Nei giardini di Suzhou recensito da Laura Vargiu

“Nei giardini di Suzhou” di Valentina Meloni:

un viaggio emozionale tra le stagioni dell’anima.

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Semplice, delicata, stupenda: così si rivela la poesia di Valentina Meloni a chi, passo dopo passo, si addentra “Nei giardini di Suzhou”.
Giardini più ideali che reali, questi, scolpiti dal silenzio dell’anima e dal fluire imperturbabile del tempo; più metafora e simbolo di una dimensione dell’io e dell’esistenza, lontana dagli insulsi e opprimenti frastuoni del mondo, che luogo fisico rintracciabile da qualche parte, sebbene i Giardini di Suzhou abbiano in realtà una propria collocazione geografica nella provincia cinese del Jiangsu e rappresentino una importante oasi naturalistica diventata patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ormai da quasi vent’anni.
Per quanto mi riguarda, è la prima volta che mi interesso e avvicino al genere haiku, poesia di tradizione orientale che, in tutta franchezza, è stata una sorprendente e piacevole scoperta: in soli tre versi, nei quali sono racchiuse meno di venti sillabe, si concentrano immagini e sensazioni che lunghe poesie o addirittura poemi non è detto sappiano esprimere con altrettanta efficacia. La silloge di Valentina Meloni, ricca di ben duecento componimenti e di un interessante apparato di note ai testi, è un piccolo scrigno che custodisce gioielli in apparenza semplici e per niente vistosi, ma comunque di straordinaria bellezza. Dall’immensità dei cieli solcati da nuvole in corsa alla dolcezza dei prati in fiore, dalla malinconia della musica del vento all’incanto dei silenzi innevati, dalla stellata magia della notte agli assolati germogli del giorno: attraverso suoni, profumi, colori, l’autrice ci conduce in un viaggio tra le stagioni anzitutto dell’anima, dove contemplazione della natura e ascolto della propria interiorità s’intrecciano in un continuo gioco di compenetrazione infine inscindibile.
Tantissimi gli haiku che, come piccoli quadri o istantanee d’autore, fermano un momento catturandolo nella sua eternità e a chi legge – sublime potenza del verso! – sembra di vedere per davvero quelle scene, quei colori, quei movimenti, che siano voli d’uccelli, schiudersi di petali o agitarsi di fronde.

Falce di luna
Dentro i campi del cielo
stelle mature

Campo di grano
Un papavero rosso
sta solitario

Verde brillante
Un germano reale
scrolla le piume

Cervi in amore
Le felci si muovono
dentro la sera

Abeti bianchi
in cima al santuario
giunti in preghiera

Lago increspato
Saette di rondini
tuffano il capo

Soffiava piano
il vento tra i cipressi
Ti amo ancora

Versi da leggere e rileggere, lentamente. Poesia da ascoltare col cuore. Un’opera di profonda armonia, nonché di grande sensibilità, impreziosita inoltre dalle meravigliose opere pittoriche su carta di riso dell’artista siciliano Santo Previtera.
“È difficile esprimere qualcosa nella sua interezza”, recita la massima di un monaco zen che Giovanna Iorio cita nella sua bella prefazione al libro: sarà senz’altro così, dal momento che indubbiamente il linguaggio, a differenza del pensiero, ha limiti precisi, ma è pur vero che la poesia, in generale, può tanto e quella riecheggiante nei giardini dell’anima, come in questo caso, con poche ed essenziali parole riesce a raggiungere livelli superbi che se non possiamo chiamare perfezione, poco ci manca.
(I testi riportati sono di proprietà di ©Valentina Meloni)

Laura Vargiu

Note


Laura Vargiu

Nata a Iglesias nel 1976, si è laureata in Scienze Politiche con una tesi in Storia e Istituzioni del mondo musulmano presso l’Università di Cagliari. Finora ha partecipato a numerosi concorsi letterari e con racconti e poesie è presente in diverse raccolte antologiche nazionali.
Tra i vari riconoscimenti ottenuti, nel giugno del 2013 il 1° posto per la sezione “poesia singola” alla XXVIIa edizione del Premio “La Mole”, organizzato dalla Associazione Culturale Talento di Torino con il patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, mentre all’inizio del 2014 un suo racconto è stato selezionato tra i dieci testi finalisti del I° Contest Letterario Carlo A. Martigli e premiato con menzione d’onore.
Nel 2012 ha pubblicato il suo primo libro intitolato “Il cane Comunista e altri racconti” (Gli Occhi di Argo Editore); del 2015 è invece la pubblicazione del racconto “Il viaggio” (Youcanprint Self-Publishing).


Eco di neve – Ada Crippa-

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C’ero soltanto./ C’ero. Intorno/ cadeva la neve

Sceglie uno degli haiku più belli- tra gli oltre ventimila scritti da Kobayashi IssaAda Crippa per aprire la sua raccolta “Eco di neve“. Un libricino di quelli preziosi come spesso accade per le raccolte delle edizioni LaVitaFelice corredato dalle incantevoli illustrazioni di Libera Ungaro. Poche parole per descrive esattamente ciò che è. Haiku, questo piccolo componimento che rasenta la perfezione della semplicità ha proprio la consistenza della neve. Si percepisce e subito si scioglie nella meraviglia dei mutamenti, dell’impermanenza, del mistero degli eventi.

Oh! che bel sole/Anche la neve canta/dissolvendosi

Leggero questo canto in cui le cose del mondo prendono posto. Ci sono i panni che danzano stesi alle ringhiere, un’orchestra d’ali tra i rami, pietre che riposano tra bambù, il melo che ride, il salice che s’inchina, la conchiglia d’avorio che suona il mare,  gli ombrelli che danzano, la pioggia che suona, la neve che parla col sole, il cielo un palcoscenico  fitto di ali danzanti o più semplicemente un acquerello vero.

Foglie cangianti/ai rami d’autunno. Eco di neve.

Succede così che anche la neve si scopre avere una voce. Ada Crippa la raccoglie con naturalezza, ne coglie tutte le sfumature e la sua eco… La neve non è solo d’inverno, si confonde nelle stagioni di mezzo… e così in primavera

Sopra i rami/ del ciliegio la neve/ come boccioli

ci coglie nello smarrimento di non sapere più in quale tempo siamo…

Fiori di pruno/ avvolti dalla neve./ Quale stagione?

ma solo per un momento, il Kigo poi ci riporta attenti all’orologio vivente della natura.

Forti sono i sentimenti Karumi in questi componimenti, quella leggerezza che incarna la bellezza poetica nella sua semplicità e Hosomi, la visione delicata e sentimentale; sempre volti a quel senso del mistero (Yugen) che avvolge le cose più piccole e apparentemente più insignificanti come ad esempio un fiocco di neve.

Arriva poi come arriva il vento Aware, la transitorietà, che tutto travolge portando con sé la matura comprensione degli accadimenti nel mondo. Lo insegna ancora Issa quando scrive: Ciliegi in fiore sul far della sera/ anche quest’oggi/ è diventato ieri.

Viene il vento/ e mi dice andiamo. /Respiro piano

Termina questa lettura come termina l’inverno, senza essercene accorti siamo al mondo come la neve che si scioglie sulle prime gemme.Ogni cosa passa, è transitoria ma la poesia lascia sempre una eco invisibile che avvolge di minute sensazioni la bellezza dell’esistenza.

Con lo sciogliersi della neve,
il villaggio è
tutto un grido di bimbi.

(Kobayashi Issa)

 [ n a n i t a ]


11800096_10204903073482417_8307961575749405082_nAda Crippa è nata ad Agrate Brianza dove vive. Scrive poesie dall’età di otto anni.

Sue pubblicazioni:
“Antimenti”- antologia a tre voci (1989)
“Vele” – LietoColle (2007)
“Libero Suono” – plaquette PulcinoElefante (2004)
“Albero” – plaquette PulcinoElefante (2005)

“Tra l’aria senza forme”-Caosfera Edizioni (2016)

È presente in diverse antologie tra le quali: “Ti Bacio in bocca” – “Stagioni”- “Luce e notte” – “Milano verso Roma”- “Corale per opera prima”, Lietocolle; “Subdoli Voli” – Pragmata Edizioni; “Poeti Lombardi” G.Perrone Editore; “Donne si raccontano” – “Antologia otto marzo” – EditSantoro.
Ha ottenuto segnalazioni e premi in diversi concorsi letterari.


Inchiostro di Emilio Paolo Taormina

Memorie e presenze femminili in “Inchiostro” di Emilio Paolo Taormina

 

“Il bambino di una famiglia palermitana, benestante e ospitale, attraversa le vicende della seconda guerra mondiale e vive lo smarrimento e il dissesto generati da lutti e crolli, bombardamenti, arrivi di sfollati, passaggi di truppe, alleate o nemiche. In questo contesto, costellato di aneddoti e incontri con personaggi anche eccentrici, declinati soprattutto al femminile- a conferma di una cornice matriarcale salda e coesa- il protagonista sviluppa la sua conoscenza della realtà…”

Introduce così Francesco Scaramozzino i racconti d’infanzia del poeta e scrittore siciliano Emilio Paolo Taormina pubblicati da Edizioni del Foglio Clandestino con il titolo “Inchiostro”. Ed è inchiostro di memoria, fatto di una prosa semplice ed essenziale, quello chinchiostro taorminae muove il ricordo lontano, eppure così umanamente vicino, della vicenda esistenziale intima dell’autore che si fa universale attraverso le storie condivise e i particolari: quei piccoli eventi abbandonati in luoghi lontani della memoria, che sono risvegliati dalla poesia del racconto con delicatezza e levità.

Del resto tutta la produzione di Emilio Paolo Taormina è intrisa di memorie, di luoghi vissuti e immaginati, di ricordi e incontri importanti ma mai invadenti, alimentati da quella nostalgia dell’esistenza che rende ancora più vibrante il tessuto poetico e narrativo. Anche in queste pagine, infatti, aleggiano presenze che si fanno quasi materiche attraverso le immagini descritte: i personaggi femminili sono protagonisti di un racconto di vita che risveglia sensazioni, turbamenti, emozioni velate e svelate che si concretizzano e si legano al filo del tempo.

La prima di queste presenze femminili  fa la sua comparsa da subito irrompendo con quella carica caratteriale che è difficile da dimenticare, tutta bianca e con il ferro da stiro in mano urlando: “Disgraziatu! tutti i ligna ti rumpu”. Fina, assieme a Rosa fa parte del “corredo domestico” della casa di campagna palermitana, è la cameriera più giovane, quella attraverso cui il protagonista scoprirà le sensazioni più profonde e contraddittorie.

“Un tardo pomeriggio che nel baglio non c’era nessuno spinsi la porta della stanza di zu’ Ninu. Fina gli stava seduta sulle gambe con la veste alzata e le gambe nude.[…]L’abbraccio di Fina e zu’ Ninu non mi provocò turbamenti. Mi tornarono in mente gli occhi senza vita della scimmia. In un breve momento il mondo mi apparve diverso. […]Era strano come un abbraccio sensuale mi rivelasse cos’era la morte. In quel preciso momento apprendevo che Giuseppe, il marinaio ligure, non c’era più.”

L’amore prende subito il posto della tragedia laddove la morte del giovane moroso di Fina sembra essere un vento che aleggia senza voler turbare o sconvolgere nessuno. Cos’è la morte per un bambino in quegli anni di guerra? Forse è una presenza silenziosa occultata da una protezione materna amorevole; il bambino durante i bombardamenti cerca le braccia materne, si fa scudo con il corpo della nonna, in quel nido protettivo si sente quasi invulnerabile e capisce il pericolo e la brutalità dell’esistenza solo da un’assenza che si palesa urgente nella solitudine dell’incontro amoroso tra Fina e zu’ Ninu.

La nonna è la presenza femminile più forte di questa raccolta, donna energica, solida e generosa, autoritaria e vagamente burbera nel cui petto, che conserva profumo di spigo, il piccolo si rifugia. Egli dorme con lei nel letto grande, la osserva spogliarsi e pettinarsi alla toilette, sotto la sua ala protettiva affronta la guerra, le distruzioni e i bombardamenti. Più sommessa e quasi impercettibile la figura materna avvolta da un alone di distanza a causa della cattiva salute. Tracce di queste memorie si trovano anche in varie raccolte di poesie dell’autore e sono di una dolcezza commovente che non abbisogna di commento.

dov’è/la ninnananna/ che mi cantavi/ nel rifugio/ tra esplosioni/di bombe/e crepitio di mitraglie/le parole/erano allegre/e sul tuo volto/era scolpito/un sorriso/come se fosse/un fuoco d’artificio[1]

ho sentito/nel sogno/una mano bagnata/coprirmi il viso/ricordo/mia madre/un giorno di pioggia/sotto un bombardamento/correre/ verso il rifugio[2]

In questa casa aperta alle persone in difficoltà, agli amici e fatta di un viavai di genti e di domestiche, spesso provenienti da situazioni disastrose, si affaccia Titta, occhi azzurri e profondi, primo invaghimento di fanciullo che con innocenza proferisce un amore impossibile: “Titta quando sono grande ti sposo” […] ”Angelo  mio come fai a sposare la tua mammina” risponde lei con dolcezza. Ragazza delicata e pulita Titta si contrappone a Nunzia, altra domestica che cerca, invece, nel bambino un motivo spassoso per divertirsi quando lo scopre nascosto negli armadi, lo rincorre e lo fa ballare come fa il gatto con il topo premendo la sua faccia sul basso ventre. “Mi faceva scivolare sotto la veste. Sulla bocca sentivo un animale umido che mi toglieva il respiro” ci confida l’autore, mantenendo intatta, per tutta la narrazione, quell’innocenza disarmante che caratterizza lo svolgersi di questi piccoli affreschi d’infanzia.

L’approccio con la scuola è un trauma che si evidenzia immediatamente attraverso la descrizione della suora dell’asilo che, da subito non ispira simpatia né al bambino né tantomeno al lettore. “Era magra come un bastone di scopa. Mi accolse con tre bacchettate sulla cattedra e un secco:- A posto!-. Aveva occhiali spessi. Labbra sottili. Teneva la bacchetta in mano come la frusta di un domatore.”

Potente l’affresco storico che prende vita attraverso gli occhi di un bambino: ”In epoca fascista era impensabile che un bambino si facesse prendere dal ghiribizzo snob di scrivere con l’altra mano. Tutti allineati con la mano destra alzata, non c’era assolutamente posto per i sinistri.”

Le incomprensioni e le difficoltà scolastiche, i rimproveri di madre e nonna, le prese in giro dei compagni, la lontananza paterna, tutto ancora trova rifugio nell’armadio in cui il bambino si abbandona a un pianto silenzioso covando pensieri tranquillizzanti e idealizzati: “Titta mi pareva irraggiungibile. Bionda, dolce, un po’ cicciottella -non so s’era bella, ma era come un barattolo di miele”.

Con il trasferimento in campagna iniziano nuove avventure e la separazione da Titta si trasfigura nella memoria del bambino in una visione mistica “La sera quando la nonna mi faceva ripetere le preghiere, chiudevo gli occhi e vedevo Titta con i capelli biondi come una Madonna”.

Quando la guerra finisce, il ritorno in città segna la perdita della libertà, che il ragazzo cerca di riconquistare attraverso i vagabondaggi  con nuovi compagni poco raccomandabili: Orangotango, Pippo e Topo. Passerà anche questa fase, in bilico tra bene e male, durante la quale, nel primo giorno di scuola della seconda elementare, il nostro protagonista scopre l’innamoramento per la bambina dai capelli neri… e, ancora una volta, la curiosità e la scoperta prendono il posto della malinconia: ”L’immagine della bionda Titta dopo aver resistito a cento tempeste era caduta giù come un muro di carta”.

Le presenze discrete dell’infanzia rimaste in sospeso durante la guerra si fanno memoria. Rosa muore durante i bombardamenti; il marito della lavandaia Donna Maria muore sotto le bombe; di Nunzia si tace la nuova mise di calze di seta e roba di contrabbando;  Titta è un ricordo già lontano. Si insinua nella narrazione una nuova presenza “Maria Grazia, la stiratrice, era una giovane scura di carnagione e di una bellezza araba. Era di poche parole e diligente.”

Il tifo tiene il ragazzo lontano dai vagabondaggi e segna la linea di demarcazione assai sfumata in cui si cessa d’essere bambini e si entra nella pubertà . Gli occhi della nonna iniziano a velarsi di quella consapevolezza che si acquisisce quando si è prossimi all’ultima meta. “La nonna andò verso la morte come se avesse con lei una tacita intesa”.[…] “Se ne andò senza essersi mai lamentata”.

Nel frattempo Mariagrazia aveva preso in mano le redini della casa e s’era insinuata anche nel cuore del ragazzo. Quando parte per il collegio l’ultima immagine è quella dell’odore di cardo che emanava il corpo della ragazza quando si distendeva sulla paglia per riposarsi dai giochi. “Se fossi grande ti sposerei” le aveva detto e, con la delusione conscia e brutale di non essere abbastanza grande, all’ingresso del collegio lascia andare, assieme a tutti gli altri ricordi, quell’episodio che lo fa sentire un bambino idiota.

Termina qui il più lungo dei due racconti, quello più denso di significati e di vissuto, in cui si concentrano le presenze dell’infanzia; si delinea, invece, nel secondo e ultimo racconto dal titolo “Esame” il salto nella maturità sessuale attraverso due figure femminili che segnano altre prove da superare oltre a quella dell’esame di maturità. L’incontro con una prostituta, Alfa, e il conseguente  rifiuto alle sue offerte d’amore chiude il racconto e marca il momento cruciale in cui il ragazzo decide che tipo di uomo essere. Vittoria, la sua ultima ragazza, è un pensiero costante, la delusione più cocente e, nello stesso tempo, l’ignara artefice di una consapevolezza d’essere che delineano, oltre a un carattere timido, un animo puro e ingenuo, quasi come quello del bambino che fu all’inizio della storia con l’angelica Titta.

La delicatezza che permea la scrittura di Emilio Paolo Taormina non cede mai alla trascuratezza di una narrazione scialba e priva di contenuti. Ogni episodio, anche il più insignificante, pur circoscritto dall’alone rarefatto dell’immaginazione, è una traccia di memoria che scorre in immagini animate da una lingua poetica illuminata da una mente brillante e vivace. Taormina usa, anche qui, come nella poesia, la tecnica del frammento che ben si accorda alla narrazione di memoria e che è perfetta per andare a frugare tra ricordi così lontani e delicati come quelli dell’infanzia. Ricordi che, a volte, sono soltanto dei flash che accendono emozioni assopite e disegnano, in filigrana, il ritratto di sé stessi appena abbozzato, come lo sfumare del sogno, che tende a svanire non appena ci si sveglia.

È tutta qui la forza di questo libro tratteggiato a matita: gli spazi percettivi sono così ampi e indefiniti che si finisce per entrare in questi racconti in silenzio, come in un sogno, restando in disparte; nascosti anche noi in quell’armadio dell’infanzia, lontana negli anni, eppure ancora così vivida e reale da farci quasi credere che il tempo non sia passato davvero.

( Valentina Meloni )

Recensione uscita sul n. 20 di luglio 2016 della rivista di letteratura  Euterpe a tema “Assenze, mancanza”. Puoi scaricarla a questo link gratuitamente.


Note

[1] Tratta dalla raccolta inedita “La cengia del corvo” di prossima pubblicazione per Il Foglio Clandestino.

[2] Edita in “ Le regole della rosa” Il Foglio Clandestino


 

Finestra con gerani

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Finestra con gerani di Domenico Penna

mezza estate-
tra i gerani in fiore
un’ape danza

[ n a n i t a ]

Fiore all’orecchio

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Intervista a Giovanna Iorio

“Fortunato chi sa raccontare il dolore”

Ti ho conosciuta non molto tempo fa e ho subito apprezzato la tua poesia. La freschezza della tua scrittura parla di te, pensieri profondi e parole alate, si rimane incantanti … ma vorrei che fossi tu a descriverti a presentarti ai lettori nel modo che preferisci.

G12743573_10153440210233297_5516662416004661377_n.I. Ti ringrazio Valentina, sei molto gentile. È la domanda più difficile … Le descrizioni sono un’impresa d’altri tempi. Tutto mi sfugge un po’…

Dici di te: “Io scrivo e scriverò sempre per un motivo soprattutto: far rivivere quello che rischia di scomparire o è già scomparso. L’evento trauma della mia infanzia è stato il terremoto in Irpinia. E poi ci sono le persone della mia terra che non sono mai partite, che vivono prigioniere nel mio paese o nel mio passato, creature silenziose che desiderano parlare al mondo.
Credo in una poesia che non se ne stia sul piedistallo come un pappagallo pigro e svogliato. Credo in una poesia che cambi la chimica di chi legge. Credo nelle parole: dense, piene come pietre. Credo nelle voci che si uniscono e formano letti di fiumi sassosi dove chi legge non possa evitare di nuotare tra i sassi. Credo nella poesia, e forse questa è la cosa più importante. Vorrei che la poesia facesse parte dell’esperienza quotidiana della gente. Io pubblicherei sulle tovaglie dei ristoranti, sulla carta che avvolge il pane, sugli aquiloni dei bambini …” 
(dal Blog di Poesia di Luigia Sorrentino). Mi piaceva trascrivere queste parole in cui parli anche della tua terra, del legame profondo che vi unisce… Citeresti una poesia che hai composto su questo a cui ti senti maggiormente legata?10649930_10153510779798297_5878359027154774245_n

G.I. Il terremoto del 1980 è un evento che mi ha segnato profondamente.  Dentro di me ci
sono antiche lesioni e improvvisi crolli. Il sisma è una possibile metafora della mia scrittura, una esperienza molto simile a un “terremoto dell’anima”: il boato, le oscillazioni, i crolli, la paura dell’ignoto, una esperienza antica che torna ogni volta che scrivo. Quando la terra trema, istintivamente per salvarti ti aggrappi alle cose, anche quando tutto scivola via il tuo corpo cerca disperatamente  un appiglio. Ho scritto una poesia che parla del 23 novembre. S’intitola “La notte che il mio paese sparì”.  Mentre tutto diventava polvere e pietre, nel buio i miei occhi si aggrappavo alla luna, al bianco della nebbia, alla forma delle foglie del melo morse dal gelo. Alla voce di mio padre che chiamava il mio nome. Quel ricordo pieno di suoni e forme è un pozzo profondo da dove attinge la mia poesia. In fondo a quel pozzo c’è lo

copertina inchiostro

leggi su La Recherche

strano singhiozzo della terra,  arriva da lontano. Somiglia al vagito di un neonato.

In “In-chiostro” scrivi: “M’avvicino/alla candela/brucio le ali/ senza rimpianti/ il mio destino/è la fiamma.” In questa poesia dal titolo “Falena” descrivi la condizione esistenziale del poeta. Come vivi tu la scrittura? Scrivere può essere considerata-esagerando i termini- una sorta di “missione”?

G.I. Come per la falena di cui parlo, per me la scrittura è il destino. Non credo a una volontà superiore che determina le nostre azioni, però la scrittura è una fornace. Forgia pensieri. Incandescenti. Quando tutto si raffredda, dopo il bagliore della fiamma, strozzato, modellato il pensiero trova una forma. Non una missione, dunque, ma un lavoro. Non un compito assegnato ma un lavoro che trascende l’idea di fine. Quando finisce una poesia comincia quella di un altro. La poesia è il pensiero che cerca una forma.13412975_10153702134908297_8253011068955749950_n

In “Sul mare” una delle tue bellissime raccolte di poesia scrivi delle moderne schiavitù degli uomini che vengono dal mare, profughi, raccoglitori di pomodori, prostitute che pagano per amare, nuovi Penelope, Circe e Ulisse incarnati in una mai estinta Odissea mediterranea. Un ritratto così attuale va riletto a distanza di tempo ed è quello che ho fatto: non sono solo poesie, sono storie senza tempo sospese tra mito e realtà. Quale personaggio del mito, o quale poeta/scrittore manca alla nostra epoca? Chi faresti rivivere ora se fosse possibile?

G.I. Quando ho messo insieme “Mare Nostrum” e “La nave dei folli”, le due raccolte che formano “Sul mare”, volevo che il lettore si immergesse nel mare disperato degli eroi.  Le navi degli eroi conoscono grandi prove e dolorose sconfitte. Nel mito c’è sempre la speranza di un porto, un approdo.  Amo molto i miti narrati da Ovidio. Le Metamorfosi promettono la rinascita dopo ogni morte. La morte non esiste. La realtà muta ogni istante e cerca una nuova forma. È un processo continuo e inarrestabile. Presto troveremo un modo per fonderci con nuovi popoli. Viviamo un doloroso periodo di trasformazione. Se l’Occidente riuscirà a viverlo con la fluidità del mito della metamorfosi sarà bellissimo mutare forma. Trovare insieme nuovi, fluidi equilibri.

In “Frammenti di un profilo” l’ultima delle tue raccolte poetiche, vincitore del Premio “Civetta di Minerva – Antonio Guerriero” 2016, scrivi “fortunato chi sa raccontare il dolore” cosa che tu riesci in verità a fare… lo testimonia questa libro in cui i frammenti si uniscono a ricomporre un cuore frammentato che non perde mai di vista cosa accade nel mondo. Quale dolore desideri raccontare?

G.I. Quel verso è misterioso anche per me. Viene dalla mia esperienza di lettrice. Il dolore è una parola che nella Divina Commedia compare con altissima frequenza. Nella “Vita Nova” è il travaglio stesso che genera la poesia. Ungaretti, la raccolta “Il dolore”.  Fortunato chi sa raccontarlo. Chi lo trasforma in poesia.

La tua poesia è lieve, casa in cui riesci a dare la parola persino agli oggetti. Lo fai in “Due

raccolte smarrite” dove è ancora la poesia a riuscire nell’intento di narrare storie invisibili. Tua grande caratteristica quella di narrare le piccole cose dai grandi significati. La tua ultima raccolta musicata “Dormiveglia” è  dedicata a chi la notte fatica a prendere sonno, particolarità della raccolta che quasi tutti i racconti sono ambientati a Roma, città nella quale vivi. Quanto una città come Roma riesce a ispirare la tua immaginazione? Ci narri qualche avventura, un piccolo episodio con la tua Red Valentine, la Olivetti con la quale ti avventuri nei locali romani?

G.I. In questa domanda devo rispondere di tre esperienze di scrittura diverse, provo a mettere insieme quello che hanno in comune.  Le “Due raccolte smarrite” sono poesie che 12654557_10153395876963297_5686757858261714798_nparlano di oggetti e di uno speciale “punto di osservazione” del mondo. “Il libro degli oggetti smarriti” racconta le cose che dimentichiamo di avere accanto, che non smettono mai di esistere e a volte, inaspettatamente, ritornano. “L’altalena del satiro” parla di una realtà che è inafferrabile quando restiamo fermi in un solo punto di vista. Alcune cose le vediamo soltanto se ondeggiamo, come sull’altalena. Il satiro è un personaggio molto importante. Osserva dall’alto, ondeggia, ruba la bellezza alle ninfe, non ha i piedi sulla terra.10367820_10153447883338297_1802847898138386893_n

 I racconti del libro “Dormiveglia”, invece, sono sogni a occhi aperti, o forse realtà a occhi chiusi. Due dei miei grandi maestri sono Dino Buzzati e Haruki Murakami. Buzzati scriveva di notte e sulle tele dipingeva strani sogni.  Murakami ha cominciato a scrivere di notte, in cucina, dopo una lunga giornata di lavoro. Come me… Roma è presente in quasi tutti i racconti. I miei personaggi si muovono in un paesaggio reale. Mi piace trovare i luoghi  dove i sogni si possono materializzare.

la4XjsqwI racconti che scrivo in giro per le strade di Roma e nei bar, con la macchina da scrivere Red Valentine sono surreali ma ambientati in posti reali con una storia. Conosco poco Roma. La mia geografia immaginaria trasforma Roma in una città più accessibile, a volte romantica ma spesso noir, misteriosa, magica. 

A breve uscirà la tua prossima raccolta poetica, di haiku, per i tipi di  FusibiliaLibri, titolata “Gli haiku dell’inquietudine” ispirati alla figura e all’opera di Pessoa. Puoi darci qualche piccola anticipazione?

copertina haiku dell'inquietudine

G.I. Sono una persona inquieta e amo Pessoa. Ho fatto un esperimento e mi è piaciuto molto. Ne è venuto fuori un libro particolare. Spero che vi piaccia. Gli haiku sono fotografie dell’anima e io ho tentato di fermare un’anima.  L’haiku non ama l’inquietudine. Cerca un equilibrio tra il movimento e la quiete. Se l’inquietudine è un sasso lanciato nello stagno, l’haiku è un paesaggio che contempla i cerchi sulla superficie dell’acqua. In questo libro cerco un equilibrio tra contemplazione e riflessione. Tra inquietudine e silenzio.

Qual è, secondo te,  l’assenza più grande del nostro tempo presente?

G.I. Forse il silenzio.  E il buio. Sono rivelatori. Penso a un cielo stellato. C’è tutto in un cielo stellato. Basta riuscire a contemplarne il silenzio.

Puoi salutarci con una tua poesia inedita?

G.I. Sto lavorando ad una nuova raccolta. S chiamerà “Il filo”. Provo a portare le parole in luoghi lontanissimi, vorrei tornare con qualcosa di vivo, il rischio è di perdermi nella nostalgia del ricordo. Per questo ho pensato al “filo”. Anche qui sono funambola…

 

L’ASSIOLO

Sono tornata indietro

A quel cancello grigio

con la ruggine tra i ricami

La sera cigolava

Faceva un verso

Simile al grido di un assiolo

L’aprivo e richiudevo senza sosta

Lo facevo apposta – volevo che mi parlasse

C’era qualcuno tra i cespugli

Ad osservare il gioco

Nell’oscurità non osava

Sbattere gli occhi

Poi venne la chiave

L’assiolo muto.

(da Il Filo, poesie inedite)

[ n a n i t a ]

Intervista uscita sul n. 20 di luglio 2016 della rivista di letteratura  Euterpe a tema “Assenze, mancanza”. Puoi scaricarla a questo link gratuitamente.

Sul lago

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Euterpe n. 20-Assenze e mancanze-

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La Red Valentine di Giovanna Iorio

 

In uscita il n. 20 di Euterpe – Rivista di Letteratura

logo-colori - Copia (3) - CopiaSCARICA LA RIVISTA

Il tema di questo numero è Assenze e mancanze. Moltissimi i validi contributi arrivati in redazione.

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Partecipo a questo numero con la poesia “ I passi della tua assenza” (pag.10) tratta dalla mia ultima raccolta edita da Temperino rosso EdizioniLe regole del controdolore

inchiostro taormina
-per la sez. recensioni:”Inchiostro” di Emilio Paolo Taormina p. 121 in cui analizzo le figure femminili nella sua scrittura autobiografica di narrativa.

-p13412975_10153702134908297_8253011068955749950_ner la rubrica interviste: “Fortunato chi sa raccontare il dolore” con Giovanna Iorio (p.134) che ci racconta della sua scrittura e delle prossime uscite con un inedito di poesia.

 

 

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buona lettura


Il tema del prossimo numero sarà “L’apparenza e la verità”. I materiali dovranno pervenire entro e non oltre il 10 novembre 2016 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com

Codarossa

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codarossa…pluf-
un tuffo tra le felci
ed una viola

(n a n i t a )

Elsa Morante scrittrice gattara

morante-con-gattoGattara convinta, Elsa Morante non dimenticò nei suoi scritti i suoi amati gatti. Oltre alla poesia dedicata alla gatta siamese Minna, in  “Menzogna e sortilegio”, il suo primo romanzo, compare una figura centrale che è ancora un gatto.Sin dai primi capitoli, la narratrice-protagonista Elisa dichiara di trovarsi in compagnia di “un essere vivente non umano,” di cui solo alla fine svelerà l’identità. Si tratta del gatto Alvaro, compagno fedele della giovane per tutta la durata del racconto. Nasce così  Il Canto per il gatto Alvaro

Fra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s’incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s’inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello. E t’ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, fra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?
Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Fra lune e soli, fra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno…
E tu? Per amor mio?
Non mi rispondi? Le confidenze invidiate
imprigioni tu, come spada di Damasco le storie d’oro
in velluto zebrato. Segreti di fiere
non si dicono a donne. Chiudi gli occhi e cantami
lusinghe lusinghe coi tuoi sospiri ronzanti,
ape mia, fila i tuoi mieli.
Si ripiega la memoria ombrosa
d’ogni domanda io voglio riposarmi.
L’allegria d’averti amico
basta al cuore. E di mie fole e stragi
coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti,
tu mi consoli,
o gatto mio!

La Morante amava molto i gatti siamesi lo testimonia anche la poesia: “Minna la siamese

Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna.
Ciò ch’io le metto nel piatto, essa mangia,
e ciò che le metto nella scodella, beve.
Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme,
tale che mi dimentico d’averla. Ma se poi,
memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio
le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno.
Gioie per dire, e grazie, una chitarretta essa ha:
se la testina le gratto, o il collo, dolce suona.
Se penso a quanto di secoli e cose noi due divide,
spaùro. Per me spaùro: ch’essa di ciò nulla sa.
Ma se la vedo con un filo scherzare, se miro
l’iridi sue celesti, l’allegria mi riprende.
I giorni di festa, che gli uomini tutti fan festa,
di lei pietà mi viene, che non distingue i giorni.
Perché celebri anch’essa, a pranzo le do un pesciolino;
né la causa essa intende: pur beata lo mangia.
Il cielo, per armarla, unghie le ha dato, e denti:
ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra.
Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi,
processo io non ne avrei, né inferno, né prigione.
Tanto mi bacia, a volte, che d’esserle cara io m’illudo,
ma so che un’altra padrona, o me, per lei fa uguale.
Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei,
ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla.

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Per chi ama la figura di Elsa Morante ricordo il Progetto Stile Euterpe che desidera dedicarle un  volume antologico