Il sarto di San Valentino

LA POESIA UNA PIUMA

Caro Iuri, sono qui che passeggio lungo il lago, tra le mani tengo i tuoi versi. Leggera una bianchissima piuma va posandosi ai miei piedi. E’ impalpabile e delicata, appena curva, ma geometricamente perfetta, si regge in linee sottilissime, un biancore d’indecifrabile consistenza. Penso che sia venuta anche lei, caduta dall’ala forse di un longilineo airone, a dirsi metafora dei versi che leggo, cesellati in partiture finissime di immagini e scorci e mondi marginali e paralleli come quelli che la poesia conserva intatti ancora prima della parola e del linguaggio. Versi bianchi come bianco l’inverno che si srotola in un diario di affreschi ipotetici e inusuali dal giorno dell’anno più corto al crepuscolo di febbraio, il mese insipido come lo definisci tu, fino alle Idi di marzo. In questa silloge riapri il dialogo tra il poeta e il tempo, tanti i riferimenti temporali che si stagliano a rimarcare come il tempo sia sovrano, e tracci il segno di misura della luce che divarica gli anni dell’umano per scoprire una falla di minuti in cui si annida la poesia: Mia madre nasce a marzo, il mese difficile /dove la sera, in un tempo perso in cortili /senza vento, specchia la fine eguale al principio /di un fiotto di gemma da una roggia spaccata.  Lo rimarchi perfino nella punteggiatura, nel susseguirsi di quei due punti che indicano continuazione, che pongono gli enunciati sia come causa che come conseguenza dell’altro, ribaltando persino l’ora detta e battuta dall’orologio nel buco nero del presente.

L’orologio batte l’ora nel pomeriggio,

rorido di bucato steso, tra le insidie

dei fili tesi il nodo indissolubile del vento

che si fa casa in una sera chiara,

lampi di approvazione attentano

di bave rosa la volta: ricordavo l’insegna

di un vecchio bistrot: quanti anni fa?

Nulla è impressionante quanto il presente.

Il corpo esulta sulla terra tra brandelli

d’acqua dolce. Ma non conosco sepoltura

migliore, quel senso vago della sosta,

se non nel restare in piedi, assonnato:

della terra so il credo, il mistero, la religione.

L’orologio batte l’ora del pomeriggio,

attonito smonta le sagome degli alberi neri:

l’esaltazione esplode e sono fiori di campo

i sorrisi votivi lasciati sulle labbra.

Squarcio temporale fatto di tue minute descrizioni, di angoli bui di città, la tua amata-odiata Firenze, di attimi rubati ad amplessi tra gambe divaricate come meridiani dell’assoluto.

Nel giorno dell’anno più corto

le larve bagnate della notte

si trascinano lungo i cantoni,

gli sdruccioli il solstizio nulla

ha della gioventù. In questa

notte, appena accennata a sera,

lasci gli stivali dietro la porta –

il tempo di dormire per non sentire dolore –

ed è già un gran fuoco di luci. […]

Ed è incredibile come un verso tenga/ in tensione/ l’atleta, / l’acrobata sul filo, sull’orlo del cornicione. Devo rubare versi ai tuoi versi per dirlo anch’io con le tue parole, delle tue stesse parole, versi, perché abile tu definisci tra le righe il compito del poeta che è quello di creare connessioni cerebrali tra personalità diverse, di tendere fili e ponti tra la visione scorta in un pre-tempo e l’immagine increata e ricreata di chi viene chiamato alla tua poesia. Tu che ti affidi ad essa, alla poesia, cesello implacabile dell’artigiano e batti e lucidi e aggiungi e togli fino alla precisione dell’imperfetto canto, quello del sentimento mai detto e mai svelato, pure esistente, posto all’angolo della tua bottega come pinocchio impertinente. Parise prese l’avvio dalle lettere, dalla semplicità dell’erba, dalle piccole cose per i suoi Sillabari, ma tu stravolgeresti le tensioni per dire l’indicibile e allora ti fermi sulla soglia, solo suggerisci che oltre le lettere del nostro alfabeto ve ne siano altre, mai dette, mai cantate poste in alfabeti sconosciuti di cui solo s’intuisce la presenza. Quell’intuizione che il poeta sa essere fondamenta del suo dire: Scaccio artigiano scaccio il mio pinocchio:/un sillabario impossibile/da cantare. 

La tua è una poesia sorretta da un pensiero strutturato, dove la parola poetica soggiorna nella premessa del romanzo, che, nel caso tuo è pur sempre ancora vergato in prosa poetica per grandi tratti. E come potrebbe essere altrimenti?

Il tuo è l’occhio di un romanziere, di chi è ancorato al tempo, alla storia, ma poeta di un fine epoca in cui gli echi novecenteschi dello stile s’intrecciano alla premessa consolatoria di un’era che sta giungendo al suo tramonto. In questa fine, Sulla soglia che divide il mondo/ civile da quello operaio, / sulla soglia del fiume che innalza/ il lenzuolo di concedo tra i balconi /e le finestre piene di luce,  in questa epoca di transizione tra la caduta dell’io e l’estrema ostentazione di un sé oggettivato, ancora più presente lì dove si tenta nasconderlo fallendo, c’è sia mestizia che consolazione, tu ne registri attento la presenza e ne fai i pilastri da cui declinare versi.

Come è importante avere un pensiero,

rimanere sobri convinti di sé:

importante è altrettanto smontare

quel pensiero, essere altro da un istante

prima spesso è un crimine rimanere

immortalati sulle nostre posizioni.

Il gatto prima di avventarsi sul topo

deve disegnarlo. Sulle maggesi, fasciata

dalle nubi basse, ferito sono una gazza.

Ognuno deve porre fine al suo io,

apparecchiare il lume dell’umano,

inondare di luce, se pur timida,

la stanza del suo essere al mondo.

 La poesia sì, attende alla morte dell’io ma anche alla conservazione della lingua astratta dell’idea, dell’immateriale congettura che resta solo nella parola scritta e nei dizionari, perché nell’uso quotidiano consumati – come tu ricordi in nota a fine testo citando Pier Paolo Pasolini – nel linguaggio del consumo e della multimedialità.

Leale mi aggiro tra i nomi d’altri diversi, /leale mi batto come un leone – per questione/ anagrafica – la mia lingua è quella del Tommaseo, / in uno stile – sgrammaticato, esule da un / linguaggio di stato – si approva alla disubbidienza /civile. Da lontano provengono le nostre origini, / il nostro sorgere in un’alba d’aprile, esuli/nella sera o reduci di un viaggio perpetuo…

Io, però, non desidero fermarmi alla restituzione dei tuoi versi, agli echi novecenteschi, ai rimandi colti e sapienti, ai novenari e settenari, agli endecasillabi posti in cadenza musicale solo ove necessario a ritmare la tensione narrativa e immaginifica. Ti so lettore di prim’ordine, fine conoscitore di lontani poeti e prosatori semi-sconosciuti, hai acume e visione critica, già figurata da anni, oserei dire da decenni. Quello che mi muove a scrivere, a dirti con parola inadeguata, è questa tua ricerca della tenerezza che si arresta al lezzo del corruttibile, del corpo e del mondo che invade la parola con parola di commercio. Io ti chiederei, invece, se ancora la Poesia sia merce inconsumabile, come affermava Pasolini, o se mercificata anch’essa al ripiego dei favori, delle marchette di scambio, del potere di poco superiore all’altro solo per via delle giuste conoscenze e appartenenze. A te che definisci randagia la tua esistenza, non perbene, a te che vedi il cielo in un bicchiere sparso di stelle, a te che so essere al di sopra delle parti, come solo può essere chi sbaglia e ci rimette testa e collo, che non si vende per una fama improbabile, che riconosce il dissimile nel simile, che si dona con slancio quando trova ciò che cerca la sua parte di anima incorrotta che chiede asilo, perchè sai essere la poesia destinata ai tempi lunghi, al fallimento dell’esercizio del presente, se non addirittura inascoltata.

Ti chiederei se quel sarto, cui accenni con tocchi d’invisibile dettatura, non ci abbia cucito addosso gli abiti sbagliati, se abbia mancato il tempo, se abbia mancato la missione e il luogo, se per fretta o disattenzione, non abbia per caso tagliato più stoffa del necessario lasciandoci la carne nuda ed esposta in luogo di un’armatura che ci avrebbe unti di gloria in prima linea. E perché sento questa tua malinconia fondersi alla liturgia della morte, perché ti sento quasi bisbigliare: la luce al tuo cenno m’ha lasciato/ e l’anima è nuda/ sotto il cielo del tuo sguardo, per dirla con tre versi della preghiera di Roberto Roversi i cui echi lasci detti al cruciverba della croce, ai rimandi al vento e ai toni crepuscolari?

DA CRUCIVERBA DELLA CROCE

 Crepuscolo di febbraio

Del sole poco rimane se non un fuoco

breve che si sorprende come a covare

sotto la cenere, a germogliare un altro mattino.

– Mai come adesso mi ero accorta –  accenni

nella tua magrezza –  di come sta terra

è piena di ponti – non vedi?

D’altronde il crepuscolo sfascia la guazza,

il freddo irreale, s’alza in zampilli

infuocati sui cigli roridi di fango.

La luce afona si scompone nel fiume:

siamo nati a torso nudo coperti solo da acque

che qualche sarto ci ha cucite

come fossimo invisibili.

Firenze ti si è attaccata addosso e la sua parola la porti in un distico come in un vessillo di salvezza: L’anno è iniziato con inquietudine/s’avesse a perdere l’abitudine.

Sai è strano come in te si cuciano l’ironia della decadenza dei nostri tempi marci allo stelo della tenerezza e come questo tuo linguaggio impregnato di inquietudine si lasci trapassare da parte a parte dai nostri occhi:  Il cardinale non offre omelie /occupato in certe sue manie… Ma più di tutto come tu sia capace di chiedere perdono in apertura del disvelamento, tu che non ti vendi alla fine, sei l’amico dello scherno, copri col sorriso la vergogna e sai affondare di stiletto la profondità della parola silenziosa e l’intima solitudine dell’altro che non osi mai disturbare: Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte, /te ne sei andato, figura persa  /nel pomeriggio già bruno sul presto, /vagabondo nella spirale amena /nello zampillo, nello sgombro dell’ombra, /di palazzi nuovi di cemento. / […]Perdoni la mia cecità? L’irruenza /Svanita a ciuffi tra i capelli? L’amore/Che fu è ancora amore: un fitto epistolario.

Cammino in questo tempo di bonaccia tenendo ancora in mano una piuma, la tua poesia, staccatasi da un volo a planare sotto nubi cariche e opprimenti, leggera ma con quella capacità industriosa di chi sa levarsi in alto con un alito di vento o con una vigorosa spinta d’ala.

DA IL SARTO DI SAN VALENTINO

TROVI IL SARTO DI SAN VALENTINO DI IURI LOMBARDI QUI

Castiglione del Lago, 26 Giugno 2019

avatar-author

Iuri Lombardi (Firenze, 1979), poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la narrativa i romanzi: Briganti e SaltimbanchiContando i nostri passiLa sensualità dell’erbaIl cristo disubbidienteMezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorniBlack outIl condominio impossibileLo zoo di GioeleLa religione del corpo. Come racconti: Il grande bluffLa camicia di SardanapaloI racconti. Per la saggistica: L’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazioneSoqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di Yawp – l’urlo barbarico.

Failed haiku commentary

in the Volume 4, Issue 40 of failed haiku A Journal of English Senryu the comment by Michael Rehling about this haiga from the book Snails

Valentina Meloni
The wonderful vagueness of the image only serves to
‘sell’ the image in the poem. It is the cement of this
haiga for sure. The poem is a wonderful observation
of nature and would be a brilliant haiku (and maybe
is), but the poet’s notebook is the target of the snail.
When we don’t have an idea of our own, nature has a
way of providing one for us.

La meravigliosa vaghezza dell’immagine serve solo a
‘vendere’ l’immagine nel poema. È il cemento di questo
haiga di sicuro. Il poema è una meravigliosa osservazione
della natura e sarebbe un haiku brillante (e forse
lo è), ma il taccuino del poeta è il bersaglio della lumaca.
Quando non abbiamo un’idea nostra, la natura trova il modo di fornircene una.

Snails, pubblicazione bilingue allegata al n.30 di Lumachine- Foglio degli amici dello Haiku, AGOSTO 2018, diretto da Stefano d’Andrea, nel Blog Memorie di una Geisha Multiblog e inserito nel sito di Haiku Foundation.

You can read and save the book a this link in the HAIKU FOUNDATION

clicca qui per leggere e scaricare l’e-book

Suite della solitudine

dove sei neve?
questo tutto che parla
ancor più dal silenzio

essere nulla
l’oscura intensità
di questo immenso cielo

squarcia l’azzurro
uno strascico di nuvole
il tuo timido sorriso

il tuo silenzio —
imbianca all’improvviso
un ciuffo di capelli


grani di sabbia —
le piccole ferite
inflitte per orgoglio

vano anche il tempo —
mentre gl’iris sfioriscono
tornare a desiderarti

mentre ti penso
l’acqua delle risaie
specchia un cielo impassibile

sotto la pioggia
grondanti di parole
il mio e il tuo silenzio

impazza il mare —
ricordi il lungo bacio
sotto gli alberi al parco?

ampelodesmi —
la tua e la mia voce
confuse nella brezza

va e viene l’onda
il mio amore per te
sovrasta il cielo e il mare

ritorna a splendere
il tuo sogno il mio sogno
tra le lontane stelle

Suite della solitudine, Katauta, nanita.

Gabriella Toro legge l’Epistolario poetico con Giorgio Bolla

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Epistolario poetico a due voci

“CORRISPONDENZE DA UN MONDO INCREATO” è uno straordinario epistolario poetico tra due poeti per l’appunto: GIORGIO BOLLA e VALENTINA MELONI. Esso muove dalla morte di un altro grande poeta: PIERLUIGI CAPPELLO.

Il libro è intensissimo, pervaso di richiami al filo sottile eppure tenace che è costituito dalla parola poetica e dal filo umanissimo del rapporto amicale.

Entrambi i fili – intrecciati fra loro in modo indissolubile – ricuciono ( in parte, almeno…) gli strappi causati da “un mondo offeso.”

Ma questo libro poetico è molto, molto di più di queste mie parole, intessuto com’è di sapienti rimandi a poeti amati, a versi amati, rimandi che ho in parte rintracciato ma che lascio “sospesi” come ” la neve (….) tra la notte e le strade” (Cristina Campo, in una sua mirabile poesia) per lasciare intatta la suggestione, la metafora della neve che è completamente pura soltanto nei brevissimi secondi in cui volteggia tra terra e cielo come è poeticamente “tratteggiato” da Paul Celan.

Con alterna chiave (Paul Celan)
da “Di soglia in soglia” (“Von Schwelle zu schwelle”)

Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.

Varia la tua chiave, varia la parola
cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
A seconda del vento che via ti spinge
s’aggruma attorno alla parola la neve.

3/ 10/ 2017, ore 21.25

Che strana terra
è la tua
anche quando la neve
riempie i confini
dei prati
ogni volta perde tutto
la Signora nostra
ma sempre il fiore
sulla pietra
vince il tempo
e le ore
della notte.

Giorgio Bolla

3/10/ 2017, ore 22.18

Che strana terra
la nostra
quando – arresi –
ci disorientano
i crocicchi di voci
e finiamo col mettere radici
nel vento
ci si aggrovigliano le parole
ma non temiamo
il silenzio del fiore che arriva
più bianco a toccare l’aurora.

Valentina Meloni

8/10 / 2017, ore 9.40

Prendi questo nome
e fanne un pane caldo
da spezzare domani
quando avremo fame
e non avremo nessuno
a cui dire grazie.
Prendilo e impastalo
con mani di rinuncia
che lascino al tempo
il compito lieve
della gemmazione.
E non aver paura
d’ingoiar la notte
prendi il mio nome
e, insieme al tuo,
rendilo cielo
di questa nostra bocca.

Valentina Meloni

9/10/2017, ore 12.50

Di neve coprirsi
di questa neve lieve
che imbianca le ombre,
un tuffo di bianco
al tempo del lutto
dove il nero non possa
ingoiare le ossa dei vasi.
Di neve coprirsi
e sparire nell’intrico
di minuscoli cristalli;
come loro sciolti
in una polla che disseta,
un’acqua limpida e discreta
che lava via il rimpianto.

(Valentina Meloni)


Gabriella Toro, 26 dicembre 2018

Fiori estinti

Ero sbronzo del sangue di mia madre

“Con la fune che pende dagli astri/si impiccano i bimbi e i poeti.” (M.T)

È dal bosco di latte che si leva la genesi parallela di parola che nasce da altra parola e che nutre i tuoi fiori estinti, Mattia, quando scrivi:

accrebbi

il verme gemello nel bosco

che era mia madre

È  da lì che si leva il canto dell’allodola che ti muore in gola, da quell’oscurità che fu madre di ogni verso nato da altri mondi, dove nerissimi/ gigli affliggono e azzannano. Ed è la stessa oscuritàche ha benedetto la parola che lega voce a voce e a te lega Dylan Thomas, più volte direttamente e ancor più indirettamente citato nella tua raccolta.

[…] Ma oscurità soltanto

Porge benedizione

al selvaggio

bimbo. (D.T.)

Ed ogni verso qui è una dichiarazione di poetica in cui tenti di nutrire quel bimbo appeso a un seno di verde latte, masticando i versi che ti hanno generato.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

Un venire al mondo che è la stessa genesi del fiore in cui già la morte è contenuta in seme. E si squarcia il buio quando una stella segreta cade nel becco delle gazze, che il volo è già precipizio e il fiore stremato si piega alla parola che sospinge pane, fuoco e profezia nella legge dell’allodola impiccata, dove tutto è capovolto e la bellezza viene meno alla corolla, scava da sotto il bosco come un verme che teme la luce ma ne sugge la segreta linfa. È  la stessa forza che sospinge il fiore che fa dire a D. Thomas:

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore

È  quella che sospinge la mia verde età;

Quella che spacca le radici agli alberi

È  la mia distruttrice

E io non ho parole per dire alla rosa incurvata

Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre

invernale. (D.T.)

Mancano le parole a chi come te conosce l’astuzia segreta che cova il verso, a chi come te non teme, giovanissimo, scavare il ventre di Omero. Ma non si può arretrare alla nascita, non si può fermare il fiore e allora così sia, inizi pure la tua epifania, l’antica liturgia della parola che accosta lo sterco e l’ostia, il putrido e il lucente, il nome e la sciagura, ora siano le vie del canto aperte.

Ora le vie del canto sono aperte:

vengano i fiori e tutte le creature

a sputare sui miei versi; accorrano

alla soglia innominabile che al buio

dal buio accede e sta sventrando.

Ed è il segno che si fa seme, nel bosco segreto/ dove accade ogni cosa, […]/Là dove tutto il dolore del mondo è ammainato, scrivi in un bellissimoverso che indirettamente si muove sulla medesima liturgia di Iosif Brodskij che dice alla farfalla: Non affliggerti, se/la tua vita, il tuo peso/son privi di parola:/è un fardello anche il suono. E questo peso in te si sente e si avverte il sacro che affiora a partire dal grafema: Così nel verso è la preghiera,/e nelle mani giunte l’avvenire. Per questo riconosco nel tuo dire una liturgia della parola dove sopravvive un verso biblico e il metro usato per innalzare il canto si confonde con la profezia.

Ecco, arriva quest’uccello

che nella voce ha il fuoco d’ogni terra

promessa, che crolla

al segno fatto soglia e sangue.

Nel tuo sangue sta il vento che profana

e poi rovescia: a quale eco

tornerai nel nome? in quale

veglia sbranerò la luna?

Offrimi dell’acqua e sia nell’acqua

questa parola che fummo. Traccia

e poi colloca la sorte

di tutti i fiori mai donati.

La tua è terra di nessuno, scrivi qui è altrove, e per te io so essere ogni terra sempre altrove, ogni approdo una partenza, perché sai che ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo. Pure se ti scaldi al focolare di un poeta, pure se ti nutri del corpo dei morti, non hai casa né la troverai se non nel verso che ti capovolge il mondo e ti apre la ferita che è la stessa che si fa disvelamento e casa: se il cielo perde sangue/c’è uno squarcio che ci accoglie.

E non sei pago dei tuoi versi, né dei versi dei poeti, e lo scavo è fatto di tormento, come un peccato in cerca di redenzione:

Il mio verbo è un’immensa bestemmia

di foglia, di foglia che cade

per la voce degli angeli verdi

Il tuo metro di misura è arrivare alla fine del mondo e lo percorri e non ti sazia, per questo tenti la mitopoiesi dei tuoi stessi versi e costruisci a partire dal mito disvelato delle grandi voci un universo nuovo e parallelo.

Si ammala la parola, le mie

vertebre si curvano in silenzio.

Non piove che acqua sporca,

e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

Se la stanza è bianca, se la vacuità ti afferra la gola e ti ammala la parola, pure ti ferisce l’occhio il verso che non proviene dal bosco segreto dove regna la mano che stringe la mano, e l’uomo con l’uomo. E qui ci abbagli con il verso sfrontato del bambino che non teme il fallo dello scettro e la bestemmia:

Babele sventra il cielo, ma alle lingue

opponiamo le linguacce, un girotondo.

Ed è il tuo un nascere dal vuoto, una caduta angelica a cui non ci si può sottrarre, con voce rotta, stretta dall’urgenza di mostrare l’acuto del vagito, del venuto al mondo attraverso il segno della lingua che strozza il respiro nel silenzio e si chiude poi al suono e lo sigilla come la chiocciola con l’epifragma:

Ma lo conosci il segno

degli angeli? Quello che confonde

l’acqua con le rose, il pane

e un antico verbo senza suono.

Da molliche e da crepacci risorgiamo

a una veglia furibonda:

è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.

Questa tua raccolta è una dichiarazione di poetica e, allo stesso tempo, una dichiarazione d’amore e odio per la poesia che come una madre non si può non cercare ma che si tenta di allontanare per strapparsi di dosso il gusto del latte a cui si abbevera la vita, per prendere le distanze dalla parola usurata che non ci dà più nutrimento.

Mi troverai al di là della luce,

nell’orma bianca del passo

tracciato dal canto, dove tutto

il dolore del mondo è ammainato.

Sarò il verbo custode

di ogni avvenire, la fiamma

che purifica il fiore:

vivremo nel bosco segreto

dove accade ogni cosa, dove

regna la mano che stringe

la mano, e l’uomo con l’uomo.

Già tramo l’incanto dell’iride

e conosco il mistero dei mondi.

Ho visto la prima parola

e il primo bacio svelarsi:

saremo la grazia e la lira,

il passero che addomestica il cielo.

Saremo la rovina dell’angelo

caduto da un cielo ostinato.

Per tutto questo e per la fiducia che mi tenne aggrappata a questa tua poesia che mi inviasti mesi fa, come una fune che m’impicca al cielo, io scrivo a caldo poche righe e ne porto il fuoco mescolato con il tuo e nutro la speranza del nascituro che ha già ucciso la madre e che le fa dire da una terra in estinzione: tu sei il bambino squarciato, nasci ora e, ancor prima, già hai parlato con i morti.

Valentina Meloni

30/05/2019

Vieni notte gentile

vieni notte gentile,
vieni e rendimi il sonno
che mi è stato tolto
nell’attesa del giorno…
risvegliarsi a un suo bacio
delicato appena s’è
levato in alto il sole
e con le sue parole
stare tra veglia e sonno
come in incantamento
di un centro luminoso
che non ho conosciuto
se non in lontananza
nella mia silenziosa
stanza e in solitudine
rubando tutte tutte
le mie ore e le mie
inutili parole
ha fatto del crepuscolo
attimo senza fine
e senza più ritorno…

[nanita]

Poesia sotto i gelsi 2019

scarica il programma completo in pdf

Si inaugura Domenica 18 maggio la rassegna culturale Poesia sotto i gelsi che ha luogo in provincia di Treviso nella casa sul Piave di Goffredo Parise. La “casetta delle fate” a Salgareda, dove visse gli ultimi anni della sua vita lo scrittore veneto e in cui scrisse “I Sillabari” è stata risistemata dopo l’alluvione che ha colpito il Trevigiano a novembre dello scorso anno.

Sabato 8 Giugno sarò nella casetta rosa assieme a Giorgio Bolla ospite dei proprietari Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon e i poeti della rassegna per parlare di Corrispondenze da un mondo increato e leggere alcuni testi ispiratori di Pierluigi Cappello da cui sono scaturite le lettere e le poesie confluite nel libro pubblicato nel 2018 da La Vita Felice. Riporto il programma completo degli eventi ad ingresso libero e gratuito e l’articolo del Gazzettino in cui si parla dell’attesa riapertura della casa museo e del programma di quest’anno.

Il SENRYŪ Italiano contemporaneo- Le Lumachine n.33

Pubblicato in Memorie di una Geisha Multiblog di Eufemia Griffo il nuovo numero di Lumachine di Stefano D’Andrea dedicato al Senryu italiano a pag. 52-53 i miei senryu:

nella mia tazza
due gocce di pioggia —
bevo le nuvole
[pubblicato in Failed Haiku 16, aprile 2017]


un pesce rosso —
non si può nascondere
la timidezza!
[pubblicato in Failed Haiku 16, aprile 2017]


insegue il sogno
la canzone del vento —
tlin tin tlin tin tlin
[pubblicato in Failed Haiku 18, giugno 2017]


stelle cadenti —
più lunga la parabola
d’un desiderio


vola nel sogno
la farfalla di Chuang Tzu —
nel sogno volo


l’ultimo sogno
s’impiglia tra i capelli —
l’alba è un bambino


i pesciolini
come certi pensieri
— senza una meta


le pratoline —
ridendo si rotolano
vecchie bambine


si aggrappa al muro
la rosa della nonna —
io alla vita

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Autori presenti nel numero:

Vincenzo Adamo, Corrado Aiello, Elisa Allo, Oliviero Amandola, Stefania Andreoni, Sandro Bajini, Mauro Battini, Sohana Elisa Bernardinis, Fabia Binci, Giusy Cantone, Lucia Cardillo, Benedetta Cardone, Fanny Casali Sanna, Betty Castagnoli, Luca Cenisi, Santino Cicala, Maria Concetta Conti, Angelica Costantini, Renzo Cremona, Guido Cupani, Maria Carmela Dettori, Rosa Maria Di Salvatore, Elia Di Tuccio, Anna Maria Domburg-Sancristoforo, Antonella Filippi, Paola Martino, Resi Fontana, Donatella Fusetti, Angela Giordano, Eufemia Griffo, Lucia Griffo, Elisa Guidolin, Ezio Infantino, Angiola Inglese, Adriana Libretti, Antonietta Losito, Oscar Luparia, Lorenzo Marinucci, Diego Zeno Martina, Valentina Meloni, Francesco Palladino, Fabrizio Pecchioli, Margherita Petriccione, Maurizio Petruccioli, Guido Piacentini, Andreina Pilia, Marco Pilotto, Ermes Pradel, Antonio Sacco, Dolores Santoro, Paolo Savatteri, Valeria Simonova-Cecon, Maria Teresa Sisti, Maria Laura Valente, Lucia Viola.