Inchiostro di Emilio Paolo Taormina

Memorie e presenze femminili in “Inchiostro” di Emilio Paolo Taormina

 

“Il bambino di una famiglia palermitana, benestante e ospitale, attraversa le vicende della seconda guerra mondiale e vive lo smarrimento e il dissesto generati da lutti e crolli, bombardamenti, arrivi di sfollati, passaggi di truppe, alleate o nemiche. In questo contesto, costellato di aneddoti e incontri con personaggi anche eccentrici, declinati soprattutto al femminile- a conferma di una cornice matriarcale salda e coesa- il protagonista sviluppa la sua conoscenza della realtà…”

Introduce così Francesco Scaramozzino i racconti d’infanzia del poeta e scrittore siciliano Emilio Paolo Taormina pubblicati da Edizioni del Foglio Clandestino con il titolo “Inchiostro”. Ed è inchiostro di memoria, fatto di una prosa semplice ed essenziale, quello chinchiostro taorminae muove il ricordo lontano, eppure così umanamente vicino, della vicenda esistenziale intima dell’autore che si fa universale attraverso le storie condivise e i particolari: quei piccoli eventi abbandonati in luoghi lontani della memoria, che sono risvegliati dalla poesia del racconto con delicatezza e levità.

Del resto tutta la produzione di Emilio Paolo Taormina è intrisa di memorie, di luoghi vissuti e immaginati, di ricordi e incontri importanti ma mai invadenti, alimentati da quella nostalgia dell’esistenza che rende ancora più vibrante il tessuto poetico e narrativo. Anche in queste pagine, infatti, aleggiano presenze che si fanno quasi materiche attraverso le immagini descritte: i personaggi femminili sono protagonisti di un racconto di vita che risveglia sensazioni, turbamenti, emozioni velate e svelate che si concretizzano e si legano al filo del tempo.

La prima di queste presenze femminili  fa la sua comparsa da subito irrompendo con quella carica caratteriale che è difficile da dimenticare, tutta bianca e con il ferro da stiro in mano urlando: “Disgraziatu! tutti i ligna ti rumpu”. Fina, assieme a Rosa fa parte del “corredo domestico” della casa di campagna palermitana, è la cameriera più giovane, quella attraverso cui il protagonista scoprirà le sensazioni più profonde e contraddittorie.

“Un tardo pomeriggio che nel baglio non c’era nessuno spinsi la porta della stanza di zu’ Ninu. Fina gli stava seduta sulle gambe con la veste alzata e le gambe nude.[…]L’abbraccio di Fina e zu’ Ninu non mi provocò turbamenti. Mi tornarono in mente gli occhi senza vita della scimmia. In un breve momento il mondo mi apparve diverso. […]Era strano come un abbraccio sensuale mi rivelasse cos’era la morte. In quel preciso momento apprendevo che Giuseppe, il marinaio ligure, non c’era più.”

L’amore prende subito il posto della tragedia laddove la morte del giovane moroso di Fina sembra essere un vento che aleggia senza voler turbare o sconvolgere nessuno. Cos’è la morte per un bambino in quegli anni di guerra? Forse è una presenza silenziosa occultata da una protezione materna amorevole; il bambino durante i bombardamenti cerca le braccia materne, si fa scudo con il corpo della nonna, in quel nido protettivo si sente quasi invulnerabile e capisce il pericolo e la brutalità dell’esistenza solo da un’assenza che si palesa urgente nella solitudine dell’incontro amoroso tra Fina e zu’ Ninu.

La nonna è la presenza femminile più forte di questa raccolta, donna energica, solida e generosa, autoritaria e vagamente burbera nel cui petto, che conserva profumo di spigo, il piccolo si rifugia. Egli dorme con lei nel letto grande, la osserva spogliarsi e pettinarsi alla toilette, sotto la sua ala protettiva affronta la guerra, le distruzioni e i bombardamenti. Più sommessa e quasi impercettibile la figura materna avvolta da un alone di distanza a causa della cattiva salute. Tracce di queste memorie si trovano anche in varie raccolte di poesie dell’autore e sono di una dolcezza commovente che non abbisogna di commento.

dov’è/la ninnananna/ che mi cantavi/ nel rifugio/ tra esplosioni/di bombe/e crepitio di mitraglie/le parole/erano allegre/e sul tuo volto/era scolpito/un sorriso/come se fosse/un fuoco d’artificio[1]

ho sentito/nel sogno/una mano bagnata/coprirmi il viso/ricordo/mia madre/un giorno di pioggia/sotto un bombardamento/correre/ verso il rifugio[2]

In questa casa aperta alle persone in difficoltà, agli amici e fatta di un viavai di genti e di domestiche, spesso provenienti da situazioni disastrose, si affaccia Titta, occhi azzurri e profondi, primo invaghimento di fanciullo che con innocenza proferisce un amore impossibile: “Titta quando sono grande ti sposo” […] ”Angelo  mio come fai a sposare la tua mammina” risponde lei con dolcezza. Ragazza delicata e pulita Titta si contrappone a Nunzia, altra domestica che cerca, invece, nel bambino un motivo spassoso per divertirsi quando lo scopre nascosto negli armadi, lo rincorre e lo fa ballare come fa il gatto con il topo premendo la sua faccia sul basso ventre. “Mi faceva scivolare sotto la veste. Sulla bocca sentivo un animale umido che mi toglieva il respiro” ci confida l’autore, mantenendo intatta, per tutta la narrazione, quell’innocenza disarmante che caratterizza lo svolgersi di questi piccoli affreschi d’infanzia.

L’approccio con la scuola è un trauma che si evidenzia immediatamente attraverso la descrizione della suora dell’asilo che, da subito non ispira simpatia né al bambino né tantomeno al lettore. “Era magra come un bastone di scopa. Mi accolse con tre bacchettate sulla cattedra e un secco:- A posto!-. Aveva occhiali spessi. Labbra sottili. Teneva la bacchetta in mano come la frusta di un domatore.”

Potente l’affresco storico che prende vita attraverso gli occhi di un bambino: ”In epoca fascista era impensabile che un bambino si facesse prendere dal ghiribizzo snob di scrivere con l’altra mano. Tutti allineati con la mano destra alzata, non c’era assolutamente posto per i sinistri.”

Le incomprensioni e le difficoltà scolastiche, i rimproveri di madre e nonna, le prese in giro dei compagni, la lontananza paterna, tutto ancora trova rifugio nell’armadio in cui il bambino si abbandona a un pianto silenzioso covando pensieri tranquillizzanti e idealizzati: “Titta mi pareva irraggiungibile. Bionda, dolce, un po’ cicciottella -non so s’era bella, ma era come un barattolo di miele”.

Con il trasferimento in campagna iniziano nuove avventure e la separazione da Titta si trasfigura nella memoria del bambino in una visione mistica “La sera quando la nonna mi faceva ripetere le preghiere, chiudevo gli occhi e vedevo Titta con i capelli biondi come una Madonna”.

Quando la guerra finisce, il ritorno in città segna la perdita della libertà, che il ragazzo cerca di riconquistare attraverso i vagabondaggi  con nuovi compagni poco raccomandabili: Orangotango, Pippo e Topo. Passerà anche questa fase, in bilico tra bene e male, durante la quale, nel primo giorno di scuola della seconda elementare, il nostro protagonista scopre l’innamoramento per la bambina dai capelli neri… e, ancora una volta, la curiosità e la scoperta prendono il posto della malinconia: ”L’immagine della bionda Titta dopo aver resistito a cento tempeste era caduta giù come un muro di carta”.

Le presenze discrete dell’infanzia rimaste in sospeso durante la guerra si fanno memoria. Rosa muore durante i bombardamenti; il marito della lavandaia Donna Maria muore sotto le bombe; di Nunzia si tace la nuova mise di calze di seta e roba di contrabbando;  Titta è un ricordo già lontano. Si insinua nella narrazione una nuova presenza “Maria Grazia, la stiratrice, era una giovane scura di carnagione e di una bellezza araba. Era di poche parole e diligente.”

Il tifo tiene il ragazzo lontano dai vagabondaggi e segna la linea di demarcazione assai sfumata in cui si cessa d’essere bambini e si entra nella pubertà . Gli occhi della nonna iniziano a velarsi di quella consapevolezza che si acquisisce quando si è prossimi all’ultima meta. “La nonna andò verso la morte come se avesse con lei una tacita intesa”.[…] “Se ne andò senza essersi mai lamentata”.

Nel frattempo Mariagrazia aveva preso in mano le redini della casa e s’era insinuata anche nel cuore del ragazzo. Quando parte per il collegio l’ultima immagine è quella dell’odore di cardo che emanava il corpo della ragazza quando si distendeva sulla paglia per riposarsi dai giochi. “Se fossi grande ti sposerei” le aveva detto e, con la delusione conscia e brutale di non essere abbastanza grande, all’ingresso del collegio lascia andare, assieme a tutti gli altri ricordi, quell’episodio che lo fa sentire un bambino idiota.

Termina qui il più lungo dei due racconti, quello più denso di significati e di vissuto, in cui si concentrano le presenze dell’infanzia; si delinea, invece, nel secondo e ultimo racconto dal titolo “Esame” il salto nella maturità sessuale attraverso due figure femminili che segnano altre prove da superare oltre a quella dell’esame di maturità. L’incontro con una prostituta, Alfa, e il conseguente  rifiuto alle sue offerte d’amore chiude il racconto e marca il momento cruciale in cui il ragazzo decide che tipo di uomo essere. Vittoria, la sua ultima ragazza, è un pensiero costante, la delusione più cocente e, nello stesso tempo, l’ignara artefice di una consapevolezza d’essere che delineano, oltre a un carattere timido, un animo puro e ingenuo, quasi come quello del bambino che fu all’inizio della storia con l’angelica Titta.

La delicatezza che permea la scrittura di Emilio Paolo Taormina non cede mai alla trascuratezza di una narrazione scialba e priva di contenuti. Ogni episodio, anche il più insignificante, pur circoscritto dall’alone rarefatto dell’immaginazione, è una traccia di memoria che scorre in immagini animate da una lingua poetica illuminata da una mente brillante e vivace. Taormina usa, anche qui, come nella poesia, la tecnica del frammento che ben si accorda alla narrazione di memoria e che è perfetta per andare a frugare tra ricordi così lontani e delicati come quelli dell’infanzia. Ricordi che, a volte, sono soltanto dei flash che accendono emozioni assopite e disegnano, in filigrana, il ritratto di sé stessi appena abbozzato, come lo sfumare del sogno, che tende a svanire non appena ci si sveglia.

È tutta qui la forza di questo libro tratteggiato a matita: gli spazi percettivi sono così ampi e indefiniti che si finisce per entrare in questi racconti in silenzio, come in un sogno, restando in disparte; nascosti anche noi in quell’armadio dell’infanzia, lontana negli anni, eppure ancora così vivida e reale da farci quasi credere che il tempo non sia passato davvero.

( Valentina Meloni )

Recensione uscita sul n. 20 di luglio 2016 della rivista di letteratura  Euterpe a tema “Assenze, mancanza”. Puoi scaricarla a questo link gratuitamente.


Note

[1] Tratta dalla raccolta inedita “La cengia del corvo” di prossima pubblicazione per Il Foglio Clandestino.

[2] Edita in “ Le regole della rosa” Il Foglio Clandestino


 

Finestra con gerani

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Finestra con gerani di Domenico Penna

mezza estate-
tra i gerani in fiore
un’ape danza

[ n a n i t a ]

Fiore all’orecchio

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Intervista a Giovanna Iorio

“Fortunato chi sa raccontare il dolore”

Ti ho conosciuta non molto tempo fa e ho subito apprezzato la tua poesia. La freschezza della tua scrittura parla di te, pensieri profondi e parole alate, si rimane incantanti … ma vorrei che fossi tu a descriverti a presentarti ai lettori nel modo che preferisci.

G12743573_10153440210233297_5516662416004661377_n.I. Ti ringrazio Valentina, sei molto gentile. È la domanda più difficile … Le descrizioni sono un’impresa d’altri tempi. Tutto mi sfugge un po’…

Dici di te: “Io scrivo e scriverò sempre per un motivo soprattutto: far rivivere quello che rischia di scomparire o è già scomparso. L’evento trauma della mia infanzia è stato il terremoto in Irpinia. E poi ci sono le persone della mia terra che non sono mai partite, che vivono prigioniere nel mio paese o nel mio passato, creature silenziose che desiderano parlare al mondo.
Credo in una poesia che non se ne stia sul piedistallo come un pappagallo pigro e svogliato. Credo in una poesia che cambi la chimica di chi legge. Credo nelle parole: dense, piene come pietre. Credo nelle voci che si uniscono e formano letti di fiumi sassosi dove chi legge non possa evitare di nuotare tra i sassi. Credo nella poesia, e forse questa è la cosa più importante. Vorrei che la poesia facesse parte dell’esperienza quotidiana della gente. Io pubblicherei sulle tovaglie dei ristoranti, sulla carta che avvolge il pane, sugli aquiloni dei bambini …” 
(dal Blog di Poesia di Luigia Sorrentino). Mi piaceva trascrivere queste parole in cui parli anche della tua terra, del legame profondo che vi unisce… Citeresti una poesia che hai composto su questo a cui ti senti maggiormente legata?10649930_10153510779798297_5878359027154774245_n

G.I. Il terremoto del 1980 è un evento che mi ha segnato profondamente.  Dentro di me ci
sono antiche lesioni e improvvisi crolli. Il sisma è una possibile metafora della mia scrittura, una esperienza molto simile a un “terremoto dell’anima”: il boato, le oscillazioni, i crolli, la paura dell’ignoto, una esperienza antica che torna ogni volta che scrivo. Quando la terra trema, istintivamente per salvarti ti aggrappi alle cose, anche quando tutto scivola via il tuo corpo cerca disperatamente  un appiglio. Ho scritto una poesia che parla del 23 novembre. S’intitola “La notte che il mio paese sparì”.  Mentre tutto diventava polvere e pietre, nel buio i miei occhi si aggrappavo alla luna, al bianco della nebbia, alla forma delle foglie del melo morse dal gelo. Alla voce di mio padre che chiamava il mio nome. Quel ricordo pieno di suoni e forme è un pozzo profondo da dove attinge la mia poesia. In fondo a quel pozzo c’è lo

copertina inchiostro

leggi su La Recherche

strano singhiozzo della terra,  arriva da lontano. Somiglia al vagito di un neonato.

In “In-chiostro” scrivi: “M’avvicino/alla candela/brucio le ali/ senza rimpianti/ il mio destino/è la fiamma.” In questa poesia dal titolo “Falena” descrivi la condizione esistenziale del poeta. Come vivi tu la scrittura? Scrivere può essere considerata-esagerando i termini- una sorta di “missione”?

G.I. Come per la falena di cui parlo, per me la scrittura è il destino. Non credo a una volontà superiore che determina le nostre azioni, però la scrittura è una fornace. Forgia pensieri. Incandescenti. Quando tutto si raffredda, dopo il bagliore della fiamma, strozzato, modellato il pensiero trova una forma. Non una missione, dunque, ma un lavoro. Non un compito assegnato ma un lavoro che trascende l’idea di fine. Quando finisce una poesia comincia quella di un altro. La poesia è il pensiero che cerca una forma.13412975_10153702134908297_8253011068955749950_n

In “Sul mare” una delle tue bellissime raccolte di poesia scrivi delle moderne schiavitù degli uomini che vengono dal mare, profughi, raccoglitori di pomodori, prostitute che pagano per amare, nuovi Penelope, Circe e Ulisse incarnati in una mai estinta Odissea mediterranea. Un ritratto così attuale va riletto a distanza di tempo ed è quello che ho fatto: non sono solo poesie, sono storie senza tempo sospese tra mito e realtà. Quale personaggio del mito, o quale poeta/scrittore manca alla nostra epoca? Chi faresti rivivere ora se fosse possibile?

G.I. Quando ho messo insieme “Mare Nostrum” e “La nave dei folli”, le due raccolte che formano “Sul mare”, volevo che il lettore si immergesse nel mare disperato degli eroi.  Le navi degli eroi conoscono grandi prove e dolorose sconfitte. Nel mito c’è sempre la speranza di un porto, un approdo.  Amo molto i miti narrati da Ovidio. Le Metamorfosi promettono la rinascita dopo ogni morte. La morte non esiste. La realtà muta ogni istante e cerca una nuova forma. È un processo continuo e inarrestabile. Presto troveremo un modo per fonderci con nuovi popoli. Viviamo un doloroso periodo di trasformazione. Se l’Occidente riuscirà a viverlo con la fluidità del mito della metamorfosi sarà bellissimo mutare forma. Trovare insieme nuovi, fluidi equilibri.

In “Frammenti di un profilo” l’ultima delle tue raccolte poetiche, vincitore del Premio “Civetta di Minerva – Antonio Guerriero” 2016, scrivi “fortunato chi sa raccontare il dolore” cosa che tu riesci in verità a fare… lo testimonia questa libro in cui i frammenti si uniscono a ricomporre un cuore frammentato che non perde mai di vista cosa accade nel mondo. Quale dolore desideri raccontare?

G.I. Quel verso è misterioso anche per me. Viene dalla mia esperienza di lettrice. Il dolore è una parola che nella Divina Commedia compare con altissima frequenza. Nella “Vita Nova” è il travaglio stesso che genera la poesia. Ungaretti, la raccolta “Il dolore”.  Fortunato chi sa raccontarlo. Chi lo trasforma in poesia.

La tua poesia è lieve, casa in cui riesci a dare la parola persino agli oggetti. Lo fai in “Due

raccolte smarrite” dove è ancora la poesia a riuscire nell’intento di narrare storie invisibili. Tua grande caratteristica quella di narrare le piccole cose dai grandi significati. La tua ultima raccolta musicata “Dormiveglia” è  dedicata a chi la notte fatica a prendere sonno, particolarità della raccolta che quasi tutti i racconti sono ambientati a Roma, città nella quale vivi. Quanto una città come Roma riesce a ispirare la tua immaginazione? Ci narri qualche avventura, un piccolo episodio con la tua Red Valentine, la Olivetti con la quale ti avventuri nei locali romani?

G.I. In questa domanda devo rispondere di tre esperienze di scrittura diverse, provo a mettere insieme quello che hanno in comune.  Le “Due raccolte smarrite” sono poesie che 12654557_10153395876963297_5686757858261714798_nparlano di oggetti e di uno speciale “punto di osservazione” del mondo. “Il libro degli oggetti smarriti” racconta le cose che dimentichiamo di avere accanto, che non smettono mai di esistere e a volte, inaspettatamente, ritornano. “L’altalena del satiro” parla di una realtà che è inafferrabile quando restiamo fermi in un solo punto di vista. Alcune cose le vediamo soltanto se ondeggiamo, come sull’altalena. Il satiro è un personaggio molto importante. Osserva dall’alto, ondeggia, ruba la bellezza alle ninfe, non ha i piedi sulla terra.10367820_10153447883338297_1802847898138386893_n

 I racconti del libro “Dormiveglia”, invece, sono sogni a occhi aperti, o forse realtà a occhi chiusi. Due dei miei grandi maestri sono Dino Buzzati e Haruki Murakami. Buzzati scriveva di notte e sulle tele dipingeva strani sogni.  Murakami ha cominciato a scrivere di notte, in cucina, dopo una lunga giornata di lavoro. Come me… Roma è presente in quasi tutti i racconti. I miei personaggi si muovono in un paesaggio reale. Mi piace trovare i luoghi  dove i sogni si possono materializzare.

la4XjsqwI racconti che scrivo in giro per le strade di Roma e nei bar, con la macchina da scrivere Red Valentine sono surreali ma ambientati in posti reali con una storia. Conosco poco Roma. La mia geografia immaginaria trasforma Roma in una città più accessibile, a volte romantica ma spesso noir, misteriosa, magica. 

A breve uscirà la tua prossima raccolta poetica, di haiku, per i tipi di  FusibiliaLibri, titolata “Gli haiku dell’inquietudine” ispirati alla figura e all’opera di Pessoa. Puoi darci qualche piccola anticipazione?

copertina haiku dell'inquietudine

G.I. Sono una persona inquieta e amo Pessoa. Ho fatto un esperimento e mi è piaciuto molto. Ne è venuto fuori un libro particolare. Spero che vi piaccia. Gli haiku sono fotografie dell’anima e io ho tentato di fermare un’anima.  L’haiku non ama l’inquietudine. Cerca un equilibrio tra il movimento e la quiete. Se l’inquietudine è un sasso lanciato nello stagno, l’haiku è un paesaggio che contempla i cerchi sulla superficie dell’acqua. In questo libro cerco un equilibrio tra contemplazione e riflessione. Tra inquietudine e silenzio.

Qual è, secondo te,  l’assenza più grande del nostro tempo presente?

G.I. Forse il silenzio.  E il buio. Sono rivelatori. Penso a un cielo stellato. C’è tutto in un cielo stellato. Basta riuscire a contemplarne il silenzio.

Puoi salutarci con una tua poesia inedita?

G.I. Sto lavorando ad una nuova raccolta. S chiamerà “Il filo”. Provo a portare le parole in luoghi lontanissimi, vorrei tornare con qualcosa di vivo, il rischio è di perdermi nella nostalgia del ricordo. Per questo ho pensato al “filo”. Anche qui sono funambola…

 

L’ASSIOLO

Sono tornata indietro

A quel cancello grigio

con la ruggine tra i ricami

La sera cigolava

Faceva un verso

Simile al grido di un assiolo

L’aprivo e richiudevo senza sosta

Lo facevo apposta – volevo che mi parlasse

C’era qualcuno tra i cespugli

Ad osservare il gioco

Nell’oscurità non osava

Sbattere gli occhi

Poi venne la chiave

L’assiolo muto.

(da Il Filo, poesie inedite)

[ n a n i t a ]

Intervista uscita sul n. 20 di luglio 2016 della rivista di letteratura  Euterpe a tema “Assenze, mancanza”. Puoi scaricarla a questo link gratuitamente.

Sul lago

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Euterpe n. 20-Assenze e mancanze-

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La Red Valentine di Giovanna Iorio

 

In uscita il n. 20 di Euterpe – Rivista di Letteratura

logo-colori - Copia (3) - CopiaSCARICA LA RIVISTA

Il tema di questo numero è Assenze e mancanze. Moltissimi i validi contributi arrivati in redazione.

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Partecipo a questo numero con la poesia “ I passi della tua assenza” (pag.10) tratta dalla mia ultima raccolta edita da Temperino rosso EdizioniLe regole del controdolore

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-per la sez. recensioni:”Inchiostro” di Emilio Paolo Taormina p. 121 in cui analizzo le figure femminili nella sua scrittura autobiografica di narrativa.

-p13412975_10153702134908297_8253011068955749950_ner la rubrica interviste: “Fortunato chi sa raccontare il dolore” con Giovanna Iorio (p.134) che ci racconta della sua scrittura e delle prossime uscite con un inedito di poesia.

 

 

Come sempre puoi scaricare la rivista gratuitamente a questo link

buona lettura


Il tema del prossimo numero sarà “L’apparenza e la verità”. I materiali dovranno pervenire entro e non oltre il 10 novembre 2016 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com

Codarossa

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codarossa…pluf-
un tuffo tra le felci
ed una viola

(n a n i t a )

Elsa Morante scrittrice gattara

morante-con-gattoGattara convinta, Elsa Morante non dimenticò nei suoi scritti i suoi amati gatti. Oltre alla poesia dedicata alla gatta siamese Minna, in  “Menzogna e sortilegio”, il suo primo romanzo, compare una figura centrale che è ancora un gatto.Sin dai primi capitoli, la narratrice-protagonista Elisa dichiara di trovarsi in compagnia di “un essere vivente non umano,” di cui solo alla fine svelerà l’identità. Si tratta del gatto Alvaro, compagno fedele della giovane per tutta la durata del racconto. Nasce così  Il Canto per il gatto Alvaro

Fra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s’incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s’inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello. E t’ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, fra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?
Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Fra lune e soli, fra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno…
E tu? Per amor mio?
Non mi rispondi? Le confidenze invidiate
imprigioni tu, come spada di Damasco le storie d’oro
in velluto zebrato. Segreti di fiere
non si dicono a donne. Chiudi gli occhi e cantami
lusinghe lusinghe coi tuoi sospiri ronzanti,
ape mia, fila i tuoi mieli.
Si ripiega la memoria ombrosa
d’ogni domanda io voglio riposarmi.
L’allegria d’averti amico
basta al cuore. E di mie fole e stragi
coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti,
tu mi consoli,
o gatto mio!

La Morante amava molto i gatti siamesi lo testimonia anche la poesia: “Minna la siamese

Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna.
Ciò ch’io le metto nel piatto, essa mangia,
e ciò che le metto nella scodella, beve.
Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme,
tale che mi dimentico d’averla. Ma se poi,
memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio
le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno.
Gioie per dire, e grazie, una chitarretta essa ha:
se la testina le gratto, o il collo, dolce suona.
Se penso a quanto di secoli e cose noi due divide,
spaùro. Per me spaùro: ch’essa di ciò nulla sa.
Ma se la vedo con un filo scherzare, se miro
l’iridi sue celesti, l’allegria mi riprende.
I giorni di festa, che gli uomini tutti fan festa,
di lei pietà mi viene, che non distingue i giorni.
Perché celebri anch’essa, a pranzo le do un pesciolino;
né la causa essa intende: pur beata lo mangia.
Il cielo, per armarla, unghie le ha dato, e denti:
ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra.
Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi,
processo io non ne avrei, né inferno, né prigione.
Tanto mi bacia, a volte, che d’esserle cara io m’illudo,
ma so che un’altra padrona, o me, per lei fa uguale.
Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei,
ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla.

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Per chi ama la figura di Elsa Morante ricordo il Progetto Stile Euterpe che desidera dedicarle un  volume antologico 


 

In uscita!Le regole del controdolore

Novità
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      scheda libro 

Esce oggi la mia ultima raccolta di poesie che ho illustrato personalmente. In copertina una tempera all’acqua dal titolo “Sorgente”. All’interno undici illustrazioni e ottantaquattro poesie per bambini da 0 a 99 anni.

“Questa è una poesia fatta di versi piccolissimi che non desiderano arrendersi al dolore” recita la quarta di copertina. Per chi volesse saperne di più questa è la scheda libro,  questa la pagina fb. Il libro è acquistabile in libreria o direttamente presso lo store acquisti dell’editore anche in formato e-book  e senza tasse aggiuntive nè spese di spedizione.

Vi aspetto !

n a n i t a

Legami d’amore: fili, nodi, intrecci, tessiture tra mito e poesia

Esce il tredicesimo numero di Diwali – Rivista Contaminata

Senza un nodo il legame è lento, senza sapore. È il nodo che indica un punto critico, che alla gola tende al dolore, ma al pettine alla risoluzione. Ma una volta allacciato, il legame invita a stare, come immobili. È forse la stessa immobilità della passione? Non pochi legami d’amore passano per le catene e traggono piacere dal blocco che rende soggetti, nel senso del sub-iectum. L’immaginazione non esita qui a disegnare corde e lacci, alludendo ai sensi che si perdono nel gioco. Anche i nessi legano e lo fanno a modo loro, col senso, ma quello dell’intelletto, il nesso fluidifica i pensieri, mette in moto il linguaggio. Che siano nessi di senso o lacci dei sensi, i legami se stretti innalzano l’ambiguo, mortiferi e vitali al contempo.

Diwali attraversa l’ambiguo, perché proprio ai nessi-legami-lacci, stretti o sciolti che siano, si affida, per tentare di dire, ancora una volta, un’altra strada ancora, dell’arte.

Nella sezione InSistenze di Saggistica in “Legami d’amore: fili, nodi, intrecci, tessiture tra mito e poesia” propongo un viaggio tra oriente ed occidente attraverso il filo, metafora del destino che lega in modo indissolubile gli amanti e non  solo…Accompagnano il saggio gli arazzi di Afro.

buona lettura

Legami d’amore: fili, nodi, intrecci, tessiture tra mito e poesia

Nel Tao- te ching il filosofo cinese Lao Tzu scrive: “Una buona legatura non ha bisogno di corda e di nodi / eppure nessuno può scioglierla”. Tuttavia il nodo, il filo, è ciò che da sempre simboleggia l’unione d’amore. Il filo è un simbolo che troviamo ovunque, a partire dalla mitologia cinese con l’antica leggenda del “Dio del Matrimonio e il Filo Rosso del Destino” (Tao Tao Liu Sanders “Dei, Draghi e Eroi della Mitologia Cinese”) in cui il vecchio che si occupa dei matrimoni risponde così al giovane che gli chiede cosa ci sia nel sacco che porta in spalla: “Filo rosso per legare i piedi di mariti e mogli. Non lo si può vedere, ma una volta che sono legati non li si può più separare. Sono già legati quando nascono, e non conta la distanza che li separa, né l’accordo delle famiglie, né la posizione sociale: prima o poi si uniranno come marito e moglie. Impossibile tagliare il filo.”

Da questa leggenda forse è nata anche quella giapponese del filo rosso del destino secondo cui ogni persona quando nasce porta un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra. Seguendo questo filo, si può trovare la persona che ne porta l’altra estremità legata al proprio mignolo: essa è la persona cui siamo destinati, la nostra anima gemella.

Le due persone così unite, prima o poi, nel corso della loro vita, saranno destinate ad incontrarsi, e non importa il tempo che dovrà trascorrere prima che ciò avvenga, o la distanza che le separa, perché quel filo che le unisce non si spezzerà mai, e nessun evento o azione potrà impedire loro di ritrovarsi, conoscersi, innamorarsi. Nella storia del mito era noto, come è visibile in alcuni quadri, che le donne tagliassero il dito mignolo al fine di poter rimanere fedeli ai propri mariti, o era usanza, tagliare nel sonno i mignoli dei propri innamorati per impedirne il tradimento. In altre versioni invece, era usanza tagliarsi il dito mignolo per liberarsi da “ogni legame”.

Il filo e la tessitura hanno però la loro grande importanza anche nella mitologia classica greca e latina. Non il famoso filo di Arianna, non solo Le Moire: Andromaca, Penelope, Lisistrata, Prassagora sono testimoni di una sapienza femminile che è anche iniziazione simbolica alla vita pubblica oltre che metafora del destino dell’uomo.

La letteratura si è confrontata continuamente con questo topos e anche la poesia nei secoli è stata testimone del nesso tra destino e filatura, tra nodo, intreccio e legame d’amore. Il nodo è il luogo simbolico dell’unione espresso in modo indimenticabile in una delle più famose liriche cinesi che la cultura occidentale ha ampiamente apprezzato:

Chi dice mai

Che sono io che lo voglio

Questo distacco, questo viver lontano da te?

le mie vesti odorano ancora dello spigo che mi donasti,

La mia mano tiene ancora la lettera che m’inviasti,

Intorno alla vita porto sempre una doppia cintura;

Sogno che essa ci lega entrambi in un unico nodo.

Non lo sapevi tu che la gente nasconde l’amore

Come un fiore troppo prezioso per essere colto?

(Wu-TI dei Liang, 464-549 d.C.,da Liriche Cinesi)

Il nodo come simbolo di legame sia carnale che spirituale trova la sua collocazione in diverse culture, in India questa dualità è espressa anche in versi.

Quando l’amato s’accosta al letto
per incanto si scioglie da solo
il nodo della mia gonna…
Di questo soltanto sono certa, amica mia:
fra le sue braccia non so più ricordare
neppure un poco…chi sia lui e chi sono io
né quale amore stiamo facendo o come.

(da Centurie d’Amore di Amaruka , India, VII secolo)

Due secoli dopo Rabindranath Tagore in Dono d’amore ci lascia una commovente testimonianza di un legame d’amore che passa, anche qui, dal filo. Probabilmente in questa poesia Tagore si riferisce al mauli/mouli o kalava (il cui significato letterale è “sopra tutto”) un filo di cotone rosso che gli Indù usano legare sul polso all’inizio di una cerimonia religiosa. Una particolare occasione in cui viene offerto il mauli è durante il Rakhi Festival, rituale in cui si celebra il legame tra fratelli e sorelle per riaffermare l’amore, la cura, la protezione, l’ammirazione, il rispetto e il legame di sangue.  A Jorasanko nella casa del Poeta era vissuta, sin dall’età di otto anni, secondo il costume indiano per le spose, Kadambari, la cognata, donna di grande cultura e bellezza. Gli era cresciuta vicino ed era la sua compagna di giochi. Si suicidò quando Tagore, obbedendo all’imposizione del padre, accettò di trasferirsi in un’altra abitazione. Quello della cognata fu un gesto disperato, del tutto incomprensibile per la mentalità e la religiosità induista. Per tutta la vita il Poeta porterà con sé il dolore di questa perdita, sentendosene responsabile.  La moglie gli rimane pazientemente accanto donandogli cinque figli, poi muore a soli ventinove anni. Da questo momento una serie di lutti, tra cui quella dei due figli piccoli, segna profondamente l’esistenza del grande filosofo indiano. Dalla sua personale esperienza d’amore e di dolore Tagore lascia sgorgare le stupende liriche che hanno nutrito la mente e il cuore di generazioni di lettori.

Quando arrivò il momento
in cui dovevamo salutarci,
come una nuvola che
solennemente scenda,
ebbi solo il tempo di legarti
il polso con una cordicella rossa,
mentre le mie mani tremavano.
Ora, mentre sbocciano i fiori di mahua
siedo da solo nell’erba
e mi vibra dentro una domanda:
«Hai ancora la mia cordicella rossa?»

(da Dono d’amore, Rabindranath Tagore)

Ancora duecento anni dopo Giambattista Marino compone questo bellissimo madrigale usando una metafora che riguarda sempre il filo e, stavolta, anche il ricamo. L’ago dell’amata ricamatrice diventa uno strale che passa e punge il cuore del poeta; nello stesso tempo il filo sanguigno che essa con tanta perizia tira è lo stame della vita dell’innamorato. Un’immagine domestica diventa, così, occasione per trattare ingegnosamente l’amore e la morte.

È strale, è stral, non ago

quel ch’opra in suo lavoro

nova Aracne d’Amor, colei ch’adoro;

onde, mentre il bel lino orna e trapunge,

di mille punte il cor mi passa e punge.

Misero! E quel sì vago

Sanguigno fil che tira

Tronca, annoda, assottiglia, attorce e gira

La bella man gradita

È il fil de la mia vita.

(Donna che cuce, Giambattista Marino)

Anche oggi i poeti si confrontano con la metafora del filo. Il legame è qualcosa che diventa prezioso solo se viene sciolto da chi ama e Vivian Lamarque riesce a ben sottolinearlo con il suo consueto candore.

Con un filo d’oro la vorrei a me legare.

Poi, come prova d’amore, la vorrei

per sempre liberare.

(Vivian Lamarque, da Poesie 1972-2002)

Nuovo invece il modo di intendere la metafora della tessitura in linguaggio d’amore per un’altra poeta contemporanea. Ninnj Di Stefano Busà rinnova l’accezione classica di tessitura come simbolo del destino legandola a un significato più profondo di rinascita spirituale attraverso il desiderio e l’unione carnale dei corpi degli innamorati.

Solo un guizzo di luce nel tuo sguardo

un lampo in cui vi ammutolisci

il vento di soavi piaceri, di stordimenti.

Qui è la spola, qui l’arcolaio per tessere la tela,

dalla nostra carne sboccerà l’aurora.

(da Eros e la nudità di Ninnj Di Stefano Busà)

Termina qui, con una citazione di Shitao che intende suggerire altre visioni,  il lungo percorso poetico che, attraverso i secoli, ci ha legato alla metafora, al mito, al filo che unisce tutte le cose: «Lungo la mia Via vi è un filo che tutto unisce» (Sulla pittura, L’unicotratto).

(Valentina Meloni, Castiglione del Lago 16/05/2016)