Podcast Episode: Poesia, Haiku E Natura

I miei ultimi articoli riassunti in un podcast, ascoltalo !

Pip: Nanita scrive di gatti che sognano farfalle, di boschi che custodiscono segreti e di poeti che vogliono reincantare il verso. Non è un blog, è un portale verso qualcosa di più silenzioso e prezioso.

Mara: Oggi seguiamo due direzioni: la scrittura breve dello haiku e dell’haibun, e poi le pubblicazioni — un romanzo in uscita e un manifesto poetico che ridisegna il rapporto tra ispirazione e forma.

Pip: Cominciamo dai gatti che dormono e dalle farfalle inseguite nel sonno.

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Haiku e haibun: il mondo in poche sillabe

Mara: Il territorio qui è quello della forma breve — haiku e haibun — intesa non come esercizio tecnico ma come modo di stare nel mondo: osservare un cortile, un giardino, un gatto, e trovare il momento esatto in cui la realtà si apre.

Pip: E il momento scelto per il primo micro haibun pubblicato su Cafe Haiku è quello di un gatto che dorme e sogna, con una precisione quasi anatomica: “i rosei gommini chiazzati di nero e gli artigli come sciabole scintillanti.”

Mara: Il gatto non è decorazione. L’haiku che chiude quel testo dice tutto: “inseguendo il volo di una farfalla — il gatto dorme.” Il sogno di Chuang-tse, il filosofo che non sapeva se fosse uomo che sogna farfalla o farfalla che sogna uomo, entra in punta di piedi in una scena domestica.

Pip: Il titolo del secondo micro haibun nello stesso post, Confidenze, porta invece una piazza desolata a mezzogiorno e un vecchio che parla con i suoi gatti. La solitudine non viene spiegata — viene mostrata.

Mara: Ottobre lavora sulla stessa soglia sensoriale, ma con la stagione come soggetto: i mattini sanno di mela, le foglie sono pagliuzze d’oro, e ottobre stesso galoppa nel sole a cavallo di una nuvola. È un haibun senza prosa, quasi.

Pip: Dandelion e L’albero dei sogni allargano la mappa geografica e temporale — un giardino ad aprile, una bottega di musica polverosa, un violino comprato da bambina per il compleanno del padre. Il silenzio del violino non è assenza: è una melodia inudibile che aspetta.

Mara: Entrambi i testi compaiono su riviste internazionali — Cornflower Haiku Magazine e Cattails — e l’editor di Cattails, Sonam Chhoki, ha scritto del haibun sul violino che “trasmette l’aspirazione umana verso qualcosa di incomparabile oltre il quotidiano.”

Pip: Dalla forma breve alle pubblicazioni lunghe — ma il filo dell’ascolto non si spezza.

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Un romanzo, un manifesto, una voce

Mara: Questo segmento riguarda due uscite molto diverse per forma ma legate da un’idea comune: che la poesia e la letteratura debbano nascere dall’incanto, non dall’argomentazione.

Pip: Aislinn e il segreto di Roseberry Wood, il romanzo pubblicato da AG Book Publishing, arriva in libreria il 20 ottobre. La descrizione non lascia dubbi sul registro: “un romanzo poetico sul potere dell’ascolto, sulla forza dei legami invisibili e sul dialogo profondo che unisce gli esseri umani agli alberi, agli animali e ai luoghi che custodiscono memorie.”

Mara: Quello che emerge dall’intervista su Fattitaliani è che il romanzo nasce da un legame personale e concreto. La citazione è diretta: “Un posto speciale spetta alla grande quercia che si trova nella campagna dei miei genitori. Ci sono alberi che, a forza di frequentarli, smettono di essere soltanto alberi: diventano punti di riferimento, luoghi interiori.”

Pip: Quindi Roseberry Wood è immaginario, ma le radici sono reali. La quercia dei genitori diventa il Tassodio Calvo del romanzo — e il confine tra autobiografia e invenzione si fa sottilissimo, proprio come dice il testo.

Mara: L’Incantismo, il manifesto poetico trascritto in un post separato e firmato da sei poeti italiani, offre la cornice teorica. Il principio centrale è che l’ispirazione non sta nell’oggetto né nel soggetto, ma “nella particolare relazione che si crea tra i due elementi in un tempo contenuto; e forse fuggevole, se il verso non sopravvenisse a fissarlo.”

Pip: È quasi la definizione di haiku applicata alla poesia in verso libero. Il manifesto cita esplicitamente gli haiku come modello di quel rapporto privilegiato tra ispirazione e forma — il cerchio si chiude.

Mara: E l’intervista su Fattitaliani porta tutto questo davanti ai lettori: il romanzo, il blog, lo haiku, il rapporto con la natura — presentati come un unico progetto di ascolto.

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Pip: Gatti che sognano, violini silenziosi, boschi che parlano solo a chi sa aspettare. C’è un filo unico che tiene insieme tutto.

Mara: L’ascolto come metodo — nella forma breve e in quella lunga. Vedremo dove porta la prossima puntata.

Intervista su Fattitaliani

La bellissima intervista di Giovanni Zambito per Fattitaliani su Aislinn e il segreto di Roseberry Wood ♡ Parlo anche della mia pagina, del blog, di haiku e poesia e del rapporto con la natura.

Libri, Valentina Meloni presenta “Aislinn e il segreto di Roseberry Wood”: quando la natura diventa una voce da ascoltare. L’intervista di Fattitaliani

Con Aislinn e il segreto di Roseberry Wood, pubblicato da AG Book Publishing, Valentina Meloni ci accompagna in un viaggio delicato e suggestivo, dove la natura custodisce segreti e ogni incontro può rivelare qualcosa di prezioso. Attraverso lo sguardo sensibile di Aislinn, il romanzo esplora il legame profondo tra esseri umani e natura, il valore dell’ascolto e la forza dei legami invisibili. In questa intervista, l’autrice ci racconta la nascita della storia, le sue ispirazioni e il messaggio che desidera trasmettere ai lettori.

Un posto speciale spetta alla grande quercia che si trova nella campagna dei miei genitori. È una presenza a cui sono profondamente legata, una sorta di confidente silenziosa, alla quale affido nel romanzo un ruolo centrale. Ci sono alberi che, a forza di frequentarli, smettono di essere soltanto alberi: diventano punti di riferimento, luoghi interiori, presenze con cui si costruisce nel tempo una relazione fatta di silenzi e di pensieri affidati al vento.

Mi piace pensare che la realtà custodisca esperienze che non sempre riusciamo a spiegare fino in fondo, ma che continuano a vivere dentro di noi, trasformandosi lentamente in immagini, emozioni e storie. […]

Nel romanzo, il Tassodio Calvo, la gatta Milù, il volo delle garzette e la barca che emerge dalla nebbia non sono semplici elementi decorativi. Ognuno porta con sé una presenza, una memoria, una possibilità di ascolto. Attraverso di loro, la natura sembra suggerire che non tutto debba essere spiegato immediatamente e che alcuni incontri possano lasciarci domande e intuizioni destinate a maturare nel tempo.

Roseberry Wood è un luogo immaginario, ma le emozioni che lo attraversano sono reali. Attraverso questo mondo ho voluto restituire anche il senso di meraviglia della mia infanzia, quando la natura non era soltanto qualcosa da osservare, ma una realtà di cui mi sentivo parte. È forse questo il legame più profondo tra la mia esperienza e la storia di Aislinn: la possibilità di sentirsi in relazione con il mondo, fino a percepire, anche solo per un istante, che il confine tra noi e ciò che ci circonda può diventare sottilissimo.

Leggi tutta l’intervista qui

Abbattere il tempio della lirica: la rivolta linguistica di Ivan Pozzoni in Lo Stato Pontificio

Abbattere il tempio della lirica: la rivolta linguistica di Ivan Pozzoni in Lo Stato Pontificio

In Lo Stato Pontificio (Edizioni Divinafollia, 2026), Ivan Pozzoni trasforma il libro poetico in un territorio di scontro, in cui il linguaggio si misura con istituzioni culturali, gerarchie editoriali e forme di consacrazione che regolano la vita letteraria italiana. Il titolo offre subito la chiave di lettura della raccolta: lo Stato Pontificio non è soltanto un riferimento storico, ma l’immagine di un potere che distribuisce riconoscimenti, stabilisce appartenenze, custodisce il canone e amministra la legittimità artistica. Cardinali, curiali, pontefici e oppositori diventano così le figure di una rappresentazione satirica che mostra la letteratura come un sistema di relazioni, interessi e conflitti.

Il volume, tuttavia, non si limita a mettere in scena questa opposizione: ne elabora anche i presupposti teorici. La sezione iniziale, Il nuovo «paradigma» an-estetico: il tardomodernismo letterario. Cadorna è sotto Porta Pia; espone, infatti, una precisa dichiarazione di poetica. Pozzoni individua nel tardomodernismo una possibilità di superamento tanto del postmodernismo quanto dell’ipermodernismo, proponendo un diverso rapporto tra arte e società. Il passaggio decisivo è espresso nella formula secondo cui «la ποίησις, nel tardomoderno, si è fatta πρᾶξις»: la poesia cessa di essere concepita principalmente come produzione di un oggetto estetico autonomo e viene ricondotta alla dimensione dell’azione, dell’intervento e dell’interazione sociale.

È una posizione radicale, che investe non soltanto le forme della scrittura, ma anche il ruolo dell’autore, del critico e del lettore. La parola non dovrebbe più limitarsi a sedurre o a suggerire una contemplazione estetica: deve agire, disturbare, mettere in crisi abitudini interpretative consolidate. Non a caso, Pozzoni descrive il tardomodernismo come una pratica che «annichilisce ogni forma di ontologia» e sostituisce l’ontologia e la fenomenologia estetiche con una prospettiva socio-antropologica. Al centro non c’è più la ricerca di un’essenza universale della poesia, bensì la capacità del testo di intervenire nella realtà e di produrre una risposta.

Questa impostazione teorica trova nella raccolta una traduzione coerente, sebbene volutamente contraddittoria, sul piano stilistico. Il libro procede attraverso accumulazioni, bruschi cambi di registro, contaminazioni linguistiche, neologismi, giochi fonici, citazioni colte e incursioni nel lessico colloquiale e triviale. L’italiano viene attraversato da latino, greco, inglese e cirillico; la terminologia filosofica e sociologica convive con riferimenti alla cultura popolare, allo sport, alla televisione e al mercato editoriale. La lingua non cerca l’armonia, ma la collisione. Il suo movimento è quello di un discorso che vuole sottrarsi alla compostezza del lirismo tradizionale e alla prevedibilità delle forme poetiche riconosciute.

Il programma viene dichiarato senza mediazioni in La cirrosi empatica: «Dobbiamo cacciare a calci nel culo i mercanti dal Tempio dell’arte». L’immagine biblica viene abbassata e brutalizzata, trasformandosi in un manifesto polemico. Il tempio non è più il luogo consacrato della bellezza, ma uno spazio occupato da interessi economici e meccanismi di legittimazione. La scelta di un’espressione volutamente aggressiva non è un semplice ornamento provocatorio: costituisce il tentativo di infrangere la distanza reverenziale che circonda le istituzioni culturali. La dissacrazione investe contemporaneamente il potere e il linguaggio con cui quel potere si rappresenta.

Il bersaglio principale è lo «Stato Pontificio» della letteratura italiana, inteso come sistema di relazioni tra editori, riviste, critici e autori. Nel canone non mi diaconizza; Pozzoni affronta direttamente la questione dell’appartenenza alla tradizione. La sua formula più incisiva è anche un paradosso: «rinunciare al canone con un anti-canone significa creare il canone dell’anti-canone». La consapevolezza è importante perché riconosce il rischio insito in ogni gesto di opposizione: chi combatte un sistema può finire per riprodurne le strutture, sostituendo alle vecchie autorità nuove gerarchie e nuovi criteri di esclusione. La rivolta, per restare tale, deve dunque rivolgersi anche contro la possibilità di trasformarsi in un’altra ortodossia.

Eppure, l’autore non rinuncia a rivendicare una genealogia letteraria. Quando dichiara di inserirsi nella «linea lombarda Dossi/Lucini/Chiara/Erba/Pozzoni», costruisce un’appartenenza che contraddice, almeno in parte, il suo rifiuto del canone. Questa tensione non è un dettaglio marginale: costituisce uno dei nodi più interessanti del libro. Pozzoni vuole sottrarsi alle classificazioni imposte dall’esterno, ma al tempo stesso riconosce nella tradizione una possibilità di continuità e di legittimazione. Il suo gesto non consiste, quindi, nell’abbandonare ogni genealogia, bensì nel rivendicare il diritto di sceglierla e riscriverla autonomamente.

Anche la figura dell’autore viene sottoposta a un processo di smascheramento. In L’introspezione mi introverte, Pozzoni afferma: «Io sono abituato a guardarmi “fuori”». La dichiarazione rovescia l’idea romantica della poesia come esplorazione privilegiata dell’interiorità. Al ripiegamento autobiografico, all’espressione sentimentale e alla ricerca di una voce autenticamente individuale viene contrapposta un’attenzione rivolta ai rapporti sociali, alle dinamiche di potere e ai meccanismi che condizionano la produzione artistica. L’io non scompare, ma si presenta come figura combattiva, ironica, esasperata, continuamente impegnata a costruire e demolire la propria immagine.

Il confine tra teoria e autobiografia diviene così instabile. L’autore attacca l’egocentrismo della lirica tradizionale, ma occupa personalmente il centro della scena, trasformando la propria esperienza di esclusione, il conflitto con il mondo editoriale e la rivendicazione della propria originalità in materia poetica. La contraddizione è produttiva: il soggetto che dichiara di voler superare l’io lirico continua a servirsi di un io fortemente riconoscibile, esibito e iperbolico. La sua identità letteraria non viene cancellata, ma trasformata in una maschera polemica.

In questa prospettiva, la violenza verbale assume un valore strutturale. Insulti, oscenità, iperboli e immagini corporee interrompono deliberatamente il decoro della lingua letteraria. La provocazione non mira soltanto a scandalizzare: vuole sottrarre il discorso poetico alla neutralità apparente dei linguaggi istituzionali. L’autore ricorre alla carnevalizzazione, al rovesciamento gerarchico e alla degradazione comica per ridurre la distanza tra il potere e il corpo, tra il prestigio culturale e la sua dimensione materiale. Il risultato è un linguaggio che alterna densità teorica e brutalità espressiva, costruendo un attrito continuo tra ciò che viene detto e il modo in cui viene detto.

Questa strategia raggiunge una delle sue formulazioni più esplicite in La generazione del catetere, dove Pozzoni ironizza sulla scrittura priva di organizzazione semantica e sulla presunta libertà di accostare parole senza assumersi la responsabilità delle relazioni che le legano. La sua polemica investe, dunque, anche le avanguardie e le forme di sperimentazione che si esauriscono nell’incomprensibilità. La richiesta di «clearity», ricorrente nella sezione teorica, indica la necessità di rendere riconoscibile il funzionamento del testo e di ricondurre l’esperimento linguistico a una precisa intenzione pragmatica. Non ogni oscurità, per l’autore, costituisce di per sé una conquista estetica.

Il lettore viene coinvolto in questo dispositivo come destinatario di un attacco e, contemporaneamente, come interlocutore chiamato a reagire. La scrittura mira allo spaesamento, all’irritazione, alla risata e al dissenso; non concede facilmente una posizione contemplativa. La poesia diventa un evento relazionale, un urto che si consuma nello spazio tra chi scrive e chi legge. È questa la funzione della strategia che Pozzoni definisce riot: una rivolta linguistica che non si accontenta di rappresentare il conflitto, ma cerca di produrlo attraverso il testo.

La raccolta, tuttavia, presenta anche un rischio evidente. L’insistenza dell’invettiva può trasformare la provocazione in un meccanismo ripetitivo; la sovrabbondanza dei riferimenti e l’accumulo di bersagli possono talvolta rendere meno distinguibili le diverse linee del discorso. La parola, concepita come arma, rischia di esaurire la propria forza nell’esibizione della potenza offensiva. Quando ogni istituzione è corrotta, ogni avversario incompetente e ogni dissenso una forma di complicità, lo spazio della complessità critica tende a restringersi. La rivolta, per mantenere la propria efficacia, deve misurarsi anche con il rischio di irrigidirsi nella posa del rivoltoso.

Ma è proprio questa tensione tra progetto teorico, performance autobiografica e aggressione satirica a rendere Lo Stato Pontificio un libro che non può essere letto soltanto come una raccolta di testi polemici. L’opera mette in scena il problema della legittimità artistica e interroga il rapporto tra autonomia e riconoscimento, tra libertà espressiva e istituzione, tra critica e autorità. Il suo bersaglio non è esclusivamente una determinata cerchia letteraria: è il meccanismo attraverso cui un sistema culturale stabilisce ciò che può essere riconosciuto come arte e ciò che deve restarne ai margini.

Nelle pagine finali, la battaglia conserva la propria dimensione collettiva. In La battaglia non è persa, pareggiamo i conti, l’autore invita a superare le divisioni dell’opposizione e a costruire un contraltare al regime culturale denunciato. La rivolta individuale tenta così di trasformarsi in un progetto condiviso, sebbene il tono agonistico continui a dominare la rappresentazione del conflitto.

Lo Stato Pontificio è, in definitiva, un libro volutamente urticante, in cui la scrittura diventa strumento di contestazione e la teoria si espone al rischio della propria stessa pratica. Pozzoni non chiede al lettore di riconoscere una bellezza pacificata, ma di confrontarsi con un dispositivo che mette in crisi le convenzioni del gusto, le gerarchie letterarie e le forme consuete della critica. La sua scommessa è affidata alla capacità della parola di interrompere il consenso e rendere visibili le strutture che governano la produzione culturale.

La domanda che il volume lascia aperta è se la rivolta possa davvero sottrarsi alla costruzione di un nuovo potere. È anche la domanda che impedisce di ridurre il libro alla sola invettiva: dietro la caricatura dello Stato Pontificio si intravede il problema, più ampio, di una letteratura che cerca di liberarsi dalle proprie istituzioni senza rinunciare a incidere nello spazio pubblico. La forza dell’opera risiede proprio in questa contraddizione: voler abbattere il tempio della consacrazione artistica e, nello stesso tempo, rivendicare per la parola una nuova capacità di trasformare il mondo.

L’INCANTISMO: UN NUOVO MOVIMENTO POETICO

In questo post, trascrivo il manifesto di un nuovo movimento poetico, uscito nel blog di Sara Bini in giugno, firmato da sei poeti italiani e aperto a chiunque senta di condividere quest’atmosfera letteraria e artistica:

Carta dell’Incantismo

Questa Carta non chiede di essere letta come bando retorico nelle piazze della cultura ma, piuttosto, davanti ai camini, sulle spiagge, nei boschi e nei borghi, accanto alle chiese, nei luoghi abitati e in quelli abbandonati, nei locali, in mezzo alle rovine del presente, e ovunque nelle case degli uomini.

1.   Il movimento incantista è costituito da un gruppo di poeti che condivide princìpi e tratti formali oggi in larga misura estranei all’attività letteraria più rappresentata. Il suo intendimento è anzitutto riproporre l’importanza dell’atto ispirativo, così che lo sguardo del poeta sul reale sia mosso da quell’atto. L’argomentazione è collocata in secondo piano rispetto alla traduzione in versi del momento ispirativo; l’introspezione estenuata è rigettata con decisione. Il movimento è aperto all’adesione di altri poeti.

2.   L’Incantismo è la restituzione nel verso dell’incanto della realtà. I suoi membri sono “la riserva di sognatori e di poeti” menzionata da Ernst Jünger in un suo appunto.

3.   Il verso incarna il momento essenziale della creazione poetica e dev’essere considerato come l’unità essenziale della poesia, non come un suo componente. Per questo il movimento incantista rivaluta il verso in sé, anche quello breve, senza peraltro sentirsi costretto a praticare quest’ultimo. Il gruppo incantista non considera primario l’uso dei metri tradizionali, benché essi possano essere impiegati quando corrispondano sinceramente all’ispirazione poetica. Il ritmo e la melodia del verso sono invece ritenuti essenziali. In coerenza, il verso incantista non è un verso propriamente narrativo, non è retorico, non si conforma forzatamente ad artificiosi modi letterari, non si piega a mode editoriali volgari e appariscenti, non è eccessivamente sperimentale, benché possa ricorrere al conio verbale, quando l’atto ispirativo lo suggerisca.

4.  L’incanto va inteso come una forma d’ispirazione intercalata tra soggetto e oggetto. L’ispirazione non è perciò nell’oggetto, né tantomeno nel soggetto − l’Incantismo rifugge appunto da ogni compiaciuta introspezione − ma nella particolare relazione che si crea tra i due elementi in un tempo contenuto; e forse fuggevole, se il verso non sopravvenisse a fissarlo. I poeti incantisti possono ritrovare le origini più remote di questo momento in una realtà non solo psicologica. Il movimento incantista ha una particolare attenzione per le ricerche dell’estetica sul tema dell’ispirazione artistica e del genio creativo.

5.  I principi dell’Incantismo non sono nuovi. Sono la riproposizione nell’urgenza del presente di un antichissimo filone ispirativo, più o meno emergente nella letteratura, di là da formalismi e mode letterarie. Le sue caratteristiche sono ravvisabili in una varietà di casi storici individuali e possiedono naturalmente antecedenti teorici, in Italia e altrove, anche parziali. A titolo d’esempio, il principio del ‘correlativo oggettivo’ che Ezra Pound poneva a fondamento dell’atto creativo potrebbe a tutta prima ravvisarsi negli incantisti, ma nell’opera di questi ultimi non è l’oggetto il protagonista estetico: è piuttosto il mezzo, il medium atmosferico, il vapore luminoso che collega soggetto poetico a oggetto. Non vi è un ‘correlativo’ né permanente né transitorio, ma un incanto da cogliere prima che svanisca.

6. Il gruppo incantista riconosce, tra i modelli della sua poetica, non solo i poeti del mondo occidentale più congeniali ai suoi princìpi, ma anche alcune tradizioni orientali. In particolare, in certe composizioni della poesia estremo-orientale, come gli haiku, vede un rapporto privilegiato tra ispirazione e forma.

7.  A differenza di altri gruppi, il movimento incantista non si propone di riformare la produzione poetica, né di innalzarne il livello. Non crede in alcun modo che i suoi princìpi siano gli unici della buona lirica, e non intende convincere alcuno all’uso dei suoi modi. Non ha una componente critico-militante, ma vuole essere una voce chiara e viva. Non dipende in alcun modo da premi letterari e onori pubblici, ma sussiste nella sua pura presenza.

Sara Bini, Rodolfo Carone, Serena Cianti, Luca Gini, Valentina Meloni, Andrea Polidori.

L’impianto teorico dell’Incantismo si deve a Marco Ruffilli, che ha coniato il termine e redatto il manifesto. Questo è stato approvato collegialmente dai firmatari, dopo averne discusso insieme tesi, propositi ed espressioni. Tra le primissime raccolte a incarnare fin dal titolo la poetica incantista, precedendo questo manifesto, è InCanti diVersi di Sara Bini (2025).

Aislinn e il segreto di Roseberry Wood

Aislinn e il compasso dorato -copertina di Aislinn e segreto di Roseberry Wood di Valentina Meloni

Ed eccolo finalmente! Disponibile da oggi in prevendita sul sito editore e sulle maggiori piattaforme di vendita online e nelle librerie.

Amazon.it: Aislinn e il segreto di Roseberry Wood – Meloni, Valentina – Libri

Dal 20 ottobre in tutte le librerie online e fisiche.

Grazie ai miei editori Angela e Stefano di AG Book Publishing per avermi nuovamente accolta tra i loro autori ♡

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Ci sono bambini che parlano molto. E bambini che ascoltano ciò che gli altri non riescono a sentire.
Tra le rive di un lago, un antico tassodio, una gatta enigmatica, il volo delle garzette e una misteriosa barca, che appare nella nebbia, accompagneranno una bambina alla ricerca del padre e della propria voce.
In un mondo dove gli adulti hanno fretta di trovare risposte, sarà la natura a indicare il cammino.
“Aislinn e il segreto di Roseberry Wood” è un romanzo poetico sul potere dell’ascolto, sulla forza dei legami invisibili e sul dialogo profondo che unisce gli esseri umani agli alberi, agli animali e ai luoghi che custodiscono memorie.
Una storia di crescita e meraviglia, capace di parlare ai ragazzi e agli adulti che non hanno smesso di credere che ogni bosco conservi un segreto.

Formato cm 14.8 x 21
Pagine 136
Volume in brossura
ISBN 979-12-81536-50-0

“Aislinn e il segreto di Roseberry Wood”: il viaggio tra natura e mistero nel romanzo di Valentina Meloni recensione di Francesca De Bernardinis

Aislinn e il segreto di Roseberry Wood, il romanzo di Valentina Meloni

Micro haibun – gatto che dorme

Oggi pubblicati in Cafe Haiku due micro haibun di cui riporto la traduzione:


Confidenze

La piazza del paesino è desolata come una casa deserta con le finestre aperte. Il sole è alto allo zenith e l’aria si fa irrespirabile. All’ombra dei tigli le panchine si sono svuotate, tutte tranne una.

la solitudine
d’un vecchio mentre parla
con i suoi gatti

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Il sogno di Chuang-tse

Miagolii. Piccoli e soffiati come parole sussurrate all’orecchio. Gli occhi chiusi. Le zampine si muovono ad afferrare l’aria. I rosei gommini chiazzati di nero e gli artigli come sciabole scintillanti…

inseguendo il volo
di una farfalla –
il gatto dorme

Ottobre




i mattini sanno di mela,
le piccole foglie
vorticano sull’asfalto:
sono pagliuzze d’oro
appese al cielo,
l’aria è frizzante di mille
bollicine che salgono
al naso e imporporano
le guance di belletto.
un mantello di luce
avvolge la terra: ottobre
-a cavallo di una nuvola-
galoppa nel sole

[ n a n i t a ]

Sakura Fukubi

Felice di comparire con un mio haiku nella “Prima antologia internazionale multilingue Haiku di PJCA”, Sakura Fubuki First Digital Edition Summer 2026 curata in collaborazione con l’Ambasciata del Giappone in Pakistan.
Un sentito ringraziamento alla curatrice, Hifsa Ashraf, per questa pubblicazione e complimenti agli amici autori presenti nel volume.

Happy to be featured with a poem of mine in “PJCA’s 1st International Multilingual Haiku Anthology”, Sakura Fubuki First Digital Edition Summer 2026 organized in collaboration with the Embassy of Japan in Pakistan.
I thank so much the editor and curator, Hifsa Ashraf, for this publication and congratulations to all the wonderful authors featured in this publication.


intreccio
tra i miei capelli…
gli ultimi fiori di ciliegio

Premio Il vento sui ciliegi

Nell’ambito del Premio internazionale Il vento sui ciliegi organizzato dall’associazione Rami D’Oro dalla giuria coordinata e presieduta da Cinzia Pitingaro ho ricevuto una menzione d’onore per il mio haibun “La casa nel bosco che non c’è”. Nella giuria sezione haibun figurano: Andrea Cecon, Tommaso Cimino, Caterina Levato, Antonietta Losito e Antonio Mangiameli,

La casa nel bosco che non c’è

La città mi avvolge con le sue luci, le lunghe file di auto, le vetrine sfavillanti. L’amo per ciò che mi ha dato e per ciò che mi ha tolto: una lingua dolce-aspra fatta di gentilezza e turpiloquio, eleganza e strafottenza.
Quando piove cambia pelle. Le strade diventano canali, i tram si dissolvono nell’attesa, le auto sollevano muri d’acqua.

Oggi ho lasciato l’ombrello a casa e la pioggia mi si incolla addosso ai vestiti e ai capelli. Ogni cosa si fa d’acqua. Cerco un riparo sotto la pensilina degli autobus e cammino guardando a terra.

un altro mondo…
la nudità degli alberi
nelle pozzanghere

È allora che Roma si cancella.
Il suo rumore, il suo dicembre, la sua furia: tutto svanisce. Mi trovo in un bosco di abeti e larici, così alti da sembrare colonne di una cattedrale senza tetto.
Non so più chi sono, dove sto andando. Il silenzio è ovattato, totale. Smette di piovere.

gli alberi scrollano
la pioggia dalle chiome –
dimenticare

Ora un tiepido sole fa capolino. La luce passa obliqua tra i rami degli alberi e traccia un sentiero che filtra tra le chiome ravvicinate. I Giapponesi chiamano questo fenomeno Komorebi. In una sola parola racchiusa la magia di un evento che nella mia lingua abbisogna di molte più parole.
Lentamente la pioggia si trasforma in nevischio.

neve – mi specchio
dentro una pozzanghera
e torno bambina

Guardo le mie mani avvolte in muffole colorate e piccole come una mela, poi i miei piedi che stanno in quei terribili scarponcini ortopedici che mi stringono la caviglia. In testa il cappello di lana col pompon di tanti colori. Non posso credere di essere così piccola, le mie impronte sulla coltre di neve che ha iniziato a imbiancare il sentiero sembrano quelle di un capriolo.
In fondo alla schiera di abeti vedo una piccola casa di legno col camino che fuma. Di colpo il mio istinto mi chiama a correre verso quel capanno. In pochi minuti, ansimando, sono di fronte alla porta. Con timore sollevo il battente e busso tre volte: toc, toc, toc…

le porte del tram
aperte sull’inverno –
ritorno a casa

nanita

Dandelion- Cornflower

Nel primo numero di Cornflower Haiku Magazine anche un mio haibun in lingua inglese che potete leggere a pag.12.

Di seguito l’originale in italiano

Dandelion

Castiglione del lago, 10 aprile 2024

Mescolo il risotto con cura, lo faccio andare a fiamma bassa e lo lascio lì a sobbollire. Nel frattempo mi affaccio al vetro della porta finestra senza uscire. Un passero spilucca dai germogli della rosa qualche parassita o piccolo insetto poi vola sulla siepe incolta e sparisce tra le foglie. Il falso gelsomino ancora dorme, i tralci verde scuro avvolti in spirali fittissime e intricate. Qui a nord fiorisce più tardi di quello esposto a sud che invece è già pieno di rigogliosi germogli i quali in giugno si trasformeranno in profumatissimi fiori.

pioggerellina –
il gatto si accoccola
tra gl’iris in fiore

Nel giardino d’ingresso un primo bocciolo della rosa color malva si erge timidamente sull’esile stelo facendosi posto tra foglie e spine delle altre due rose. Trilli di uccellini lontani nel tip tap della pioggia. Nel vaso sul muretto i muscari sono sfioriti e giacciono stanchi e assetati in graziosi steli verdi di foglioline allungate. Un soffione di tarassaco nato spontaneamente e quasi totalmente privo dei suoi pappi svetta in mezzo al vaso come a dire: «Hey, ci sono anche io!»

fine del freddo –
la casa degli uccelli
è ancora vuota