Lorenzo Spurio recensisce Le regole del controdolore

foto-polaroid

Recensione di Lorenzo Spurio apparsa su Blog Letteratura e Cultura 

Tutte le parole

sono scivolate fuori

dalle tasche (27)

Complicato approcciarsi in termini critici a un libro come questo recente di Valentina Meloni, la poetessa di origini romane oggi naturalizzata umbra, che ha dato alle stampe Le regole del controdolore (Temperino rosso edizioni, 2016) sotto eteronimo di “nanita” come è piuttosto nota nel web. Lo è non tanto per la vastità delle ambientazioni intime investigate o le tematiche che sottendono ai vari componimenti,ma proprio per un motivo basico, che si ravvisa alle fondamenta e che obbliga a una domanda di fondo: perché un libro come questo?

L’autrice in nota di apertura ci informa che forse questo non è neppure un libro di poesie quando, in realtà, esso lo è eccome. La poesia non si riconosce solo visivamente dall’organizzazione in versi che spezzano frasi ma dall’intensità del linguaggio che i contenuti evocano.

Le regole del controdolore è un libro divertente e giocoso, intimo e fanciullesco, scanzonato e proiettato verso il mito dell’infanzia, ma al contempo riflessivo, denso di immagini e pillole che consentono al lettore di riflettere e di riscoprire la sua componente meno razionale. Al suo interno il lavoro è stato diviso in numerosi raggruppamenti che non possiamo definire con esattezza vere e proprie sillogi ma che si configurano, piuttosto, come livelli progressivi di un gioco a fasi, intervalli di esperienze e approcci al mondo, raffronti riavvicinati con la propria genialità repressa che fuoriescono e che la Nostra ci consente di percorrere con soavità, privi di quell’aurea pesante e seriosa che spesso i lavori poetici impongono.

Dell’autrice c’è molto: l’amore forte e la profonda preparazione sugli aspetti fondanti a quella che –forse impropriamente ma in maniera generalizzata- possiamo definire la letteratura dell’infanzia (a renderlo palese una citazione della scrittrice Vivian Lamarque), ma anche di una letteratura che ha in qualche modo posto l’interesse sulla necessità di rompere il disincanto per allietare ed affabulare, arricchire in senso positivo e gioioso, sottolineando in maniera rimarchevole quanto un approccio di tipo ludico e spensierato dinanzi all’esistenza possa spesso costituire, se non la risoluzione pratica ed efficace ai problemi, di certo un lenitivo significativo.

Inevitabile il riferimento al “controdolore” del geniale Palazzeschi, esponente di spicco dell’avanguardia italiana ed europea che in quel manifesto audace e strampalato, di certo irriverente e pretestuoso, aveva stilato un programma –dai tratti anche macabri- di purificazione e ringiovanimento della società mediante il riso. Attraverso la riscoperta del divertimento e del ridere, anche dinanzi a situazioni sconvenienti e nelle quali il riso non sarebbe di certo la risposta più spontanea e riguardevole.

Palazzeschi, per gran parte della sua esistenza letteraria, è stato uno di quegli autori ardimentosi che forse hanno tirato un po’ troppo la corda ma di certo ha operato a livello delle coscienze umane in maniera notevole: le estremizzazioni più repellenti di cui dava sfogo nel celebre manifesto erano invocazioni provocatorie, biechi tentativi di far rinascere autostima e motivare una risposta di sdegno e appropriazione di coscienza come, appunto, la società del periodo necessitava.

Il fatto che Valentina riprenda un autore come Palazzeschi è cosa assai curiosa; l’intero suo volume è in fondo un validissimo strumento avanguardistico dove con impulsività la voce più forte che si sente è quella dell’impavido ragazzino alle prese con scorribande o a salire grandi alberi nonché a stupirsi dinanzi alle stelle e alla morfologia delle nuvole. Ad accompagnare le varie riflessioni poetiche della Valentina bambina sono una serie di raffigurazioni grafiche a matita che completano il percorso che al lettore è consentito di fare tra cui un paio di disegni formati da tessuto sintattico che tanto fanno pensare alle celebri poesie visive di un altro avanguardista, Corrado Govoni.

La traiettoria principale di questo libro è forse quella di non avere nessuna traiettoria. Non vi sono binari che conducono in maniera ordinata e lineare un percorso tra le varie emozioni del narrato. In questo recondito mare di assenza di certezze e determinazioni –che è poi il setting ideale della fiaba o delle narrazioni per bambini- l’io poetico si perde e con esso anche il lettore si dimena in un bosco di difficile fuga (vien quasi da pensare, a tratti ad Alice di Carroll o a Pinocchio disperato che fugge i suoi spazi domestici per trovarsi poi, sbadatamente e colpevolmente, in situazioni di precarietà), vivendo un disorientamento che è dolce perché vivifica il tempo ormai annullato, quello della memoria dell’infanzia.

Queste poesie fuggono dal foglio nel momento in cui le leggiamo, si nascondono, prendono vita in oggetti animati, in presenze indistinguibili, popolano la nostra stanza. Ci accompagnano e ritornano: ad intervalli ritornano nella nostra abitualità, altre volte riaffiorano d’impeto e ci terrorizzano.

Le parole si intrecciano e scorrono veloci, si mischiano in maniera convulsa, si sciolgono e si dilatano, s’infiammano ed esplodono, si rincorrono e poi ancora, nel momento in cui avevamo creduto di afferrarle e farle nostre, ci sfuggono librandosi nel cielo, in forma di stella o diventano polvere.

“Bisogna saper/ ridere/anche del dolore” appunta la Nostra in apertura a una delle liriche dall’aspetto filiforme, chiosando il già citato Palazzeschi. Non hanno, però, i suoi versi intenti arroganti e sconsiderati –come potevano apparire le enunciazioni del Palazzeschi del manifesto-, piuttosto racchiudono l’esigenza di una riscoperta, la voglia di ritrovare il cantuccio dell’infanzia, di poter credere che quella spensieratezza e gioia incontaminata degli anni verdi possano in qualche modo continuare nel presente spesso fosco di problemi e preoccupazioni. Il mito dell’eterna infanzia di cui Barrie in Peter Pan ci parla non è allora una scriteriata utopia, un progetto imbelle di inapplicabile forma, ma desiderio stesso di vivere la vita con il pennello in mano per colorare ogni cosa con le tinte più luminose e ridenti.

In questo modo quella “bambina/ -prigioniera-/ chiusa in un corpo/ di donna” (65) uscirà da una reclusione dolorosa e privativa del suo inderogabile diritto di essere. La chiusa del libro si apre con una citazione del Baudelaire dei nefasti e marci Fiori del male che, per una volta, ci dà un messaggio di apertura: “Felice chi […] comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”. La Nostra, con il dono che le è proprio, con la sua genetica predisposizione al canto e all’osservazione, alla maliosa fuga dal reale, alla simbiosi vegetale e all’affratellamento al regno degli alberi, sembra esser una fata che comprende meglio di ciascun botanico il linguaggio della natura, tutta impegnata ad abbracciare bruchi e far il solletico ai variopinti funghi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-09-2016

Dietro l’angolo il parco

copertinaparcosito

Esistono luoghi insospettabili proprio dietro l’angolo. Giardini a due passi da casa ricchi di meraviglie. Milano ha un’anima verde che pochi conoscono e di cui siamo già andati alla scoperta con i racconti della Settima Quercia. Oggi prendendo per mano i bambini dai cinque anni in su andiamo alla scoperta del Parco Ticinello.* Inauguriamo così la rubrica dedicata alla letteratura per l’infanzia nella scrittura d’ambiente. Anche i piccoli, anzi soprattutto loro, devono essere educati alla scoperta del mondo e delle sue bellezze. Cosa c’è di meglio di un parco ricco di meraviglie proprio dietro l’angolo? Ce lo raccontano con parole poetiche e illustrazioni da sogno Cristina Marsi e Natascia Ugliano che hanno dato vita a un libro in cui la curiosità dei bambini può essere stimolata…in ogni stagione.

Un parco è, per i bambini, soprattutto un luogo da perlustrare pieno di segreti, luoghi incantati, sentieri, rifugi, nascondigli e piccoli animali…ma è anche un luogo in cui saltare, ballare, giocare, riposare, in cui mettere i piedi in acqua, in cui ammirare i fiori, toccare con mano ali, foglie ed erbe sonore. Sperimentare sensazioni tattili differenti come camminare sul muschio, inseguire venti e poi ascoltare la musica silenziosa degli insetti…

In inverno con la neve andare alla ricerca di bianchi disegni, tracce, orme, indovinare a chi appartengono e lasciarne altre solo nostre. In primavera giocare con fiori, uccellini e farfalle, prendere appunti sul proprio taccuino per riconoscerne la specie o approntare un piccolo erbario. In estate rinfrescarsi sotto gli alberi e vicino ai corsi d’acqua, leggere un libro oppure oziare sul prato. In autunno come ora, tuffarsi nelle foglie e poi giocare ad essere il re del parco con una splendida corona di bacche!

Cristina Marsi e Natascia Ugliano vi aspettano sabato 5 novembre presso la Biblioteca Sant’Ambrogio con un laboratorio di lettura e pittura alla scoperta del Parco Ticinello.

Qui tutto è verde come la delicatezza, colorato come l’allegria. Questo è il magico parco vicino a casa mia!

14666068_1346858175324369_870490297022647019_n


  • Il Parco Agricolo del Ticinello è un parco della città di Milano, situato a est di via dei Missaglia e della fascia urbanizzata che lo accompagna da piazzale Abbiategrasso, di fronte al quartiere milanese del Gratosoglio. Il nome gli deriva dal Cavo Ticinello che, dopo un lungo percorso tombinato, riemerge e ne attraversa a cielo aperto il territorio. Il cuore del parco è la Cascina Campazzo, con i suoi seminativi a cereali, i prati perenni e l’allevamento con centotrenta bovine da latte.

Emilio Paolo Taormina legge Le regole del controdolore

le-regole-del-controdolore-2

Le regole del controdolore ” è un libro che esce fuori dai sentieri abituali. È un autoritratto, un percorso a ritroso verso le radici dell’essere. Un peccato originale che giustifichi l’abbandono dell’Eden. La riconquista dell’età dell’innocenza  è in ognuno di noi, ma in Nanita è un suono di corno nelle foreste della propria anima, popolata da cervi, daini, farfalle e alberi. Rifugio in cui la poetessa pare quasi essere rimasta in letargo, sospesa in un tempo indefinito, in attesa di un bacio principesco, di una liberazione.

 In “ Le regole del controdolore” c’è in sordina, la voce delle favole dell’infanzia. Valentina Meloni dice della sua poesia, in un misto tra racconto popolare e fiaba: “ ha due ali e due piedi e un cielo per smarrirsi”. E ancora “non so se chiamarle poesie, non so neppure se siano stelle queste  scintille di luce che ho raccolto nelle mani emergendo dalla notte”. Questi versi si possono spingere con un soffio e nello stesso tempo sono incisivi come la lama di un rasoio. Con semplicità si chiede che cosa sia la poesia e, con altrettanta naturalezza, arriva al centro del suo universo.

 “I versi sono/ ali di farfalla/ scrivono nell’aria…”. Il mondo di Nanita è come l’ostia che diviene sangue, una continua metamorfosi di parole che diventano altro da sé.  È alchimia ed è surrealismo. Il tutto è detto, qui sta l’originalità, con il piglio leggero di un racconto.  Valentina è discreta, non si scrive in prima persona ma, in filigrana, per chi la conosce, c’è. Ben occultata nell’involucro delle parole.

(Emilio Paolo Taormina, poeta e scrittore)


Biografia autore

emilioEmilio Paolo Taormina è nato a Palermo nel 1938, Sue opere sono tradotte in albanese, armeno, croato, francese, inglese, portoghese, russo, spagnolo e tedesco. È presente in antologie e riviste internazionali. Pubblicazioni recenti: Archipiélago, traduzione in spagnolo di Carlos Vitale, editore: Plaza&JanesEditores, Barcelona 2002; Magnolie, traduzione in armeno di HakobSimonyan, Erevan 2007; Lo sposalizio del tempo, Edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni 2009, ristampa ampliata 2011; Inchiostro, (racconti), Edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni , 2011; Le regole della rosa, Edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2014. Su quest’ultima opera poetica Massimo Barbaro ha scritto una breve nota dal titolo Il bordo tagliente del silenzio.

Bejan Matur, uno sguardo sulla poesia curda

Avatar di iulai sensi della poesia

bejan-matur

Scrivere di Bejan Matur, in questi tempi bui, è una delle cose che ritengo sia importante fare. Bejan Matur, ma non solo. Scrivere di poetesse e poeti che vivono situazioni di conflitto o di guerra. Conflitto nel senso più ampio del termine: sociale, di genere, economico, politico.

Per quanto riguarda la presenza femminile nel contesto della scrittura, questa ha per me un valore doppiamente significativo. Prima di tutto perché mi riconosco in queste voci e come voci a me affini sento il bisogno di scriverne e testimoniarne l’esistenza e secondo perché la discriminazione verso la presenza femminile è ancora esistente, in molti aspetti della vita e in moltissime società che vivono su questa terra martoriata.

untitled_2_final Untitled

Bejan Matur, è una scrittrice curda che scrive in turco, anche se ultimamente -cosa molto importante- ha scritto anche in curdo. Matur nasce nel 1968 a Maras (Kahramanmaraş), nel sud est della Turchia. Un…

View original post 1.450 altre parole

Malinconie autunnali

tumblr_mztwnzjnet1s8rlddo1_500

 

le prime piogge-

le coccole del gatto

malinconiche

[ n a n i t a ]

L’Italia è un giardino (Tiziano Fratus)

litaliaeungiardino_fratus_wood2

immagine tratta da Homoradixnew

«Non ho parole per descrivere la bellezza del mondo. Il mio respiro si confonde con quello delle piante. Il mio ascolto si mischia al canto degli uccelli. Il mio occhio vaga come un vascello nel mare delle nebbie… » apre così Tiziano Fratus la sua ultima fatica letteraria “L’Italia è un giardino” che va a concludere la Trilogia delle Bocche Monumentali di cui fanno parte “L’Italia è un bosco” (2014) e il “Libro delle foreste scolpite” (2015) tutti firmati per Laterza.

«La Trilogia delle Bocche Monumentali -ci ricorda Fratus- condensa anni di ricerche e di viaggi, anni di scritture, anni di letture, anni di pensiero e di ipotesi, neologismi misurazioni confronti cancellazioni. E ancora: strade errate e sentieri luminosi, inaspettate solitudini, alberografie e dendrosofia, lavoro e visione. Presenta un’Italia dei grandi alberi, delle foreste residue di alta montagna, dei giardini, delle riserve, della natura e dell’immaginazione. […]Sono le nostre radici, il nostro passato e il nostro futuro. L’Italia è un giardino è un libro sulle vastità delle fonti classiche e neoclassiche, sul segno di ogni rapporto intimo che si va a tratteggiare fra uomo e natura. »

Quelli della Trilogia non sono solo libri, sono piccoli mondi che racchiudono, come in un gioco di scatole cinesi, altri infiniti mondi. Ci si inoltra in questa passeggiata conclusiva nei più bei giardini d’Italia con gli occhi e il cuore colmi di bellezza e domande come quella che assilla Tiziano in sottofondo e che emerge nella narrazione tra le pagine dei giardini di Villa Carlotta: « i nostri giardini rispondono ad un bisogno di bellezza condivisa oppure sono un’opera di celebrazione della natura che l’uomo ha voluto dominare per adattare il paesaggio alla propria presenza? Perché in un giardino l’uomo tenta di ristabilire la foresta, o forme di natura selvaggia, come a voler ridefinire un cordone ombelicale che lo riconnetta agli albori del tempo? » A queste e ad altre domande potrete trovare le vostre risposte andando alla scoperta dei giardini italiani con la guida paziente di Tiziano che vi accompagnerà per mano in un percorso filosofico, letterario, botanico, meditativo e musicale lungo tutto lo Stivale.

Ad accompagnare le visioni descrittive dei giardini dei consigli musicali e i bellissimi scatti in bianco nero dello stesso autore che disegnano un percorso emozionale e di sensazioni suggestivo anche nell’arco della lettura. Sceglie “il sole fiacco dell’inverno” Tiziano per andare a visitare questi paradisi terrestri, “per tentare di catturare l’anima dei luoghi” ; è una scelta inconsueta anche se, pensandoci bene, in questo periodo i giardini sono meno affollati e le temperature consentono di lasciarsi andare alla meditazione e all’osservazione con più tranquillità.  “Il verde, il legno addormentato, la terra viva”  sono gli elementi caratterizzanti di questo viaggio-libro e poi le musiche gorgoglianti di specchi d’acqua, ruscelli, fontane e cascate, le forme contorte delle grandi magnolie fiorite e lussureggianti nelle varietà Magnolia x soulangeana o stellata e verdeggianti ed esotiche per la sempreverde grandiflora. Qualche mimosa e alcune esotiche camelie giapponesi macchiano di giallo e rosa il verde a più tinte e anticipano il rigoglio della primavera incipiente. E poi loro: i grandi alberi monumentali dalle contorte forme ramificate che costellano i giardini sorprendendoci con improvvisi viaggi nel tempo e nello spazio, trasportati come siamo ai piedi di veri e propri mammut viventi, alcuni dei quali provenienti da luoghi esotici e lontani.

È il mondo suggestivo dell’Homoradix alla scoperta delle nostre radici arboree… ora anche storico- architettoniche e floreali. Tiziano ci informa che la radice principe che nutre queste pagine è dolens, non solo felix, nasce cioè dalla solitudine. Leitmotiv di tutta la trilogia la solitudine è compagna desiderabile e fruttuosa, nel suo silenzio prende vita la radice dell’essere andando a fondo nella meditazione: altro tema che sarà affrontato nella prossima pubblicazione di Tiziano “Il sole che nessuno vede”. Ed è proprio intorno al sole che ruota (è il caso di dirlo) tutto il lavoro del giardino e tutta la vita in esso contenuta, lo ricorda Fratus con la bellissima citazione di Wystan Hugh Auden :       « La legge, dicono i giardinieri, è il sole/la Legge è quella cui tutti i giardinieri obbediscono/domani, ieri, oggi».         Il giardino che ci trasporta nella quarta dimensione con tutti i sensi. Qui il tempo è visibile: è materia, la corrode, la muta, la traveste.

Nei giardini il vero dio sembra essere il tempo: esso è al contempo creatore, manutentore e distruttore. Chi si appresta a pensare, progettare, costruire e piantare giardini è un saggio. Ha in sé la consapevolezza di essere solo di passaggio, a volte sa che non riuscirà mai a vedere la propria opera completa, che il paesaggio da lui pensato e immaginato si trasformerà o sarà soppiantato da altro… Ecco che nei giardini grandi riflessioni prendono il posto delle normali preoccupazioni quotidiane. Siamo solo di passaggio eppure un giardino fa sì che sopravviva a noi un pensiero di bellezza e d’amore che ha trapassato il tempo.

Il viaggio-libro del Nostro inizia a Monza nei viali del Parco reale dove incontriamo la Voliera per Umani del poeta dei giardini Giuliano Mauri e la famosa installazione di Giancarlo Neri, Lo scrittore: una sedia e un tavolo alti nove metri al centro di un prato. Camminarci sotto è emozionante ci assicura Tiziano che viene trasportato subito nel continente arboreo dal “fantasma” di Federica Galli che nel pensiero dell’autore cammina lenta per il parco intenta ad osservare boschi e alberi per trasferirli nelle sue opere reinventandoli. Il viaggio prosegue verso la Campania, accompagnati dalla Messa di Requiem, Lacrimosa, di Wolfgang Amadeus Mozart. Si cammina ad occhi spalancati nella Reggia di Caserta dove fontane e architetture lasciano il passo a un piccolo giardino incantato nella laguna blu del Giardino Inglese. Una magia che solo gli occhi riescono ad abbracciare e a cui la macchina fotografica di Fratus si arrende.

Un violoncello sulle note di J.S.Bach ci trasporta in una nuova dimensione: il Giardino di Boboli a Firenze ci apre ai suoi segreti tramite un transitorio angelo custode, giardiniere appassionato che ci ricorda come un giardino è sì quel che vediamo, ma anche quel che non vediamo. L’opera paziente dei custodi di questi paradisi è, non solo necessaria, ma oserei dire anche salvifica per le nostre anime. Giardini come questo sono delle vere e proprie “scuole” a cielo aperto, ci si istruisce a vicenda: il giardino e il giardiniere.

Arriviamo nei luoghi del nostro mentore, Torino, I giardini della Reggia di Venaria, sulle note di Mendelssohn nei giardini pensili incontriamo una bellissima Magnolia bianca, una grandiflora, la quale, ci assicura Tiziano, comunica telepaticamente con altri grandi esemplari di giardini e parchi di ville storiche.

Al Clair de Lune di Debussy ci avviamo nei giardini pubblici milanesi, una vera e propria oasi in città con magnifici esemplari monumentali e una zona umida con meravigliose popolazioni di tassodi i cui pneumatofori respirano immersi in acque popolate da grandi carpe Koi e tartarughe. Uno degli esemplari, il Sacerdote supera i trenta metri di altezza, è lo spettacolo di un vero gigante in meditazione.

Siamo ora a Palermo dove dodici ficus di cui alcuni ultrasecolari ci accolgono con una pioggia di radici aeree che sembrano danzare sulla melodia di Eric Satie, Gymnopédies : sono alberi che camminano… Tornando a Firenze, a Villa Demidoff, andiamo incontro al Gigante dell’Appennino, un vecchio pensieroso di quasi quattrocento anni. Accompagnati dalla mitica figura della Principessa Sissi e sulle note di uno dei miei autori preferiti Win Mertens, visitiamo Merano, città che ho nel cuore da un tempo imprecisato. Siamo nei giardini del castello Trauttmansdorff: un vero paradiso-laboratorio in cui convivono specie diverse tra loro e percorsi sensoriali da sperimentare. « C’è una curiosa armonia che unisce tutto quanto…La curiosità di questo giardino-racconta Fratus-è che riesce, nonostante la bizzarria degli alberi esotici a dialogare con le montagne circostanti, anche ora che è inverno e su alcune cime si intravede qualche segno di neve… »

Nella seconda parte del libro, interamente dedicata alle acque incontriamo il Giardino monumentale di Valsanzibio in Veneto in cui troviamo ad attenderci uno dei labirinti più belli d’Italia, gli indimenticabili  Giardini di Villa d’Este a Tivoli e gli esotici giardini La Mortella a Ischia, il ventre di una madre accogliente dalla densità vegetativa caraibica. Qui troviamo anche l’albero delle tazze in cui diverse varietà di pappagalli fanno i loro nidi.

Arriviamo infine alla mia regione madre: il Lazio e in particolare Viterbo, la mia seconda casa che se avessi potuto scegliere sarebbe stato il mio luogo di adozione per eccellenza. Qui una natura lussureggiante e ancora, a tratti, selvatica si unisce al misticismo del Parco di Bomarzo dove la Grande Bocca recita: Ogni pensiero vola. Un luogo che si deve visitare per comprenderne l’essenza. Ancora nel Lazio, stavolta Fratus dedica diverse pagine a uno dei giardini più belli che io abbia mai visitato in Italia: il giardino di Ninfa. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Qui dimentico la citazione musicale… a dirla tutta la musica delle acque e degli uccelli è già un’opera a sé che merita la massima attenzione. Mi torna in mente un passo di The Secret Garden di Frances Hodgson Burnett , libro della mia infanzia:

“In mezzo all’erba, sotto gli alberi, nei vasi grigi delle nicchie, si scorgevano pennellate bianche, d’oro, di porpora; sopra la sua testa gli alberi erano rosa e bianchi, e ovunque si udivano battiti d’ali, suoni flautati, ronzii, dolci profumi.”

Fratus sotto la pioggia chiede accoglienza con un inchino a tre belle magnolia grandiflora. Ne serbo l’immagine: la mia magnolia telepaticamente sta già confabulando con loro… Dovreste sentire cosa ne dicono …ah quanto è amato quest’uomo!

In Friuli Venezia Giulia scopriamo a Villa Ottelio i veri Romeo e Giulietta, quelli storici a cui Shakespeare si sarebbe ispirato. E quelli di Verona? Sono una bufala? Con questo dubbio amletico andiamo incontro alla natura selvaggia tornando in Lombardia nei Giardini di Villa Carlotta, passando per il Bosco de La Ragnaia in Val d’Orcia, meta che non potete perdere, anche qui una citazione recita «Gli alberi stanno per fogliare come qualcosa che è già stato detto»…anche i giardini sembrano suonare tutti una musica già intesa eppure hanno tutti una propria e unica melodia.

Ci riaccolgono i boschi del Trentino Alto Adige in Arte Sella dove la Land Art ha scelto una delle sue dimore principe. Qui Nils Udo  ha realizzato il famoso Nido di Sella: un enorme nido intrecciato di rami con cinque uova in marmo di Carrara dalle dimensioni dinosauresche. Un mantra che si è regalato Tiziano mi tormenta come una melodia: «Sono un albero spoglio, su di me cantano gli uccelli al tramonto».

Sulla via Francigena ci avviamo verso un pensiero di pace: i boschi sacri ci accolgono in preghiera nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. Questo è il mio luogo di cura, uno spazio sublime e spirituale che sempre mi accoglie maternamente. È la mia dimora. Dirlo a parole è per me impossibile, vi lascerò leggere quelle di Tiziano…

Il viaggio- libro continua nel suo gioco di scatole cinesi, chiudo questa interminabile e bellissima passeggiata alla scoperta delle nostre radici nei luoghi di Carlo Lorenzini in arte Carlo Collodi, una visita al Parco di Pinocchio è d’obbligo per noi parlalberi…

 C’era una volta un pezzo di legno. La storia degli alberi continua e cammina…

 

Grazie Tiziano.

09/10/2016

n a n i t a

 

Diwali n.XIV -Nickname-

Forse mente chi nega l’ebbrezza che accompagna l’accesso in incognito a una rete virtuale. Dalla fine degli anni ‘90, l’interazione su internet, a viso coperto, si generalizza fino a diventare fenomeno di massa. Il Nickname, dietro cui si può agevolmente nascondere la propria identità, non è tuttavia veramente anonimo. Nella scelta del soprannome c’è forse più identità autentica di quanta ce ne sia nel nome-cognome cui il mondo associa il nostro viso. Nella fantasia del nuovo nome possiamo sprigionare potenze significanti altrimenti nascoste sotto quella maschera imposta cui spesso si riduce la nostra fisica presenza. L’identità virtuale, sotto le sembianze di una fuga dal reale, non nasconde forse una dirompente potenza di libera autoaffermazione, in grado di realizzare il nostro più autentico, in quanto liberamente scelto, volto profondo?                         (estratto dall’editoriale di pag.3)

In uscita il n.XIV di Diwali-rivista contaminata a tema “Nickname. In questo numero mi trovate a pag. 30 nella rubrica In-verso con due poesie tratte dalla raccolta inedita Corpo sonoro (“L’altra me” e “Senza titolo”) e pag.63/66 nella rubrica In-dicazioni con le recensioni: per la poesia ad “Amata Voce” di Nicoletta Nuzzo, per la narrativa a “C’è Nessuno” di Daniela Cattani Rusich.

Nella rubrica In-stante un assaggio del percorso fotografico dal titolo “Riflessi” di Annalisa Marino con la quale sto curando il progetto Eva.

Bellissimo numero con contributi davvero interessanti… Buona lettura!

Tinte autunnali-Autumnal Tints-H.D. Thoureau

3

Adoro l’autunno, la stagione dei poeti, degli innamorati, dei colori accesi: mi piace ricordare la citazione di Albert Camus che lo paragona alla primavera…

L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.

Le foglie cadono e ricoprono il terreno come fosse un morbido tappeto in cui potersi tuffare. Alberi, prati e cespugli s’incendiano, come se un invisibile pittore facesse scivolare amorevolmente il proprio pennello su di essi. Prima un tocco di oro, poi uno di arancio, infine uno di rosso. Ogni cultura dà un nome diverso a questo magnifico fenomeno.
Ad esempio l’autunno giapponese si chiama 紅葉 “kouyou“,  Foliage o Fall Foliage invece è un termine romantico e suggestivo, anche noto come Indian Summer, che – nell’immaginario di molti – è legato a Paesi lontani: il Quebec, il Maine, il New England.

Scrive Hanry David Thoureau nel suo splendido libricino Autumnal Tints tradotto in italiano da Chiara Gallese per la casa editrice Galassia Arte (collana: Le sequoie) nel volume Tinte autunnali:

“Gli europei che vengono in America sono sorpresi dello splendore del nostro fogliame autunnale. Tale fenomeno non è tenuto in alcuna considerazione nella poesia inglese, poiché gli alberi lì acquistano solo pochi colori brillanti.[…] Il cambiamento autunnale dei nostri boschi non ha ancora fatto una profonda impressione nella nostra letteratura. Ottobre ha a mala pena tinto la nostra poesia.”

E Thoureau, grande osservatore, scrittore naturalista dall’animo altamente sensibile, racchiude in queste poche pagine dalla iniziale forma di appunti tutta la poesia e i colori di questa malinconica stagione che riesce a trasformare un bosco in un sommesso incendio… Così descrive l’autunno Boris Abramovič Sluckijun poeta russo scomparso nel 1986, che certamente aveva tratto dallo spettacolo dei boschi autunnali profonda ispirazione…

Riscaldiamoci l’anima pure noi, allora, godendo delle tinte autunnali…

“Ottobre è il mese delle foglie colorate. Il loro ricco bagliore lampeggia ora in giro per il mondo.Come i frutti e le foglie, e il giorno stesso, acquisiscono una colorazione luminosa poco prima di cadere, così l’anno si avvicina al suo tramonto. Ottobre è il suo cielo al tramonto, novembre è il tardo crepuscolo.
Ho già pensato che sarebbe valsa la pena di procurarmi una foglia campione da ogni albero, arbusto e pianta erbacea che cambia colore, nel momento in cui avesse acquisito il suo caratteristico colore brillante, nel passaggio dalla fase verde a quella marrone, delinearne i tratti essenziali, e copiarne esattamente il colore, con la pittura, in un libro dal titolo “Ottobre, o tinte autunnali”- iniziando con il primissimo rossore- Woodbine e il lago di foglie delle radici, e continuando poi con gli aceri, i noci americani, e i sommacchi, e molte foglie splendidamente maculate e meno note, finendo con querce e pioppi tremuli.Che ricordo sarebbe un libro del genere […]” (Autumnal Tints- H.D. Thoreau)

1

il mio angolino di lettura autunnale

Il Nostro forse sarebbe felice di sapere che c’è qualcuno che lo ha fatto -chissà magari proprio da lui ispirato- creando nei giardini Trauttmansdorff a Merano Il Padiglione delle foglie d’autunno dove, racconta Tiziano Fratus in L’Italia è un giardino (che ho recensito qui)  si possono ammirare tutti o quasi i colori che le foglie possono creare in autunno. Thoreau racconta nelle prime pagine che ha tentato, con scarsi progressi, di creare questo libro, ma che poi ha cercato di descrivere tutte queste tinte brillanti a parole. Da qui in poi inizia a mostrarci i suoi appunti nei quali fa una descrizione poetica e particolareggiata di diverse specie, partendo dalle panicelle americane per proseguire poi con l’acero rosso, l’olmo, l’acero da zucchero, la quercia scarlatta e una quantità di foglie di varie specie. Questo librino così poetico e suggestivo  riuscirà a catapultarvi in una meravigliosa atmosfera ovunque voi siate… L’unico suggerimento che posso darvi, come per tutti gli altri capolavori di questo autore, è di leggerlo in lingua originale se siete avvezzi con la lingua inglese, perché in  traduzione si perde inevitabilmente la musicalità della prosa poetica- molto marcata in questa occasione e perciò ancora più suggestiva- che caratterizza la sua scrittura. È una lettura fluida e meticolosa nelle descrizioni che influenza fortemente l’immaginazione…

“…io credo che tutte le foglie, anche le erbe e i muschi, acquistino colori più brillanti poco prima della loro caduta. Quando arrivi a osservare fedelmente i cambiamenti di ogni più umile pianta, scopri che ognuna ha, prima o poi, la sua peculiare tonalità autunnale; se ti impegni a stilare una lista completa delle tinte brillanti, sarà quasi altrettanto lunga quanto l’elenco delle piante intorno a te.”(H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

In America lo splendore del fogliame autunnale è spettacolare …Eppure anche L’Italia non è da meno con i suoi  boschi, parchi, giardini, sentieri e viali alberati…
Angoli bellissimi, dove poter respirare a pieni polmoni l’atmosfera ovattata e colorata dell’Estate di San Martino.
E allora che si fa? Allora andiamo a sbirciare anche noi tra le foglie…

Sbirciare tra le foglie Leaf Peeping: altro non è che la versione botanica del birdwatching. I mesi in cui si può godere di questa attività sono Ottobre e Novembre e la rotta da seguire è quella dell’Italia Settentrionale, ma – volendo – ci si può spingere anche più giù. Senza dover andare troppo lontano … anche qui dove abito  si può godere di qualche scorcio interessante dai caldi toni autunnali…

Thoreau con ironia e un pizzico di macabro ci invita a passeggiare sulle foglie lasciandoci andare -come si lasciano andare anche loro- alla perdita e all’accettazione per l’impermanenza, quello che i giapponesi definirebbero con il sentimento Aware, la perdita consapevole dell’esistenza.

«È piacevole passeggiare sopra i letti di queste foglie fresche, croccanti, e fruscianti. Come vanno splendidamente alle loro tombe! Con quanta delicatezza si sdraiano e diventano terriccio! Dipinte di mille colori, e adatte a diventare i letti di noi che viviamo. Così marciano alla loro ultima dimora, leggere e vivaci. (…)  Esse ci insegnano come morire. Ci si chiede se potrà mai venire un tempo in cui gli uomini, con la loro vantata fede nell’immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità. (…)
Quando le foglie cadono, tutta la terra è un cimitero piacevole in cui passeggiare. Amo vagare e meditare su di esse nelle loro tombe. Qui non ci sono epitaffi mendaci o vani. Che importa se non possiedi un posto al Mount Auburn? Il tuo posto è sicuramente gettato da qualche parte in questo vasto cimitero, che è stato consacrato nei tempi antichi. Non hai bisogno di partecipare all’asta per assicurarti un posto. C’è abbastanza spazio qui…»  (H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

Per restare in Giappone… anche loro possiedono delle bellissime tradizioni autunnali, come per esempio il momiji-gari (紅葉狩, letteralmente “caccia all’acero giapponese”) : un rituale antico dalle origini aristocratiche. Si racconta infatti, che nelle limpide giornate d’autunno di molti secoli fa, i nobili si ritrovassero all’ombra delle folte chiome di momiji (紅葉, “acero” appunto)* per suonare, cantare e recitare poesie haiku (俳句), cercando ispirazione dal fogliame screziate di rosso. Poi, con il periodo Edo (1603 – 1867), questa usanza si è diffusa anche tra la gente comune, ed è rimasta intatta fino ad oggi. Come in passato, il momiji-gari non celebra solo il momento migliore per la contemplazione dei momiji, ma è anche un’occasione di festa dove il sakè scorre a fiumi, le cravatte si sciolgono e ci si ubriaca fino a crollare esausti.

a2b3400ba1c4c65f0a1964cf85ba166a

Ovviamente questo fugace ma intenso periodo riveste una solenne importanza per i giapponesi, cultori della bellezza per antonomasia, nonché eclettici contemplatori della natura. Probabilmente non esiste altro paese al mondo in cui l’autunno arrivi con tanta teatralità come in Giappone. L’avanzata della colorazione dei momiji è monitorata con un interessamento che per noi occidentali è difficile da comprendere: ogni sera, come per le previsioni meteo, i telegiornali forniscono un rapporto sullo stato dei momiji, con tanto di mappe dettagliate che mostrano il grado di colorazione raggiunto e le percentuali in ogni singola area.Kyoto è da sempre una delle mete più gettonate per i turisti appassionati di momiji-gari. Sia per le vaste foreste di momiji che circondano la città, sia per i numerosi templi, santuari e giardini che ogni anno, fra Ottobre e Novembre, sono abbelliti da uno spettacolare sfondo di colori autunnali. Possiamo paragonare il momiji-gari al nostro “foliage” autunnale che ormai inizia ad avere un certo seguito anche in Italia. E sebbene – come ci ha lasciato scritto il poeta Matsuo Bashō in suo celebre haiku-

“Oriente od occidente, unica è la malinconia del vento autunnale”

(Piccolo manoscritto della bisaccia, canzone del vento autunnale)

sono invece sempre diverse le sfumature delle foglie in questo periodo dell’anno in ogni parte del mondo…

Allora-come ci ammonisce Thoureau-non chiudetevi in casa ma uscite ad ammirare questa magnifica seconda primavera!

«La maggior parte della gente rientra in casa e chiude la porta, pensando che lo squallido e incolore novembre sia già arrivato, mentre alcuni dei colori più brillanti e memorabili non si sono ancora accesi.» (H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

n a n i t a

Tratto da una mia recensione apparsa a ottobre del 2013 sul Blog “Quelli che parlano agli alberi”


*Il8217124016_cbf1015a16_b momiji, il cui nome scientifico è Acer Japonicum, è un albero della famiglia degli aceri, più piccolo rispetto all’acero canadese e con foglie più sottili ed affusolate. Anche le foglie dell’acero giapponese, come per il suo parente canadese, in autunno hanno la caratteristica di tinteggiarsi con molteplici sfumature: sono rappresentate infinite varietà di verde, da quello più tenue e vellutato al verde smeraldino, più intenso; le tonalità di giallo e rosso si mischiano passando per tutta la gamma di arancioni che sia possibile immaginare. Uniformati al verde durante la calura estiva, i momiji iniziano la loro affascinante trasformazione con i primi freddi autunnali, richiamando a sé spropositate masse di turisti.


Il gorgo di Francesco Innella

“Gli Haiku dell’0mbra”

il-gorgo-copertina
Leggi un’anteprima del libro qui

 

 

Sale la luna

ombre attraversano

la mia stanza.

Uno dei sempre più rari haiku in cui compare lo Shiori, il sentimento delle cose ombrose. Mi è subito piaciuto da quando lo lessi ormai due anni fa in una rivista on line e conobbi così Francesco Innella. Lo ritrovo oggi ad apertura della sua raccolta di haiku “Il gorgo” (Ilmiolibro, 2015).

Questo è un haiku in cui è presente il piccolo Kigo che determina l’esatto momento della giornata in cui avviene l’azione. Lo stesso Kigo qui è anche azione. Lo haijin (e quindi il lettore) indovina il momento del crepuscolo, anzi il momento in cui sorge la luna, dal passaggio di ombre sui muri della propria stanza. Questo è un movimento che cattura la vista e il sentimento, ma è anche un movimento più invisibile, interiore. Le ombre proiettate sul muro sono le medesime ombre che attraversano l’interiorità dello haijin. Con il calare del sole si avverte quel leggero stato malinconico che prende in solitudine all’arrivo della notte. Qui è mirabilmente espresso. Non serve dire altro. La stanza è, per estensione, anche il cuore del poeta. Meravigliosa potenza dello haiku.

Il titolo di questa raccolta “Il gorgo” ci trasporta nei versi in un flusso continuo di movimento e di fluire del Ki che è il principio dell’estetica cinese e poi giapponese. Tutto è in movimento e tutto è movimento.

Gorgo è il simbolo della condizione umana trascinata dalla inesorabile legge dell’impermanenza. Se si osserva bene un fiume in piena, si può notare, nel vorticoso scorrere della corrente la formazione di innumerevoli gorghi che compaiono e scompaiono. Il gorgo non ha una sua identità, ma è formato dalla corrente del fiume e così è l’uomo, un semplice aggregato trascinato nel samsara dell’esistenza, che appare e scompare nell’eternità del Tutto. (estratto dalla presentazione)

Il lupo piange

nella notte nel bosco

stelle brillano.

Anche qui Francesco Innella continua a preferire al Kigo il piccolo Kigo che è sempre e comunque un riferimento al “tempo circolare” dello haiku e io continuo a scegliere un haiku “notturno” in cui compare lo Shiori. Perché? Perché è così raro trovarli oggi che ho inteso dare loro risalto.

Il lupo piange, non ulula come comunemente siamo abituati a pensare. Una rottura che subito introduce il sentimento di malinconia che pervade la notte: lo Sabishisa (tristezza), anche questo raro a trovarsi negli haiku moderni. Eppure lo haiku esprime meravigliosamente quella che io chiamo “la forma umbratile della poesia”. L’ombra è inafferrabile, transitoria, metamorfica e sottende un punto di luce nascosto. Quella delle ombre è una scrittura indiretta come indiretta è la scrittura dello haiku che non pronuncia mai la prima persona e che si avvale dell’espressività della natura per dire gli stati d’animo della presenza e dell’osservatore. Il ribaltamento si trova nel terzo Ku (verso): le stelle brillano. Tutta la notte, se pure malinconica e triste, è accesa di stelle. La luce, la speranza è ciò che s’intravede nel bosco, un movimento impercettibile quello dello sfavillio delle stelle ma che ci riporta alla vastità del mondo e a ciò a cui aspira lo haiku: raggiungere con un crescendo di intensità quella esplosione di luce che ci illumina anche interiormente. Il Wabi, l’inaspettato, si esprime con queste due semplici parole: stelle brillano. Ma anche Yugen si manifesta nelle medesime due parole: il mistero della vita, l’energia del mondo che palpita ovunque. La tristezza e il pianto del lupo (e dello haijin?) qui sono ridimensionati dalla grandezza di questi due sentimenti.

La bellezza delle ombre e della fugacità di queste immagini è espressa ancora in un ultimo haiku che ho scelto di commentare:

La gente passa

come ombre cinesi

sul telo bianco.

Io qui sento con meraviglia la transitorietà farsi immagine e parola. Aware, la perdita consapevole dell’esistenza. La gente, coloro che non conosciamo, sfila come ombra davanti ai nostri occhi. Non sappiamo nulla di loro, vanno, si proiettano sul telo bianco della vita lasciandoci solo fugaci ombre. Passano e assieme a loro passa il tempo, trascorre l’esistenza, svanisce il corpo e la sostanza. Svaniamo anche noi. Non esiste sofferenza ma accettazione. Accettare la propria ombra, integrarla al proprio essere luce (telo bianco) ci completa come individui. Adesso siamo in grado di accettare anche l’impermanenza.

Sull’albero

canta l’usignolo

il cuore tace

Un haiku “imperfetto” (ipometro) questo, nel senso che non rispetta la metrica a cui Francesco sa dare la giusta importanza: la perfezione non rispecchia la natura, l’imperfezione sì. La sua corrente di pensiero-scrittura è quella della beet- generation che ci ha regalato meravigliosi esempi di poesia. La stagione qui è inequivocabile: la primavera di cui l’usignolo sparge le voci. Non si vede ma si può percepire la primavera anche dal canto di un uccello. I sensi si spengono perché si accendano interiormente i sentimenti. Wabi, l’inatteso ci trasporta con delicatezza (Hosomi) in una dimensione di silenzio che opera lo svuotamento mentale e sentimentale (il cuore tace) necessario a raggiungere la nostra piccola illuminazione. L’universo abita anche nelle piccole cose come il canto di un uccello (Aware): di fronte a questa meravigliosa scoperta non possiamo fare altro che tacere.

Quelli di Francesco sono haiku contraddistinti da una maturità  meditativa consapevole dell’esistenza, delle sue bellezze e dei suoi dolori. Il gorgo ci trascina in riflessioni profonde sull’esistenza e siamo irrimediabilmente rapiti da questi piccoli poemi così densi di significato.

 

La vecchia madre

giace nel letto sola

piano piange.

Oltre la rupe

il mio tuffo nel mare

liberazione.

Insana sorte

baci rubati al vento

pensieri brevi.

Mi attraversa

un silenzio d’abisso

la mente tace.

Tutti dormono

nel mondo illusorio

il saggio veglia.

n a n i t a (27/09/2016)

Valentina Meloni

Cinque mie poesie sul femminicidio e la violenza di genere per “La pelle non dimentica“.

Buona lettura

Avatar di lapellenondimenticaLa pelle non dimentica



(ninna nanna per sempre*)
dormi dormi piccolino lei canta una ninna al suo bambino
e lo tiene stretto, lo tiene stretto al seno
                  lei lo culla, lei lo culla piano
dormi dormi mio piccino gli occhi di lui sono due pugnali
occhi feroci occhi di assassino dormi dormi piccolino
lei canta una ninna e lo tiene stretto lo tiene stretto al seno
un calcio nel ventre, poi due, poi tre…
                             le mani di lui che l’accarezzavano piano
sono le mani di un padre aguzzino
dormi dormi bel bambino
lei canta una ninna e lo avvicina al seno
                        le mani strette sul ventre di giovane madre
un lago di sangue-tra le cosce- il sangue versato dal padre
dormi dormi mio piccino lei ancora lo culla lo culla piano
                               nelle braccia vuote come il suo ventre
lei lo tiene in vita ogni giorno ogni istante
dormi dormi piccolino

View original post 457 altre parole