Il fiore della luna-Leggenda di Rosaspina

Collana Maloca La Linea dell’Equatore
In Copertina “Rosa” di Santo Previtera, olio su tela

Perché questo libro?

Perché esiste una contingenza che è la scrittura stessa e valica ogni confine. Dunque la rivisitazione di una fiaba, di un mito, la proiezione di un amore oltretempo, la verità taciuta, l’innocenza che incontra l’eros altissimo come ordine non manifesto ma suggerito. La parola che sfiora, l’apparenza di semplicità, il rigore di un’armonia nascosta, sottile, incantatoria. Una visione e una tensione che si sono intrecciate alle parole notturne. C’è questo mio essere ribelle alle convenzioni e c’è questo rigore ricercato nella classicità di immagini e simboli. C’è una poesia nella poesia, la storia di un amore che è centro: rosa mistica e carnosa, un viso di donna e un apparire d’uomo. Non contano più i nomi, le identità, conta la voce, conta l’essere, il ritrovarsi a specchio in quel sentiero, solo questo conta e la Luna che lascia la sua scia di latte luminoso per dirti “Sole che mi sei dentro”. 

“La Rosa e il suo linguaggio simbolico hanno perenne validità. Essi non si fondano sulla storia e sulle apparenze come sulla vanità, non necessitano di falsi orpelli, ma provengono dalla Tradizione Sacra, metastorica e metafisica, alla quale hanno attinto tutti i popoli: così per la letteratura cortese e cavalleresca dell’Islam dei Sufi, del Medio Evo cristiano e dei Tantra indù.”
Giuseppe Vinci

Annunci

La foresta dei violini

C_2_fotogallery_3088043_11_image

Fotografia di Federico Modica

suonavi il tuo violino
come ti avevo chiesto
– desiderio di bimba
esaudito per gioco …
tu non lo sai amore
ma avrei voluto dirti
della neve che cade
sui grandi abeti rossi

là nella Val di Fiemme
dove passeggia ancora
____malinconicamente
il fantasma infelice
del vecchio Stradivari,
di quei monti selvaggi
che furono vulcani
_____chissà in quali ere

forse non ti eri accorto
di come si sciogliesse
la neve del mio inverno
_____a tutte le tue note
di come si fermasse
in quella stanza il tempo.
__e ora scivola candida
ci copre lentamente:

è un bianco che cancella
il mio e il tuo sorriso…
come un sudario scende
______sulle valli straziate
dal vento dell’oblìo
sulle corde toccate
__________dalla felicità.
no, non ci aspettavamo

che fosse così bello
e adesso fa più male
adesso che desidero
anch’io dimenticare
____tutti i violini muti
della nostra foresta
senza più suoni senza
più canti tra i tronchi

abbattuti dal vento,
_____tra nuvole cariche
d’un pianto trattenuto
di petali di neve
che ancora scende, bianca
____su tutte le parole
che non sappiamo dire
che non diciamo più.

28/11/2018 [inedito]

nanita

Le otto montagne di Paolo Cognetti

 

91HnBfcGQlL

Ho incontrato il nome di Paolo Cognetti, per la prima volta, con Il ragazzo selvatico: quella copertina mi invitava e, alle stesso tempo, mi respingeva. Un lettore deve fare sempre i conti con il proprio tempo e con le proprie tasche. Così lo lasciai lì, sullo scaffale.

Sono passati un po’ d’anni da quel giorno ed ecco che lo ritrovo vincitore del Premio Strega. Vorrei leggerlo, come avrei voluto leggerlo anni fa, anche se ho una pila di libri sul comodino, alta come una montagna e, ascoltando i pareri di chi non vuole leggerlo, per partito preso, per antipatia, o forse perché non è interessato, me ne convinco. È, di nuovo, la curiosità che mi porta ad aprire la prima pagina come se fosse la porta di un fresco rifugio di montagna.

Certamente il richiamo del mio sangue, per metà marino, per metà montanaro, non ha resistito alla parola montagne e assieme al libro ho provato a leggere un po’ del mio passato, di una memoria collettiva e immaginaria di cui faccio parte anche io.

Ho aperto quella porta. La porta della baita di Pietro, detto “Berio” in dialetto valligiano, soprannome dato dall’amico Bruno. Berio è il protagonista, anzi no, la vera protagonista è la montagna. Così sono andata a vedere quel rudere sul Grenon che Pietro ha ereditato da suo padre e l’immaginario che contenie, fatto di  una storia tra un ragazzino di città, scontroso e solitario, e un ragazzo di montagna costretto a crescere in fretta, in un piccolo paesino ai piedi del Monte Rosa. Una storia ambientata in quei paesaggi montani che ho vissuto anche io, ma solo nella dimensione vacanziera, e per brevi periodi,  non come Bruno che a quei luoghi ha lasciato la sua di eredità, quella esistenziale.

«Del tetto crollato non c’era piú alcuna traccia. Ma dentro al rudere, in mezzo alla neve, aveva fatto in tempo a crescere un piccolo pino cembro, che si era aperto la strada tra le macerie e ormai raggiungeva l’altezza dei muri. Eccola lí, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino.»

Mi sono trovata di fronte a una scrittura semplice, pulita e bella come difficilmente capita di leggere, una trama dall’impianto classico e non troppo originale che mi ha, però, coinvolta fino alla fine e mi ha lasciato qualche riflessione profonda e un po’ di nostalgia.

È proprio questa nostalgia che ho avvertito il filo che lega un capitolo all’altro, un personaggio all’altro, un paesaggio all’altro, in un gioco di continuità che non ti fa smarrire nella trama. Mi sono sentita parte della cordata che legava Bruno, Pietro e suo padre alla scoperta di quel ghiacciaio che contiene la memoria dell’acqua del passato e fa sì che non si sciolga, se non quando è arrivato il suo momento.

«In quel momento eravamo tutt’e tre sul ghiacciaio, insieme, come non sarebbe più accaduto, con una corda che ci legava uno all’altro, che noi lo volessimo o no.»

La nostalgia per la montagna e per l’infanzia, la nostalgia per la purezza che una cima lontana ispira e la nostalgia per gli ideali, per ciò che vorremmo essere e ancora non abbiamo conquistato.

Mi ha colpito la pacata riflessione di una scrittura che scaturisce dall’animo di chi la montagna la vive profondamente con le sue bellezze e le sue contraddizioni.

La più felice intuizione, che ricorre in tutto il romanzo, è senz’altro quella della madre di Pietro che attribuisce a ogni persona la propria altitudine. Pietro/Berio, un’anima divisa tra città e paesaggi montani, riflette su come, ognuno di noi, abbia una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. Mi ritrovo a pensare a quale sia la mia e non ho dubbi: è senz’altro il bosco di abeti e larici dei 1500 metri, come per la madre di Pietro. Anche se ho sempre nutrito un fascino per la prateria alpina, le malghe, i torrenti e le torbiere. Ma l’ombrosità del mio carattere mi fa sempre tornare agli alberi e al bosco, quindi, credo che quello sia il mio paesaggio personale.

Alle vette non sono abituata, anche io, come il Pietro bambino, ho mal di montagna, e dover conquistare ogni volta una nuova cima, non mi rende più felice o appagata. L’acqua del ghiacciaio, che congela in inverno i ricordi e poi li restituisce in forma di sorgente, quella che rende felice Giovanni Guasti, il padre di Pietro, a me fa stare male.

«Il ghiacciaio, disse a me e Bruno sul sentiero, è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi. Sopra una certa altezza ne trattiene il ricordo, e se vogliamo sapere di un inverno lontano è lassù che dobbiamo andare.»

Forse allora anche le persone sono come gli alberi e quel piccolo cirmolo nato in mezzo al rudere, l’arula, è come un piccolo altare di una chiesa antica, la manifestazione sacra del genius loci che sa mettere ogni cosa al proprio posto. Il pino cembro nasce soltanto al di sopra dei 1200 metri, come Bruno non può scendere a valle a vivere perché sarebbe fuori posto, così il cirmolo non sopravvive al di sotto di questa quota. Pietro lo trapianta non lontano dalla baita, in cima a una roccia che dà sul lago, si chiede se così trapiantato ce la farà a sopravvivere…

Pietro, una volta cresciuto, deciderà di non voler più seguire il padre; è il ragazzo che si trova a dover fare i conti con ciò che vuole essere e con ciò che gli altri vorrebbero che lui sia, è il ragazzo che parte e fa nuove esperienze, è l’uomo che parla la lingua immaginaria dell’arte e della visione, in contrapposizione al dialetto che gli insegna Bruno, l’amico che resta, l’amico che resiste, finché può, finché la montagna non se lo riprende. Perché il dialetto è la lingua concreta delle cose: il larice è la brenga, l’abete rosso la pezza e il pino cembro, quel piccolo pino nato in mezzo alla casa, l’arula. Berio vuol dire sasso, e il sasso è senza dubbio la parte più antica della montagna. Bruno stringe così, con questo soprannome, un’amicizia concreta, un legame che si forma in quei paesaggi di montagna che non si possono dimenticare. Vuole tramandare in Pietro quel luogo di memorie, vuole che Pietro diventi parte del suo paesaggio e quindi della sua vita.

Bruno è un personaggio commovente che mi ricorda la gente semplice di montagna che ho conosciuto nella mia infanzia e che mi procura una nostalgia feroce, come quella di un migrante che ha dovuto abbandonare la propria casa. Eppure, nella sua semplicità, è un personaggio complesso in cui si distinguono pulsioni estreme lasciate in attesa, semi che non possono germogliare in una sola vita, ma soltanto nella sua continuazione. Bruno, lo immagino proprio come un orso, un eremita del nostro tempo, un personaggio invisibile, così lontano dalle personalità narcisiste che viviamo quotidianamente. Mi è simpatico da subito, mi sembra quasi di volergli bene perché Bruno rappresenta quel pugno di persone che resistono nel preservare la bellezza dei luoghi incontaminati e la consapevolezza che un vivere diverso è possibile, anche se non ci siamo più abituati. Bruno è colui che sta lì a ricordare a Pietro e a noi lettori che «La natura non è un posto da visitare. È casa nostra», volendo citare le parole di Gary Snyder.

E persino il suo fallimento nel voler gestire la propria impresa, il suo ideale che non ha voluto barattare al facile guadagno da muratore, è un insegnamento che Paolo Cognetti non ha messo lì per caso. Per essere fedeli a se stessi, infatti, bisogna saper sostenere la sconfitta e la solitudine: due grandi lezioni che ogni persona che vive e ama la montagna impara.

In questa contrapposizione tra i due protagonisti sta la chiave di lettura del romanzo di formazione che ha vinto il Premio Strega, nel diverso modo di affrontare la vita che è incluso nel titolo Le otto montagne. E il vero significato di questo titolo lo scopriamo nella terza parte del romanzo quando Pietro che, dopo la morte del padre, è partito incontro a nuove montagne, le più belle e lontane del mondo, incontra un vecchio nepalese che porta un carico di galline su per la valle dell’Everest: è lui a raccontargli delle otto montagne. I due scambiano qualche frase in nepali, il vecchio gli chiede come mai s’interessi tanto all’Himalaya e, sentendo la risposta di Pietro, esclama: «Ah. Ho capito. Stai facendo il giro delle otto montagne.» Poi, tracciando una ruota a terra con un bastone, si mette a raccontare: «Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi.»

Nel dirlo traccia, fuori dalla ruota, una piccola punta per ogni raggio, e poi una piccola onda tra una punta e l’altra. Otto montagne e otto mari. Infine disegna una corona intorno al centro della ruota, la cima innevata del Sumeru. Si ferma e poi punta il bastoncino al centro, concludendo: «– E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?» Il portatore di galline guarda Pietro e sorride poi cancella il disegno con la mano… ma Pietro capisce che non lo dimenticherà.

Ed è qui che io, invece, comprendo perché ho voluto aprire la porta di quella baita. Conosco i miei limiti. Non ho mai avuto abbastanza fiato per salire sulla cima innevata del Sumero.

Leggendo questo romanzo ho capito anche perché molti non desiderino leggere Le otto montagne di Paolo Cognetti. Lo descrive, suo malgrado, Pietro, con una metafora, in un passo in cui racconta che il padre, rimasto solo ad affrontare le cime, inizia a far parte della schiera dei solitari che si aggira nei rifugi in cerca di compagni per la scalata, sapendo che nessuno è mai contento di legare un estraneo alla propria corda.

Per salire in cima ci si deve affidare, ritrovare nel proprio sangue un po’ di quella montagna, sapere che la tua sorte, la tua sopravvivenza è legata a quella degli altri e viceversa. Anche per leggere un libro, fino alla fine, bisogna affidarsi, all’autore, al suo linguaggio e al suo paesaggio immaginario,  vivere per un piccolo tratto di strada legati stretti alla sua corda.

Così sono tornata a leggere il suo blog e ho trovato, nel racconto che fa della stesura di questo libro, datato 8 novembre 2016, una frase che vi voglio riportare: «…Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l’inventore.»

Un libro, come la montagna, insegna a perderti, a tracciare o a seguire un nuovo sentiero. È racchiuso qui il patto di finzione con Paolo Cognetti: avere il coraggio di perdersi per ritrovarsi, di seguire il lungo viaggio delle otto montagne per poter rispondere alla domanda del vecchio portatore che, raccontando di mari e di montagne, disegna una ruota in terra con un bastone.

«Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna, il male da cui per anni l’avevo visto afflitto senza capire.»

E in questo è ben riuscito Otto montagne, io sono riuscita a leggerlo dall’inizio alla fine e sono una lettrice di romanzi che si annoia molto facilmente; è uno di quei libri che sembrerebbe poter accontentare tutti. Leggendo a distanza di un anno (si sa io sono lentissima e non posso cambiare a quarant’anni passati) queste mie riflessioni che avevo messo giù in bozza per una rivista (altra cosa andata a monte per motivi che ancora non conosco) mi si è affacciato alla mente un pensiero ricorrente insorto durante la lettura  di autori contemporanei anche piuttosto famosi o che hanno pubblicato per grandi editori e vinto premi. Ho pensato che questo è il tempo dei libri politicamente corretti, scritti bene, che presentano una trama che si può seguire con facilità, senza sforzi eccessivi da parte del lettore e che, magari, qui e là proiettano qualche riflessione brillante… Però io sono ancora dell’avviso (oggi più che mai) che a noi servano libri che scuotono, che aprono ferite. Sì io sono ancora convinta, come sosteneva Emil Cioran, che un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle, deve essere un pericolo. E l’unico pericolo che io ho avvertito leggendo per la prima volta Paolo Cognetti è che mi stessi uniformando a questo pensiero del politicamente corretto che striscia in maniera invasiva nell’ambiente culturale. Ho voluto anche io fare una lettura che fosse in sintonia col momento che viviamo, in un certo senso ho tradito me stessa perché ho lasciato sullo scaffale, nelle biblioteche, sul comodino chissà quanti libri che mi stanno chiamando per infliggermi quelle ferite di cui avrei bisogno.

Paolo Cognetti, «Le otto montagne», Einaudi, pp. 180, € 18,50


 

Castiglione del Lago, Giugno 2017-Novembre 2018, Valentina Meloni

Alambic

copertina completa ritagliata.jpg

per acquistare il libro invia* a paypalme: paypal.me/ValentinaMeloni 

In uscita per Progetto Cultura la mia ultima pubblicazione di poesia Alambic che raccoglie quattro sillogi (Naturalia, Piccoli canti pagani, Il canto del bosco, Alambic) in un’auto-antologia di poesia haikai e lineare (270 pagine), raccolta che copre dieci anni di scrittura dal 2006 al 2016. 

Qui potete leggere alcune delle poesie tratte dal libro pubblicate in riviste

Troverete Alambic allo stand A64 di Progetto Cultura all’evento Più libri più liberi Fiera Nazionale della piccola e media editoria che si terrà a Roma – presso La Nuvola Roma Convention Center, Viale Asia (EUR) – da mercoledì 5 a domenica 9 dicembre, con orario 10-20.


La Nuvola Roma Convention Center

un giorno diventerò un albero

un giorno, quando i miei capelli avranno smesso di crescere,
vorrei essere un salice, frusciare al sole primavere di foglia
pettinarmi con il vento e spettinarmi con il temporale.

un giorno quando il mio cuore non sarà più così rosso
forse avrà smesso anche di farmi male. allora vorrò
diventare un tiglio: lasciare i suoi mille cuori verdi al cielo
palpitare, come lui essere albero-soglia, sollevare il velo.

un giorno quando le mie gambe saranno ferme in orizzontale
io mi leverò dritta su punte di radice, e forse sarò più felice
quando tra le mie braccia-rami bruciando cadrà una stella.
allora farò di ogni ruga corteccia, solchi e carie scriveranno,
silenziosi, il mio dolore. un giorno quando sarò albero, forse.

quel giorno se non avrò più lacrime per piangere
stillerò gemme ambrate di cipresso e quando non vedrai più
le mie mani muoversi in nessuno dei miei gesti,
me le farò prestare dal castagno d’india: in antichi mudra,
composte, le mie nuove cinque verdi dita, dentro una carezza.

non conterò più i giorni della specie umana
il mio sarà un vivere di anelli e sospensioni
e il tempo circolare, della natura e delle stagioni,
in un respiro mi riporterà alla mia vecchia casa.

avrò occhi di faggeta selvatica e lunghe ciglia di tillandsia
la mia bocca silenziosa in calici di mandorlo e di magnolia,
esplodendo nella fioritura, farà tacere tutte le parole.
avrò seni neri scolpiti in legno d’ebano e fianchi misteriosi,
di betulla. il mio sesso sarà un frutto acerbo, forse avrà il sapore
aspro di una pesca e i semi, i temerari, avranno ali e polpa,
nel loro viaggio ancora mi porteranno altrove.

lascerò fuori gli inverni e mi coprirò della loro neve;
anche il mio grembo ferito avrà i suoi piccoli nidi,
oscuri e inattesi, nel tronco cavo di un olivo centenario.
un giorno quando sarò diventata albero smetterò
di essere carne e sangue, il mio nuovo vivere avrà
il sapore verde della linfa, la morbidezza antica
di un tronco di sequoia. e resisterà al fuoco dei giorni,
alla cenere degli anni, ai proiettili e ai colpi dei malanni.

come sorella forse avrò un’ amadriade, formiche e uccelli
per parenti e amici. e come madre, ancora, la foresta.
un giorno vi parlerò con parole nuove, con la saggezza
di chi sta fermo e non può più camminare, ma non ditelo
alla volpe, al picchio, allo scoiattolo o si spaventeranno,
nel mio tronco non faranno tane, non li potrò più accarezzare.

quel giorno non potrete più dire che sarò morta, dite piuttosto
che, come l’albero la foglia, avrò cambiato d’abito il mio colore.

(Poesia dedicata al progetto Diventare alberi contenuta nel libro)

  • *avendo cura di specificare il titolo Alambic e tipo di spedizione (aggiungere al costo del libro di 15 euro 1,28 per piego libri oppure 5,00 euro per piego raccomandato) e il proprio indirizzo completo.

A me restava la pioggia

22

Dara Scully photo

a me non restava niente:
un libro un anello un bracciale
un lenzuolo profumato di te
non una lettera un capello
una dedica neppure un perché.
forse una musica non scritta
per la mia memoria sfilacciata
la danza delle tue dita sui tasti
bianchissimi della mia vita.
a me restava la pioggia
come un sortilegio lontano
e la mia mano nella tua mano
che non si arrende all’evidenza
e piano ancora stringe il pugno
come ci fosse un calore
qualcosa che nasce e respira
ma se si apre, guarda, è una piuma
un piccolo passero che muore

 

nanita

 

tumblr_static_filename_640_v2

Bibbia D’Asfalto – la mia pagina inediti

cropped-Senza-titolo-1-2


38454826_10213062494063282_4279865778670403584_nOggi in Bibbia D’Asfalto la mia pagina autore con due poesie edite in Corrispondenze da un mondo increato, epistolario poetico con Giorgio Bolla e sei inediti, tra cui una delle poesie dedicate a Pierluigi Cappello

2018-11-07

 

LEGGI LA PAGINA AUTORE CON LE POESIE A QUESTO LINK 

Valentina Meloni, dieci inediti

Oggi sono ospite con dieci inediti in In un posto di vacanza, luogo ricco di contenuti e cura per la parola poetica. La poesia contemporanea ha una casa accogliente. All’interno trovate una selezione dalla mia prossima pubblicazione Alambic e la Poesia Forest in audioclip.
Grazie ad Alba per avermi invitata e accolta e a Patrizia per l’ospitalità.
Buona lettura/ascolto, e buon inizio settimana

Un Posto di vacanza

va.lentina76 Valentina Meloni; fonte: http://www.larecherche.it

foresta

io ero una foglia che oscilla al vento
ero il ramo da cui pendono le parole
ero la felce dalle lunghe braccia
la felce che abbraccia i sogni.
io ero il verde che incanta
il sentiero che s’inoltra, il buio.
io ero corteccia fatta di pane e graffi
e di minuscole orme. io ero la luce,
il raggio che filtra tra i rami degli alberi
la speranza di un volo appena nato
la danza dell’ape sui fiori.
ero un piccolo uccello, un usignolo
che canta e non si lascia vedere…
io ero il vento   io ero il vento, sì
che passa sulle teste,   che suona
io ero la pioggia, il temporale che tuona.
io ero il passo incerto e la voce silenziosa
ero il sussurro di un bambino
che parla ai suoi angeli
io ero la terra percossa e rivoltata,
io ero il cigno che…

View original post 1.924 altre parole

Comunicazione

22780363_2046736658883722_1417515731016937607_n

Comunico ufficialmente che il mio rapporto con la rivista Euterpe, l’associazione omonima con sede a Jesi, e il Premio Arte in Versi, si conclude dopo diversi anni di collaborazione. I motivi sono già noti ad alcuni e riguardano principalmente motivi personali (salute e tempo), ma anche e soprattutto il deterioramento dei rapporti all’interno della redazione che minano la mia serenità. Auguro un buon proseguimento ai miei colleghi redattori e agli amici autori con cui sono venuta in contatto in questi anni.

 

Lascio serenamente, coerente con il mio pensiero e con la volontà di aprirmi a nuovi progetti se verranno in futuro in un clima di collaborazione di più ampio respiro e rispetto del lavoro svolto.
Prego i colleghi che volessero avere delucidazioni di scrivermi in privato se lo riterranno opportuno o necessario e di comprendere che le motivazioni non riguardano isterie o similia come qualcuno probabilmente sosterrà, ma che sono ponderate e molto serie.
Grazie di cuore a ognuno di voi
Valentina

Libri in cantina

presentazione 1

Domani 6 ottobre in occasione di Libri in cantina a Susegana (TV) nella magnifica cornice del Castello di San Salvatore ore 16.30-17.30 la presentazione con gli autori della casa editrice La Vita Felice.

Saremo presenti per letture da
“Corrispondenze da un mondo increato-epistolario poetico”
di e con Giorgio Bolla e Valentina Meloni

34368869_10212643543349776_5990317499072118784_n

Siete invitati

                                              per dettagli e programma completo qui