Yule, il sole divino del solstizio d’inverno

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In Giappone ogni tempio ha un proprio albero sacro “Goshinboku” che indica il luogo in cui la divinità scende sulla terra; attorno al loro grande tronco una corda di paglia di riso li incorona.
Ho scelto un Tanka dalla raccolta Piccoli canti pagani, inserita in Alambic, antologia di poesie che sarà pubblicata entro primavera per i tipi di Progetto Cultura e l’ho abbinata al dipinto “Albero sacro” di Shoko Okumura per legare assieme la tradizione dell’albero sacro a quella pagana di bruciare il ceppo per il nuovo anno nel periodo natalizio che rappresenterebbe lo spirito della vegetazione e il suo bruciare la luce solare che garantirebbe calore per tutto l’anno a venire ma anche l’accensione annuale del focolare sacro, che rappresenta sia il centro della vita familiare sia la dimimmersioni-590x787ora degli spiriti degli antenati.La sacralità degli alberi ha una continuità anche nella diversità… Felice solstizio a voi!

Sempre di sole, ma di un sole non visibile, parlo nel numero XV “Immersioni” di Diwali- Rivista contaminata con Il sole che nessuno vede di Tiziano Fratus che potete leggere a pag. 82 collegandovi al sito. Numero da leggere tutto d’un fiato questo a partire dall’approfondimento “Se Poison Ivy si dedica alla scultura” su Henrique Oliveira di Geremia Doria :

“La natura si riprende i suoi spazi, li invade in un grido di libertà e di autoaffermazione. Il legno di Henrique Oliveira è materia viva, in un processo di crescita espansiva che sembra non avere fine. Entriamo in spazi che assomigliano ad una foresta incantata, oppure uno scenario postapocalittico dove il tessuto urbano è stato riconquistato dagli alberi che ramificandosi ed allargandosi penefireshot-capture-290-http___www-rivistadiwali-it_download_rivista_diwali_pdf_immersioni-pdftrano in ogni dove, si aggrappano a pavimenti e soffitti, sfondano le porte, protrudono dalle finestre, si avviluppano su colonne e scalinate. È il lavoro di Henrique Oliveira, artista brasiliano classe 1973, attivo tra San Paolo e Parigi, sempre più apprezzato e riconosciuto, tanto da ottenere nel 2013 la possibilità di esporre la gigantesca installazione Baitogogo nei saloni del Palais de Tokyo a Parigi…” (di Geremia Doria)

Da non perdere anche il numero speciale interamente dedicato alla fotografia scaricabile qui.

Buona lettura e buon inizio d’inverno con un sole di speranza.

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Canto per Aleppo in dodici distici

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*

Non dirmi, ti prego, non dirmi…
Halab, di tutti i tuoi bambini fantasmi.

*
Nessuno è più al sicuro
sulla collina della tua cittadella…Halab!
*
Guarda, i bambini di Aleppo…
Fanno il bagno nei crateri delle bombe!
*
Aleppo la grigia! Aleppo!
Anche le montagne piangono la tua caduta.
*
Halab! Halab! Mia amata Halab!
Dove sono, dimmi, tutte le tue genti?
*
Tutte e nove le tue porte…
Adesso, Halab, conducono alla morte.
*
Nel giardino di casa mia,
ad Aleppo non fanno più nidi gli uccelli.
*
Lungo le strade di Aleppo
bambini soli vagano come fantasmi.
*
Qui sulle montagne i fiori
non spargono più il loro profumo, Halab!
*
Aleppo è la nostra città…
ma Aleppo sarà anche la nostra tomba!
*
Le tue mura cadendo, Halab,
portano con loro il pianto dei bambini…
*
Nella nostra casa distrutta
dormi anche tu, bambina mia, come la bambola?
*
( Da Sottopelle, Landai – distici ribelli )
originariamente pubblicato sulla Rivista Letteraria Libera La Recherche

(Valentina Meloni)

Il sogno di Hokusai

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Prosegue la rubrica Un libro sotto l’albero in collaborazione con Libriparlanti books & coffee . Oggi parliamo di un albo illustrato per estimatori: Il sogno di Hokusai di Ilaria Demonti prodotto e distribuito da Skira KidsKatsushika Hokusai non avrebbe bisogno di presentazioni ma, per chi non avesse dimestichezza con il genere, ricordiamo che fu uno dei più importanti pittori e incisori giapponesi. Nato a Edo, la vecchia Tokio in un giorno imprecisato tra ottobre e novembre del 1760, muore dopo una vita movimentata nella sua città di nascita all’età di ottantanove anni, il 10 maggio.

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Di lui conoscerete senz’altro La grande onda di Kanagawauno dei suoi dipinti più celebri, e La vecchia tigre nella neve, dipinta dall’artista tre mesi prima della morte, una sorta di autoritratto ironico che pare essere il manifesto della curiosità e dell’entusiasmo di questo grande vecchio sul punto di spiccare, come l’animale nella tela, un nuovo balzo verso la conquista dell’arte suprema.

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17b« Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e sono cinquant’anni che pubblico disegni ma, tra quel che ho raffigurato, non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré anni ho a malapena intuito l’essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. » (Katsushika Hokusai, postfazione di Cento vedute del Monte Fuji, 1835)

Hokusai, straordinario artista giapponese, in settant’anni di attività lascia, come testimonianza della sua meravigliosa opera, migliaia di lavori tra dipinti, stampe, libri illustrati, manuali per pittori e artigiani.

La sua vita, altrettanto straordinaria, è stata sempre un anelito e una ricerca incessante di libertà di espressione e di vissuto. Lo testimonia anche questo bellissimo albo illustrato (non solo per bambini) che prende in prestito al Giappone uno dei suoi simboli più antichi e potenti per tratteggiare questa importante caratteristica: la libellula.

Ci sono circa 190 specie diverse di libellula in Giappone e, sin dai tempi antichi, sembra che l’uso di immagini di questo insetto – che si nutre di insetti dannosi alle piantine di riso – sia stato considerato di buon auspicio per il raccolto. Considerate che il primo nome ufficiale del Giappone fu Akitsu Shima, ovvero “l’isola delle libellule.” All’interno del Nihon Shoki (La Cronaca del Giappone, scritto nell’anno 720) – la storia del Giappone antico – sono menzionate le libellule, il cui nome a quel tempo era akitsu. La Cronaca racconta che il primo imperatore giapponese, Jimmu Tenno, si arrampicò su una montagna nella regione di Yamato (oggi la prefettura di Nara) e, una volta raggiunta la cima, osservò la terra di cui lui era imperatore e disse: “la forma della mia nazione è simile a due libellule in amore.” La Cronaca racconta anche la storia di quando Yuryaku Tenno (il ventunesimo imperatore giapponese) era a caccia nei pressi di Nara ed un tafano lo punse sul braccio. In quel momento una libellula scese in picchiata sul braccio dell’imperatore e catturò il tafano. L’imperatore rimase sorpreso al punto da chiamare quella zona Akitsu-no (letteralmente, la regione delle libellule).

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In esergo la citazione è di una poeta giapponese del periodo Edo, Fukuda Chiyo-ni (1703-1775)conosciuta come una delle più grande hajin donne (compositori di poesia haiku). Pensate che iniziò a scrivere haiku alla tenera età di sette anni e già a diciassette era diventata molto popolare in tutto il Giappone per la sua poesia. Famosi suoi versi sul convolvolo tanto da diventare il fiore preferito della gente della sua città Matto, odierna Hakusan.

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asagao ya tsurube torarete morai mizu

il convolvolo!
il secchio del pozzo avviluppato
acqua in prestito

 

 

Dopo questa lunga ma necessaria digressione torniamo al nostro Hokusai…In breve la sua vita.  Già nelle prime opere, risalenti al periodo Shunro (1779-1794), è evidente la forte personalità dell’artista e la formidabile capacità di esprimere con poche linee nette e decise il carattere dei personaggi.Dopo gli anni di apprendistato, Hokusai si lega ad un gruppo di letterati, cominciando, a sua volta, a scrivere delle poesie. Il suo stile assume delle connotazioni più languide, quasi malinconiche, i suoi personaggi si dimostrano più distacccati dalla realtà e venati da una vena di malinconia perenne: la sua arte si fa così più fortemente introspettiva ed intimista. Nel 1798, quando ha trentott’anni, Hokusai lascia l’atelier Tawaraya e si afferma come artista indipendente, assumendo il nome con il quale è universalmente noto: Hokusai (studio della Stella Polare). La sua arte si affina: lo studio psicologico dei personaggi si fa più attento e nei paesaggi si nota l’influenza della prospettiva occidentale. In tutta la sua opera permane quel senso di lieve malinconia, una sorta di lirismo toccante e fuggevole che emerge dalle scene di vita, ritratte con pochi tocchi magistrali. Hokusai, consapevole delle proprie capacità, esibì, in diverse occasioni, comportamenti alquanto bizzarri ed eccentrici, come quando, su una superficie di 350 metri di fogli di carta stesi per terra, si mise a tracciare segni con una scopa inzuppata in un mastello di inchiostro davanti ad un pubblico sbigottito; solo quando il dipinto fu montato su un pannello, appareve la figura di Daruma, il fondatore del Buddismo Zen. Una performance da action painting ante litteram, che testimonia la prepotente individualità dell’artista giapponese. Hokusai continuò a dipingere fino ad oltre i settant’anni di età, ricercando nuove visioni, sperimentando nuovi stili e tecniche, convinto di poter ancora migliorare e perfezionare la propria arte.*

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In questo albo illustrato, che è una meravigliosa metafora della vita e della ricerca della felicità, si tratteggia una piccola favola. Hokusai si addormenta con il pensiero di disegnare una libellula. Nel sogno insegue la libellula e ne va in cerca chiedendo prima alle foglie d’autunno, poi alla luna, alla farfalla, alla civetta, alle lepri, alle gru, alle ranocchie, alla carpa, al pescatore e infine alla Geisha. Tutti personaggi questi, ritratti nei suoi dipinti e nelle sue incisioni… Ognuno di loro risponde – con piccole rime, racconti e poesie- ad Hokusai di cercare la libellula altrove fino all’incontro con la Geisha.

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Solo allora la ragazza svelerà il segreto per poter prendere la libellula con queste parole:

“Una libellula per riuscire a disegnarla devi solo liberarla”

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Sarà forse questo il segreto della felicità?

Certamente la libellula è anche un alter ego dello stesso Hokusai. Chissà se Ilaria Demonti per questo testo non si sia ispirata al celebre racconto  del filosofo e mistico cinese Zhuāngzǐ o Chuang-tzu, che riporto brevemente qui: Chuang-tzu e la farfalla.

Un tempo Chuang-tzu si vide, in sogno, come una farfalla. Si vide come una farfalla che volteggia liberamente, e si diverte. Non sapeva di essere Chuang-tzu. All’improvviso cominciò a percepire altre sensazioni, e si sentì di nuovo Chuang-tzu. Tuttavia, non sapeva se era Chuang-tzu che si era visto in sogno come una farfalla, o se era la farfalla che si era vista in sogno come Chuang-tzu. (dal testo daoista Zhuāngzǐ, nel capitolo Sull’Organizzazione delle Cose)

Sin dai tempi antichi, la libellula è vista dai giapponesi come una creatura di grande bellezza e un simbolo di forza interiore. In passato le libellule venivano chiamate anche kashimushi, che significa letteralmente insetto vincente, e questo nome è dovuto al fatto che le libellule volano sempre avanti e non retrocedono mai. Una qualità particolarmente apprezzata dai guerrieri samurai. Per questo motivo si trovano spesso decorazioni a forma di libellula sugli elmi dei samurai, sugli elmetti dei militari e nei simboli di alcune famiglie nobili. La libellula però simboleggia anche la metamorfosi, prima di avere le ali infatti è una larva che nasce negli stagni. Ed Hokusai durante la sua vita ebbe moltissime trasformazioni artistiche cambiando nome d’arte innumerevoli volte. La sua metamorfosi prese forma stabile con Hokusai ma fu solo uno dei suoi pseudonimi più conosciuti. Egli, infatti, pensava che l’opera stessa dovesse parlare per l’artista e non la sua forma. In pratica lo stile doveva essere così riconoscibile e ben fatto che quello sarebbe bastato a farlo riconoscere. La libellula , inoltre, è conosciuta anche come un piccolo drago, si crede infatti che al suo interno vi sia intrappolato un drago… Il drago è anche il simbolo di Hokusai che nasce, come me (!), nell’anno del Drago.

Chissà se i bambini sapranno apprezzare di più la libellula dopo questa lettura…

Un piccolo insegnamento zen adatto ai bambini ma anche agli adulti, una favola ispirante come ispirante la vita di questo grande artista, mirabilmente narrata in un altro libro meraviglioso, in pratica l’autobiografia immaginaria di Hokusai, che ho appena finito di leggere e di cui vorrei parlarvi più avanti”Hokusai, dita d’inchiostro”  di Bruno Smolarz.

Nell’attesa andate a curiosare questo prezioso albo illustrato e regalatelo a chi avete a cuore.

[ n a n i t a ]


 

 

*(tratto dal sito barbarainwonderlart)

 

L’uomo che piantava gli alberi

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Per la rubrica Un libro sotto l’albero in collaborazione con Libriparlanti books & coffee oggi parliamo dell’Uomo che piantava gli alberi di Jean Giono nell’edizione illustrata da Peppo Bianchessi per Salani Editore in occasione del 20°anniversario della pubblicazione in Italia. Il celebre racconto è un libro epocale che ha venduto solo in Italia oltre 200.000 copie.

Una quarantina circa di anni fa, stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza.

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Inizia così uno dei classici più belli nella letteratura d’ambiente che non finisce mai di ispirare lettori piccoli e grandi…

Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita. Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza di alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose. […]

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Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo nulla di meglio. Andava a duecento metri da lì, più a monte. Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. […]

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Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quello che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla. […]

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Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. […]

23-bBouffier aveva piantato, un anno, più di diecimila aceri. Morirono tutti. L’anno dopo, abbandonò gli aceri per riprendere i faggi che riuscirono ancora meglio delle querce. Per farsi un’idea precisa di quell’eccezionale carattere, non bisogna dimenticare che operava in una solitudine totale; al punto che, verso la fine della sua vita, aveva perso del tutto l’abitudine a parlare. O, forse, non ne vedeva la necessità.

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Nel 1933, ricevette la visita di una guardia forestale sbalordita. Il funzionario gli intimò l’ordine di non accendere fuochi all’aperto, per non mettere in pericolo la crescita di quella foresta naturale. Era la prima volta, gli spiegò quell’uomo ingenuo, che si vedeva una foresta spuntare da sola.

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Per recensire questo splendido racconto ho lasciato parlare l’autore scegliendo dei passi direttamente dal libro. Qui non c’è nulla da aggiungere. La storia di Elzéard Bouffier ha ispirato l’immaginario collettivo di intere generazioni e continuerà ancora a lungo…

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Incredibile la straordinaria potenza di una ghianda…non trovate?

Da Libriparlanti books & coffee  potete sfogliare e acquistare sia l’edizione che vi ho illustrato sia il DVD del Film d’animazione di Frédérick Back tratto dal romanzo e vincitore del premio Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione nel 1988.Lo potete guardare integralmente a questo link sul mio canale youtube  che ha ricevuto solo per questo corto oltre 29000 visite. Un regalo che ognuno di noi amerebbe avere sotto l’albero di Natale per guardarlo da soli o insieme ai nostri bambini.

Perché la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni. Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l’idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio d’errore, di fronte a una personalità indimenticabile.

E donne che piantano alberi ce ne sono? Pare proprio di sì! Questa è  la storia di Yi Jiefeng originaria di Shanghai. Negli ultimi dodici anni ha piantato milioni di alberi in Cina con l’obiettivo di rimboschire l’arido deserto di Alashan e per mantenere viva la memoria del figlio scomparso 16 anni fa. Ed esistono anche altre donne, altre uomini che si impegnano per ripopolare il pianeta di alberi…anche bambini! Come per esempio Felix Finkbeiner di 13 anni. Negli ultimi quattro ha piantato oltre un milione di alberi. La sua associazione Plant For The Planet è presente in oltre 70 nazioni e ci lavorano piccoli eroi di tutto il mondo. Con uno slogan: “Stop talking, start planting“. L’obiettivo è arrivare a un trilione di nuove piante in dieci anni. Forse dovremmo cominciare anche noi ;)!

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Jean Giono è nato il 30 marzo 1895 a Manosque, in Provenza. Il padre, d’origine italiana, era calzolaio e la madre stiratrice. Jean leggeva da solo la Bibbia e Omero, tra l’officina del padre e l’atelier di sua madre. La sua cultura, immensa, è quella di un autodidatta con una curiosità universale. Ha pubblicato oltre trenta opere. E morto nel 1970.

[ n a n i t a ]


Il giardiniere notturno

libriparlanti-un-libro-stto-lalbero-copiaS’inaugura oggi una nuova rubrica Un libro sotto l’albero in collaborazione con Libriparlanti books & coffee in cui, con la compagnia di Mariagrazia e Monica, passo delle ore piacevoli curiosando tra i loro scaffali e bevendo un ottimo tè. Sceglierò ogni giorno o quando ne sentirò l’ispirazione un libro, solitamente un albo illustrato, per bambini ma anche per adulti, prevalentemente a tema con il mio blog, e lo leggerò per voi cercando di farvelo conoscere.
Tutti i libri illustrati in questa rubrica potete trovarli presso Libriparlanti naturalmente. Questo è anche un modo diverso di avvicinarsi ai libri, di uscire di casa, di incontrare persone; l’inverno sarà così più piacevole. E se volete parlare un po’ di libri o altro potreste trovarmi lì al mattino. Vi aspetto.

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Iniziamo la nostra rubrica con un bellissimo albo illustrato che forse alcuni di voi già conoscono: Il giardiniere notturno di Terry Fan. Edito da Gallucci Editore, illustrato da Eric Fan con la traduzione di  Masolino D’Amico. Si firmano The Fun Brothers i fratelli Eric e Terry Fan, canadesi, formati all’Ontario College of Art and Design di Toronto, per questa opera prima come autori e illustratori.

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Immaginate di svegliarvi una mattina e di trovare gli alberi scolpiti in tutte le forme che potete immaginare…Gufo, coniglio, pappagallo, elefante, drago ecc… Durante la notte un abile giardiniere venuto da chissà dove trasforma gli alberi della grigia cittadina di Grimloch Lane in opere d’arte topiaria.

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Il piccolo William, che vive in un orfanotrofio, si entusiasma per le meraviglie create dalla mano del misterioso giardiniere notturno. Toccherà proprio al bambino scoprire l’identità dell’autore di questi capolavori.

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E sarà un incontro che gli cambierà la vita.Il giardiniere lavora con la luce della luna piena e quando la città si sveglia ha cambiato volto. Giorno dopo giorno William si meraviglierà di tanta bellezza e presto anche lui diventerà un giardiniere della notte…

Con l’arrivo della stagione autunnale, gli alberi perdono le foglie, tornano a essere normali alberi. Non sembra esserci più traccia dei fantastici animali creati dalla fantasia umana e neppure più traccia del giardiniere misterioso, scomparso anche lui assieme alle foglie. La città però non è più la stessa e William neppure…

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Questo libro è adatto per bambini dai tre anni in su. Bellissime, visionarie e fantasiose le illustrazioni, saranno in grado di trasportarvi in un’altra dimensione. Altrettanto bello il messaggio della narrazione che ricorda la gratuità delle felicità: arriva e così come le foglie se ne va, lasciandoci però dentro qualcosa di prezioso…

La vita comincia il giorno in cui comincia un giardino.
(Proverbio cinese)

[ n a n i t a ]

Amori possibili

Intrecci Cop Brandi1 nuovo StampaIn questo mondo ogni cosa è in relazione e, a volte, è una relazione d’amore. La gelosia fra un treno e la galleria. L’amore che consuma fra il monte e l’acqua. I segreti che uniscono una strada millenaria a un giovane palazzo. Il dubbio che impedisce l’unione fra il suono e la materia. La mente che si libera dalla schiavitù del cervello. L’inconfessabile incesto fra il bosco e la città. Amori possibili: lunghi ere geologiche, brevi quanto l’attimo in cui è esploso l’universo, infiniti e oltre ogni genere.

Amori possibili è una raccolta di sei racconti “cosmogonici” il cui filo conduttore è l’amore declinato nelle sue infinite varianti.

In questo libro pubblicato per Intrecci Edizioni l’autore, Maurizio Corrado, ripensa il tempo e lo spazio in termini umani, ripensa l’amore usando quella che, in poesia, Guido Oldani definisce la similitudine rovesciata, mediante la quale il mondo può essere ridetto completamente daccapo con quel leggero piglio ironico che caratterizza una narrazione vagamente surreale e certamente visionaria.

Maurizio riscrive con immaginazione fervida, ironica, suggestiva, ribaltando anche le teorie creazioniste, l’origine di ogni relazione in Il suono e la materia. Si avverte, vibrante,nella lettura la sensibilità e l’esperienza teatrale dell’autore che conosce l’importanza dei suoni, delle vibrazioni ma anche dei tempi, delle pause, dei silenzi. Si resta affascinati da questa lettura che si narra da sé. Possiede il sapore del mito. È una metacosmogonìa evoluzionista che nasce e muore in un granello di sabbia. Fine o inizio del mondo? L’essere femminile riscritto in richiami antichi a Pandora, in cui il vaso è Pandora stessa.Da una smagliatura si creano il tempo e lo spazio, un processo inarrestabile dal centro del nulla.

In quell’universo in un granello di quel primo attimo eterno, il mondo era semplice. C’era il suono, io, e c’era lei, la materia. Io impalpabile e vibrante, lei caotica e nervosa, sempre sul punto di esplodere. Tanto che a un certo punto non ce la fece più e scoppiò.

Il registro linguistico si adatta a ogni racconto come un abito confezionato da un sarto meticoloso, passando da un set a un altro con grande disinvoltura. All’interno dei racconti c’è spazio anche per l’attualità, narrata sempre in termini inconsueti e punti di vista fuori dall’ordinario. I “personaggi” parlano non solo con la loro lingua ma anche con il proprio pensiero, con la logica che anima i loro sentimenti e le loro azioni. Trascrivo un passo del racconto “La strada e il palazzo”  per dare la dimensione della versatilità linguistica e coraggiosa di Maurizio. La rivolta del linguaggio qui opera una propria cosmogonia dando vita a un mondo parallelo nel quale siamo catapultati a più riprese durante la lettura. L’io ipotetico si allarga a dismisura, rientra, viaggia, si trasforma, è un’entità indefinita che prende vita e corpo attraverso la parola percorrendo strade nuove e sentieri mai battuti.

Walking walking non fatto altro. Giorni. Mesi. Neanche el camino de Santiago più lungo sembra. Walking on the wild side? Che sa piccolo niuiorkese di wild side? Cammina con me I say! Walk on this side Lulù. Giorni tutti! E macchine passano e lanciano lattine alla faccia e la sposti e dormi bosco fianco strada puzzamerda dappertutto ma lusso! Lusso grande confronto barcaschifo. Lì inferno vero. Schiacciato sotto tutti e cagare e pisciare senza muovere e colare merdapiscia su di me e faccia sporca tutto sporco tutto. Questo wild side! Che sa piccolo niuiorkese in bar sushi matitanelculo! Amicoamico morto soffocato. Amicoamico quando alto come bottiglia birra tutto giorno street e giocare e guardare capre. Io loving sorella amico lui dice ok tu sposa quando vuoi e lei dice ok. Io dico: prima ricco e dopo torno e sposo te sorella amicoamico bellabella ancora niente tette ma dopo sì. Poi ecco lui schiacciato sopra mia pancia due giorni tre giorni e poi lui non parla più muovere non si muovere neanche più respiro e via. Finito. End. Stop. Morto. Capito? Finito anche sorella adesso io chi sposo? Ma amicoamico morto io non volevo credere! Ecco pisciamerda e adesso anche acquaocchi rain and tears tutti urlare e amicoamico tirato fuori e buttato ammare! Io pensato: vivo io vivo! Ma no amicoamico no sorellamoglie no tornare allora morire e buttato ammare pure io dietro amicoamico e tutti urla! Torna! Mori! Mori! Ma chissefré! No amico no moglie no vita! Ciaociao! Sì. Ma non morto. Svegliato sabbiainbocca. Spiaggia vuota. Tutta vuota. Alzato. Mare calmo. Niente più niente. Dove andata barca? Io vivo. Tutti altri dove? Niente. Sabbia vuota. Allora io vede strada. E cammina. Cammina. Cammina. Sempre cammina giorno notte mattina conto passi uno due duemila centomila cammina sempre. Piove cammina. Sole cammina e asciuga. Notte dorme strada e poi ancora camminacammina strada non finisce mai. Amicoamico morto. Tutti altri dove? Cercare? Poi? Anche se trova chissefré? Meglio camminacammina.

L’ambiente che ci circonda è il protagonista. Non siamo noi, non è l’uomo a essere il centro del mondo ma il mondo stesso, raccontato e riscritto, però, con sentimenti e componenti umane.

“Ognuno di questi sentimenti così umani viene declinato alla dimensione del cosmo, e il risultato per il lettore è paradossalmente duplice: da un lato ci si sente parte integrante del cosmo con cui condividiamo la stessa reazione alla vita, dall’altro percepiamo che, di questo immenso universo, siamo solo una piccola parte, in fondo trascurabile. E ancora: se da una certa prospettiva esistono confini e barriere, dall’altra bisogna pur rendersi conto che tout se tient, tutto s’incatena…” (dalla prefazione di Laura Brignoli).

Dopo questa lettura non entrerete più in una galleria con lo stesso stato d’animo con cui sul treno la percorrevate prima, non penserete più alla vostra mente nei termini in cui eravate soliti farlo, non camminerete più per strada come prima. Forse allerterete tutti i sensi, forse percepirete il bosco, la città, la montagna, le strade come entità vive, vibranti con le vostre stesse passioni, i vostri stessi dubbi, le stesse domande e con la stessa intensità di un amore passionale che avete vissuto o vorreste vivere…

Maurizio Corrado trasporterà anche voi nei luoghi infiniti delle possibilità?

Se siete curiosi leggete … e potreste anche diventare voi i protagonisti!

Fra gli innumerevoli concorsi per chi scrive, ogni tanto qualcuno pensa anche a chi legge. Il Premio Amori Possibili è dedicato ai lettori, ai loro pensieri e a chi commenta con passione quello che legge. Come partecipare? Tutti i lettori di Amori Possibili possono partecipare mandando la propria recensione al libro. La giuria sceglierà 10 recensioni finaliste che saranno pubblicate sul sito e sulla pagina Facebook di Intrecci, sul gruppo FB Il bosco dei libri, sulla pagina e il gruppo FB dedicato al Premio. Tutti potranno votare la recensione e il tema preferito. I primi due premi li vinceranno le due recensioni che otterranno il maggior numero di voti e commenti. Il terzo premio andrà al miglior commento degli utenti FB. La raccolta delle recensioni avverrà a partire dal giorno 15 dicembre 2016 fino alle ore 24 del giorno 28 febbraio 2017. A partire dal 9 marzo 2017 verranno pubblicate le recensioni finaliste e sarà possibile votarle e commentarle sino alle ore 24 del 15 aprile. Bando sul gruppo e sul sito. Info – premio@intrecciedizioni.it

[ n a n i t a ]


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Maurizio Corrado, architetto, saggista e scrittore, ha lavorato con le principali riviste di architettura e design e come giornalista televisivo per Canale 5 e SKY, è stato vicedirettore di Casa Vogue Espana, ha pubblicato con diversi editori oltre venti libri divulgativi sui temi dell’architettura ecologica di cui alcuni tradotti in Francia e Spagna. Dirige la rivista di cultura ecologica Nemeton Magazine e alcune collane dedicate all’architettura ecologica per Wolters & Kluver e Compositori. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Bologna e Verona. Scrive per il teatro. Per la narrativa ha pubblicato con Bohumil Edizioni LE IPOTESI DEL DOTT. BRANDO (2006), la raccolta di testi teatrali TEATRO ECOLOGICO (2008). Con Quarto Paesaggio GREEN TALES (2011).

Neve nel bosco

nel bosco nevica-
scricchiolio di rami
all’improvviso

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L’area di Broca a Gabriella Maleti

15134752_1057060351083662_1532603417428289447_nGabriella Maleti ci ha lasciato il 27 marzo 2016, se ne è andata silenziosa e gentile dopo una lunga tenzone con la vita e una coraggiosa partita a scacchi con la morte. Mai pacificata, mai soddisfatta, Gabriella ha sempre interrogato la vita con timore, con rabbia, con l’umiltà di chi sa di non sapere: ne ha esplorato le pieghe dolorose, l’ha sbeffeggiata, l’ha subita, ha approfittato delle sue debolezze, è penetrata nelle sue crepe, confondendosi in essa l’ha catturata, incatenata in una scrittura che riproduce le rugosità, il calore, il nonsenso dell’esistere. Il suo lavoro poetico negli anni è divenuto un punto fermo e uno stimolo per tutti noi che frequentiamo l’Area di Broca. La sua forza, la sua sincerità, il suo calore magmatico ci hanno fatto capire in che modo l’arte sia essenziale al vivere…[Paolo Pettinari]

È Paolo Pettinari ad aprire il numero 102/103 de L’area di Broca interamente dedicato a Gabriella Maleti. Seguono una sua Bio-bibliografia-videografia , degli estratti dalle sue raccolte di poesia e prosa, le sue fotografie, un’antologia critica e alcune testimonianze di amici e persone che le sono state vicine.

Nel fascicolo c’è una piccola poesia che ho scritto per Gabriella quando ho saputo che ci aveva lasciati. Non sono riuscita a scrivere altro perché mi è mancato il tempo di poterla conoscere meglio, perché spesso la tristezza non si pronuncia e non ha parole per dirsi e perché forse, a volte,  non c’è nulla da dire, semmai si affina l’ascolto verso un tempo che non ci è stato concesso; ma conservo alcuni ricordi e questo numero della rivista mi ha permesso di conoscerla meglio. Tra le testimonianze ho molto apprezzato quella di Antonella Pierangeli che ringrazio per averci voluto fare partecipi di un rapporto di amicizia così profondo, intimo e consolante. Attraverso gli stralci di alcune lettere del loro carteggio durato venticinque anni ho scoperto una Gabriella affettuosa e materna, protettiva e allo stesso tempo sensibilissima e fragile per certi versi. Riporto alcuni estratti del carteggio che ho potuto ascoltare commossa dalla voce di Antonella stessa e una poesia di Gabriella a testimonianza di quell’amore per la natura che l’ha caratterizzata fino alla fine e che, ancora una volta, ci lega a filo stretto.

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“in questo mondo letterario ottuso, vecchio e cialtrone cosa serve in primis ad un’amicizia se non la sola sensibilità? (…) questo mio terzo “occhio”, piccola Anto, ti segue spesso e ti vorrebbe più vicina… Quello che poi ci unisce è singolare: nonostante la differenza di età a volte sembriamo bambine, bambine in un loro linguaggio, complici in un loro mondo… Insieme a te “cospiro”, sento quella vitalità che, generalmente soffocata, non mi ha mai abbandonato… Sei malata di parole, mi dici. Non senti come è bello leggere: “Sono malata di parole”. Parti da qui. Non mi deludere, se puoi. Ti sento. Lo so. Ti abbraccio e credo che non ti farò fuggire via.” (marzo 1994).

aghi di pino in acqua  4  copia

“Quanto alle mie fotografie, Anto mia cara, che tu hai descritto con tanto amoroso intelletto, esse appartengono alla natura quanto io appartengo ad essa, in un fraterno senso di integrazione e protezione, nato questo negli anni della mia infanzia e che da allora mi accompagna. Io non ho mai scordato (ed ecco il dramma o il miracolo) il tempo di quando passavo interi pomeriggi nei campi, lontano dagli uomini, ad osservare ogni erba, ogni insetto, ogni animale, ogni frutto, lontana dai miei, infelici coniugi, ciechi, forse genitori. In quella campagna ci stavo davvero bene: nessun disagio, nessuna vergogna. Lì trovavo sostentamento e protezione. (…) Quella mia grande seconda madre, alla quale subito, istintivamente, mi sono affidata. (…) Quante madri. Che non ho mai scordato. Dalle quali non mi sono mai liberata. Ma cosa vuol dire essere madre?” Cosa vuol dire essere madre?” (10 aprile 1991) (10 aprile 1991).

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“La scrittura, in fondo, è una grande amante ed è ciò che ho sempre avuto quando gli altri avevano sempre qualcosa più di me. Ricorda sempre, ciò che è nato, anche nel silenzio, vive. Cerca di amarti, sempre. Baci e braci. Gabri

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Giunta sin qui Da “E’ bene saperlo” (Inedito, 2014)

Giunta sin qui
– dove il miracolo della nascita si
concede attraverso il fico, la vita, i limoni
e gli ulivi (e poi gelsomini e rose):
creature mie tutte in vaso che s’innalzano
in luce, in tiepida aria –
è sufficiente che scenda tre scalini
per toccare figlie e figli,
che rendono vita all’immobilità,
partecipano dai loro minuscoli campi
all’esercizio delle loro prove.
Posso io esimermi dal portare
con il diletto della pazienza
la mia “prova”?
Giro nel piccolo cortile,
raccatto foglie, campi,
è il meglio della mia vita.

petali bacche con filtri

Ho conosciuto Gabriella insieme a Mariella B. tre anni fa partecipando a una delle riunioni laboratorio nella redazione de L’area di Broca a Firenze. Di lei ho amato – per quel poco che ho potuto venire in contatto -il suo essere diretta, il suo riuscire ad andare al centro delle cose, la sua sensibilità fine di persona che sa più di quel che dice, la personalità istrionica, giocosa, tuonante, ribelle agli schemi. Più tardi ho incontrato la sua scrittura e ne sono rimasta affascinata e la cerco ancora perché la sua scomparsa mi ha aperto di nuovo la porta intima del suo mondo. Di lei ricordo con affetto il sorriso profondo degli occhi. Di conoscere una persona non si finisce mai e la scrittura è quel forziere in cui si nasconde l’essenza di Gabriella. Ce ne ha lasciato le chiavi. Di questo la ringrazio, ciao Gabriella..

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Per chi lo desidera il numero è disponibile on line collegandosi qui 


Gabriella Maleti (Marano sul Panaro, MO, 1942 – Firenze 2016) dopo l’infanzia in Emilia ha vissuto e lavorato molti anni a Milano. Nel 1981 si è trasferita a Firenze. Scrittrice, ha pubblicato libri di versi, racconti e prose letterarie. È stata inoltre fotografa e autrice di video-film, documentari e video d’arte. Redattrice della rivista “L’area di Broca”, nel 1984, con Mariella Bettarini, ha fondato e per tutta la vita ha curato le Edizioni Gazebo. È presente in molte antologie e rassegne di poesia e di narrativa contemporanea.

A spasso con l’Orso

Dove il vento sussurra storie
e tutti gli animali fan baldorie,
dove le stelle tintinnano
e le foglie cantano,
in cima ad un albero, nel bosco,
c’è una casetta che ora ti mostro.
Ci vive una bimba di nome Marì,
vieni, ascolta, eccola qui.

Ancora il bosco è il luogo in cui nascono le storie. Questa è la storia di Marì nata dalla fantasia di Cristina Marsi e dai colori fiabeschi di Natascia Ugliano. Marì si trova a dover fare i conti con le proprie paure, sono le stesse paure che hanno tutti i bambini (a volte anche qualche adulto sì) e che prendono le sembianze del mostro violastro, del lupo ghiottone, dell’orco sbafatutto e così via fino al simpatico incontro con Birolì, un orso grande e grosso che ha occhi buoni, il sorriso giocondo, orecchie piccole ed il pancione tondo.

I due diventano subito amici, Marì gli regala noci e dolcetti e poi siccome l’orso è affaticato lo aiuta a portarli a casa. Marì e Birolì se ne vanno a spasso per il bosco e fanno tanti nuovi incontri con amici vecchi e nuovi, fin quando non arrivano alla casa di Birolì. Marì ritorna a casa sua e si addormenta ma Birolì poverino, rimasto solo, comincia ad avere paura e anche lui come Marì dà un nome a ognuna di queste: lo sparacartucce rubacuori, la strega sputaranocchio, la banda di mocciosi lanciafionda…

Durante la notte si sente un gran chiasso nel bosco. Sono i mostri di Marì e quelli di Birolì che si sono dati appuntamento e stanno facendo festa. I due amici decidono di andare a salutarli. È così che le paure quando s’incontrano non fanno più paura…

L’incontro tra Marì e Birolì è destinato a cambiare per sempre le loro vite. Conosceranno mostri divertenti e diversi, condividendo prove e percorsi mirabilanti. Nella diversità delle loro paure, sarà l’amicizia a trionfare.

Una storia scritta in rima, una fiaba nella fiaba che contiene un contenuto educativo e bellissime illustrazioni che accompagnano i bambini, simpaticamente, all’incontro con le proprie paure e con i propri mostri …perché anche loro possano fare festa in questo incontro ed esorcizzare così la paura.

Il libro A spasso con l’Orso, già alla seconda ristampa, è pubblicato e distribuito da un editore a tre ruote che vende per strada e tra la gente. La sede della sua casa editrice, infatti,  «Bibliolibrò», è la sua Ape blu Calessino. È una mia omonima Valentina Rizzi e si muove nei luoghi che mi hanno visto nascere e crescere tra Roma e Ostia. Leggete la sua storia nell’articolo de La Stampa e andate a scoprire i suoi libri e le sue storie itineranti.

Ad ognuno il proprio orso 🙂 buona lettura

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Queneau di Queneau (Gabriella Maleti)

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Queneau di Queneau, Gabriella Maleti, GazeboEdizioni, 2007

 

Libro ispirato agli “Esercizi di stile” dello scrittore Raymond Queneau, “Queneau di Queneau” – come suggerisce il titolo- è una variazione reinventata e personalissima ispirata al lavoro del celebre poeta e scrittore francese.

Exercices de style, pubblicati da Gallimard per la prima volta nel 1947, constano di una trama raccontata in novantanove modi diversi, ognuno in uno specifico stile di narrazione. Quella di Raymond Queneau è una trama minima, a dire il vero banale. L’originalità del libro sta proprio nelle varianti stilistiche adottate dall’autore. I novantanove texticules dicono sempre la stessa cosa mostrandoci, però, le infinite potenzialità della lingua.

Gabriella Maleti, ispirata dalla genialità di Queneau, si cimenta in una rivisitazione che le permette, non solo di lasciar correre il proprio estro linguistico, ma di esercitarlo nella crudeltà del vero e nella ricercatezza del falso in stile. La trama che la Scrittrice, scomparsa da pochi mesi, ci propone nelle sue sessantotto varianti è, anche qui semplice, ma nella sua semplicità tragicomica e autobiografica, come viene suggerito nella premessa “La vicenda”, sta lo stile inconfondibile che individua nella narrazione tristemente ironica e spietatamente realistica, una capacità fine di comprendere e sezionare la psicologia umana.

Grande lezione di scrittura, “Queneau di Queneau” è un microcosmo di linguaggi che identificano ogni volta una diversa personalità ma anche un diverso stile narrativo. Il libro si apre, infatti, con: Testimonianza, Scoglionato, Interrogazione, Cartomantico, per passare da un lapidario Ottimistico, sette parole in tutto: “Non tutta la cacca vien per nuocere” fino a uno stile Esagerato, Crudele, Tormentato, Eroe, Incazzato, Psicanalitico, Televisivo, Leghista, Reazionario, Raffinato, Commosso, Gay e così via… L’appendice finale, però, è dedicata interamente ai Personaggi in cui compaiono sia i protagonisti del racconto iniziale, ossia La mamma e Il bambino, sia i coprotagonisti, gli avventori e i vari personaggi legati alla trama ma invisibili: i dirimpettai, i passanti, gli occhi e gli orecchi nascosti del pettegolezzo di strada come Il macellaio, La sordomuta (geniale), La signora del piano di sotto, Il pensionato cieco e così via.

Le versioni dei vari personaggi poi si intrecciano richiamandosi le une alle altre come in un improbabile processo incrociato dove i medesimi personaggi sono essi stessi giudici, difensori, testimoni e imputati. Sulla sedia d’imputata siede la madre colpevole di aver vuotato il vaso da notte nel lavandino di cucina, poi otturatosi, vaso nel quale il figliolo si era appena liberato di abbondanti escrementi. Trama grottesca, tragica e dolorosa che mette in luce la solitudine dell’esistenza e i vari risvolti della vicenda umana in cui menzogna e verità si alternano e si mistificano con incalzante tensione.

Queneau di Queneau” dimostra l’inalterabilità della verità e, al medesimo tempo, la variabilità della menzogna, che ci costringe a confrontarci con volti sempre diversi in una distorsione decentrata degli eventi attraverso innumerevoli punti di vista e multiformi travestimenti.

La Maleti, identificandosi nei vari ruoli di volta in volta diversi, ne sperimenta il linguaggio, la personalità, le manie, le contraddizioni, i preconcetti, le paure, le profonde fragilità. Sperimenta,  seziona e ripropone quel linguaggio tenendo sottesa alle diverse varianti della vicenda la propria voce personale, critica, ironica, profonda, irriverente, canzonatoria, drammatica ma soprattutto unica. Nessuna delle sessantotto versioni riesce mai a coprire la personalità della Scrittrice che emerge con la leggera unicità di chi non si prende mai troppo sul serio, di chi, in silenzio, ascolta le voci del mondo e le registra assieme alle proprie intuizioni, alle proprie riflessioni, alle luminose scoperte cui la realtà ci costringe. Tutto questo riuscendo anche, in più di un’occasione,  a strapparci una sana risata attraverso quel caleidoscopio ininterrotto di struggente divertimento, di e/scatologia satira– come lo ha definito Mariella Bettarini– che è questo straordinario libretto.

Valentina Meloni, Castiglione del Lago 07/11/2016

POSTILLA

Ho conosciuto Gabriella insieme a Mariella B. tre anni fa partecipando a una delle riunioni laboratorio nella redazione de L’area di Broca a Firenze. Di lei ho amato – per quel poco che ho potuto venire in contatto -il suo essere diretta, il suo riuscire ad andare al centro delle cose, la sua sensibilità fine di persona che sa più di quel che dice, la personalità istrionica, giocosa, tuonante, ribelle agli schemi. Più tardi ho incontrato la sua scrittura e ne sono rimasta affascinata e la cerco ancora perché la sua scomparsa mi ha aperto di nuovo la porta intima del suo mondo. Di lei ricordo con affetto il sorriso profondo degli occhi. Di conoscere una persona non si finisce mai e la scrittura è quel forziere in cui si nasconde l’essenza di Gabriella. Ce ne ha lasciato le chiavi. Di questo la ringrazio, ciao Gabriella

La recensione è apparsa sul num. 21 della Rivista di Letteratura Euterpe