Tinte autunnali-Autumnal Tints-H.D. Thoureau

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Adoro l’autunno, la stagione dei poeti, degli innamorati, dei colori accesi: mi piace ricordare la citazione di Albert Camus che lo paragona alla primavera…

L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.

Le foglie cadono e ricoprono il terreno come fosse un morbido tappeto in cui potersi tuffare. Alberi, prati e cespugli s’incendiano, come se un invisibile pittore facesse scivolare amorevolmente il proprio pennello su di essi. Prima un tocco di oro, poi uno di arancio, infine uno di rosso. Ogni cultura dà un nome diverso a questo magnifico fenomeno.
Ad esempio l’autunno giapponese si chiama 紅葉 “kouyou“,  Foliage o Fall Foliage invece è un termine romantico e suggestivo, anche noto come Indian Summer, che – nell’immaginario di molti – è legato a Paesi lontani: il Quebec, il Maine, il New England.

Scrive Hanry David Thoureau nel suo splendido libricino Autumnal Tints tradotto in italiano da Chiara Gallese per la casa editrice Galassia Arte (collana: Le sequoie) nel volume Tinte autunnali:

“Gli europei che vengono in America sono sorpresi dello splendore del nostro fogliame autunnale. Tale fenomeno non è tenuto in alcuna considerazione nella poesia inglese, poiché gli alberi lì acquistano solo pochi colori brillanti.[…] Il cambiamento autunnale dei nostri boschi non ha ancora fatto una profonda impressione nella nostra letteratura. Ottobre ha a mala pena tinto la nostra poesia.”

E Thoureau, grande osservatore, scrittore naturalista dall’animo altamente sensibile, racchiude in queste poche pagine dalla iniziale forma di appunti tutta la poesia e i colori di questa malinconica stagione che riesce a trasformare un bosco in un sommesso incendio… Così descrive l’autunno Boris Abramovič Sluckijun poeta russo scomparso nel 1986, che certamente aveva tratto dallo spettacolo dei boschi autunnali profonda ispirazione…

Riscaldiamoci l’anima pure noi, allora, godendo delle tinte autunnali…

“Ottobre è il mese delle foglie colorate. Il loro ricco bagliore lampeggia ora in giro per il mondo.Come i frutti e le foglie, e il giorno stesso, acquisiscono una colorazione luminosa poco prima di cadere, così l’anno si avvicina al suo tramonto. Ottobre è il suo cielo al tramonto, novembre è il tardo crepuscolo.
Ho già pensato che sarebbe valsa la pena di procurarmi una foglia campione da ogni albero, arbusto e pianta erbacea che cambia colore, nel momento in cui avesse acquisito il suo caratteristico colore brillante, nel passaggio dalla fase verde a quella marrone, delinearne i tratti essenziali, e copiarne esattamente il colore, con la pittura, in un libro dal titolo “Ottobre, o tinte autunnali”- iniziando con il primissimo rossore- Woodbine e il lago di foglie delle radici, e continuando poi con gli aceri, i noci americani, e i sommacchi, e molte foglie splendidamente maculate e meno note, finendo con querce e pioppi tremuli.Che ricordo sarebbe un libro del genere […]” (Autumnal Tints- H.D. Thoreau)

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il mio angolino di lettura autunnale

Il Nostro forse sarebbe felice di sapere che c’è qualcuno che lo ha fatto -chissà magari proprio da lui ispirato- creando nei giardini Trauttmansdorff a Merano Il Padiglione delle foglie d’autunno dove, racconta Tiziano Fratus in L’Italia è un giardino (che ho recensito qui)  si possono ammirare tutti o quasi i colori che le foglie possono creare in autunno. Thoreau racconta nelle prime pagine che ha tentato, con scarsi progressi, di creare questo libro, ma che poi ha cercato di descrivere tutte queste tinte brillanti a parole. Da qui in poi inizia a mostrarci i suoi appunti nei quali fa una descrizione poetica e particolareggiata di diverse specie, partendo dalle panicelle americane per proseguire poi con l’acero rosso, l’olmo, l’acero da zucchero, la quercia scarlatta e una quantità di foglie di varie specie. Questo librino così poetico e suggestivo  riuscirà a catapultarvi in una meravigliosa atmosfera ovunque voi siate… L’unico suggerimento che posso darvi, come per tutti gli altri capolavori di questo autore, è di leggerlo in lingua originale se siete avvezzi con la lingua inglese, perché in  traduzione si perde inevitabilmente la musicalità della prosa poetica- molto marcata in questa occasione e perciò ancora più suggestiva- che caratterizza la sua scrittura. È una lettura fluida e meticolosa nelle descrizioni che influenza fortemente l’immaginazione…

“…io credo che tutte le foglie, anche le erbe e i muschi, acquistino colori più brillanti poco prima della loro caduta. Quando arrivi a osservare fedelmente i cambiamenti di ogni più umile pianta, scopri che ognuna ha, prima o poi, la sua peculiare tonalità autunnale; se ti impegni a stilare una lista completa delle tinte brillanti, sarà quasi altrettanto lunga quanto l’elenco delle piante intorno a te.”(H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

In America lo splendore del fogliame autunnale è spettacolare …Eppure anche L’Italia non è da meno con i suoi  boschi, parchi, giardini, sentieri e viali alberati…
Angoli bellissimi, dove poter respirare a pieni polmoni l’atmosfera ovattata e colorata dell’Estate di San Martino.
E allora che si fa? Allora andiamo a sbirciare anche noi tra le foglie…

Sbirciare tra le foglie Leaf Peeping: altro non è che la versione botanica del birdwatching. I mesi in cui si può godere di questa attività sono Ottobre e Novembre e la rotta da seguire è quella dell’Italia Settentrionale, ma – volendo – ci si può spingere anche più giù. Senza dover andare troppo lontano … anche qui dove abito  si può godere di qualche scorcio interessante dai caldi toni autunnali…

Thoreau con ironia e un pizzico di macabro ci invita a passeggiare sulle foglie lasciandoci andare -come si lasciano andare anche loro- alla perdita e all’accettazione per l’impermanenza, quello che i giapponesi definirebbero con il sentimento Aware, la perdita consapevole dell’esistenza.

«È piacevole passeggiare sopra i letti di queste foglie fresche, croccanti, e fruscianti. Come vanno splendidamente alle loro tombe! Con quanta delicatezza si sdraiano e diventano terriccio! Dipinte di mille colori, e adatte a diventare i letti di noi che viviamo. Così marciano alla loro ultima dimora, leggere e vivaci. (…)  Esse ci insegnano come morire. Ci si chiede se potrà mai venire un tempo in cui gli uomini, con la loro vantata fede nell’immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità. (…)
Quando le foglie cadono, tutta la terra è un cimitero piacevole in cui passeggiare. Amo vagare e meditare su di esse nelle loro tombe. Qui non ci sono epitaffi mendaci o vani. Che importa se non possiedi un posto al Mount Auburn? Il tuo posto è sicuramente gettato da qualche parte in questo vasto cimitero, che è stato consacrato nei tempi antichi. Non hai bisogno di partecipare all’asta per assicurarti un posto. C’è abbastanza spazio qui…»  (H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

Per restare in Giappone… anche loro possiedono delle bellissime tradizioni autunnali, come per esempio il momiji-gari (紅葉狩, letteralmente “caccia all’acero giapponese”) : un rituale antico dalle origini aristocratiche. Si racconta infatti, che nelle limpide giornate d’autunno di molti secoli fa, i nobili si ritrovassero all’ombra delle folte chiome di momiji (紅葉, “acero” appunto)* per suonare, cantare e recitare poesie haiku (俳句), cercando ispirazione dal fogliame screziate di rosso. Poi, con il periodo Edo (1603 – 1867), questa usanza si è diffusa anche tra la gente comune, ed è rimasta intatta fino ad oggi. Come in passato, il momiji-gari non celebra solo il momento migliore per la contemplazione dei momiji, ma è anche un’occasione di festa dove il sakè scorre a fiumi, le cravatte si sciolgono e ci si ubriaca fino a crollare esausti.

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Ovviamente questo fugace ma intenso periodo riveste una solenne importanza per i giapponesi, cultori della bellezza per antonomasia, nonché eclettici contemplatori della natura. Probabilmente non esiste altro paese al mondo in cui l’autunno arrivi con tanta teatralità come in Giappone. L’avanzata della colorazione dei momiji è monitorata con un interessamento che per noi occidentali è difficile da comprendere: ogni sera, come per le previsioni meteo, i telegiornali forniscono un rapporto sullo stato dei momiji, con tanto di mappe dettagliate che mostrano il grado di colorazione raggiunto e le percentuali in ogni singola area.Kyoto è da sempre una delle mete più gettonate per i turisti appassionati di momiji-gari. Sia per le vaste foreste di momiji che circondano la città, sia per i numerosi templi, santuari e giardini che ogni anno, fra Ottobre e Novembre, sono abbelliti da uno spettacolare sfondo di colori autunnali. Possiamo paragonare il momiji-gari al nostro “foliage” autunnale che ormai inizia ad avere un certo seguito anche in Italia. E sebbene – come ci ha lasciato scritto il poeta Matsuo Bashō in suo celebre haiku-

“Oriente od occidente, unica è la malinconia del vento autunnale”

(Piccolo manoscritto della bisaccia, canzone del vento autunnale)

sono invece sempre diverse le sfumature delle foglie in questo periodo dell’anno in ogni parte del mondo…

Allora-come ci ammonisce Thoureau-non chiudetevi in casa ma uscite ad ammirare questa magnifica seconda primavera!

«La maggior parte della gente rientra in casa e chiude la porta, pensando che lo squallido e incolore novembre sia già arrivato, mentre alcuni dei colori più brillanti e memorabili non si sono ancora accesi.» (H.D.Thoreau – Tinte Autunnali)

n a n i t a

Tratto da una mia recensione apparsa a ottobre del 2013 sul Blog “Quelli che parlano agli alberi”


*Il8217124016_cbf1015a16_b momiji, il cui nome scientifico è Acer Japonicum, è un albero della famiglia degli aceri, più piccolo rispetto all’acero canadese e con foglie più sottili ed affusolate. Anche le foglie dell’acero giapponese, come per il suo parente canadese, in autunno hanno la caratteristica di tinteggiarsi con molteplici sfumature: sono rappresentate infinite varietà di verde, da quello più tenue e vellutato al verde smeraldino, più intenso; le tonalità di giallo e rosso si mischiano passando per tutta la gamma di arancioni che sia possibile immaginare. Uniformati al verde durante la calura estiva, i momiji iniziano la loro affascinante trasformazione con i primi freddi autunnali, richiamando a sé spropositate masse di turisti.


Il gorgo di Francesco Innella

“Gli Haiku dell’0mbra”

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Leggi un’anteprima del libro qui

 

 

Sale la luna

ombre attraversano

la mia stanza.

Uno dei sempre più rari haiku in cui compare lo Shiori, il sentimento delle cose ombrose. Mi è subito piaciuto da quando lo lessi ormai due anni fa in una rivista on line e conobbi così Francesco Innella. Lo ritrovo oggi ad apertura della sua raccolta di haiku “Il gorgo” (Ilmiolibro, 2015).

Questo è un haiku in cui è presente il piccolo Kigo che determina l’esatto momento della giornata in cui avviene l’azione. Lo stesso Kigo qui è anche azione. Lo haijin (e quindi il lettore) indovina il momento del crepuscolo, anzi il momento in cui sorge la luna, dal passaggio di ombre sui muri della propria stanza. Questo è un movimento che cattura la vista e il sentimento, ma è anche un movimento più invisibile, interiore. Le ombre proiettate sul muro sono le medesime ombre che attraversano l’interiorità dello haijin. Con il calare del sole si avverte quel leggero stato malinconico che prende in solitudine all’arrivo della notte. Qui è mirabilmente espresso. Non serve dire altro. La stanza è, per estensione, anche il cuore del poeta. Meravigliosa potenza dello haiku.

Il titolo di questa raccolta “Il gorgo” ci trasporta nei versi in un flusso continuo di movimento e di fluire del Ki che è il principio dell’estetica cinese e poi giapponese. Tutto è in movimento e tutto è movimento.

Gorgo è il simbolo della condizione umana trascinata dalla inesorabile legge dell’impermanenza. Se si osserva bene un fiume in piena, si può notare, nel vorticoso scorrere della corrente la formazione di innumerevoli gorghi che compaiono e scompaiono. Il gorgo non ha una sua identità, ma è formato dalla corrente del fiume e così è l’uomo, un semplice aggregato trascinato nel samsara dell’esistenza, che appare e scompare nell’eternità del Tutto. (estratto dalla presentazione)

Il lupo piange

nella notte nel bosco

stelle brillano.

Anche qui Francesco Innella continua a preferire al Kigo il piccolo Kigo che è sempre e comunque un riferimento al “tempo circolare” dello haiku e io continuo a scegliere un haiku “notturno” in cui compare lo Shiori. Perché? Perché è così raro trovarli oggi che ho inteso dare loro risalto.

Il lupo piange, non ulula come comunemente siamo abituati a pensare. Una rottura che subito introduce il sentimento di malinconia che pervade la notte: lo Sabishisa (tristezza), anche questo raro a trovarsi negli haiku moderni. Eppure lo haiku esprime meravigliosamente quella che io chiamo “la forma umbratile della poesia”. L’ombra è inafferrabile, transitoria, metamorfica e sottende un punto di luce nascosto. Quella delle ombre è una scrittura indiretta come indiretta è la scrittura dello haiku che non pronuncia mai la prima persona e che si avvale dell’espressività della natura per dire gli stati d’animo della presenza e dell’osservatore. Il ribaltamento si trova nel terzo Ku (verso): le stelle brillano. Tutta la notte, se pure malinconica e triste, è accesa di stelle. La luce, la speranza è ciò che s’intravede nel bosco, un movimento impercettibile quello dello sfavillio delle stelle ma che ci riporta alla vastità del mondo e a ciò a cui aspira lo haiku: raggiungere con un crescendo di intensità quella esplosione di luce che ci illumina anche interiormente. Il Wabi, l’inaspettato, si esprime con queste due semplici parole: stelle brillano. Ma anche Yugen si manifesta nelle medesime due parole: il mistero della vita, l’energia del mondo che palpita ovunque. La tristezza e il pianto del lupo (e dello haijin?) qui sono ridimensionati dalla grandezza di questi due sentimenti.

La bellezza delle ombre e della fugacità di queste immagini è espressa ancora in un ultimo haiku che ho scelto di commentare:

La gente passa

come ombre cinesi

sul telo bianco.

Io qui sento con meraviglia la transitorietà farsi immagine e parola. Aware, la perdita consapevole dell’esistenza. La gente, coloro che non conosciamo, sfila come ombra davanti ai nostri occhi. Non sappiamo nulla di loro, vanno, si proiettano sul telo bianco della vita lasciandoci solo fugaci ombre. Passano e assieme a loro passa il tempo, trascorre l’esistenza, svanisce il corpo e la sostanza. Svaniamo anche noi. Non esiste sofferenza ma accettazione. Accettare la propria ombra, integrarla al proprio essere luce (telo bianco) ci completa come individui. Adesso siamo in grado di accettare anche l’impermanenza.

Sull’albero

canta l’usignolo

il cuore tace

Un haiku “imperfetto” (ipometro) questo, nel senso che non rispetta la metrica a cui Francesco sa dare la giusta importanza: la perfezione non rispecchia la natura, l’imperfezione sì. La sua corrente di pensiero-scrittura è quella della beet- generation che ci ha regalato meravigliosi esempi di poesia. La stagione qui è inequivocabile: la primavera di cui l’usignolo sparge le voci. Non si vede ma si può percepire la primavera anche dal canto di un uccello. I sensi si spengono perché si accendano interiormente i sentimenti. Wabi, l’inatteso ci trasporta con delicatezza (Hosomi) in una dimensione di silenzio che opera lo svuotamento mentale e sentimentale (il cuore tace) necessario a raggiungere la nostra piccola illuminazione. L’universo abita anche nelle piccole cose come il canto di un uccello (Aware): di fronte a questa meravigliosa scoperta non possiamo fare altro che tacere.

Quelli di Francesco sono haiku contraddistinti da una maturità  meditativa consapevole dell’esistenza, delle sue bellezze e dei suoi dolori. Il gorgo ci trascina in riflessioni profonde sull’esistenza e siamo irrimediabilmente rapiti da questi piccoli poemi così densi di significato.

 

La vecchia madre

giace nel letto sola

piano piange.

Oltre la rupe

il mio tuffo nel mare

liberazione.

Insana sorte

baci rubati al vento

pensieri brevi.

Mi attraversa

un silenzio d’abisso

la mente tace.

Tutti dormono

nel mondo illusorio

il saggio veglia.

n a n i t a (27/09/2016)

Valentina Meloni

Cinque mie poesie sul femminicidio e la violenza di genere per “La pelle non dimentica“.

Buona lettura

Avatar di lapellenondimenticaLa pelle non dimentica



(ninna nanna per sempre*)
dormi dormi piccolino lei canta una ninna al suo bambino
e lo tiene stretto, lo tiene stretto al seno
                  lei lo culla, lei lo culla piano
dormi dormi mio piccino gli occhi di lui sono due pugnali
occhi feroci occhi di assassino dormi dormi piccolino
lei canta una ninna e lo tiene stretto lo tiene stretto al seno
un calcio nel ventre, poi due, poi tre…
                             le mani di lui che l’accarezzavano piano
sono le mani di un padre aguzzino
dormi dormi bel bambino
lei canta una ninna e lo avvicina al seno
                        le mani strette sul ventre di giovane madre
un lago di sangue-tra le cosce- il sangue versato dal padre
dormi dormi mio piccino lei ancora lo culla lo culla piano
                               nelle braccia vuote come il suo ventre
lei lo tiene in vita ogni giorno ogni istante
dormi dormi piccolino

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Cosa mi racconta un albero…

Da quasi dieci anni mi occupo di un blog sugli alberi. “Quelli che parlano agli alberi“. Il tema di fondo del blog è l’ecologia profonda ma spazia su più argomenti: dalla scrittura d’ambiente, al giardinaggio, all’arte, alla fotografia etc… Naturalmente come spiega il titolo si intende dare risalto a chi ha un rapporto diretto e profondo con la natura tanto da avviarci un dialogo. Il dialogo presuppone l’ascolto, la sensibilità, la cura, in una unica parola presuppone attenzione. Quando ti relazioni a qualcuno o a qualcosa con attenzione ti stai ponendo con un atteggiamento amorevole: l’amore è ciò che irradia l’energia della relazione e che si espande dall’uno all’altro interlocutore in maniera fluente, è l’amore che permette il dialogo. Un dialogo che può avvenire anche in totale silenzio… (per quelli che già staranno dicendo”poveri alberi”!)

Chi si approccia al blog e a quello che scrivo in maniera superficiale difficilmente riuscirà ad aprire un dialogo con me, un dialogo in comprensione anche della mia scrittura. Nel corso di questi anni sono stata definita nei modi più disparati, ovviamente non sono mancate le categorizzazioni, gli insulti, la curiosità morbosa, e le domande di ogni genere. La domanda che più spesso mi è stata fatta è “Cosa ti racconta un albero? Cosa vi dite?”, rivolta a volte in maniera provocatoria o canzonatoria altre volte invece posta con sincera curiosità. Un giorno, molto tempo fa ad un internauta che mi poneva questa domanda risposi così, potrei aggiungere molte altre cose oggi ma questa risposta è sempre comunque valida…

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Oggi questa domanda non mi viene più rivolta. Certo ci sono ancora (anche tra gli addetti ai lavori, mi è capitato recentemente al Festival di scrittura selvatica!) quelli che non amano chi abbraccia gli alberi e ti additano malamente. Io a volte lo faccio ma non mi sento né una maniaca né una fanatica. Semplicemente applico alcuni principi energetici in relazione all’ambiente: cerco uno scambio tattile quando avverto che è possibile… non vado in giro ad abbracciare tutti gli alberi come una forsennata o chissà cosa.

Nei libri di ecologia profonda(dovrò iniziare a proporvi qualche recensione, oltre ai bagni di vento di acqua etc… si prendono in esame gli scambi energetici con gli alberi (parlare abbracciarli etc…) consiglio (e fatelo anche voi) a chi ha problemi ad accettare con serenità questi scambi di provare una lezione di Qi qong e/o di –Ding Shu TaoYin Qigong– (Pratica con gli Alberi)antichissima tradizione cinese (taoista) che consiste nel riequilibrio delle proprie energie per una rigenerazione profonda, prendendo contatto con gli alberi. Non potrà più farne a meno…

Comunque le resistenze sono sempre minori e credo che sia stato superato l’impasse iniziale che ci voleva totalmente divisi dalla natura. Oggi si cerca il dialogo e non accade quasi più che io venga tacciata di follia… sappiate comunque che un po’ folle lo sono ma… la cosa bella e che mi sento di dover festeggiare è che un numero sempre maggiore di persone si avvicina agli alberi con rinnovato interesse e con attenzione

E  adesso vado a praticare …buona giornata anche a voi parlalberi 🙂

n a n i t a

Manuale del perfetto cercatore d’alberi

“Non sono poche le persone che affermano di parlare con gli alberi e di ascoltare gli alberi. Ed è una buona notizia; nessuna malattia mentale, come talvolta ironicamente rispondo quando mi si chiede: “Anche lei parla con gli alberi?”. Ascoltare gli alberi vuol dire capire, vuol dire conoscere, vuol dire approfondire, vuol dire abbellirsi e arricchirsi, vuol dire espandere la capacità di sentirsi una creatura di Dio-o della Natura- nel mezzo di un pianeta che vive e pulsa e respira, a ogni suo battito.”
Così scrive Tiziano Fratus nella sua introduzione a questa piccola chicca: “Manuale del perfetto cercatore di alberi” e sembra rivolgersi proprio a noi parlalberi (termine coniato da me per indicare i facenti parte della mia pagina/ gruppo “Quelli che parlano agli alberi”). Senz’altro Tiziano può essere considerato un membro onorario dei parlalberi e scoprire quasi sei anni fa per caso tramite il blog HOMO RADIX  la sua persona e i suoi libri per me è stato ispirante come una scintilla divina che mi ha toccato e spronato a continuare nella mia ricerca personale di sensibilizzazione e di scoperta del mondo degli alberi. Ecco non voglio dire molto su questo piccolo grande libro, lo vedete in foto assieme a me perché mi ci sto affezionando,come accade per i piccoli piaceri che ci allietano la vita… certamente  non può mancare in una biblioalberoteca che si rispetti! Non voglio dire molto perché potrebbero bastare queste poche parole di Tiziano a introdurci nel suo mondo “di legno e radici” e vorrei continuare a far parlare lui…
“Questo manuale ha l’ambizione d’essere una guida pratica e al contempo filosofica per tutti coloro che vogliono allevare il cercatore d’alberi che riposa in loro, al di là del livello della propria istruzione, del tempo a disposizione per calarsi in mezzo alla natura, del fatto di vivere nell’alveo di una riserva naturale, nella Milano dell’Expo o nella Roma immobilizzata.”
 
Già eravamo stati incantati dal Sussurro degli alberi, Piccolo miracolario per uomini radice (Ediciclo editore) in cui Tiziano Fratus racconta la storia del paesaggio attraverso quelle degli alberi che ospita. Un titolo che per noi è tutto un programma… come si può non restare affascinati da una tale evocazione?

“Gli alberi sussurrano le loro storie, la storia delle loro cortecce, la storia delle loro fronde, la storia delle loro radici. E in queste storie sono sedimentate le storie del paesaggio che li ospita. E in questi paesaggi si compiono e si sono compiuti i destini di molti uomini e di molte donne. I secoli passano, talvolta anche i millenni e queste creature restano lì, aggrappate alle rocce, alla terra, crescono, occupano, deformano e invecchiano. Generazioni di esseri umani, di padri e di figli, di nipoti e di discendenti transitano sotto le loro chiome e si abbeverano nelle ombre, ristorano l’anima e azzerano il pensiero. Si siedono, toccano i legni, si lasciano invadere lo sguardo dai movimenti che il vento anima, accarezzano le foglie e i frutti, i semi e le ramificazioni. Un altro albero cresce dentro di loro e sono pronti ad ascoltarlo, ad ascoltarsi. Lì vibra il centro del mondo.”
Ora in questo libricino tascabile (di quasi 230 pagine), che potete portare con voi ovunque, sia che andiate a piedi, che in bicicletta, sia che viviate in città che sugli alberi, Tiziano ci sprona ad andare alla ricerca delle nostre radici. Radici ambientali, ma non solo: radici culturali, storiche, radici infantili, radici mitiche, leggendarie e millenarie, radici di cercatori quali ancora non abbiamo scoperto di essere.
La grandezza di questo libro sta nel riuscire ad avvicinare tutte le tipologie di persone a un percorso culturale a cui non siamo più abituati: le radici del mondo. Passando dall’individuazione della specie arborea fino alla sua contemplazione Tiziano ci sprona ad andare di persona a trovare i nostri patriarchi arborei, a cercarne di nuovi e a trovare da loro direttamente le risposte alle nostre domande.
“Gli alberi sono gli unici esseri viventi che ci possono accompagnare per tutta la nostra vita. Non solo: prima di noi sono stati accanto ai nostri genitori, e dopo di noi veglieranno sui nostri figli e sui nostri nipoti”
 
Ecco perché gli alberi sono le nostre radici ed ecco perché un viaggio al centro delle nostre radici è così importante, non solo per la consapevolezza del nostro proprio respiro ma per la meraviglia e lo stupore che il guardare il mondo con la prospettiva del cercatore di alberi ci può donare.
Alla fine del libro trovate i dodici monumenti della natura da non perdere in Italia, ecco che da piccoli spunti può nascere un turismo naturalistico che va a valorizzare un patrimonio arboreo di tutto rispetto. Se volete fare una vacanza alternativa dotatevi degli strumenti necessari al perfetto cercatore di alberi e partite alla scoperta di nuove mete e di nuovi verdi amici. Quali sono gli strumenti ve lo dirà Tiziano nel libro, io invece vi dico di leggerlo e di regalarlo ai vostri figli, perché imparino da subito il valore delle radici.
Altra cosa che ho molto apprezzato oltre a un mini-vocabolario alberofilo sono stati i suggerimenti di lettura contenuti nella bibliografia. Il libro si conclude con un taccuino in cui potete annotare le vostre scoperte arboree… Buona ricerca e come dice Tiziano “Buone radici”.
 [ n a n i t a ]
Recensione apparsa sul blog Quelli che parlano agli alberi nel mese di ottobre 2013

Tiziano Fratus è nato nel 1975 a Bergamo, è cresciuto in pianura padana e sulle colline del Monferrato e attualmente vive ai piedi delle Alpi Cozie, in un luogo più grande di qualsiasi città. In quindici anni di attività ha pubblicato una trentina di libri in Italia e in altri paesi, occupandosi di nuova drammaturgia e scrivendo raccolte di poesia e libri sulla natura. Ha fondato e diretto per cinque anni il Festival Torino Poesia e le edizioni annesse, che hanno dato alla luce 36 titoli di poeti che abitano e vivono il Piemonte.Visitando Singapore e le sequoie di Big Sur in California concepisce i concetti di “Uomo Radice” e “alberografia” che elabora in un ciclo di libri dal titolo Homo Radix pubblicati da vari editori, gli ultimi titoli usciti sono Il sussurro degli alberi. Piccolo miracolario per uomini radice (Ediciclo), il Manuale del perfetto cercatore d’alberi(Kowalski – Feltrinelli), l’illustrato per bambini Ci vuole un albero (Araba Fenice),Vecchi e grandi alberi di Torino (Fusta); firma la rubrica Il cercatore di alberi sul quotidiano «La Stampa» e ha collaborato con «L’Adige», «La nuova ecologia», «Terra Nuova», «Camminare», «Greenews».
continua a leggere…QUI

Settembre, undici…

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fotografia: The Survivor Tree Blooms on the Memorial Site by Amy Dreher

 

Due haiku per ricordare questo giorno. Memoria e speranza.

settembre, undici-
nel ricordo Ground Zero
torna a bruciare

torna a fiorire
piccolo grande pero-
sulle macerie

“Piccolo pero” si riferisce a “The Survivor Tree”, una piccola pianta di pero che si trova poco distante dalla piscina sud e dalla piscina nord di Ground Zero, New York. Era ridotto a pochi rami quando dopo l’11 settembre fu ritrovato fra le macerie. Aveva alcune radici strappate, il suo tronco era annerito dalle fiamme, dal fumo, dalla polvere-cemento del World Trade Center. Era stato per quasi un mese senza vedere la luce del sole, ‘respirando’ l’aria avvelenata che per mesi dopo l’attentato era ristagnata nella punta Sud di Manhattan. Però è sopravvissuto. Allora alto poco più di 2 metri, è stato portato in un’infermeria del Parks Department della città di New York, curato per anni e il 23 dicembre del 2010 è tornato a Ground Zero, per essere trapiantato nel boschetto di 442 querce che circondano le due fontane della rimembranza. Sferzato nuovamente dall’ultimo uragano che ha costretto New York a chiudere scuole, uffici, negozi e anche Ellis Island, ha continuato a crescere ed è assurto a simbolo di resilienza, quella capacità fondamentale di cadere e rialzarsi, da cui l’albero dei Sopravvissuti. Ora è alto più di 9 metri, un simbolo di vita in quell’angolo di Manhattan segnato dalla violenza.

(Da “Alambic” raccolta poetica che racchiude quattro sillogi con poesie edite ed inedite sulla natura e gli alberi, di prossima pubblicazione per Progetto Cultura)

 

n a n i t a

 

Nei giardini di Suzhou recensito da Laura Vargiu

“Nei giardini di Suzhou” di Valentina Meloni:

un viaggio emozionale tra le stagioni dell’anima.

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Semplice, delicata, stupenda: così si rivela la poesia di Valentina Meloni a chi, passo dopo passo, si addentra “Nei giardini di Suzhou”.
Giardini più ideali che reali, questi, scolpiti dal silenzio dell’anima e dal fluire imperturbabile del tempo; più metafora e simbolo di una dimensione dell’io e dell’esistenza, lontana dagli insulsi e opprimenti frastuoni del mondo, che luogo fisico rintracciabile da qualche parte, sebbene i Giardini di Suzhou abbiano in realtà una propria collocazione geografica nella provincia cinese del Jiangsu e rappresentino una importante oasi naturalistica diventata patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ormai da quasi vent’anni.
Per quanto mi riguarda, è la prima volta che mi interesso e avvicino al genere haiku, poesia di tradizione orientale che, in tutta franchezza, è stata una sorprendente e piacevole scoperta: in soli tre versi, nei quali sono racchiuse meno di venti sillabe, si concentrano immagini e sensazioni che lunghe poesie o addirittura poemi non è detto sappiano esprimere con altrettanta efficacia. La silloge di Valentina Meloni, ricca di ben duecento componimenti e di un interessante apparato di note ai testi, è un piccolo scrigno che custodisce gioielli in apparenza semplici e per niente vistosi, ma comunque di straordinaria bellezza. Dall’immensità dei cieli solcati da nuvole in corsa alla dolcezza dei prati in fiore, dalla malinconia della musica del vento all’incanto dei silenzi innevati, dalla stellata magia della notte agli assolati germogli del giorno: attraverso suoni, profumi, colori, l’autrice ci conduce in un viaggio tra le stagioni anzitutto dell’anima, dove contemplazione della natura e ascolto della propria interiorità s’intrecciano in un continuo gioco di compenetrazione infine inscindibile.
Tantissimi gli haiku che, come piccoli quadri o istantanee d’autore, fermano un momento catturandolo nella sua eternità e a chi legge – sublime potenza del verso! – sembra di vedere per davvero quelle scene, quei colori, quei movimenti, che siano voli d’uccelli, schiudersi di petali o agitarsi di fronde.

Falce di luna
Dentro i campi del cielo
stelle mature

Campo di grano
Un papavero rosso
sta solitario

Verde brillante
Un germano reale
scrolla le piume

Cervi in amore
Le felci si muovono
dentro la sera

Abeti bianchi
in cima al santuario
giunti in preghiera

Lago increspato
Saette di rondini
tuffano il capo

Soffiava piano
il vento tra i cipressi
Ti amo ancora

Versi da leggere e rileggere, lentamente. Poesia da ascoltare col cuore. Un’opera di profonda armonia, nonché di grande sensibilità, impreziosita inoltre dalle meravigliose opere pittoriche su carta di riso dell’artista siciliano Santo Previtera.
“È difficile esprimere qualcosa nella sua interezza”, recita la massima di un monaco zen che Giovanna Iorio cita nella sua bella prefazione al libro: sarà senz’altro così, dal momento che indubbiamente il linguaggio, a differenza del pensiero, ha limiti precisi, ma è pur vero che la poesia, in generale, può tanto e quella riecheggiante nei giardini dell’anima, come in questo caso, con poche ed essenziali parole riesce a raggiungere livelli superbi che se non possiamo chiamare perfezione, poco ci manca.
(I testi riportati sono di proprietà di ©Valentina Meloni)

Laura Vargiu

Note


Laura Vargiu

Nata a Iglesias nel 1976, si è laureata in Scienze Politiche con una tesi in Storia e Istituzioni del mondo musulmano presso l’Università di Cagliari. Finora ha partecipato a numerosi concorsi letterari e con racconti e poesie è presente in diverse raccolte antologiche nazionali.
Tra i vari riconoscimenti ottenuti, nel giugno del 2013 il 1° posto per la sezione “poesia singola” alla XXVIIa edizione del Premio “La Mole”, organizzato dalla Associazione Culturale Talento di Torino con il patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, mentre all’inizio del 2014 un suo racconto è stato selezionato tra i dieci testi finalisti del I° Contest Letterario Carlo A. Martigli e premiato con menzione d’onore.
Nel 2012 ha pubblicato il suo primo libro intitolato “Il cane Comunista e altri racconti” (Gli Occhi di Argo Editore); del 2015 è invece la pubblicazione del racconto “Il viaggio” (Youcanprint Self-Publishing).


Eco di neve – Ada Crippa-

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C’ero soltanto./ C’ero. Intorno/ cadeva la neve

Sceglie uno degli haiku più belli- tra gli oltre ventimila scritti da Kobayashi IssaAda Crippa per aprire la sua raccolta “Eco di neve“. Un libricino di quelli preziosi come spesso accade per le raccolte delle edizioni LaVitaFelice corredato dalle incantevoli illustrazioni di Libera Ungaro. Poche parole per descrive esattamente ciò che è. Haiku, questo piccolo componimento che rasenta la perfezione della semplicità ha proprio la consistenza della neve. Si percepisce e subito si scioglie nella meraviglia dei mutamenti, dell’impermanenza, del mistero degli eventi.

Oh! che bel sole/Anche la neve canta/dissolvendosi

Leggero questo canto in cui le cose del mondo prendono posto. Ci sono i panni che danzano stesi alle ringhiere, un’orchestra d’ali tra i rami, pietre che riposano tra bambù, il melo che ride, il salice che s’inchina, la conchiglia d’avorio che suona il mare,  gli ombrelli che danzano, la pioggia che suona, la neve che parla col sole, il cielo un palcoscenico  fitto di ali danzanti o più semplicemente un acquerello vero.

Foglie cangianti/ai rami d’autunno. Eco di neve.

Succede così che anche la neve si scopre avere una voce. Ada Crippa la raccoglie con naturalezza, ne coglie tutte le sfumature e la sua eco… La neve non è solo d’inverno, si confonde nelle stagioni di mezzo… e così in primavera

Sopra i rami/ del ciliegio la neve/ come boccioli

ci coglie nello smarrimento di non sapere più in quale tempo siamo…

Fiori di pruno/ avvolti dalla neve./ Quale stagione?

ma solo per un momento, il Kigo poi ci riporta attenti all’orologio vivente della natura.

Forti sono i sentimenti Karumi in questi componimenti, quella leggerezza che incarna la bellezza poetica nella sua semplicità e Hosomi, la visione delicata e sentimentale; sempre volti a quel senso del mistero (Yugen) che avvolge le cose più piccole e apparentemente più insignificanti come ad esempio un fiocco di neve.

Arriva poi come arriva il vento Aware, la transitorietà, che tutto travolge portando con sé la matura comprensione degli accadimenti nel mondo. Lo insegna ancora Issa quando scrive: Ciliegi in fiore sul far della sera/ anche quest’oggi/ è diventato ieri.

Viene il vento/ e mi dice andiamo. /Respiro piano

Termina questa lettura come termina l’inverno, senza essercene accorti siamo al mondo come la neve che si scioglie sulle prime gemme.Ogni cosa passa, è transitoria ma la poesia lascia sempre una eco invisibile che avvolge di minute sensazioni la bellezza dell’esistenza.

Con lo sciogliersi della neve,
il villaggio è
tutto un grido di bimbi.

(Kobayashi Issa)

 [ n a n i t a ]


11800096_10204903073482417_8307961575749405082_nAda Crippa è nata ad Agrate Brianza dove vive. Scrive poesie dall’età di otto anni.

Sue pubblicazioni:
“Antimenti”- antologia a tre voci (1989)
“Vele” – LietoColle (2007)
“Libero Suono” – plaquette PulcinoElefante (2004)
“Albero” – plaquette PulcinoElefante (2005)

“Tra l’aria senza forme”-Caosfera Edizioni (2016)

È presente in diverse antologie tra le quali: “Ti Bacio in bocca” – “Stagioni”- “Luce e notte” – “Milano verso Roma”- “Corale per opera prima”, Lietocolle; “Subdoli Voli” – Pragmata Edizioni; “Poeti Lombardi” G.Perrone Editore; “Donne si raccontano” – “Antologia otto marzo” – EditSantoro.
Ha ottenuto segnalazioni e premi in diversi concorsi letterari.


Inchiostro di Emilio Paolo Taormina

Memorie e presenze femminili in “Inchiostro” di Emilio Paolo Taormina

 

“Il bambino di una famiglia palermitana, benestante e ospitale, attraversa le vicende della seconda guerra mondiale e vive lo smarrimento e il dissesto generati da lutti e crolli, bombardamenti, arrivi di sfollati, passaggi di truppe, alleate o nemiche. In questo contesto, costellato di aneddoti e incontri con personaggi anche eccentrici, declinati soprattutto al femminile- a conferma di una cornice matriarcale salda e coesa- il protagonista sviluppa la sua conoscenza della realtà…”

Introduce così Francesco Scaramozzino i racconti d’infanzia del poeta e scrittore siciliano Emilio Paolo Taormina pubblicati da Edizioni del Foglio Clandestino con il titolo “Inchiostro”. Ed è inchiostro di memoria, fatto di una prosa semplice ed essenziale, quello chinchiostro taorminae muove il ricordo lontano, eppure così umanamente vicino, della vicenda esistenziale intima dell’autore che si fa universale attraverso le storie condivise e i particolari: quei piccoli eventi abbandonati in luoghi lontani della memoria, che sono risvegliati dalla poesia del racconto con delicatezza e levità.

Del resto tutta la produzione di Emilio Paolo Taormina è intrisa di memorie, di luoghi vissuti e immaginati, di ricordi e incontri importanti ma mai invadenti, alimentati da quella nostalgia dell’esistenza che rende ancora più vibrante il tessuto poetico e narrativo. Anche in queste pagine, infatti, aleggiano presenze che si fanno quasi materiche attraverso le immagini descritte: i personaggi femminili sono protagonisti di un racconto di vita che risveglia sensazioni, turbamenti, emozioni velate e svelate che si concretizzano e si legano al filo del tempo.

La prima di queste presenze femminili  fa la sua comparsa da subito irrompendo con quella carica caratteriale che è difficile da dimenticare, tutta bianca e con il ferro da stiro in mano urlando: “Disgraziatu! tutti i ligna ti rumpu”. Fina, assieme a Rosa fa parte del “corredo domestico” della casa di campagna palermitana, è la cameriera più giovane, quella attraverso cui il protagonista scoprirà le sensazioni più profonde e contraddittorie.

“Un tardo pomeriggio che nel baglio non c’era nessuno spinsi la porta della stanza di zu’ Ninu. Fina gli stava seduta sulle gambe con la veste alzata e le gambe nude.[…]L’abbraccio di Fina e zu’ Ninu non mi provocò turbamenti. Mi tornarono in mente gli occhi senza vita della scimmia. In un breve momento il mondo mi apparve diverso. […]Era strano come un abbraccio sensuale mi rivelasse cos’era la morte. In quel preciso momento apprendevo che Giuseppe, il marinaio ligure, non c’era più.”

L’amore prende subito il posto della tragedia laddove la morte del giovane moroso di Fina sembra essere un vento che aleggia senza voler turbare o sconvolgere nessuno. Cos’è la morte per un bambino in quegli anni di guerra? Forse è una presenza silenziosa occultata da una protezione materna amorevole; il bambino durante i bombardamenti cerca le braccia materne, si fa scudo con il corpo della nonna, in quel nido protettivo si sente quasi invulnerabile e capisce il pericolo e la brutalità dell’esistenza solo da un’assenza che si palesa urgente nella solitudine dell’incontro amoroso tra Fina e zu’ Ninu.

La nonna è la presenza femminile più forte di questa raccolta, donna energica, solida e generosa, autoritaria e vagamente burbera nel cui petto, che conserva profumo di spigo, il piccolo si rifugia. Egli dorme con lei nel letto grande, la osserva spogliarsi e pettinarsi alla toilette, sotto la sua ala protettiva affronta la guerra, le distruzioni e i bombardamenti. Più sommessa e quasi impercettibile la figura materna avvolta da un alone di distanza a causa della cattiva salute. Tracce di queste memorie si trovano anche in varie raccolte di poesie dell’autore e sono di una dolcezza commovente che non abbisogna di commento.

dov’è/la ninnananna/ che mi cantavi/ nel rifugio/ tra esplosioni/di bombe/e crepitio di mitraglie/le parole/erano allegre/e sul tuo volto/era scolpito/un sorriso/come se fosse/un fuoco d’artificio[1]

ho sentito/nel sogno/una mano bagnata/coprirmi il viso/ricordo/mia madre/un giorno di pioggia/sotto un bombardamento/correre/ verso il rifugio[2]

In questa casa aperta alle persone in difficoltà, agli amici e fatta di un viavai di genti e di domestiche, spesso provenienti da situazioni disastrose, si affaccia Titta, occhi azzurri e profondi, primo invaghimento di fanciullo che con innocenza proferisce un amore impossibile: “Titta quando sono grande ti sposo” […] ”Angelo  mio come fai a sposare la tua mammina” risponde lei con dolcezza. Ragazza delicata e pulita Titta si contrappone a Nunzia, altra domestica che cerca, invece, nel bambino un motivo spassoso per divertirsi quando lo scopre nascosto negli armadi, lo rincorre e lo fa ballare come fa il gatto con il topo premendo la sua faccia sul basso ventre. “Mi faceva scivolare sotto la veste. Sulla bocca sentivo un animale umido che mi toglieva il respiro” ci confida l’autore, mantenendo intatta, per tutta la narrazione, quell’innocenza disarmante che caratterizza lo svolgersi di questi piccoli affreschi d’infanzia.

L’approccio con la scuola è un trauma che si evidenzia immediatamente attraverso la descrizione della suora dell’asilo che, da subito non ispira simpatia né al bambino né tantomeno al lettore. “Era magra come un bastone di scopa. Mi accolse con tre bacchettate sulla cattedra e un secco:- A posto!-. Aveva occhiali spessi. Labbra sottili. Teneva la bacchetta in mano come la frusta di un domatore.”

Potente l’affresco storico che prende vita attraverso gli occhi di un bambino: ”In epoca fascista era impensabile che un bambino si facesse prendere dal ghiribizzo snob di scrivere con l’altra mano. Tutti allineati con la mano destra alzata, non c’era assolutamente posto per i sinistri.”

Le incomprensioni e le difficoltà scolastiche, i rimproveri di madre e nonna, le prese in giro dei compagni, la lontananza paterna, tutto ancora trova rifugio nell’armadio in cui il bambino si abbandona a un pianto silenzioso covando pensieri tranquillizzanti e idealizzati: “Titta mi pareva irraggiungibile. Bionda, dolce, un po’ cicciottella -non so s’era bella, ma era come un barattolo di miele”.

Con il trasferimento in campagna iniziano nuove avventure e la separazione da Titta si trasfigura nella memoria del bambino in una visione mistica “La sera quando la nonna mi faceva ripetere le preghiere, chiudevo gli occhi e vedevo Titta con i capelli biondi come una Madonna”.

Quando la guerra finisce, il ritorno in città segna la perdita della libertà, che il ragazzo cerca di riconquistare attraverso i vagabondaggi  con nuovi compagni poco raccomandabili: Orangotango, Pippo e Topo. Passerà anche questa fase, in bilico tra bene e male, durante la quale, nel primo giorno di scuola della seconda elementare, il nostro protagonista scopre l’innamoramento per la bambina dai capelli neri… e, ancora una volta, la curiosità e la scoperta prendono il posto della malinconia: ”L’immagine della bionda Titta dopo aver resistito a cento tempeste era caduta giù come un muro di carta”.

Le presenze discrete dell’infanzia rimaste in sospeso durante la guerra si fanno memoria. Rosa muore durante i bombardamenti; il marito della lavandaia Donna Maria muore sotto le bombe; di Nunzia si tace la nuova mise di calze di seta e roba di contrabbando;  Titta è un ricordo già lontano. Si insinua nella narrazione una nuova presenza “Maria Grazia, la stiratrice, era una giovane scura di carnagione e di una bellezza araba. Era di poche parole e diligente.”

Il tifo tiene il ragazzo lontano dai vagabondaggi e segna la linea di demarcazione assai sfumata in cui si cessa d’essere bambini e si entra nella pubertà . Gli occhi della nonna iniziano a velarsi di quella consapevolezza che si acquisisce quando si è prossimi all’ultima meta. “La nonna andò verso la morte come se avesse con lei una tacita intesa”.[…] “Se ne andò senza essersi mai lamentata”.

Nel frattempo Mariagrazia aveva preso in mano le redini della casa e s’era insinuata anche nel cuore del ragazzo. Quando parte per il collegio l’ultima immagine è quella dell’odore di cardo che emanava il corpo della ragazza quando si distendeva sulla paglia per riposarsi dai giochi. “Se fossi grande ti sposerei” le aveva detto e, con la delusione conscia e brutale di non essere abbastanza grande, all’ingresso del collegio lascia andare, assieme a tutti gli altri ricordi, quell’episodio che lo fa sentire un bambino idiota.

Termina qui il più lungo dei due racconti, quello più denso di significati e di vissuto, in cui si concentrano le presenze dell’infanzia; si delinea, invece, nel secondo e ultimo racconto dal titolo “Esame” il salto nella maturità sessuale attraverso due figure femminili che segnano altre prove da superare oltre a quella dell’esame di maturità. L’incontro con una prostituta, Alfa, e il conseguente  rifiuto alle sue offerte d’amore chiude il racconto e marca il momento cruciale in cui il ragazzo decide che tipo di uomo essere. Vittoria, la sua ultima ragazza, è un pensiero costante, la delusione più cocente e, nello stesso tempo, l’ignara artefice di una consapevolezza d’essere che delineano, oltre a un carattere timido, un animo puro e ingenuo, quasi come quello del bambino che fu all’inizio della storia con l’angelica Titta.

La delicatezza che permea la scrittura di Emilio Paolo Taormina non cede mai alla trascuratezza di una narrazione scialba e priva di contenuti. Ogni episodio, anche il più insignificante, pur circoscritto dall’alone rarefatto dell’immaginazione, è una traccia di memoria che scorre in immagini animate da una lingua poetica illuminata da una mente brillante e vivace. Taormina usa, anche qui, come nella poesia, la tecnica del frammento che ben si accorda alla narrazione di memoria e che è perfetta per andare a frugare tra ricordi così lontani e delicati come quelli dell’infanzia. Ricordi che, a volte, sono soltanto dei flash che accendono emozioni assopite e disegnano, in filigrana, il ritratto di sé stessi appena abbozzato, come lo sfumare del sogno, che tende a svanire non appena ci si sveglia.

È tutta qui la forza di questo libro tratteggiato a matita: gli spazi percettivi sono così ampi e indefiniti che si finisce per entrare in questi racconti in silenzio, come in un sogno, restando in disparte; nascosti anche noi in quell’armadio dell’infanzia, lontana negli anni, eppure ancora così vivida e reale da farci quasi credere che il tempo non sia passato davvero.

( Valentina Meloni )

Recensione uscita sul n. 20 di luglio 2016 della rivista di letteratura  Euterpe a tema “Assenze, mancanza”. Puoi scaricarla a questo link gratuitamente.


Note

[1] Tratta dalla raccolta inedita “La cengia del corvo” di prossima pubblicazione per Il Foglio Clandestino.

[2] Edita in “ Le regole della rosa” Il Foglio Clandestino


 

Finestra con gerani

finestra-con-gerani

Finestra con gerani di Domenico Penna

mezza estate-
tra i gerani in fiore
un’ape danza

[ n a n i t a ]