lontana, quasi trattenuta ma feconda (“e sei già grembo”) di donna “esiliata/ nel guscio del cuore”. Forse la medesima donna che si palesa in “Riflessi”, figura femminile in cui l’autore intende specchiare il proprio volto, la propria identità e quindi anche il proprio sentimento, una donna che resta “miraggio all’infinito/ che mai potrò sfogliare/ ma solo immaginare/ Sognando.” Questa immagine del femminile che rivela un tratto fortemente autobiografico è, però, anche un’idealizzazione dell’amore, come cosa irraggiungibile, lontana dai dettami e dai limiti della vita reale. La donna resta un cosmo di polveri visibile a occhio nudo ma comunque inaccessibile e distante mentre la vita passa come in un sogno e “le mie primavere/ scivolano goccia a goccia”.

L’ermetismo del poetare di Giuseppe si rivela in altri due tratti: il senso della solitudine portato fino alla disperazione, evidente nei versi in chiusa “avrà mai fatto differenza/per qualcuno la mia vita ?/(forse no)” e l’uso delle analogie come “luogo” di isolamento in una nascosta esperienza interiore. La stanza paterna in Daddy room è anche il luogo simbolico della memoria, del “ricordo rappreso” che però ora germoglia e “respira tra i silenzi/ di nuovi passi in cielo”. È la stanza di quel dolore che è stato certamente sottratto alla parola poetica ma anche indagato, scovato con audacia e perseveranza tanto che il poeta ne conosce le maschere: “Il dolore s’inventa/ abiti d’avanzo”, la natura che è “nido di lacrime” e il nascondiglio in cui si accuccia: “l’anima ha un doppio fondo”. Un dolore che, chiuso nel suo scrigno, si rivela nello specchio degli altri senza mai perdere quella composta dignità di “attore non protagonista”: “mia madre/ da un giorno/ ha piegato/ le ali” scrive l’autore dipingendo con tratto impressionista il quotidiano in “2 novembre”.

Gran parte delle poesie presenti in questa raccolta, ma anche nelle precedenti di Guidolin, sono attraversate da un soffuso lirismo mistico che si svela a tratti in immagini fulminee attraverso piccoli fugaci lampi poetici dove “fanno la ronda/in sciami di lucciole”.

I viaggi intrapresi dall’autore sono esperienze di vita trasformate in sintassi che arricchiscono la visione del mondo e i richiami poetici. Ci s’incammina lungo La via dei Canti verso quelle linee immaginarie teorizzate da Bruce Chatwin che disegnano mappe geografiche dei territori e si finisce su altre linee immaginarie nello spazio-tempo dell’anima, una topografia senza confini… Sono esperienze di ascolto, da cui raccogliere tutto il bello che ci viene incontro per illuminare anche il nostro cammino interiore, il poeta lo sa: “dal vino della tua bocca/ ricavo oro e raccolgo/la luce che respiro”. Molte le citazioni e le suggestioni aperte e i richiami alla poesia persiana e asiatica. I versi di Giuseppe si fermano nella città più antica del mondo, camminano lungo la Via della Seta, sognati sognando nel sonno della città Ricca, Samarcanda.

Ed è il sogno che guida le analogie serrate nei versi, fin dalla dedica di apertura che si rivolge al padre. Parola che ricorre con tutte le sue varianti quasi in ogni poesia, come se la vita fosse non cosa reale ma immagine onirica, come se, anche qui, l’anima avesse un doppio fondo stavolta ritagliato nei sogni. Tuttavia si deve considerare questo continuo richiamo al mondo onirico non come fuga dalla realtà ma come ipotesi futuribile alla quale ci si appresta. È semmai, nella sua lucida consapevolezza, il ritorno dell’esistenza che pare sfuggire alla vita stessa, continuamente, quasi fossimo abbagliati da un cammino in cui ciò che appare non è mai ciò che è: “Notte di nessun lampo/dove ogni male/potrà passare inosservato”.

Si ritorna bruscamente alla vita e alla morte, come si ritorna agli incubi che ci perseguitano e cade il velo di Maya, nella consapevolezza affondano le illusioni, non è più possibile chiudere gli occhi: naufraghi nel canale di Sicilia novecento morti “Traboccano in virgole/ d’agonia muta/ fluttuando in brulotti/ a crocicchi di stelle/ come pesci fuor d’acqua” domandando un respiro. È uno svelamento che lascia attoniti, toglie voce e respiro anche ai vivi, il poeta ne registra il sentimento d’impotenza: “E poi/ ci sono giorni in cui/ non esistono risposte”, fa del silenzio il suo maestro di vita: “ne assorbirò i silenzi/ […]/ distillerò i pensieri”, trasportando nella poesia anche ciò che non trova parole per dirsi: “Non si può decifrare/ il silenzio inscritto/in bolle di parole mute/ […]l’anima annaspa […]nell’acqua di un latente/ inesprimibile sentire”.

Poesia che è puro accoglimento, riparo “in nidi di parole arcobaleno”, nella sua perpetua contraddizione slabbro, ferita da cui parla l’anima del mondo e, al contempo, sutura, ricamo in sintassi della medesima ferita. Chiusa che è ricongiungimento, incontro in cui si apre, ancora, la porta del sogno in ritrovato cammino: “E se nel ritrovarti/ riannodassi il senso/ dei miei giorni sgualciti/ a ricucire membra/ di sogni in affido/ accoglierei il suo respiro/ in edere da germinare/ […] ricomponendo voci/ per una sinfonia del mondo/ ove il tempo di un adagio/ si consumi a viverci/ saziati di bellezza”.

Valentina Meloni, Castiglione del Lago, 12 ottobre 2016

Snails – Lumachine

fotocopertina Snails by nanita

copertina originale Snails, fotografia di nanita

Un e-book bilingue (inglese-italiano) di haiga interamente dedicato alle lumache uscito in allegato al periodico di Stefano d’Andrea Le Lumachine- Foglio degli amici dello haiku n.30 di luglio e contemporaneamente nel blog di Eufemia Griffo Memorie di una Geisha Multiblog ai quali l’e-book è dedicato per il loro impegno nella diffusione di poesia haikai in Italia. L’e-book è stato caricato in The Haiku Foundation Digital Library la biblioteca virtuale di Haiku Foundation dalla quale è possibile leggere tutti i numeri e scaricare gratuitamente gli allegati. Un piccolo omaggio ai miei lettori che mi seguono.

A bilingual haiga e-book entirely dedicated to snails released as an attachment to the magazine of Stefano d’Andrea  Le Lumachine- Foglio degli amici dello haiku n.30 of July and simultaneously in the blog of Eufemia Griffo Memoirs of a Geisha Multiblog to which the e-book is dedicated for their commitment in the dissemination of haikai poetry in Italy. The e-book has been uploaded to the Haiku Foundation Digital Library from which you can read all the numbers and download the attachments for free. A small tribute to my readers who follow me.

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Lirio

2018-07-26 (3)

Nel blog Via Sole di Carlos Vitale una mia poesia da Se mi sfiori (S)fiorisco da lui tradotta in spagnolo

2018-07-26

 

vitaleweb Carlos Vitale è nato a Buenos Aires nel 1953, ma dal 1981 vive a Barcellona. Laureato in lettere spagnole e italiane, ha pubblicato numerosi libri di poesia: “Códigos” (1981), “Noción de realidad” (1987), “Confabulaciones” (Premio di Poesia Ciudad de Zaragoza, 1992), riuniti in “Unidad de lugar” (2000), “Descortesía del suicida” (Premio di Narrativa Breve Villa de Chiva, 1997), Vistas al mar (2000). Autoritratti / Autorretratos (Premio di Poesia Venafro, 2001), “Fuera de casa” (2004). Duermevela per Editorial Candaya è la sua ultima pubblicazione. Per la traduzione ha ricevuto numerosi premi, tra i quali il Premio Ultimo Novecento nel 1986 per i “Canti orfici” di Dino Campana e il Premio Ángel Crespo nel 2006 per “Poesie” di Eugenio Montale. Carlos Vitale è un poeta spagnolo che ama la poesia italiana. Quella di Ungaretti, Montale, Campana, Zanzotto, Aleramo, Saba, Pasolini, solo per fare qualche nome dei grandi del Novecento. Ha tradotto quasi tutto di loro e continua a farlo.

Tanabata Matsuri, edizione 2018

i miei due tanka per Tanabata Matsuri pubblicati in un bellissimo e-book tutto da leggere, nel blog di Eufemia Griffo, non perdetelo

appicco il fuoco
col tumulto nel cuore
a un desiderio

assieme finalmente
bruciano Altair e Vega
*
stelle lontane –
scrivo una poesia
d’amore e sale

il fiume della vita
ancora ci divide

Memorie di una Geisha, multiblog internazionale di HAIKU di ispirazione giapponese

Grazie a tutti gli autori che hanno partecipato, buona lettura a tutti!

Cliccare sulla copertina o sul link sotto la cover per il download. 

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https://docs.wixstatic.com/ugd/0ba2eb_555264af4c4a433e99d3a6530f5b6498.pdf

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Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Emanuele Marcuccio

Comunicato Stampa

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«[Q]uesto ho voluto fare scrivendo il dramma: sognare e perdermi nella meraviglia di una storia d’amore e morte, di guerra e di pace, di luce e di tenebre, di sogno e di libertà. Una terra, in una dimensione parallela e contemporanea al periodo storico, assolutamente verosimili.»

Emanuele Marcuccio, dalla nota di Introduzione, p. 23.

Esce «Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti», opera poetica e teatrale di ambientazione islandese del poeta Emanuele Marcuccio per i tipi della marchigiana Le Mezzelane Casa Editrice. Il libro raccoglie un lungo lavoro iniziato nel maggio 1990 e terminato nell’aprile 2016: un totale di 2380 versi con un lavoro di ben diciannove anni escludendo i sette complessivi di interruzione.

Il volume consta di 188 pagine e riporta in copertina un particolare dell’opera «Oltre le apparenze» (2016) della pittrice Alberta Marchi e si apre con una nota di Introduzione dell’autore, prosegue con una Prefazione del critico letterario Lorenzo Spurio e termina con una Postfazione del critico letterario Lucia Bonanni: “Una introduzione alla drammaturgia dell’Ingólf Arnarson[1]. Impreziosisce il tutto una Nota storica di Marcello Meli (ordinario di Filologia germanica presso l’università di Padova) e una Quarta di copertina del critico letterario Francesca Luzzio.

Scrive Marcuccio nella nota di Introduzione: «La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto né un romanzo. Ho scelto quindi il teatro e un dramma in versi liberi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta, cesellando il verso, sempre alla ricerca della migliore musicalità e fluidità nel ritmo, nella cadenza e alla lettura. Versi liberi e non certo anarchici, versi di varia lunghezza, sorretti da una diversa metrica, costituita non dal numero delle sillabe o dalla rima, ma da assonanze, consonanze, figure di suono e dalle necessarie figure retoriche. Con tutto il rispetto per i grandi poeti della nostra letteratura, i quali, fino all’Ottocento hanno fatto largo uso di metrica quantitativa, al punto da comprendere che il suo impiego non era più necessario.» (p. 21)

Scrive Lorenzo Spurio nella Prefazione: «Il dramma di Marcuccio tratta con originalità e chiarezza di linguaggio molti topos dell’epica germanica: i riferimenti ai combattimenti, al cozzar di spade, all’importanza della fama e della gloria; l’impiego di prove per testare la valorosità dell’eroe; la credenza e l’invocazione del fato, spesso personificato, il tema del tesoro e il motivo del viaggio in terra straniera. Essendomi occupato di fatalismo germanico, devo riconoscere che nell’opera di Marcuccio il destino non è un semplice concetto, un’idea, ma viene caricato di un significato proprio facendo di esso quasi un personaggio. Fato, destino, sorte, fortuna sono concetti che

[1] Pubblicato come postfazione al dramma epico di Emanuele Marcuccio, costituisce il penultimo capitolo del saggio monografico inedito di Lucia Bonanni sulla stessa opera poetica e teatrale, saggio che sarà pubblicato prossimamente.

Di allegorico miele, Rapsodie Sarde, Ugo Magnanti

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Qui si canta una terra allegorica in cui si mescola mito e creazione. Una terra in cui il miele della poesia affiora lentamente, nella cura minuziosa di celle-parole, disposte in una topografia reale e immaginata, rievocata nei paesaggi dell’isola amatissima, percorsa ancora da antiche reminiscenze pagane e culti d’acqua, di pietra e di parola. Qui si riporta alle labbra “sa vidda ‘e su medde”, il villaggio del miele, luogo del culto, in provincia di Nuoro, dedicato ad Aristeo, dove fu ritrovata una statuina raffigurante la divinità con il corpo ornato da api. Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, lui che aveva insegnato agli uomini ad allevare le api e che, giunto in Sardegna dalla Beozia, fondò l’antica Caralis, l’odierna Cagliari. Qui si canta la Sardegna, con le sue asperità di pietra, con i suoi antichissimi misteri nuragici, con le sue acque bucoliche di fonti chiare e fiumi e laghi nascosti, con il miele della sua bellezza e la fatica di gente operosa che la abita. Ma si canta anche la solitudine del viaggio, le tappe di un antico e nuovo nostos verso il locus amoenus, un mondo immaginario, quello del mito e quello dello stesso aedo che mostra la sua visione metasensibile addentrandosi in una catabasi intima e personale di emanazione sacrale.

Il canto inizia rivolgendosi alla Musa e chiedendo aiuto alla voce di dentro come chi si allontani e canti da solo, come chi sta per cominciare: «Spiegami come si fa con le parole/ il miele, vorrei saperlo prima/ di morire, e fammi capire come/ inizia e poi finisce un viaggio,/ perché le voci affondano eppure/ sembrano lucenti…»
Nel poema si chiede alla Musa di indicare la strada, come chi non sa da dove cominciare; eppure il viaggio comincia dalla nascita, la testa e gli occhi per primi, soltanto dopo i passi, e solo dopo ancora le mani, la scrittura. Prima la parola, il suono, l’udito. Qui la nascita è diventare ciechi, proprio come un aedo non farsi abbagliare da alcuna distrazione esteriore, come chi da una miniera guardi fuori, ma affinare gli occhi dell’anima ed entrare in contatto con le cose, senza neppure la meraviglia del bambino, senza alcuno stupore, ma con la chiarezza asciutta di chi va limando parole, come già viene detto nella prefazione di Leonardo Omar Onida.

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Illustrazione di Stefania Sergi, contenuta nel libro

E la metafora superba che Ugo Magnanti adopera per queste sedici rapsodie sarde, nella seconda che è la chiave di tutte, è quella dell’albero silenzioso che, senza occhi, ma con radici e foglie e rami alti, esso stesso preso nella sua visione, esso stesso “facente parte”, tende il suo essere a captare il passaggio di “ciò che non si vede”: «Apro le palpebre come /le può aprire una pianta,/ e cieche nozze vivono ovunque:/ della festa, vi dico, anch’io/ sono parte, sono l’albero/ incoronato con l’afa d’estate:/ così il silenzio si spoglia di tutto,/ e tutto è come per sentito dire. […] È questo passaggio di ciò/ che non si vede a stringere i frutti/ in un soave pugno, a far parlare/ i rami più alti…»

Come chi ritrovi un grembo: poesia come rivelazione e ricerca di una Terra Madre che provveda a tutto l’essere nella sua triplicità di Essere, Padre, Figlio e di Poeta, Aedo, Rapsodo, giacché Uno è molti a partire da tre. Lo ricorda Ida Travi nel suo saggio sulla lingua materna (L’aspetto orale della Poesia) nel capitolo in cui tratta della benda per gli occhi, ella scrive: «Dal drappo che la scrittura stende sulla coscienza si ricava la benda per gli occhi, dalla benda per gli occhi i panni per le ferite della coscienza. […] Il suo linguaggio non può essere che un enigma o il sintomo di un trauma. Interrogare gli dei, oppure iniziare il viaggio scendendo in sé. Quando ogni voce tace, chi tende la mano verso il libro fa tutte e due le cose.»

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Illustrazione di Stefania Sergi, contenuta nel libro

L’aedo si fa rapsodo (tutto è come per sentito dire) e inizia a cantare la canzone che arriva da un Altrove, una terra increata e preesistente, quella del mito e del disincanto, quella dove si scende abbracciando l’aria. In questi versi, ma in tutte e sedici le rapsodie, che sono introdotte dal cantore (prima voce) in un preludio di poche parole, prose poetiche che assurgono a tópoi di un poema più ampio (seconda voce), emerge sottilmente la tensione fra il dentro e il fuori, con la relativa pro-tensione del dentro verso il fuori e del fuori verso il dentro; un paesaggio interno che va a posarsi sulle cose: «La mia altezza guarda giù/ da un sogno, ma si misura/ con i passi che mi sono tolti:/ sono l’albero nel vento/ che viene dal Monte Meana,/ dalle grotte in cui il Tallone di spiriti/terrestri sbriciola la lepre estinta,/ e il suo scheletro bianco.»
Poi riprende il viaggio e stavolta è il poeta che attraversa la propria terra dolorosa, per essere gettato fuori, come chi sia scalzo e con la bocca arsa, come chi parli di un passaggio aperto, come chi sia sbattuto da un’onda sugli scogli.
In questa catabasi che è discesa al regno dell’invisibile ma anche al luogo sospeso delle anime non viventi, Magnanti dialoga con i morti, come chi sia vivo e incontri chi sia morto. «Di giorno ho più anime dentro» scrive, ed egli stesso chiede di diventare invisibile (potessi chiedere/ alle notti e al cielo allora/ chiederei di essere invisibile) per calarsi nel paesaggio di chi non è più. «Se un essere umano allunga un braccio e trae a sé pagine scritte, è come se accostasse l’orecchio alla bocca di qualcuno che non c’è. Tra la mano e la mente si stende, per il tempo d’un lampo, una zona oracolare, in cui “il libro” sta per albero, nuvola, pietra, cose del mondo da cui emerge, come se venisse da fuori e in silenzio, la voce interiore.» (Ida Travi)
Così le voci di Dora Comneno, Sergio Atzeni, Pinuccio Sciola, Renato Raccis e quelle dei poeti e scrittori citati Umberto Saba, Percy Bysshe Shelley, Giuseppe Dessì, Vito Riviello, e quelli non citati ma presenti nella forma di ispirazione classica e richiami voluti e inconsci, emersi in questa discesa, si fondono ai paesaggi che hanno abitato, cantato o solo sfiorato; così il poeta “tellurico” si fa numinoso e alle cose non viventi dona una voce come di anima, e le rocce cantano, i venti e le acque cantano, i giunchi cantano, e tutto, vivo, vibra di eguale e smisurata preesistenza, in una tensione elettrica, propria di ciò che muta e dunque esiste: «[…] vive/ una tentazione in ogni brezza,/ e un esistere accanito si flette/ con le vampe d’agosto.»
Il poeta, drammaturgo e romanziere tedesco Gerhart Hauptmann, Nobel per la letteratura nel 1912, diceva che «Esser poeta significa far risuonare dietro le parole, la parola primordiale.» (Jung, Psicologia e Poesia). E cos’è la parola primordiale se non la roccia, l’essere più antico che ha vibrato nel suono del big bang e dell’impatto della nascita del mondo? Così la parola primordiale, la parola del mito, del primissimo suono, è la pietra e Ugo Magnanti, che dedica la sua sesta rapsodia alla memoria di Pinuccio Sciola, scomparso proprio durante la stampa di questo libro, lo sa, conosce la magia delle sue sculture sonore esposte in tutto il mondo, e ne lascia preservato il mistero, l’enigma di cui parlava Ida Travi, consegnandoci il bagliore accecante della luce: «Alla città offrono la nuova pietra/[…]sotto la mano che la vuole viva/ e sente la vena tiepida dove tutto/ è un frammento su cui batte il sole.»
Nei versi di queste sedici Rapsodie Sarde, accompagnate dalle meravigliose tavole di Stefania Sergi, artista sarda, nelle origini, nel sangue e nella veracità del suo popolo, ricorre la parola pietra come una metafora di qualcosa che ha preso corpo, consistenza, ma anche pesantezza: «Ho scheggiato una pietra e spinto/ un macigno» scrive Magnanti, sfuggendo all’indistinto dell’inconscio, del muto, dell’invisibile, del taciuto, del non più vivente, del rarefatto che si adombra e nella forma oracolare del “fissarsi in scrittura”, pare perdere la lucentezza intravista e andare a fondo (perché le voci affondano eppure/sembrano lucenti): «finché/ si dilata una parabola di sassi/ lanciati ai cespugli,/ sempre scherzerà un addio/ respinto dalle vene.»; «le mani sono prese/ da un pezzo di ossidiana/ e indovinano gesti che non conosco»; «ora che hai una gemma al collo e le sorgenti/ ardono, la tua gola è un sasso che scandisce/ tumulti, e accade nel silenzio,/ anche se gli occhi chiedono di andare/ e hanno già dimenticato il dono»; «Una stella è avida sul lavatoio/ e sa farsi ripudiare, e crescere […] / per un segno intuito/ nel tonfo dei panni sulla pietra.»

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Illustrazione di Stefania Sergi, contenuta nel libro

Queste sedici Rapsodie sono un canto pagano di riscoperta in cui ognuno può andare a ricercare la propria vox originis, lasciandosi guidare dal canto delle pietre e dell’acqua e dai suoni che la poesia richiama alla memoria. «Poesia rapsodica del sedicesimo anno del nostro millennio è, dunque, questa nigro simillima cygno o, come si direbbe oggi, più unica che rara costruzione di sapienza e tecnica versificatoria su carta da musica in cui le sillabe-note dei righi-versi fanno canto e poesia all’infinito, per confessione dello stesso autore, oltre i limiti del testo, là nell’ulteriore contralto sedicesimo tra il grave femminile e l’acuto maschile ritmare interiore, anzi, nel suo ‘due volte infinito’» scrive Efisio Cadoni nel suo bellissimo saggio a conclusione dei versi del Magnanti. Un lavoro di pregio e di cesello che vuole pazienza nell’attesa, lo dice lo stesso autore: nelle minuziose note che percorrono l’opera, nella prosa di apertura come chi scivoli su una carta inviolata, come chi inventi un paese, come chi abbia per dovere il mezzogiorno, e nei versi: «Come in attesa di una crepa, annoto/ il respiro degli argini, con gli occhi rossi/ […] perché questo/ è il mio lavoro, è questo ciò che deve fare/ chi sorveglia una diga…». Lavoro che somiglia proprio a un’arnia, in cui per estrarre il miele, ossia la poesia, che ha richiesto tempo e lavorìo, si deve separare ciò che è buono da ciò che non lo è. E mi è tornata in mente, leggendo con attenzione Di allegorico miele (mi sono resa conto che tra riposi e riprese ho impiegato quasi un anno) la sublime riflessione sulla vita che arriva a trasformarsi in metafora di Fabrizio De André in Ho visto Nina volare: nel ritornello «Mastica e sputa da una parte il miele mastica e sputa dall’altra la cera» e che – lo racconta Ivano Fossati, coautore della canzone, durante un concerto a Perugia nel 2000 – fu ispirato a Fabrizio dalla scena di alcuni vecchi che masticavano il favo per separare la cera dal miele, mentre stavano girando il Sud, nei pressi di Matera. Una poesia che va detta, che va cantata, nel senso proprio di masticata, portata di nuovo alla bocca, saggiata, nelle sue molteplici sfumature e richiami profondi, fatta propria nelle memorie dei luoghi e delle suggestioni, andando a ritrovare le allegorie che legano altri significati ai luoghi, reali, metaforici, interiori e narrativi (i tópoi di cui s’è detto) percorsi dall’autore come chi sia perduto e affiori: «E non si sa come sia successo,/ non si è visto l’attimo che cambia, /ma soltanto una strada rigonfia/ che sbuca su una fioritura,/ e il fragore di chi nasce ora:/ un faticoso fiore per tutti.»

Valentina Meloni, Castiglione del Lago 30/11/2017


libro edito da FusibiliaLibri
recensione già apparsa in Diwali- rivista contaminata Autunno XVII

Chiamata a contributo Euterpe n.27

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Ultimi giorni per inviare i vostri contributi alla rivista di letteratura Euterpe numero 27 il cui tema sarà “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 15 Luglio 2018 . In anteprima si annuncia che questo numero della rivista verrà presentato al pubblico, con letture e interventi degli autori che potranno/vorranno essere presenti, il prossimo 8 settembre a Senigallia (Ancona) presso il Palazzetto Baviera.

Attendo vostre interviste e candidature per la rubrica Maieutikè in dialogo con gli autori

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Per la rubrica di poesia di ispirazione giapponese Komorebi di cui sono redattrice potete inviare un haibun e fino a 5 haiku (ma anche senryu, tanka, keiryu) preferibilmente in linea con il tema proposto. Il tema non è vincolante ma avranno la precedenza di pubblicazione i testi che si allineano all’argomento richiesto e comunque i componimenti che dimostrano cura e ricerca e che abbiano superato, prima di ogni cosa,  una vostra accuratissima selezione e /o revisione ove si renda necessaria.

Per informazioni, richieste e invio dei testi che necessitano una supervisione scrivete alla e-mail: valentinameloni.euterpe@virgilio.it

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