Eco di mare-suite in haiku

Eco di mare

barca ammarata
le foglie in preda a un’ onda
— colpo di vento


*
le braccia aperte
in segno di accoglienza…
vola un gabbiano


*
nenie di madri
disperse in mezzo al mare
— tetto di stelle

*

stella marina
tra dita di bambino
— che cosa immagina?

*
fragilità…
minuscole conchiglie
alla deriva

*
sferza la battima —
un guscio di diodora
inascoltato

*
dentro le reti
un sogno naufragato
resta in attesa

*

raccoglie tutti
i canti dei migranti
l’eco del mare

*

l’alta marea
cancella le orme vuote
di quale uomo?

*
abbandonato
un gioco in spiaggia attende
mani di bimbo

*

l’ombra di un pesce
fugace a pelo d’onda
ha occhi di donna

*

l’eco del mare
tra il vento e la mia guancia
si disfa in pianto

*

nanita, 10 agosto 2019

Annunci

Etra notturna- suite in haiku

Lago di Chiusi- oasi wwf- fotografia- veduta notturna- Valentina Meloni

abbandonarsi…
è nel cielo d’agosto
l’ultimo sguardo

*

tutto un fermento
soffuso d’incantesimi…
l’etra notturna

*

chiari notturni…
il gracidìo invisibile
di mille ranocchie


*

perseidi cadono
dentro i tuoi occhi stelle
così lucenti

*

conca di luna
sugli embrici invecchiati
guazza di stelle

*

erbe infestanti
per gli occhi dello sciocco…
all’alba nènuphar

*

brilla una stella
tra mani di bambina
— lucciola lucciola

*
dolce la notte
si adagia silenziosa
tra le tue ciglia

*
liquefacendosi
cancella ogni confine
il cielo d’indaco

*
ammiro un astro
col bianco dei miei occhi
— mi brilla dentro

*

l’ultima stella
raccolgo nello sguardo —
splende l’immenso

nanita

Haikugrafia

Haikugrafia – Roberta Placida

bisbiglio di vento

Ci sono libri che nascono dalle emozioni, parole che scaturiscono in momenti particolarissimi della nostra vita e scandiscono i giorni della solitudine, del ritiro in sé stessi, del contatto intimo con la natura. Ci sono libri che sono segnalibri di un evento che ha inciso profondamente la lingua del vivere, che ha generato in noi un fermento di emozioni. Libri che declinano il tempo in nuove stagioni, che segnano la linea di demarcazione tra un prima e un dopo.

Ho voluto leggere così Haikugrafia, il libro poetico-fotografico di Roberta Placida, romana di nascita come me, ma aquilana di adozione, che ha già ricevuto diversi riconoscimenti per la sua attività poetica e che ci regalerà una nuova pubblicazione poetica dal titolo “Animae Fragmenta” già vincitrice del Premio letterario internazionale “Città di Cattolica”. L’autrice, attualmente, vive ad Avezzano dove insegna lettere presso il liceo scientifico M. Vitruvio e dove si occupa anche di teatro, curando la regia di spettacoli e partecipando in qualità di attrice.

Un libro che è una memoria emozionale rivissuta in frammenti poetici e immagini fotografiche della stessa autrice. Un percorso minimale ma raffinato e intenso che è stato curato con passione e professionalità dalla casa editrice aquilana Daimon Edizioni, della preparatissima editrice, autrice, giornalista Alessandra Prospero.

La veste grafica somiglia in tutto a un albo fotografico, sia per le dimensioni che per la scelta di carta e carattere di stampa, sia per l’impaginazione e la struttura. Ed è a tutti gli effetti un bellissimo album molto piacevole da sfogliare, da guardare, da meditare… Roberta ha un elevato senso estetico e fotografico e le sue immagini a colori vivissimi sembrano quasi contrastare con la malinconia dei versi e la radice di dolore che ha nutrito questa sua creatura illuminata.

In realtà la sinestesia generata dall’incontro di immagini e parole è fortissima e travolge letteralmente il lettore trascinandolo in scorci naturali di struggente bellezza e malinconia, nell’intimità profonda della poetessa che mette le proprie emozioni a nudo fondendole con la natura. Di lei scrive, Antonio Iannucci, in una toccante e intensa postfazione:

“Roberta può essere assimilata […] alla natura stessa. E’ impeto primordiale, esplosività vulcanica, quiete pacifica del mare immobile, tiepido refolo delle notti di agosto e vento sferzante, tramontana delle fredde mattine d’inverno. Risata dirompente e mestizia cupa. In ogni caso è viva e vitale.”

Queste ultime parole riflettono moltissimo l’autenticità di questa raccolta che è vissuta intensamente in tutte le sfumature delle emozioni che sanno distanziarsi in voli di petali e rincontrarsi in punta di foglia, nella gioia dirompente e nella più cupa mestizia.

Quello che colpisce è sicuramente lo stile fortemente originale. Le fotografie sono ordinate con cura in un susseguirsi stagionale che parte dall’autunno, tempo della perdita paterna, a un altro autunno di fragile bellezza che lascia intravedere un tremore di gioia.

Nel vento grigio

dello sbiadito autunno

dicesti addio

I versi scritti nel linguaggio poetico dello Haiku si sciolgono in assoluta libertà di vincoli, senza classicismi o tentativi di emulazione dei grandi poeti giapponesi, nella più pura semplicità di versi nati dalla scaturigine di un pensiero plasmato dal dolore e lievemente mondato da madre natura ad affinarne la bellezza.

Sole d’inverno

fredda solitudine

raggio affilato

Non si tratta di veri e propri haiga perché l’immagine non racchiude il verso e non lo completa. La fotografia si affianca alla parola in completo incastro e in una storta di trasmutazione a rimbalzo tra parola e visione proposta ma anche suggerita.

Luce radiosa

girasole d’estate

calda armonia

“Il passaggio reiterato da un linguaggio all’altro richiede di superare il limite del frammento visivo, di operare la smaterializzazione dell’immagine e di prospettare la sua trasmutazione nella parola. In verità, la discontinuità dei passaggi richiede di stabilire una dialettica permanente e pervasiva tra immagine e parola, in un’atmosfera silenziosa, negoziale, aperta.” (dalla prefazione di Ilio Leonio “Pellegrinaggio nei segni”)

Bisbiglia il vento

un sussurro nel cuore

voce paterna

La commozione è tenuta sempre a freno dal potere consolatorio della natura in cui l’autrice è completamente immersa e che riesce a trasferire a chi sfoglia queste pagine con apparente semplicità. In realtà c’è un piccolo percorso sottostante che indica una lettura stratificata del testo in relazione all’immagine e che è il percorso interiore che l’autrice ha seguito dopo la scomparsa della figura paterna.

La poesia si muove in queste pagine come un bisbiglio di vento, è una presenza leggera, quasi un’anima venuta a consolare, a dirci quanto sia prezioso ogni attimo, ogni momento.

A chi si accosta ai versi e alle fotografie di Roberta Placida non si richiedono competenze specifiche, è un libro che necessita soltanto di attenzione da parte del lettore, della sua accettazione nel farsi cullare da un bisbiglio di vento, dal silenzio potente che la parola poetica genera come un raggio affilato di sole che penetra l’inverno: un battito di luce che ricompone il mondo offeso dall’incontro con la sofferenza rivelandone il taciuto bagliore.

Fiore scavato

nel silenzioso abisso

la poesia

Valentina Meloni, 4 agosto 2018

Ensō: Haiku Yoti

Haiku Yoti

Esce oggi la versione E-Book, in agosto la versione cartacea [colori]

Leggi l’anteprima
gratuito con kindle unlimited

Ensō (円相) è una parola giapponese che significa cerchio ed è, forse, il soggetto più comune della calligrafia giapponese. L’ensō simboleggia l’illuminazione, la forza, l’universo. La collezione Ensō contiene trenta Haiku yoti in lingua inglese. Gli haiku yoti sono poesie brevi di tipo giapponese che occupano lo spazio fisico della pagina del libro in modi non convenzionali. In questa pubblicazione, unica nel suo genere, troviamo: haiku calligrafici, su una sola riga, disposti a semicerchio, sparsi, a forma di onda, a forma di gatto e, come suggerisce il titolo, haiku tondi a riprodurre la forma dell’ensō. Alla fine del libro troviamo una sequenza di Haiku zen,The Stone sequence, che sperimenta le fasi di una meditazione. L’autrice italiana, che ha all’attivo diverse pubblicazioni internazionali di poesia breve giapponese e ha fondato e dirige la rivista di Haiku bilingue komorebi ni nuneru, si cimenta, con alcuni espedienti tipografici, nell’esplorare le possibilità estetiche del componimento rispetto allo spazio.

Ensō (円 相) is a Japanese word meaning circle and it is, perhaps, the most common subject of Japanese calligraphy. The ensō symbolizes enlightenment, strength, the universe. The Ensō collection contains thirty Haiku Yoti in English. The Haiku Yoti are short Japanese-type poems that occupy the physical space of the book page in unconventional ways. In this publication, unique in its kind, we can find: calligraphic haiku, single line haiku, scattered-haiku, wave-haiku, in the shape of a cat and, as the title suggests, circle- haiku reproducing ensō. At the end of the book we can find a sequence of Haiku zen, The Stone sequence, which experiments the phases of a meditation. The Italian author Nanita, who has made several international short poetry publications and has founded and directed the bilingual Haiku magazine komorebi ni nuneru, tries, with some typographical expedients, to explore the aesthetic possibilities of the composition compared to space.

intensamente adesso

intensamente adesso

devo intensamente pensare alle cose più belle intensamente sentire come mi arrivi nel sonno a carezzare le palpebre e le mani offese mancanti di tante strette intensamente pensare devo gli occhi del cerbiatto che mi attraversano la vita la discesa al bosco al lago un’acqua quieta che mi rasserena la corsa veloce il salto la sparizione improvvisa nell’erba la bellezza fiera intensamente pensare devo la tua dolcezza mentre mi vieni incontro nel sogno e il mio spaesamento nel vederti di nuovo rabboccare la coperta del sereno alla mia resa intensamente pensare occorre alla bellezza del silenzio che ci chiama alla tua la mia rinuncia di essere al nostro parlarci da lontano intensamente pensare devo alla salvezza di quel che abbiamo salvato custodire finemente nel fiato una parola che non si è detta e l’alito caldo della tua stretta mentre mi sussurri all’orecchio il mio piccolo dono svelato e qualche foglia e non ricordo più cosa ma di sicuro la mia tenerezza e un brivido intenso e segreto che ti ho sempre taciuto nel rivelarmi persa allo sgomento del sentirti dentro questo soltanto questo intensamente pensare adesso sento

nanita

Il sarto di San Valentino

LA POESIA UNA PIUMA

Caro Iuri, sono qui che passeggio lungo il lago, tra le mani tengo i tuoi versi. Leggera una bianchissima piuma va posandosi ai miei piedi. E’ impalpabile e delicata, appena curva, ma geometricamente perfetta, si regge in linee sottilissime, un biancore d’indecifrabile consistenza. Penso che sia venuta anche lei, caduta dall’ala forse di un longilineo airone, a dirsi metafora dei versi che leggo, cesellati in partiture finissime di immagini e scorci e mondi marginali e paralleli come quelli che la poesia conserva intatti ancora prima della parola e del linguaggio. Versi bianchi come bianco l’inverno che si srotola in un diario di affreschi ipotetici e inusuali dal giorno dell’anno più corto al crepuscolo di febbraio, il mese insipido come lo definisci tu, fino alle Idi di marzo. In questa silloge riapri il dialogo tra il poeta e il tempo, tanti i riferimenti temporali che si stagliano a rimarcare come il tempo sia sovrano, e tracci il segno di misura della luce che divarica gli anni dell’umano per scoprire una falla di minuti in cui si annida la poesia: Mia madre nasce a marzo, il mese difficile /dove la sera, in un tempo perso in cortili /senza vento, specchia la fine eguale al principio /di un fiotto di gemma da una roggia spaccata.  Lo rimarchi perfino nella punteggiatura, nel susseguirsi di quei due punti che indicano continuazione, che pongono gli enunciati sia come causa che come conseguenza dell’altro, ribaltando persino l’ora detta e battuta dall’orologio nel buco nero del presente.

L’orologio batte l’ora nel pomeriggio,

rorido di bucato steso, tra le insidie

dei fili tesi il nodo indissolubile del vento

che si fa casa in una sera chiara,

lampi di approvazione attentano

di bave rosa la volta: ricordavo l’insegna

di un vecchio bistrot: quanti anni fa?

Nulla è impressionante quanto il presente.

Il corpo esulta sulla terra tra brandelli

d’acqua dolce. Ma non conosco sepoltura

migliore, quel senso vago della sosta,

se non nel restare in piedi, assonnato:

della terra so il credo, il mistero, la religione.

L’orologio batte l’ora del pomeriggio,

attonito smonta le sagome degli alberi neri:

l’esaltazione esplode e sono fiori di campo

i sorrisi votivi lasciati sulle labbra.

Squarcio temporale fatto di tue minute descrizioni, di angoli bui di città, la tua amata-odiata Firenze, di attimi rubati ad amplessi tra gambe divaricate come meridiani dell’assoluto.

Nel giorno dell’anno più corto

le larve bagnate della notte

si trascinano lungo i cantoni,

gli sdruccioli il solstizio nulla

ha della gioventù. In questa

notte, appena accennata a sera,

lasci gli stivali dietro la porta –

il tempo di dormire per non sentire dolore –

ed è già un gran fuoco di luci. […]

Ed è incredibile come un verso tenga/ in tensione/ l’atleta, / l’acrobata sul filo, sull’orlo del cornicione. Devo rubare versi ai tuoi versi per dirlo anch’io con le tue parole, delle tue stesse parole, versi, perché abile tu definisci tra le righe il compito del poeta che è quello di creare connessioni cerebrali tra personalità diverse, di tendere fili e ponti tra la visione scorta in un pre-tempo e l’immagine increata e ricreata di chi viene chiamato alla tua poesia. Tu che ti affidi ad essa, alla poesia, cesello implacabile dell’artigiano e batti e lucidi e aggiungi e togli fino alla precisione dell’imperfetto canto, quello del sentimento mai detto e mai svelato, pure esistente, posto all’angolo della tua bottega come pinocchio impertinente. Parise prese l’avvio dalle lettere, dalla semplicità dell’erba, dalle piccole cose per i suoi Sillabari, ma tu stravolgeresti le tensioni per dire l’indicibile e allora ti fermi sulla soglia, solo suggerisci che oltre le lettere del nostro alfabeto ve ne siano altre, mai dette, mai cantate poste in alfabeti sconosciuti di cui solo s’intuisce la presenza. Quell’intuizione che il poeta sa essere fondamenta del suo dire: Scaccio artigiano scaccio il mio pinocchio:/un sillabario impossibile/da cantare. 

La tua è una poesia sorretta da un pensiero strutturato, dove la parola poetica soggiorna nella premessa del romanzo, che, nel caso tuo è pur sempre ancora vergato in prosa poetica per grandi tratti. E come potrebbe essere altrimenti?

Il tuo è l’occhio di un romanziere, di chi è ancorato al tempo, alla storia, ma poeta di un fine epoca in cui gli echi novecenteschi dello stile s’intrecciano alla premessa consolatoria di un’era che sta giungendo al suo tramonto. In questa fine, Sulla soglia che divide il mondo/ civile da quello operaio, / sulla soglia del fiume che innalza/ il lenzuolo di concedo tra i balconi /e le finestre piene di luce,  in questa epoca di transizione tra la caduta dell’io e l’estrema ostentazione di un sé oggettivato, ancora più presente lì dove si tenta nasconderlo fallendo, c’è sia mestizia che consolazione, tu ne registri attento la presenza e ne fai i pilastri da cui declinare versi.

Come è importante avere un pensiero,

rimanere sobri convinti di sé:

importante è altrettanto smontare

quel pensiero, essere altro da un istante

prima spesso è un crimine rimanere

immortalati sulle nostre posizioni.

Il gatto prima di avventarsi sul topo

deve disegnarlo. Sulle maggesi, fasciata

dalle nubi basse, ferito sono una gazza.

Ognuno deve porre fine al suo io,

apparecchiare il lume dell’umano,

inondare di luce, se pur timida,

la stanza del suo essere al mondo.

 La poesia sì, attende alla morte dell’io ma anche alla conservazione della lingua astratta dell’idea, dell’immateriale congettura che resta solo nella parola scritta e nei dizionari, perché nell’uso quotidiano consumati – come tu ricordi in nota a fine testo citando Pier Paolo Pasolini – nel linguaggio del consumo e della multimedialità.

Leale mi aggiro tra i nomi d’altri diversi, /leale mi batto come un leone – per questione/ anagrafica – la mia lingua è quella del Tommaseo, / in uno stile – sgrammaticato, esule da un / linguaggio di stato – si approva alla disubbidienza /civile. Da lontano provengono le nostre origini, / il nostro sorgere in un’alba d’aprile, esuli/nella sera o reduci di un viaggio perpetuo…

Io, però, non desidero fermarmi alla restituzione dei tuoi versi, agli echi novecenteschi, ai rimandi colti e sapienti, ai novenari e settenari, agli endecasillabi posti in cadenza musicale solo ove necessario a ritmare la tensione narrativa e immaginifica. Ti so lettore di prim’ordine, fine conoscitore di lontani poeti e prosatori semi-sconosciuti, hai acume e visione critica, già figurata da anni, oserei dire da decenni. Quello che mi muove a scrivere, a dirti con parola inadeguata, è questa tua ricerca della tenerezza che si arresta al lezzo del corruttibile, del corpo e del mondo che invade la parola con parola di commercio. Io ti chiederei, invece, se ancora la Poesia sia merce inconsumabile, come affermava Pasolini, o se mercificata anch’essa al ripiego dei favori, delle marchette di scambio, del potere di poco superiore all’altro solo per via delle giuste conoscenze e appartenenze. A te che definisci randagia la tua esistenza, non perbene, a te che vedi il cielo in un bicchiere sparso di stelle, a te che so essere al di sopra delle parti, come solo può essere chi sbaglia e ci rimette testa e collo, che non si vende per una fama improbabile, che riconosce il dissimile nel simile, che si dona con slancio quando trova ciò che cerca la sua parte di anima incorrotta che chiede asilo, perchè sai essere la poesia destinata ai tempi lunghi, al fallimento dell’esercizio del presente, se non addirittura inascoltata.

Ti chiederei se quel sarto, cui accenni con tocchi d’invisibile dettatura, non ci abbia cucito addosso gli abiti sbagliati, se abbia mancato il tempo, se abbia mancato la missione e il luogo, se per fretta o disattenzione, non abbia per caso tagliato più stoffa del necessario lasciandoci la carne nuda ed esposta in luogo di un’armatura che ci avrebbe unti di gloria in prima linea. E perché sento questa tua malinconia fondersi alla liturgia della morte, perché ti sento quasi bisbigliare: la luce al tuo cenno m’ha lasciato/ e l’anima è nuda/ sotto il cielo del tuo sguardo, per dirla con tre versi della preghiera di Roberto Roversi i cui echi lasci detti al cruciverba della croce, ai rimandi al vento e ai toni crepuscolari?

DA CRUCIVERBA DELLA CROCE

 Crepuscolo di febbraio

Del sole poco rimane se non un fuoco

breve che si sorprende come a covare

sotto la cenere, a germogliare un altro mattino.

– Mai come adesso mi ero accorta –  accenni

nella tua magrezza –  di come sta terra

è piena di ponti – non vedi?

D’altronde il crepuscolo sfascia la guazza,

il freddo irreale, s’alza in zampilli

infuocati sui cigli roridi di fango.

La luce afona si scompone nel fiume:

siamo nati a torso nudo coperti solo da acque

che qualche sarto ci ha cucite

come fossimo invisibili.

Firenze ti si è attaccata addosso e la sua parola la porti in un distico come in un vessillo di salvezza: L’anno è iniziato con inquietudine/s’avesse a perdere l’abitudine.

Sai è strano come in te si cuciano l’ironia della decadenza dei nostri tempi marci allo stelo della tenerezza e come questo tuo linguaggio impregnato di inquietudine si lasci trapassare da parte a parte dai nostri occhi:  Il cardinale non offre omelie /occupato in certe sue manie… Ma più di tutto come tu sia capace di chiedere perdono in apertura del disvelamento, tu che non ti vendi alla fine, sei l’amico dello scherno, copri col sorriso la vergogna e sai affondare di stiletto la profondità della parola silenziosa e l’intima solitudine dell’altro che non osi mai disturbare: Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte, /te ne sei andato, figura persa  /nel pomeriggio già bruno sul presto, /vagabondo nella spirale amena /nello zampillo, nello sgombro dell’ombra, /di palazzi nuovi di cemento. / […]Perdoni la mia cecità? L’irruenza /Svanita a ciuffi tra i capelli? L’amore/Che fu è ancora amore: un fitto epistolario.

Cammino in questo tempo di bonaccia tenendo ancora in mano una piuma, la tua poesia, staccatasi da un volo a planare sotto nubi cariche e opprimenti, leggera ma con quella capacità industriosa di chi sa levarsi in alto con un alito di vento o con una vigorosa spinta d’ala.

DA IL SARTO DI SAN VALENTINO

TROVI IL SARTO DI SAN VALENTINO DI IURI LOMBARDI QUI

Castiglione del Lago, 26 Giugno 2019

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Iuri Lombardi (Firenze, 1979), poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la narrativa i romanzi: Briganti e SaltimbanchiContando i nostri passiLa sensualità dell’erbaIl cristo disubbidienteMezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorniBlack outIl condominio impossibileLo zoo di GioeleLa religione del corpo. Come racconti: Il grande bluffLa camicia di SardanapaloI racconti. Per la saggistica: L’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazioneSoqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di Yawp – l’urlo barbarico.

Failed haiku commentary

in the Volume 4, Issue 40 of failed haiku A Journal of English Senryu the comment by Michael Rehling about this haiga from the book Snails

Valentina Meloni
The wonderful vagueness of the image only serves to
‘sell’ the image in the poem. It is the cement of this
haiga for sure. The poem is a wonderful observation
of nature and would be a brilliant haiku (and maybe
is), but the poet’s notebook is the target of the snail.
When we don’t have an idea of our own, nature has a
way of providing one for us.

La meravigliosa vaghezza dell’immagine serve solo a
‘vendere’ l’immagine nel poema. È il cemento di questo
haiga di sicuro. Il poema è una meravigliosa osservazione
della natura e sarebbe un haiku brillante (e forse
lo è), ma il taccuino del poeta è il bersaglio della lumaca.
Quando non abbiamo un’idea nostra, la natura trova il modo di fornircene una.

Snails, pubblicazione bilingue allegata al n.30 di Lumachine- Foglio degli amici dello Haiku, AGOSTO 2018, diretto da Stefano d’Andrea, nel Blog Memorie di una Geisha Multiblog e inserito nel sito di Haiku Foundation.

You can read and save the book a this link in the HAIKU FOUNDATION

clicca qui per leggere e scaricare l’e-book

Suite della solitudine

dove sei neve?
questo tutto che parla
ancor più dal silenzio

essere nulla
l’oscura intensità
di questo immenso cielo

squarcia l’azzurro
uno strascico di nuvole
il tuo timido sorriso

il tuo silenzio —
imbianca all’improvviso
un ciuffo di capelli


grani di sabbia —
le piccole ferite
inflitte per orgoglio

vano anche il tempo —
mentre gl’iris sfioriscono
tornare a desiderarti

mentre ti penso
l’acqua delle risaie
specchia un cielo impassibile

sotto la pioggia
grondanti di parole
il mio e il tuo silenzio

impazza il mare —
ricordi il lungo bacio
sotto gli alberi al parco?

ampelodesmi —
la tua e la mia voce
confuse nella brezza

va e viene l’onda
il mio amore per te
sovrasta il cielo e il mare

ritorna a splendere
il tuo sogno il mio sogno
tra le lontane stelle

Suite della solitudine, Katauta, nanita.

Gabriella Toro legge l’Epistolario poetico con Giorgio Bolla

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Epistolario poetico a due voci

“CORRISPONDENZE DA UN MONDO INCREATO” è uno straordinario epistolario poetico tra due poeti per l’appunto: GIORGIO BOLLA e VALENTINA MELONI. Esso muove dalla morte di un altro grande poeta: PIERLUIGI CAPPELLO.

Il libro è intensissimo, pervaso di richiami al filo sottile eppure tenace che è costituito dalla parola poetica e dal filo umanissimo del rapporto amicale.

Entrambi i fili – intrecciati fra loro in modo indissolubile – ricuciono ( in parte, almeno…) gli strappi causati da “un mondo offeso.”

Ma questo libro poetico è molto, molto di più di queste mie parole, intessuto com’è di sapienti rimandi a poeti amati, a versi amati, rimandi che ho in parte rintracciato ma che lascio “sospesi” come ” la neve (….) tra la notte e le strade” (Cristina Campo, in una sua mirabile poesia) per lasciare intatta la suggestione, la metafora della neve che è completamente pura soltanto nei brevissimi secondi in cui volteggia tra terra e cielo come è poeticamente “tratteggiato” da Paul Celan.

Con alterna chiave (Paul Celan)
da “Di soglia in soglia” (“Von Schwelle zu schwelle”)

Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.

Varia la tua chiave, varia la parola
cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
A seconda del vento che via ti spinge
s’aggruma attorno alla parola la neve.

3/ 10/ 2017, ore 21.25

Che strana terra
è la tua
anche quando la neve
riempie i confini
dei prati
ogni volta perde tutto
la Signora nostra
ma sempre il fiore
sulla pietra
vince il tempo
e le ore
della notte.

Giorgio Bolla

3/10/ 2017, ore 22.18

Che strana terra
la nostra
quando – arresi –
ci disorientano
i crocicchi di voci
e finiamo col mettere radici
nel vento
ci si aggrovigliano le parole
ma non temiamo
il silenzio del fiore che arriva
più bianco a toccare l’aurora.

Valentina Meloni

8/10 / 2017, ore 9.40

Prendi questo nome
e fanne un pane caldo
da spezzare domani
quando avremo fame
e non avremo nessuno
a cui dire grazie.
Prendilo e impastalo
con mani di rinuncia
che lascino al tempo
il compito lieve
della gemmazione.
E non aver paura
d’ingoiar la notte
prendi il mio nome
e, insieme al tuo,
rendilo cielo
di questa nostra bocca.

Valentina Meloni

9/10/2017, ore 12.50

Di neve coprirsi
di questa neve lieve
che imbianca le ombre,
un tuffo di bianco
al tempo del lutto
dove il nero non possa
ingoiare le ossa dei vasi.
Di neve coprirsi
e sparire nell’intrico
di minuscoli cristalli;
come loro sciolti
in una polla che disseta,
un’acqua limpida e discreta
che lava via il rimpianto.

(Valentina Meloni)


Gabriella Toro, 26 dicembre 2018