La bottega di via alloro (Daìta Martinez)

la-bottega-di-via-alloroQuando ho ricevuto il libro di Daìta sono rimasta spiazzata. L’ho letto dopo qualche giorno, come di solito non leggo la poesia, cioè tutto d’un fiato senza sbocconcellare in qua e là. Ero curiosa e affamata di conoscere qualcosa di nuovo. Non sono rimasta delusa: ho ritrovato in queste pagine la personalità estrosa di una voce che sa distinguersi coraggiosamente senza la paura di “non piacere” che oggi caratterizza molta poesia contemporanea, a discapito di una ricerca propria e di un proprio sentiero che liberi il pensiero convenzionale in nuove forme e crei delle fratture, delle rotture atte a stimolare il pensiero, la comunicazione.

Nella sua nota d’apertura Nicola Romano ci informa che Via Alloro, sorta nel periodo arabo, ricade nel cuore del centro storico di Palermo e prende il nome da un rigoglioso albero di lauro (simbolo arcaico ed augurale) che fino ai primi anni del ‘700 verdeggiava nel cortile d’un prospiciente palazzo nobiliare. E La bottega di via alloro evoca proprio un luogo arcaico in cui si incontrano culture diverse, civiltà fuse in nuove etnie, la sacralità dell’antico con la profanità di sguardi nuovi. Ci si avvicina al vicolo di questa scrittura con curiosità e si resta affascinati, sorpresi, spiazzati, si viene introdotti in nuove forme di linguaggio, in cui saltano i codici e le consuetudini, in cui ci si sente trascinare, presi dalla folla delle parole, come quando entri in un mercato di una vecchia città e sei travolto da odori, voci, colori e dal bagno di genti che ti porta. Se non si è abituati si rischia di venirne travolti. Poi ad un tratto si apre un vicolo con una piccola bottega, i legni che odorano di salsedine, fuori dal frastuono, lontana dai rumori e dalle voci, ma non troppo. Ci si aggira tra scaffali antichi e polverosi in cui si mescolano ricordi, vissuti, dialetti. Ci si smarrisce in altre vite e in nuovi sapori. Ci si ritrova nella pelle del rigo, nei versi e nella parola.

salsedine

era questo l’odore

rolla la pagina :

  • manica

imprevista parentesi delle alghe

| graffe

vermiglie mani

non ho pelle

fino all’arrivo del rigo

sopra i capelli

guardo

. la bottega di via alloro .

[…]

Qui la punteggiatura segue nuove vie, è un codice personalissimo di scrittura visiva che dà fisicità alle parole. I titoli sono tra parentesi, tra punti o doppi punti, i versi sono spezzati, dilatati da spazi e/o delimitati da barre e trattini. Non esistono maiuscole orgogliose che accentano la voce. I versi sono minuteria che si concretizza in diminutivi e idiomi peculiari, spesso stretti nel lessico di quella che risulta essere una vera e propria lingua regionale, il siciliano.

. olivuzza .

anestetizza annoda campanule il cestello

spolverato al marciapiede fiorito nell’acqua

una caraffa dipinta via

                             . olivuzza .

sopra il tacco coltivato bancarella schiusa al

chiacchiericcio speziato d’angolo il balcone

vapora sottoveste i pomodori aperti sulle tegole

a bagnomaria il ritorno di lampare al contrarsi

                                           __ lento degli ulivi

Ed è proprio nel siciliano che si concentra la bellezza di questo scorcio di vita espressa in versi. Che non lo si conosca (come nel mio caso) non importa, come dicevo, si viene trascinati, presi per mano; leggendo ad alta voce la lingua incontra i denti, il palato e le labbra in nuove musiche, inciampa nel vissuto e nel caos apparente che muove le vite. Si entra di petto nel sangue rubato, nella vucca cunzata, nei ciuri pittati, nelle mandorle guarnite, nei sapori di mennule & cicoria, nei vicoli antichi dei nassaiuoli, tra piccioli arrubbati e lu sangu di la povira genti dove

a vucca chianci

spirduta inta pignata

ri stu cielu amaru

chiazza di la virgogna ‘nfame[1]

Difficile uscirne per rientrare nei versi, per ri-disperdersi poi, subito dopo,  negli scarti semantici, nelle virgole mancanti, nei punti e nelle graffe barocche che chiudono parole in cortili reclusi nei bagli. Si tratta di una vera e propria architettura poetica visiva che, in un certo senso, rispecchia anche i luoghi di provenienza della lingua, come ben promette il titolo. Le espressioni del barocco siciliano caratterizzato da acceso decorativismo, senso scenografico e forte cromatismo, al medesimo tempo popolare e colto, fortemente radicato nel territorio e del tutto peculiare, trova la sua concordanza nello stile personale della poetessa palermitana. Daìta Martinez si muove attraverso costruzioni sintattiche apparentemente scollegate in cui il verso spezzato costringe alla riflessione e al ripensamento di ogni singola parola.

ioi

Nella sua poesia, infatti, la figura retorica caratterizzante è, forse, l’asindeto per mezzo del quale si realizza lo scarto semantico  che vira il significato di termini e parole da quello comune e codificato a un significato soggettivo e personale. L’uso di lemmi inusitati mescolati a termini dialettali e alla lingua semplice del quotidiano fortifica lo stile peculiare della poetessa palermitana, che rivela una personalità poliedrica e complessa. L’accostamento spesso audace tra sostantivo e aggettivo, l’assenza di connettivi ma anche di virgole, incalzano la lettura e il ragionamento, costretto però a ripensarsi continuamente per andare a cercare la visione intravista dal poeta. Grande l’attenzione a ogni singolo verso, nulla è tralasciato al caso anche se, a un primo frettoloso sguardo, ci si può smarrire per le strade della comprensione.

{ ciuri pittati } [2]

 

avissi a parrari ri chiddu ca nun c’haiu

quannu u ventu cala supra a chiazza

cu li mani azzannate e lu visu stancu

arrubavu

 { ciuri pittati }

pi nun moriri foddi

accussì comu na mennula cunsata

e m’addummisciu sutta u chiantu

‘n mezzu a chista grasta spizzuliata

Quando si entra con stupore in questi piccoli ritratti di vita, ci sorprende la fabula con i suoi racconti che sanno di leggenda, di storie popolari, di vite sconosciute eppure vicine per grazia di parola; una forza narrativa che per merito del verso, della sua immediatezza e della sua voluta incompiutezza, lascia sempre ampio spazio all’immaginazione.

. allattari cu l’occhi

lu nidu du jardinu

appuiatu picciriddo

sto funnu di livrazza .[3]

Stupisce, tra i versi, una minuscola autobiografia, piccola ma significativa a cui la poeta, forse, affida l’intimità della propria esistenza.

. condita in bocca

la cannella esce

bambina la sera .

. millenovecentosettantadue .[4]

Scrittura colta e sapiente, autentica, quella di Daìta Martinez, che stupisce per gli accostamenti arditi e per la cifra stilistica personalissima. Una vera e propria esortazione a leggere nei versi, a tradire la consuetudine, a lasciarsi meravigliare e allo stesso tempo consolare dalle piccole cose, quelle che la poesia sa cogliere con sapienza, mettendone in risalto i significati  profondi, per trarne spunti e riflessioni sulla vita e le sue molte direzioni.

{ il ciliegio }

ideare il peccato

vena scarcerata – e oscillo

opaco fondale

di fuga –

cristallo | richiamo | corindone

califfo ribalta – e incarna

famelica summa

di ghiaia –

occhio | perpetuo | sparo

sanguina ellittico

{ il ciliegio }

[ n a n i t a ]

recensione precedentemente pubblicata su Larosainpiù di Salvatore Sblando


da%c2%bcta-martinez

daìta martinez è nata a Palermo. Segnalata e premiata in diversi concorsi ha pubblicato in antologica con LietoColle, La Vita Felice, Mondadori, Akkuaria, Fusibilialibri, Ursini Edizioni, Cfr Edizioni. Autrice dei testi in video Kalavria 2009.
(dietro l’una) è la sua opera prima, edita LietoColle, 2011, segnalata alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Maria Marino”.
. la bottega di via alloro . è il suo ultimo lavoro poetico, edito LietoColle, 2013.
Nel 2015 ha vinto il primo premio – sezione dialetto del 7° Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi.


Note

[1] “ la bocca piange/ dispersa nella pentola/ di questo cielo amaro/ piazza della vergogna infame” (da  {lu jornu scavusu},  {il giorno scalzo} pag.64)

[2]  “avrei dovuto parlare di quello che non ho/ quando il vento si abbassa sulla piazza/ con le mani scorticate e il viso stanco// ho rubato// { fiori dipinti }// per non morire pazza// così come una mandorla guarnita/ e mi addormento sopra le lacrime/ nel mezzo di questa pianta spezzettata/” da { fiori dipinti } pag. 24

[3] “ . allattare con gli occhi/ il nido del giardino/ appoggiato bambino/ nel fondo delle braccia .” pag. 124

[4] “ . condita in bocca/ la cannella esce/ bambina la sera . / . millenovecentosettantadue . ” pag.142

Otata n.14-Cinque Haiku e un Senryū

Sul numero 14 di Otata una selezione di cinque miei haiku e un senryu tradotti in inglese. La rivista Otata di John Martone ospita poeti di varia provenienza con pubblicazioni in inglese di haiku e poesia breve. All’interno trovate altri validissimi autori nazionali e internazionali.

On the number 14 Otata, an e-zine of haiku and short poems, a selection of five haiku and one senryu translated into English. The Otata magazine by John Martone hosts poets from various origins. Otata appears the last day of the month.

Contenuti e autori presenti

Tokonoma
Ian Storr 5
Tom Montag 6
vincent tripi 9
Angiola Inglese 10
John Levy 11
Johnny Baranski 13
Marina Bellini 14
Kim Dorman 15
Michelle Tennison 20
Mike Montreuil 21
Jack Galmitz 22
Peter Newton 23
Valentina Meloni 24
Clayton Beach 26
Maria Laura Valente 27
Sonam Chhoki 29
Frances Angela 32
Elisa Allo 37
Jacob Kobina Ayiah Mensah 38
Tom Sacramona 42
Carolyn Hall 43
Christina Sng 46
Pravat Kumar Padhy 47
Marta Chocilowska 48
Contents
­— from otata’s bookshelf ­—
David Miller
From Late to Early

Raggio di sole -Haiku-

bucaneve

Le parole accanto di Michela Zanarella

 

 

Oggi vi presento una poeta e scrittrice a me cara che sa coniugare amore e professionalità per la poesia e la scrittura. Interno Poesia propone una raccolta crowfunding con la piattaforma Produzioni dal Basso (che già conoscete per il mio progetto- ora chiuso-) per il suo nuovo libro “Le parole accanto” di cui potete leggere un’anteprima. Scopo della campagna è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro in corso di edizione.

Ho deciso di sostenere questa campagna non solo economicamente, ma anche moralmente, cercando di farla conoscere e sponsorizzandola, con la fiducia che questo libro si realizzi. Conosco la poesia di Michela Zanarella, la sua scrittura nel panorama poetico contemporaneo merita non solo attenzione ma anche il sostengo di chi sa riconoscerne il valore e di quanti desiderano dare fiducia a una poeta che da sempre si impegna in campo culturale e si distingue, con la sua produzione, per intensità espressiva e attenta cura per le parole. Se amate la poesia questo libro deve essere nella vostra collezione, l’impegno è minimo, fate sì che si realizzi e date fiducia alla poesia… diventate anche voi lettori sostenitori, grazie.

 [ nanita ]

Dalla prefazione di Dante Maffia

“Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.
Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con un semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità…”.

 

Apro la pelle ai giorni
Apro la pelle ai giorni
e mi faccio coraggio
oggi per domani e domani ancora
fino ad innamorarmi della notte
e poi del giorno
come se fossi al primo inchino
alla vita.
Perché non posso spaventarmi
della prima ombra che appare
o della ferita che sanguina appena.
Allora cammino a piedi scalzi
tra le cose
inciampo cado mi rialzo
e consumo gli occhi ad esplorare il cielo
pur di non perdermi nemmeno un attimo
della luce che nasce
o del sole che si spegne nella sera.
Conservo anche l’odore delle macerie
ed il peso delle lacrime
sulle guance
senza smettere di amare
quel poco che basta
per dare un senso al fiore
o al ramo che si spezza.

*

 

Vengo a respirare
Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.
Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento
nella semina che sa di grano ormai maturo
e chiudo nel cuore quel colore
che ha l’odore del pane e delle stanze di casa.
Ti sento radice che indossa le mie vene
meta che ho lasciato troppo presto
sperando di trovare altrove
il senso del mio canto.
E intanto
vado con la mente dove il fiume si sveglia
in quel silenzio che cammina tra i campi
fino a sera.
E resto tra le distanze a cercare quel poco sole
sempre incerto
che mi ricorda che un giorno farò ritorno
tra i fili d’erba e le strade di polvere
dove sono stata bambina.

 

*

Dove la brenta
È l’odore di nebbia
che mi rassicura.
Sto nelle schiene verdi
della mia terra
dove la Brenta
ha rami limpidi
e voci silenziose.
Mi è cresciuto in vena
quel docile orizzonte
fragile di sole
e so dove hanno fermento
le nuvole.
Legata ai vezzi del cielo
lascio che il tempo smuova
le sorti della pianura.
Se ascolto la pelle
vedo lembi di fiume
e ad un palmo la mia origine.

 

*

Mi accompagna la notte 
a Pier Paolo Pasolini
Mi accompagna la notte
nei vicoli vuoti di periferia
ed è un andare ardente
di silenzi
come le tue barbare verità,
strette in un vivere
troppo umano.
Le parole escono sfrontate
dietro ombre abbandonate
agli sfoghi del tempo.
Non è che buio
quello che resta
come un vento che scotta
e spaventa.
Ed io che sono partecipe
di una tempesta ancora accesa
dico che non è giusto
quel dolore che ti hanno imposto
nella sera più cupa
cuore d’inverno
tramando il tuo inferno
all’idroscalo.


Michela Zanarella

15826417_1276700019054834_1635740947662681453_nMichela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.


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Interno Poesia, nato ad aprile 2014, è tra i principali blog e siti letterari per la promozione e divulgazione della poesia: contemporanea, del ‘900, edita e inedita, italiana e straniera.
Con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nasce Interno Poesia Editore, un progetto editoriale esclusivamente dedicato alla promozione della poesia attraverso la nuova collana Interno Libri.
Andrea Cati è il fondatore e curatore del progetto Interno Poesia. Chi collabora con IP: Maria Grazia Calandrone, Claudio Damiani, Mario De Santis, Valerio Grutt, Franca Mancinelli, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Andrea Sirotti.

Libellula -Haiku-

libellula

acquerello di Silvia Molinari

La libellula, in Giappone, è conosciuta anche col nome di “piccolo drago”, si crede infatti che al suo interno vi sia intrappolato un drago… Sin dai tempi antichi, la libellula è vista dai giapponesi come una creatura di grande bellezza e un simbolo di forza interiore. In passato le libellule venivano chiamate anche kashimushi, che significa letteralmente insetto vincente, e questo nome è dovuto al fatto che le libellule volano sempre avanti e non retrocedono mai. Una qualità particolarmente apprezzata dai guerrieri samurai. Per questo motivo si trovano spesso decorazioni a forma di libellula sugli elmi dei samurai, sugli elmetti dei militari e nei simboli di alcune famiglie nobili.

In questa composizione l’acqua è essenzialmente un simbolo-specchio, dunque può essere una persona, un’occasione, o il riflesso della propria coscienza o anche più banalmente l’osservazione di se stessi, tutte cose che permettono di prendere coscienza del proprio fuoco interiore. Nella simbologia giapponese l’acqua assume i significati attribuiti dal Tao che sono essenzialmente quelli di mutamento, mistero, vita. L’acqua rappresenta lo stadio oscuro e nascosto, il punto più basso della materia, lo yin massimo ovvero lo stato in cui le cose tornano quando muoiono. Rappresenta il mutamento interno. L’acqua, che è anche elemento rinfrescante, specchiando il proprio stato interiore è un ritorno di coscienza allo stato originario, al luogo in cui tutte le cose provengono. In questo caso il drago (fuoco), che secondo un’antica leggenda è rimasto intrappolato nella libellula,torna al suo stato originario proprio attraverso l’acqua. La maggior parte dei draghi giapponesi sono infatti divinità dell’acqua, elemento che aiuta lo spirito del cielo a scendere in terra. Da notare come il drago sia considerato elemento yang per cui il cerchio con l’acqua (yin) si chiude proprio a specchio nella simbologia del tao.

La natura si presta sempre a interpretazioni suggestive e con semplicità suggerisce riflessioni profonde sulla vita e su noi stessi.

 [n a n i t a ]


precedentemente pubblicato sulla Rivista libera La Recherche 

Sotto la neve -Haiku-

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Acquerello di Maria Stezhko

 

 

Il sole che nessuno vede (Tiziano Fratus)

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«Sedendo quietamente senza fare nulla, la primavera giunge e l’erba cresce da sé.»

 [Zenrin Kushu]

Entrare nel bosco. Uscirne. Non essere più la stessa persona che vi era entrata. Immergersi nell’acqua di un torrente, di una cascata, lasciarsi lavare dall’acqua limpida, fresca di una sorgente. Le mani a coppa in raccoglimento: dissetarsi attraverso colei che scorre, che segue un sentiero tortuoso, a noi ignoto, per arrivare limpida alla nostra bocca.

La goccia di rugiada pianse, dicendo:

« Chi, oltre il cielo, o Sole,

potrebbe contenere la tua immagine?

Io ti sogno, ma dispero di poterti servire.

Sono troppo piccola per rifletterti,

o grande re, la mia vita è tutta un pianto».

 

Rispose il Sole:

« Io illumino il cielo sconfinato,

eppure posso concedermi

ad una lieve, piccola goccia di rugiada.

Diventerò una semplice scintilla di luce,

ti riempirò, così la tua piccola vita

sarà una sfera sorridente».

 

È una bellissima poesia di Rabindranath Tagore da Il paniere di frutta (1915) citata ne L’ascolto delle acque, uno dei capitoli di Il sole che nessuno vede-meditare in natura e ricostruire il mondo- un libro in cammino come l’uomo, il poeta, lo scrittore che lo ha firmato, Tiziano Fratus. In cammino come l’acqua che è in movimento perpetuo, si trasforma e si lascia plasmare da luce, terra, vento. L’ascolto delle acque è già un mantra, noi stessi siamo acqua, in ascolto profondo del mondo ascoltiamo anche noi stessi, cerchiamo di mettere ordine in un “disordine” da crescita selvatica che ha occupato la nostra esistenza in inconsapevole muta, in incessante propagazione radicale e apicale. «Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente. Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente. Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente.» È uno dei mantra che costellano il paesaggio narrativo di questo percorso scaturito dalle meditazioni in natura che Tiziano affronta nel suo cammino interiore. In questo libro, che è solo una delle pagine del suo vasto poema arboreo-filosofico, ritrovo l’amore per i grandi alberi che lo accompagna fin dalla sua prima rinascita in California, l’amore per i boschi narrativi, poetici, filosofici che sono parte integrante della sua scrittura, del suo abitare continenti tra carta e  corteccia, la tessitura di un proprio percorso di vita solitario eppure accomunante di cui ne è fulcro e testimonianza la scrittura.

« Al termine della meditazione, quando la fonte ha scavato, sento le mani umide. Apro. Capisco che mi ha piovuto dentro. Mi alzo e inizio a camminare: non ho più nome, non ho più cognome, sono nessuno, sono uno spirito che cammina.[…] Meditare nel cuore della natura è ridiventare elementi semplici, privi di pensiero» scrive Tiziano.

Meditare non per attuare il distacco dalle cose del mondo, meditare per essere nel mondo, tacitare il pensiero, pacificare la propria esistenza almeno per un momento, diventare semplici uomini tra gli uomini. Che l’acqua si raccolga dalle cime dei monti nelle sponde calme di un lago e che specchi in ritrovata unità ciò che è visibile e ciò che non lo è. Tiziano si lascia percorrere dal paesaggio, s’interroga, si siede, raccoglie il pensiero che tende a sfuggire di mano come quell’acqua sorgiva. Tra i faggi funamboli del bosco del Palanfrè recita la propria preghiera, una bellissima preghiera: «Salute a te o Gran Bosco che mi stai per ospitare nei tuoi frondai.[…] Abbi compassione di me […] accoglimi con la tua grazia, e porgi ai tuoi abitanti la mia richiesta di cittadinanza. Fammi abitare per porzioni dei tuoi anelli la tua stessa pace, la tua anima è chiesa e tempio[…]»

È ancora qui Tiziano a «…tentare di mettere tutto in comunione. Ciò che era mio sarà vostro. Qui nelle mie mani come nelle vostre[i] Il proprio cammino di uomo radice, spirituale e non, le letture, i libri, gli incontri, i silenzi, la propria solitudine, la tristezza, la malinconia di esistere. Il vuoto. Il silenzio. La profondità.

Il sole che nessuno vede è un libro per chi desidera « Entrare nella foresta senza muovere un filo d’erba; Entrare nell’acqua senza incresparne la superficie »[ii]; è un libro che va letto ma anche meditato nelle sue innumerevoli suggestioni: alla ricerca del silenzio, quello profondo, che non è assenza di rumore ma ascolto in armonia con ciò che esiste e lentamente si manifesta, sia che venga speculato dall’uomo oppure no. La natura traccia il proprio corso, semplicemente esiste che venga nominata, indagata, catalogata o che venga ignorata, è mossa da quell’armonia nascosta, di cui parlava Eraclito, superiore all’armonia manifesta. Concetto espresso anche nello Zenrin Kushu (raccolta Zen del XV sec.) in questi splendidi versi: «Il vecchio pino stormisce la divina saggezza. L’uccello nascosto nel bosco canta l’eterna armonia.»

Non è il verbo, come per gli aborigeni nelle Vie dei Canti di Bruce Chatwin, che fa esistere il paesaggio e la natura, che lo rende reale; è la natura stessa che si rigenera -e noi come lei- a un sole visibile ma anche a un sole invisibile che alimenta la vita e il suo scorrere. «Al di fuori del mondo umano, l’ordine della natura va avanti senza consultare libri» scrive il filosofo Alan Watts e -continua Tiziano Fratus- «La natura emerge come un libro di regole e principi, ma lo è anche prima che si inizi a distinguere, a nominare». Eppure colui che scrive e canta la natura, gli alberi e il paesaggio traccia delle linee immaginarie, invisibili, ognuno traccia la propria o più d’una, un unico vasto poema, scrive l’autore,  su cui possiamo anche noi camminare: « Il canto che dà il nome alla terra cantata continua a esistere ». [iii]

 

(Valentina Meloni, 28/11/2016)

 

 Recensione  apparsa sul num. 15 di Diwali- rivista contaminata 

 NOTE


[i] Tiziano Fratus- “Un altro mondo” da Gli scorpioni delle langhe; La Vita Felice

[ii] dal Zenrin Kushu

[iii] di Martin. Heidegger, in Perché i poeti, citato da B. Chatwin nell’opera Le Vie dei Canti, Adelphi,pag.371

Yule, il sole divino del solstizio d’inverno

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In Giappone ogni tempio ha un proprio albero sacro “Goshinboku” che indica il luogo in cui la divinità scende sulla terra; attorno al loro grande tronco una corda di paglia di riso li incorona.
Ho scelto un Tanka dalla raccolta Piccoli canti pagani, inserita in Alambic, antologia di poesie che sarà pubblicata entro primavera per i tipi di Progetto Cultura e l’ho abbinata al dipinto “Albero sacro” di Shoko Okumura per legare assieme la tradizione dell’albero sacro a quella pagana di bruciare il ceppo per il nuovo anno nel periodo natalizio che rappresenterebbe lo spirito della vegetazione e il suo bruciare la luce solare che garantirebbe calore per tutto l’anno a venire ma anche l’accensione annuale del focolare sacro, che rappresenta sia il centro della vita familiare sia la dimimmersioni-590x787ora degli spiriti degli antenati.La sacralità degli alberi ha una continuità anche nella diversità… Felice solstizio a voi!

Sempre di sole, ma di un sole non visibile, parlo nel numero XV “Immersioni” di Diwali- Rivista contaminata con Il sole che nessuno vede di Tiziano Fratus che potete leggere a pag. 82 collegandovi al sito. Numero da leggere tutto d’un fiato questo a partire dall’approfondimento “Se Poison Ivy si dedica alla scultura” su Henrique Oliveira di Geremia Doria :

“La natura si riprende i suoi spazi, li invade in un grido di libertà e di autoaffermazione. Il legno di Henrique Oliveira è materia viva, in un processo di crescita espansiva che sembra non avere fine. Entriamo in spazi che assomigliano ad una foresta incantata, oppure uno scenario postapocalittico dove il tessuto urbano è stato riconquistato dagli alberi che ramificandosi ed allargandosi penefireshot-capture-290-http___www-rivistadiwali-it_download_rivista_diwali_pdf_immersioni-pdftrano in ogni dove, si aggrappano a pavimenti e soffitti, sfondano le porte, protrudono dalle finestre, si avviluppano su colonne e scalinate. È il lavoro di Henrique Oliveira, artista brasiliano classe 1973, attivo tra San Paolo e Parigi, sempre più apprezzato e riconosciuto, tanto da ottenere nel 2013 la possibilità di esporre la gigantesca installazione Baitogogo nei saloni del Palais de Tokyo a Parigi…” (di Geremia Doria)

Da non perdere anche il numero speciale interamente dedicato alla fotografia scaricabile qui.

Buona lettura e buon inizio d’inverno con un sole di speranza.

nanita

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Canto per Aleppo in dodici distici

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*

Non dirmi, ti prego, non dirmi…
Halab, di tutti i tuoi bambini fantasmi.

*
Nessuno è più al sicuro
sulla collina della tua cittadella…Halab!
*
Guarda, i bambini di Aleppo…
Fanno il bagno nei crateri delle bombe!
*
Aleppo la grigia! Aleppo!
Anche le montagne piangono la tua caduta.
*
Halab! Halab! Mia amata Halab!
Dove sono, dimmi, tutte le tue genti?
*
Tutte e nove le tue porte…
Adesso, Halab, conducono alla morte.
*
Nel giardino di casa mia,
ad Aleppo non fanno più nidi gli uccelli.
*
Lungo le strade di Aleppo
bambini soli vagano come fantasmi.
*
Qui sulle montagne i fiori
non spargono più il loro profumo, Halab!
*
Aleppo è la nostra città…
ma Aleppo sarà anche la nostra tomba!
*
Le tue mura cadendo, Halab,
portano con loro il pianto dei bambini…
*
Nella nostra casa distrutta
dormi anche tu, bambina mia, come la bambola?
*
( Da Sottopelle, Landai – distici ribelli )
originariamente pubblicato sulla Rivista Letteraria Libera La Recherche

(Valentina Meloni)

Il sogno di Hokusai

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Prosegue la rubrica Un libro sotto l’albero in collaborazione con Libriparlanti books & coffee . Oggi parliamo di un albo illustrato per estimatori: Il sogno di Hokusai di Ilaria Demonti prodotto e distribuito da Skira KidsKatsushika Hokusai non avrebbe bisogno di presentazioni ma, per chi non avesse dimestichezza con il genere, ricordiamo che fu uno dei più importanti pittori e incisori giapponesi. Nato a Edo, la vecchia Tokio in un giorno imprecisato tra ottobre e novembre del 1760, muore dopo una vita movimentata nella sua città di nascita all’età di ottantanove anni, il 10 maggio.

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Di lui conoscerete senz’altro La grande onda di Kanagawauno dei suoi dipinti più celebri, e La vecchia tigre nella neve, dipinta dall’artista tre mesi prima della morte, una sorta di autoritratto ironico che pare essere il manifesto della curiosità e dell’entusiasmo di questo grande vecchio sul punto di spiccare, come l’animale nella tela, un nuovo balzo verso la conquista dell’arte suprema.

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17b« Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e sono cinquant’anni che pubblico disegni ma, tra quel che ho raffigurato, non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré anni ho a malapena intuito l’essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. » (Katsushika Hokusai, postfazione di Cento vedute del Monte Fuji, 1835)

Hokusai, straordinario artista giapponese, in settant’anni di attività lascia, come testimonianza della sua meravigliosa opera, migliaia di lavori tra dipinti, stampe, libri illustrati, manuali per pittori e artigiani.

La sua vita, altrettanto straordinaria, è stata sempre un anelito e una ricerca incessante di libertà di espressione e di vissuto. Lo testimonia anche questo bellissimo albo illustrato (non solo per bambini) che prende in prestito al Giappone uno dei suoi simboli più antichi e potenti per tratteggiare questa importante caratteristica: la libellula.

Ci sono circa 190 specie diverse di libellula in Giappone e, sin dai tempi antichi, sembra che l’uso di immagini di questo insetto – che si nutre di insetti dannosi alle piantine di riso – sia stato considerato di buon auspicio per il raccolto. Considerate che il primo nome ufficiale del Giappone fu Akitsu Shima, ovvero “l’isola delle libellule.” All’interno del Nihon Shoki (La Cronaca del Giappone, scritto nell’anno 720) – la storia del Giappone antico – sono menzionate le libellule, il cui nome a quel tempo era akitsu. La Cronaca racconta che il primo imperatore giapponese, Jimmu Tenno, si arrampicò su una montagna nella regione di Yamato (oggi la prefettura di Nara) e, una volta raggiunta la cima, osservò la terra di cui lui era imperatore e disse: “la forma della mia nazione è simile a due libellule in amore.” La Cronaca racconta anche la storia di quando Yuryaku Tenno (il ventunesimo imperatore giapponese) era a caccia nei pressi di Nara ed un tafano lo punse sul braccio. In quel momento una libellula scese in picchiata sul braccio dell’imperatore e catturò il tafano. L’imperatore rimase sorpreso al punto da chiamare quella zona Akitsu-no (letteralmente, la regione delle libellule).

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In esergo la citazione è di una poeta giapponese del periodo Edo, Fukuda Chiyo-ni (1703-1775)conosciuta come una delle più grande hajin donne (compositori di poesia haiku). Pensate che iniziò a scrivere haiku alla tenera età di sette anni e già a diciassette era diventata molto popolare in tutto il Giappone per la sua poesia. Famosi suoi versi sul convolvolo tanto da diventare il fiore preferito della gente della sua città Matto, odierna Hakusan.

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asagao ya tsurube torarete morai mizu

il convolvolo!
il secchio del pozzo avviluppato
acqua in prestito

 

 

Dopo questa lunga ma necessaria digressione torniamo al nostro Hokusai…In breve la sua vita.  Già nelle prime opere, risalenti al periodo Shunro (1779-1794), è evidente la forte personalità dell’artista e la formidabile capacità di esprimere con poche linee nette e decise il carattere dei personaggi.Dopo gli anni di apprendistato, Hokusai si lega ad un gruppo di letterati, cominciando, a sua volta, a scrivere delle poesie. Il suo stile assume delle connotazioni più languide, quasi malinconiche, i suoi personaggi si dimostrano più distacccati dalla realtà e venati da una vena di malinconia perenne: la sua arte si fa così più fortemente introspettiva ed intimista. Nel 1798, quando ha trentott’anni, Hokusai lascia l’atelier Tawaraya e si afferma come artista indipendente, assumendo il nome con il quale è universalmente noto: Hokusai (studio della Stella Polare). La sua arte si affina: lo studio psicologico dei personaggi si fa più attento e nei paesaggi si nota l’influenza della prospettiva occidentale. In tutta la sua opera permane quel senso di lieve malinconia, una sorta di lirismo toccante e fuggevole che emerge dalle scene di vita, ritratte con pochi tocchi magistrali. Hokusai, consapevole delle proprie capacità, esibì, in diverse occasioni, comportamenti alquanto bizzarri ed eccentrici, come quando, su una superficie di 350 metri di fogli di carta stesi per terra, si mise a tracciare segni con una scopa inzuppata in un mastello di inchiostro davanti ad un pubblico sbigottito; solo quando il dipinto fu montato su un pannello, appareve la figura di Daruma, il fondatore del Buddismo Zen. Una performance da action painting ante litteram, che testimonia la prepotente individualità dell’artista giapponese. Hokusai continuò a dipingere fino ad oltre i settant’anni di età, ricercando nuove visioni, sperimentando nuovi stili e tecniche, convinto di poter ancora migliorare e perfezionare la propria arte.*

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In questo albo illustrato, che è una meravigliosa metafora della vita e della ricerca della felicità, si tratteggia una piccola favola. Hokusai si addormenta con il pensiero di disegnare una libellula. Nel sogno insegue la libellula e ne va in cerca chiedendo prima alle foglie d’autunno, poi alla luna, alla farfalla, alla civetta, alle lepri, alle gru, alle ranocchie, alla carpa, al pescatore e infine alla Geisha. Tutti personaggi questi, ritratti nei suoi dipinti e nelle sue incisioni… Ognuno di loro risponde – con piccole rime, racconti e poesie- ad Hokusai di cercare la libellula altrove fino all’incontro con la Geisha.

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Solo allora la ragazza svelerà il segreto per poter prendere la libellula con queste parole:

“Una libellula per riuscire a disegnarla devi solo liberarla”

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Sarà forse questo il segreto della felicità?

Certamente la libellula è anche un alter ego dello stesso Hokusai. Chissà se Ilaria Demonti per questo testo non si sia ispirata al celebre racconto  del filosofo e mistico cinese Zhuāngzǐ o Chuang-tzu, che riporto brevemente qui: Chuang-tzu e la farfalla.

Un tempo Chuang-tzu si vide, in sogno, come una farfalla. Si vide come una farfalla che volteggia liberamente, e si diverte. Non sapeva di essere Chuang-tzu. All’improvviso cominciò a percepire altre sensazioni, e si sentì di nuovo Chuang-tzu. Tuttavia, non sapeva se era Chuang-tzu che si era visto in sogno come una farfalla, o se era la farfalla che si era vista in sogno come Chuang-tzu. (dal testo daoista Zhuāngzǐ, nel capitolo Sull’Organizzazione delle Cose)

Sin dai tempi antichi, la libellula è vista dai giapponesi come una creatura di grande bellezza e un simbolo di forza interiore. In passato le libellule venivano chiamate anche kashimushi, che significa letteralmente insetto vincente, e questo nome è dovuto al fatto che le libellule volano sempre avanti e non retrocedono mai. Una qualità particolarmente apprezzata dai guerrieri samurai. Per questo motivo si trovano spesso decorazioni a forma di libellula sugli elmi dei samurai, sugli elmetti dei militari e nei simboli di alcune famiglie nobili. La libellula però simboleggia anche la metamorfosi, prima di avere le ali infatti è una larva che nasce negli stagni. Ed Hokusai durante la sua vita ebbe moltissime trasformazioni artistiche cambiando nome d’arte innumerevoli volte. La sua metamorfosi prese forma stabile con Hokusai ma fu solo uno dei suoi pseudonimi più conosciuti. Egli, infatti, pensava che l’opera stessa dovesse parlare per l’artista e non la sua forma. In pratica lo stile doveva essere così riconoscibile e ben fatto che quello sarebbe bastato a farlo riconoscere. La libellula , inoltre, è conosciuta anche come un piccolo drago, si crede infatti che al suo interno vi sia intrappolato un drago… Il drago è anche il simbolo di Hokusai che nasce, come me (!), nell’anno del Drago.

Chissà se i bambini sapranno apprezzare di più la libellula dopo questa lettura…

Un piccolo insegnamento zen adatto ai bambini ma anche agli adulti, una favola ispirante come ispirante la vita di questo grande artista, mirabilmente narrata in un altro libro meraviglioso, in pratica l’autobiografia immaginaria di Hokusai, che ho appena finito di leggere e di cui vorrei parlarvi più avanti”Hokusai, dita d’inchiostro”  di Bruno Smolarz.

Nell’attesa andate a curiosare questo prezioso albo illustrato e regalatelo a chi avete a cuore.

[ n a n i t a ]


 

 

*(tratto dal sito barbarainwonderlart)