Di allegorico miele, Rapsodie Sarde, Ugo Magnanti

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Qui si canta una terra allegorica in cui si mescola mito e creazione. Una terra in cui il miele della poesia affiora lentamente, nella cura minuziosa di celle-parole, disposte in una topografia reale e immaginata, rievocata nei paesaggi dell’isola amatissima, percorsa ancora da antiche reminiscenze pagane e culti d’acqua, di pietra e di parola. Qui si riporta alle labbra “sa vidda ‘e su medde”, il villaggio del miele, luogo del culto, in provincia di Nuoro, dedicato ad Aristeo, dove fu ritrovata una statuina raffigurante la divinità con il corpo ornato da api. Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, lui che aveva insegnato agli uomini ad allevare le api e che, giunto in Sardegna dalla Beozia, fondò l’antica Caralis, l’odierna Cagliari. Qui si canta la Sardegna, con le sue asperità di pietra, con i suoi antichissimi misteri nuragici, con le sue acque bucoliche di fonti chiare e fiumi e laghi nascosti, con il miele della sua bellezza e la fatica di gente operosa che la abita. Ma si canta anche la solitudine del viaggio, le tappe di un antico e nuovo nostos verso il locus amoenus, un mondo immaginario, quello del mito e quello dello stesso aedo che mostra la sua visione metasensibile addentrandosi in una catabasi intima e personale di emanazione sacrale.

Il canto inizia rivolgendosi alla Musa e chiedendo aiuto alla voce di dentro come chi si allontani e canti da solo, come chi sta per cominciare: «Spiegami come si fa con le parole/ il miele, vorrei saperlo prima/ di morire, e fammi capire come/ inizia e poi finisce un viaggio,/ perché le voci affondano eppure/ sembrano lucenti…»
Nel poema si chiede alla Musa di indicare la strada, come chi non sa da dove cominciare; eppure il viaggio comincia dalla nascita, la testa e gli occhi per primi, soltanto dopo i passi, e solo dopo ancora le mani, la scrittura. Prima la parola, il suono, l’udito. Qui la nascita è diventare ciechi, proprio come un aedo non farsi abbagliare da alcuna distrazione esteriore, come chi da una miniera guardi fuori, ma affinare gli occhi dell’anima ed entrare in contatto con le cose, senza neppure la meraviglia del bambino, senza alcuno stupore, ma con la chiarezza asciutta di chi va limando parole, come già viene detto nella prefazione di Leonardo Omar Onida.

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Illustrazione di Stefania Sergi, contenuta nel libro

E la metafora superba che Ugo Magnanti adopera per queste sedici rapsodie sarde, nella seconda che è la chiave di tutte, è quella dell’albero silenzioso che, senza occhi, ma con radici e foglie e rami alti, esso stesso preso nella sua visione, esso stesso “facente parte”, tende il suo essere a captare il passaggio di “ciò che non si vede”: «Apro le palpebre come /le può aprire una pianta,/ e cieche nozze vivono ovunque:/ della festa, vi dico, anch’io/ sono parte, sono l’albero/ incoronato con l’afa d’estate:/ così il silenzio si spoglia di tutto,/ e tutto è come per sentito dire. […] È questo passaggio di ciò/ che non si vede a stringere i frutti/ in un soave pugno, a far parlare/ i rami più alti…»

Come chi ritrovi un grembo: poesia come rivelazione e ricerca di una Terra Madre che provveda a tutto l’essere nella sua triplicità di Essere, Padre, Figlio e di Poeta, Aedo, Rapsodo, giacché Uno è molti a partire da tre. Lo ricorda Ida Travi nel suo saggio sulla lingua materna (L’aspetto orale della Poesia) nel capitolo in cui tratta della benda per gli occhi, ella scrive: «Dal drappo che la scrittura stende sulla coscienza si ricava la benda per gli occhi, dalla benda per gli occhi i panni per le ferite della coscienza. […] Il suo linguaggio non può essere che un enigma o il sintomo di un trauma. Interrogare gli dei, oppure iniziare il viaggio scendendo in sé. Quando ogni voce tace, chi tende la mano verso il libro fa tutte e due le cose.»

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Illustrazione di Stefania Sergi, contenuta nel libro

L’aedo si fa rapsodo (tutto è come per sentito dire) e inizia a cantare la canzone che arriva da un Altrove, una terra increata e preesistente, quella del mito e del disincanto, quella dove si scende abbracciando l’aria. In questi versi, ma in tutte e sedici le rapsodie, che sono introdotte dal cantore (prima voce) in un preludio di poche parole, prose poetiche che assurgono a tópoi di un poema più ampio (seconda voce), emerge sottilmente la tensione fra il dentro e il fuori, con la relativa pro-tensione del dentro verso il fuori e del fuori verso il dentro; un paesaggio interno che va a posarsi sulle cose: «La mia altezza guarda giù/ da un sogno, ma si misura/ con i passi che mi sono tolti:/ sono l’albero nel vento/ che viene dal Monte Meana,/ dalle grotte in cui il Tallone di spiriti/terrestri sbriciola la lepre estinta,/ e il suo scheletro bianco.»
Poi riprende il viaggio e stavolta è il poeta che attraversa la propria terra dolorosa, per essere gettato fuori, come chi sia scalzo e con la bocca arsa, come chi parli di un passaggio aperto, come chi sia sbattuto da un’onda sugli scogli.
In questa catabasi che è discesa al regno dell’invisibile ma anche al luogo sospeso delle anime non viventi, Magnanti dialoga con i morti, come chi sia vivo e incontri chi sia morto. «Di giorno ho più anime dentro» scrive, ed egli stesso chiede di diventare invisibile (potessi chiedere/ alle notti e al cielo allora/ chiederei di essere invisibile) per calarsi nel paesaggio di chi non è più. «Se un essere umano allunga un braccio e trae a sé pagine scritte, è come se accostasse l’orecchio alla bocca di qualcuno che non c’è. Tra la mano e la mente si stende, per il tempo d’un lampo, una zona oracolare, in cui “il libro” sta per albero, nuvola, pietra, cose del mondo da cui emerge, come se venisse da fuori e in silenzio, la voce interiore.» (Ida Travi)
Così le voci di Dora Comneno, Sergio Atzeni, Pinuccio Sciola, Renato Raccis e quelle dei poeti e scrittori citati Umberto Saba, Percy Bysshe Shelley, Giuseppe Dessì, Vito Riviello, e quelli non citati ma presenti nella forma di ispirazione classica e richiami voluti e inconsci, emersi in questa discesa, si fondono ai paesaggi che hanno abitato, cantato o solo sfiorato; così il poeta “tellurico” si fa numinoso e alle cose non viventi dona una voce come di anima, e le rocce cantano, i venti e le acque cantano, i giunchi cantano, e tutto, vivo, vibra di eguale e smisurata preesistenza, in una tensione elettrica, propria di ciò che muta e dunque esiste: «[…] vive/ una tentazione in ogni brezza,/ e un esistere accanito si flette/ con le vampe d’agosto.»
Il poeta, drammaturgo e romanziere tedesco Gerhart Hauptmann, Nobel per la letteratura nel 1912, diceva che «Esser poeta significa far risuonare dietro le parole, la parola primordiale.» (Jung, Psicologia e Poesia). E cos’è la parola primordiale se non la roccia, l’essere più antico che ha vibrato nel suono del big bang e dell’impatto della nascita del mondo? Così la parola primordiale, la parola del mito, del primissimo suono, è la pietra e Ugo Magnanti, che dedica la sua sesta rapsodia alla memoria di Pinuccio Sciola, scomparso proprio durante la stampa di questo libro, lo sa, conosce la magia delle sue sculture sonore esposte in tutto il mondo, e ne lascia preservato il mistero, l’enigma di cui parlava Ida Travi, consegnandoci il bagliore accecante della luce: «Alla città offrono la nuova pietra/[…]sotto la mano che la vuole viva/ e sente la vena tiepida dove tutto/ è un frammento su cui batte il sole.»
Nei versi di queste sedici Rapsodie Sarde, accompagnate dalle meravigliose tavole di Stefania Sergi, artista sarda, nelle origini, nel sangue e nella veracità del suo popolo, ricorre la parola pietra come una metafora di qualcosa che ha preso corpo, consistenza, ma anche pesantezza: «Ho scheggiato una pietra e spinto/ un macigno» scrive Magnanti, sfuggendo all’indistinto dell’inconscio, del muto, dell’invisibile, del taciuto, del non più vivente, del rarefatto che si adombra e nella forma oracolare del “fissarsi in scrittura”, pare perdere la lucentezza intravista e andare a fondo (perché le voci affondano eppure/sembrano lucenti): «finché/ si dilata una parabola di sassi/ lanciati ai cespugli,/ sempre scherzerà un addio/ respinto dalle vene.»; «le mani sono prese/ da un pezzo di ossidiana/ e indovinano gesti che non conosco»; «ora che hai una gemma al collo e le sorgenti/ ardono, la tua gola è un sasso che scandisce/ tumulti, e accade nel silenzio,/ anche se gli occhi chiedono di andare/ e hanno già dimenticato il dono»; «Una stella è avida sul lavatoio/ e sa farsi ripudiare, e crescere […] / per un segno intuito/ nel tonfo dei panni sulla pietra.»

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Illustrazione di Stefania Sergi, contenuta nel libro

Queste sedici Rapsodie sono un canto pagano di riscoperta in cui ognuno può andare a ricercare la propria vox originis, lasciandosi guidare dal canto delle pietre e dell’acqua e dai suoni che la poesia richiama alla memoria. «Poesia rapsodica del sedicesimo anno del nostro millennio è, dunque, questa nigro simillima cygno o, come si direbbe oggi, più unica che rara costruzione di sapienza e tecnica versificatoria su carta da musica in cui le sillabe-note dei righi-versi fanno canto e poesia all’infinito, per confessione dello stesso autore, oltre i limiti del testo, là nell’ulteriore contralto sedicesimo tra il grave femminile e l’acuto maschile ritmare interiore, anzi, nel suo ‘due volte infinito’» scrive Efisio Cadoni nel suo bellissimo saggio a conclusione dei versi del Magnanti. Un lavoro di pregio e di cesello che vuole pazienza nell’attesa, lo dice lo stesso autore: nelle minuziose note che percorrono l’opera, nella prosa di apertura come chi scivoli su una carta inviolata, come chi inventi un paese, come chi abbia per dovere il mezzogiorno, e nei versi: «Come in attesa di una crepa, annoto/ il respiro degli argini, con gli occhi rossi/ […] perché questo/ è il mio lavoro, è questo ciò che deve fare/ chi sorveglia una diga…». Lavoro che somiglia proprio a un’arnia, in cui per estrarre il miele, ossia la poesia, che ha richiesto tempo e lavorìo, si deve separare ciò che è buono da ciò che non lo è. E mi è tornata in mente, leggendo con attenzione Di allegorico miele (mi sono resa conto che tra riposi e riprese ho impiegato quasi un anno) la sublime riflessione sulla vita che arriva a trasformarsi in metafora di Fabrizio De André in Ho visto Nina volare: nel ritornello «Mastica e sputa da una parte il miele mastica e sputa dall’altra la cera» e che – lo racconta Ivano Fossati, coautore della canzone, durante un concerto a Perugia nel 2000 – fu ispirato a Fabrizio dalla scena di alcuni vecchi che masticavano il favo per separare la cera dal miele, mentre stavano girando il Sud, nei pressi di Matera. Una poesia che va detta, che va cantata, nel senso proprio di masticata, portata di nuovo alla bocca, saggiata, nelle sue molteplici sfumature e richiami profondi, fatta propria nelle memorie dei luoghi e delle suggestioni, andando a ritrovare le allegorie che legano altri significati ai luoghi, reali, metaforici, interiori e narrativi (i tópoi di cui s’è detto) percorsi dall’autore come chi sia perduto e affiori: «E non si sa come sia successo,/ non si è visto l’attimo che cambia, /ma soltanto una strada rigonfia/ che sbuca su una fioritura,/ e il fragore di chi nasce ora:/ un faticoso fiore per tutti.»

Valentina Meloni, Castiglione del Lago 30/11/2017


libro edito da FusibiliaLibri
recensione già apparsa in Diwali- rivista contaminata Autunno XVII

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Chiamata a contributo Euterpe n.27

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Ultimi giorni per inviare i vostri contributi alla rivista di letteratura Euterpe numero 27 il cui tema sarà “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 15 Luglio 2018 . In anteprima si annuncia che questo numero della rivista verrà presentato al pubblico, con letture e interventi degli autori che potranno/vorranno essere presenti, il prossimo 8 settembre a Senigallia (Ancona) presso il Palazzetto Baviera.

Attendo vostre interviste e candidature per la rubrica Maieutikè in dialogo con gli autori

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Per la rubrica di poesia di ispirazione giapponese Komorebi di cui sono redattrice potete inviare un haibun e fino a 5 haiku (ma anche senryu, tanka, keiryu) preferibilmente in linea con il tema proposto. Il tema non è vincolante ma avranno la precedenza di pubblicazione i testi che si allineano all’argomento richiesto e comunque i componimenti che dimostrano cura e ricerca e che abbiano superato, prima di ogni cosa,  una vostra accuratissima selezione e /o revisione ove si renda necessaria.

Per informazioni, richieste e invio dei testi che necessitano una supervisione scrivete alla e-mail: valentinameloni.euterpe@virgilio.it

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Si raccomanda di consultare le norme redazionali e porre la dovuta cura ai materiali da inviare, per informazioni consultare evento fb  

Notte stellata

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lunghi i giorni
in cui anelo
dolci distacchi
ed echi smisurati
di sinfonie celesti
una notte stellata
ci solleva i volti
lontane le chimere
distanti le galassie
dispersi i nostri corpi
ma più vicini a Dio
di quanto noi sappiamo

all’unisono gli occhi, persi
in questo immenso cielo

Mare nostro quotidiano

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fotografia di Stefania Di Lino

Martedi’ 12 Giugno 2018 alle ore 17.00 Roma.

Da un’idea di Stefania di Lino (poeta e artista), nel suggestivo studio di Domenico Annicchiarico (scultore docente e tecnico d’arte), nel cuore di Roma, sarà presentata l’Antologia poetica “Mare nostro quotidiano” (Ed. Scuderi, Avellino)

Intervengono: Domenico Annichiarico e Stefania Di Lino
Relatori: Rita Pacilio, Vanina Zaccaria, Giuseppe Vetromile

Reading poetico degli autori e dei poeti presenti

Per info: stefaniadilino@libero.it

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“In questa Antologia, quattordici Voci poetiche diverse tra loro per stile, per età, per luogo di provenienza e per formazione, tutte altamente valide e propositive, rendono il tema del mare nostro quotidiano veramente affascinante e suggestivo, aprendo nuovi inaspettati orizzonti e frange di allusioni a possibili, o probabili, aspettative sociali e personali: dalla storia intima e quotidiana di ciascuno, cioè dal mare interiore, al mare vero e proprio…”
(dalla prefazione di Giuseppe Vetromile, poeta e curatore)

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studio di Domenico Annichiarico, fotografia di Stefania Di Lino

 

Corrispondenze da un mondo increato

Accade — ed è sempre accaduto — che due poeti scambino delle corrispondenze, che il proprio percorso umano e poetico s’incontri su un crocevia di parole e sensazioni non solo propri. Così è accaduto tra Giorgio Bolla e me. Un giorno qualcosa di inspiegabile ha dato l’avvio, non alla telefonata, non a una semplice e-mail o lettera, ma a una necessità umana tra le più antiche, quella di comunicare in assoluta libertà, quella di «trovare le parole esatte o, in ogni caso, le meno inesatte e portare alla luce un fardello opprimente per provare sollievo» come scrive Thomas Stearns Eliot in Le tre voci della poesia. *

Un orfismo lirico che tende alla prima delle tre voci descritte da Eliot dà così l’avvio alle nostre corrispondenze e prosegue verso l’interlocutore (seconda voce) che è, sì, l’altro poeta, ma anche “l’altro” inteso come destinatario sconosciuto di una missiva che sorge da voce spontanea, a tratti incontrollata e fluente come scroscio d’acqua. La scomparsa di un poeta amatissimo, Pierluigi Cappello,  è l’input su cui si regge la corrispondenza tra le nostre voci poetiche ed è anche ciò che, inconsapevolmente, ha trainato la mia poesia, la nostra poesia, da un presente spinto a farsi passato incipiente: quello delle “parole povere” di Pierluigi Cappello,  che per nessun motivo si volevano lasciare andare, tanto più vive oggi, in questo libro-suggello che raccoglie il nostro ricordo, il nostro smarrimento, il nostro dolore, ma anche la nostra infinita gratitudine per una poesia che è già parte della tradizione.

Francine Van Hove

dipinto di Francine de Van Hove

Sempre Eliot in The Sacred Wood definisce, in un saggio importantissimo intitolato La tradizione e il talento individuale, qual è la posizione del poeta riguardo alla tradizione. Egli afferma che la tradizione è l’insieme vivente delle opere valide che sono state scritte, da Omero fino ai giorni nostri, e che questo passato agisce su ogni scrittore sensibile. Afferma, anzi, che lo scrittore sensibile deve “prendere” da questo passato, ma non in una maniera servile o meccanica: deve far rivivere in sé i grandi del passato, che sono anagraficamente morti, ma che, come poesia, come validità di quanto hanno conosciuto e insegnato, sono sempre vivi, molto più vivi di tanti vivi “anagrafici”. L’affermazione di Eliot — come scrive Margherita Guidacci nel suo saggio del 1988 — era di una novità straordinaria per quel tempo (1920) e conserva intatto il suo valore anche oggi perché se nelle poetiche, in genere, si cerca di mettere in risalto quello che distingue un singolo autore e l’originalità è considerata una virtù, per Eliot, invece, la virtù sta nell’inserirsi armoniosamente nel “vivente insieme” di tutte le opere da Omero in poi. Egli arriva a dire che l’arte deve essere non affermazione della personalità ma “spersonalizzazione”, proprio nel senso di sentirsi parte di un tutto più vasto.

 

Ecco che se dovessi descrivere la sensazione che ci ha pervasi durante la stesura delle nostre corrispondenze userei proprio queste ultime parole della Guidacci nel far emergere la visione di Eliot: sentirsi parte di un tutto più vasto.

Così è stato tra noi, perché così doveva essere. (dalla Premessa)

«Il poeta che un pomeriggio di inizio ottobre 2017 parte da Padova e giunge alla pieve di Cassacco, paesino della periferia udinese è Giorgio Bolla. Si reca al funerale di Pierluigi Cappello, una delle voci poetiche più amate degli ultimi vent’anni, poi si sposta a Casarsa, alla tomba di Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali e dei poeti più importanti del secolo scorso, quindi, di ritorno, decide di chiamare l’amica e poetessa perugina Valentina Meloni; c’è andato anche per lei, a quel funerale, ha portato con sé anche il dolore di Valentina, che non può essere presente.
[…] nasce un dialogo in poesia fra due anime affini, questa corrispondenza – che non rispetta sempre l’alternanza e perciò libera dai vincoli del do ut des, nel suo rapporto e nella sua forma, increato in un certo senso, e perciò ancora più “umano”– fra due poeti che sentono lo slittamento in atto in una società, intendasi mondo, sempre imperfetto, mai concluso, creato sì, ma come lasciato da finire, per noia o profezia – e cercano di colmare i vuoti rimasti aperti, le ferite mai suturate in questa nostra terra martoriata da guerre e miseria, ingiustizia e tragedie, con gli stessi materiali dei due più importanti poeti friulani degli ultimi decenni: da una parte con lo stucco, la malta dell’accorata denuncia e della fame d’amore e giustizia di Pasolini, dall’altra col cotone, candido e così simile a «questa neve lieve/ che imbianca le ombre» (V.M.) della limpida “naturalità” di Cappello.»

dalla prefazione di Fabio Franzin

GB

03/10/2017 ore 21.25

Che strana terra
è la tua
anche quando la neve
riempie i confini
dei prati
ogni volta perde tutto
la Signora nostra
ma sempre il fiore
sulla pietra
vince il tempo
e le ore
della notte.

***

VM

3/10/2017 ore 22.18

Che strana terra
la nostra
quando – arresi –
ci disorientano
i crocicchi di voci
e finiamo col mettere radici
nel vento
ci si aggrovigliano le parole
ma non temiamo
il silenzio del fiore che arriva
più bianco a toccare l’aurora.

Buona lettura


*Leggo la citazione dalla bacheca della fine poetessa e critica Adriana Gloria Marigo, a sua volta condivisa da altro autore; la riprendo e la faccio mia in questo contesto, perché credo che chiarisca la condizione del poeta sulla necessità del dire poetico. La citazione per esteso è così riportata:

La prima voce è quella del poeta che parla a sé stesso, ovvero a nessuno. La seconda è la voce del poeta che si rivolge a un uditorio, grande o piccolo che sia. La terza è la voce del poeta quando tenta di creare un personaggio drammatico che s’esprima in versi. […]
In una poesia né didattica né narrativa, e non animata da uno scopo sociale estrinseco, il poeta può solamente preoccuparsi di esprimere in versi questo oscuro impulso. Egli non sa ciò che ha da dire finché non l’abbia detto; e, nello sforzo di dirlo, non si preoccupa di rendere alcunché comprensibile agli altri. In questo stadio del suo lavoro egli non ha impegni di sorta con nessuno; la sua cura è soltanto di trovare le parole esatte o, in ogni caso, le meno inesatte. Non è affar suo preoccuparsi se mai qualcun altro le ascolterà o no, o se mai potrà capirle: è oppresso da un fardello che deve portare alla luce per provare sollievo. […] E allora egli può dire alla poesia: Va’! Trovati un posto in un libro; e non aspettarti ch’io m’interessi più a te.

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Corrispondenze da un mondo increato è in promozione sul sito editore La Vita Felice fino al 31 maggio 2019.  Buona Poesia!

 


 

L’Élue

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Cover di copertina di L’Élue  per l’edizione francese (2008) di “Gathering Blue” della giovane autrice americana Lois Lowry. Autrice: Elisabeth Cohat.

devi chiudere gli occhi
chiudere gli occhi e non
voltarti indietro bambina
vai avanti    fa come fosse
stato un brutto sogno
non temere chi ti osserva
come se questa vita non
ti appartenesse, salta
e chiudi gli occhi bambina
inventa un mondo nuovo
infrangi gli specchi
abbandona i sepolcri
e questo cielo spezzato
sei tu        sei proprio tu
che cammini in millimetri
e sai la fatica del vento
ripeti il tuo nome e taci
le ingiurie che affoghi
in secondi infiniti e aguzzi
che ti pungono il cuore
devi chiudere gli occhi
con i pugni serrati stretti
così      ben alzati a difesa
senza darlo a vedere

 

__________________________________nanita_______________________________________

Das Es

rosa-gift

l’es al centro del gioco
classe minuta bugiarda d’intenti
dove loro guardavano il corpo
si scaldavano dentro la fiamma
per andare a ballare
senza leggere gli occhi
le dissero zitta tu non parlare
le dissero guarda allunga una mano
le dissero pazza, scema è la vita 

bambina cattiva
puoi soltanto restare a guardare
le dissero ascolta
non dicevano niente
soltanto prendevano
usavano invano
le dissero usaci, prendici, gioca
le dissero vattene via lontano

Emigrazione: sradicamento e disadattamento_ Euterpe n.26

Siamo felici di comunicare l’uscita del n°26 della rivista di letteratura Euterpe che proponeva quale tema di riferimento “Emigrazione: sradicamento e disadattamento”.

In questo numero ho curato la rubrica di haiku e haibun Komorebi con i contributi di tredici haijin tra cui, in via eccezionale, anche un mio vecchio haibun sulla mia infanzia romana e l’intervista a Michela Zanarella e Fabio Strinati sul loro ultimo lavoro poetico “L’esigenza del silenzio”.

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito “Leggi i numeri della rivista” o, per maggiore praticità, può essere raggiunta a questo link Da questo numero è anche possibile visualizzarla in modalità ISSU/ Digital Publishing modalità di visualizzazione particolarmente adatta per smartphone e tablet.

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 15 Luglio 2018 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista che è possibile leggere a questo link: http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html dove pure si fa menzione al fatto che gli associati alla Ass. Culturale Euterpe, a parità di giudizio da parte della Redazione, hanno diritto prioritario alla pubblicazione delle loro proposte.

In questo numero sono presenti  testi di Nicoletta Alaia, Gabriele Andreani, Davide Argnani, Cinzia Baldazzi, Stefano Bardi, Maria Luisa Bartolotta, Diego Bello, Mariella Bettarini, Donatella Bisutti, Lucia Bonanni, Anna Maria Bonfiglio, Pasqualino Bongiovanni, Karoline Borrelli, Corrado Calabrò, Luigi Pio Carmina, Maria Pompea Carrabba, Francesco Casuscelli, Martino Ciano, Massimiliano Città, Angelica Costantini Hartl, Valtero Curzi, Valeria D’Amico, Stefano D’Andrea, Asmae Dachan, Assunta De Maglie, Mario De Rosa, Carmen De Stasio, Rosanna Di Iorio, Franco Duranti, Angela Fabbri, Maria Grazia Ferraris, Tina Ferreri Tiberio, Loretta Fusco, Nadia Ghidetti, Rosa Elisa Giangoia, Denise Grasselli, Nicola Grato, Eufemia Griffo, Fabio Grimaldi, Maria Teresa Infante, Izabella Teresa Kostka, Cristina La Bella, Cristina Lania, Antonietta Losito, Marco Lovisolo, Francesca Luzzio, Dante Maffia, Valerio Magrelli, Antonio Mangiameli, Lorena Marcelli, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Alexandra McMillan, Antonio Melillo, Valentina Meloni, Antonio Merola, Gassid Mohammed, Gabriella Mongardi, Antonella Montalbano, Alessandra Montali, Mirella Musicco, Stefania Pellegrini, Cinzia Perrone, Pina Piccolo, Patrizia Pierandrei, Domenico Pisana, Vincenzo Prediletto, Alessandra Prospero, Luciana Raggi, Antonio Sacco, Paolo Saggese, Luciana Salvucci, Maria Antonietta Sansalone, Anna Santarelli, Tania Scavolini, Lorenzo Spurio, Rita Stanzione, Norma Stramucci, Letizia Tomasino, Bogdana Trivak, Laura Vargiu, Mario Vassalle, Michele Veschi, Jessica Vesprini, Rodolfo Vettorello, Michela Zanarella

 

Eva

Sono arrivate le prime copie di Eva. Libro testimonianza delle donne oppresse o che hanno subito violenza da parte della società. Ringrazio la casa editrice Edizioni N.O.S.M. presso cui sarà possibile reperire il testo, la curatrice in qualità di Anna Maria Dulcinea Pecoraro che ha svolto un lavoro non facile, le ragazze che hanno posato e chi ha collaborato a questo progetto sperimentale per testimoniare la sua vicinanza a chi non ha voce o capacità per difendersi.

Spero che altre persone si faranno portavoce di chi lotta per la propria sopravvivenza.

Valentina Meloni

vita

Il quadro Bellezza della gravidanza.... - L'artista Daria Górkiewicz

Acquerello:di Daria Górkiewicz

ti ho dato la mia schiena
e il cuore tutto
spezzato a metà
per metà preso
ti ho dato le mie gambe
e il perdono sofferto
un po’ dei miei capelli
e i miei occhi ingenui
tengo il male per me
gli errori che ho fatto
tutti sulle mie spalle
come un coltello
chi non fa nulla
certo non sbaglia
io ho sbagliato,
ho sbagliato, certo.

 

nanita

(nessuna lacrima di coccodrillo ormai non c’è davvero nulla per cui valga la pena piangere, si ragiona su ciò che si è fatto, su ciò che è stato disfatto, su quanto ancora si abbia voglia o meno di ricominciare o di dare agli altri e forse è meglio chiudere gli occhi su tutto e inventarsi un mondo nuovo)