“In rete”:passeggiata culturale alle Oblate

Sabato 10 Gennaio 2015, alle ore 17 a Firenze presso la Biblioteca delle Oblate, Sala Conferenze, si terrà la presentazione del fascicolo “In rete” della rivista L’Area di Broca. L’ingresso è libero e l’evento sarà trasmesso in streaming, la diretta potrà essere seguita collegandosi a questo indirizzo.

  Introduce questo numero della rivista Mariella Bettarini, a seguire interverranno gli autori e i membri del comitato culturale  L’Area di Broca per invitarci alla lettura degli elaborati che trattano questo attualissimo tema.

Nel fascicolo è presente anche il mio articolo: Inseguendo farfalle di cui ho già parlato recentemente e un racconto scritto a quattro mani con l’amico scrittore Massimo Acciai dal titolo: Fuga da Fb.

Nello stesso giorno alle ore 16.30 sarà possibile, previa prenotazione, godere della Passeggiata in biblioteca ripercorrendo la secolare storia dell’ex convento delle Oblate attraverso la riscoperta di piccoli grandi tesori nascosti, passeggiando nei chiostri, visitando l’altana con vista unica sul “più famoso tetto di Firenze” per conoscere meglio questa splendida città e i suoi tesori!

Ex convento delle Oblate, Firenze

Ex convento delle Oblate, Firenze

La partecipazione alla Passeggiata è gratuita per un massimo di 25 partecipanti. Occorre prenotarsi all’help desk della biblioteca telefonando al numero 055/2616512.

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Buona Passeggiata e buona lettura!

Nanita

Buon 2015!

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Grazie per essere stati con me in questo bellissimo 2014,

per aver scelto di seguirmi e per aver contribuito a rendere questo anno migliore!

Nanita

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per il mio blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 2.700 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 45 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Le parole-figlie

Acquerello:"la Bellezza della gravidanza" di Daria Górkiewicz

Acquerello:”la Bellezza della gravidanza” di Daria Górkiewicz

Sto aspettando dei libri…

Sì, quando scrivi è un po’ come se stessi portando avanti una gravidanza senza tempi prefissati, sei continuamente gravida di parole: le culli, le nutri e poi le figli. Arriva una separazione, prima o poi arriva, anche quando non vorresti, lo senti. Certo, quando pubblichi un libro e lo dai in stampa lasci andare le tue parole-figlie in mezzo al mondo e non sono più tue, proprio come i figli che sono del mondo…

Ma non serve neppure pubblicarle, te ne separi comunque prima o poi; quando le hai partorite, le allatti ma inesorabilmente le lascerai andare. Anche quando le chiudi in un cassetto pensi che siano al sicuro e non ti rendi conto invece che pure lì hanno vita propria…

Nanita

Anima di poesia

Anima di poesia di Emanuele Marcuccio

recensione a cura di Valentina Meloni

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Nell’accostarsi alla conoscenza di nuovi autori tutto ciò che deve parlare al lettore è l’opera stessa. Non esiste curriculum, spiegazione, postfazione o studio che debba “inquinare” -per così dire- l’approccio alla lettura delle poesie (perché di poesia qui si parla). L’opera deve contenere (e lo contiene) tutto: il messaggio, certo, le qualità stilistiche, l’originalità (ove presente) e l’impegno; deve altresì compiersi, entro una raccolta poetica, il disegno dell’autore, e, implicitamente, attraverso la parola, il verso, dispiegarsi la visione contemporanea dell’occhio interiore che vive nell’io poetico. A volte una raccolta comunica semplicemente l’evoluzione dell’autore nel suo sperimentare la propria visione: è questo il caso di Emanuele Marcuccio che si racconta in Anima di Poesia.

Anima di poesia che mi abbracci

nell’attesa, nel silenzio,

 mi sembra di sognare…

 Anima di poesia, non svegliarmi,

 lasciami ancora sognare…[1]

Non conoscevo Emanuele Marcuccio e leggere quest’opera edita da TraccePerLaMetaEdizioni mi ha consentito di dare una forma alla sua poesia. Bella raccolta, edizione curata e accattivante, a un primo sguardo si nota la scelta lirica di diversi periodi dal 2008 al 2013: trenta le poesie, inserite per ordine di tempo, con un flashback finale in appendice che ci riporta al 1996. In questo intervallo, neppure troppo breve, si apprezza una grande evoluzione di scrittura in Emanuele, quasi che, l’autore, stia andando a maturare la propria consapevolezza di poeta con gradualità costante.

Le tematiche raccolte entro i versi sono varie e ricorrenti, molte le dediche e i richiami ad altri autori che evidenziano la necessità per Marcuccio di un dialogo costante tra passato e presente, dialogo che si esprime nella scelta stilistica e di contenuto con continui ritorni leopardiani, pascoliani e classici, ma anche nelle dediche esplicite ad autori contemporanei, nonché in un loro evidente influsso sulla struttura dell’impianto poetico che vira progressivamente verso una più fine composizione, alleggerita di quel linguaggio intriso di poetismi, stucchevole, ridondante e a volte, quasi fastidioso, troppo spesso poco originale della prima raccolta Per una strada.[2]

In Anima di Poesia si apprezza, invece, una certa maturità poetica, una ricerca di linguaggio che inizia ora a dare i suoi frutti e che dà modo all’autore di sperimentare nuovi luoghi di creazione e nuovi contenuti.

Il ritorno dell’estate si fa ripresa del fuoco interiore con la sineddoche di grande impatto metaforico per gli arbusti accesi,[3] ed è una scusa per parlare di sé, della creazione poetica, configurata nella metafora sagace questo raggio accecante: il ritorno dell’estate e della vena creativa, del sole poetico concentrato nell’assoluto condensarsi di emozioni.

Proseguendo in questi ritorni poetici che omaggiano autori non viventi, ma vivi entro i versi, si arriva a Eternità[4] dove, con una incalzante anafora, che vuole oltrepassare ogni confine fisico e psichico, Marcuccio si proietta oltre la luce, oltre la soglia, entro il malinconico vegetare che per estensione si fa pioggia e poi mare, il mare del non vivere, ossimoro contrapposto al vivere romantico ma tenacemente concreto di Nazim Hikmet (a cui la poesia è dedicata) che non contempla aspettativa né per questa né per altra vita:

«La vita non è uno scherzo. / Prendila sul serio, come fa lo scoiattolo, ad esempio, / senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là. / Non avrai altro da fare che vivere. […] Prendila sul serio/ ma sul serio a tal punto/che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi/ non perché restino ai tuoi figli/ ma perché non crederai alla morte/ pur temendola,/e la vita peserà di più sulla bilancia.»[5]

così sembra rispondere Nazim H. a Emanuele Marcuccio.

Accanto all’Eterno, sempre invocato dai poeti, e al malinconico vivere, si affianca il delicato tema dell’estraniazione, forse non più moderno ma sempre attuale e attualizzato nella presentazione di un punto di vista estraniato, dissociato, in cui il poeta si guarda dal di fuori. Traguardo la folla [6]ci proietta con sgomento entro l’alienazione moderna rivisitata nella trasfigurazione di sé, nella dissociazione che permette al poeta di attraversarsi osservando il proprio sguardo smarrito, l’agire impedito, di darsi una forma, di uscire dalla folla in un sottointeso desiderio di non conformità, di distinzione e, nello stesso tempo, di distacco dagli altri che è il primo passo del proprio definirsi, del proprio essere unico, nell’esercizio di personalità che, comunque, lo vede calmo nel distanziamento.

Si prosegue con la ricerca di un moderno disconoscersi dal vivere attuale, ancora alienante, nell’acrostico dedicato a se stesso,[7] dove il non comprendere il mondo è solo un primo stadio di smarrimento che conduce ad altra via: e l’amore m’invita… Emanuele si lascia andare senza remore, accetta l’invito marcando la terra e, entro questo suo abbandono, che si fa esercizio di continuità, si apre alla comprensione del vuoto imperante.

Questa caratteristica di stile che consente al poeta di entrare e uscire da diversi punti di vista e altrettante vie di fuga è, sicuramente, lo stilema che più mi ha colpito (favorevolmente) nella poesia di E. Marcuccio. In Io sole [8] l’io poetico si fa sovrano e spettatore dei mali del mondo, è un sole interiore di energia yang che invita a ripensare la vita da altro punto di vista, meno antropocentrico e più universale. La Luna, presente in questa poesia così come in molte altre del poeta, è sovrana indiscussa della notte, è romantica e invita all’amore tanto che, pure l’ombra, si fa d’argento. In questa ciclicità taoista di continue alternanze si fa strada l’impermanenza e la consapevole caducità effimera del vivere che prende corpo attraverso una personificazione originale e di sicuro effetto che rende il sole: riflessivo, meditativo e consapevole del suo stato di creatura.[9]

La figura del sole è ancora utilizzata in Girasoli[10]dove, stavolta, l’astro si fa metafora di poesia e, come per gli arbusti accesi, è un fuoco che illumina i momenti bui dell’esistenza:

Siamo come girasoli/ ed è la poesia il nostro sole,/ che ci fa poeti,/ che dà vita ai nostri/ caotici pensieri./ Un sole diverso,/ un sole che ci illumina/ anche di notte.[11]    

Qui si porta alla luce la condizione del poeta, continuamente mosso dalla propria intuizione, che ha vita propria e da cui il poeta stesso dipende. Bellissima e intensa poesia, in cui si affina il verso in evoluzione, nell’avvicendarsi di una visione centripeta, profonda e illuminante della condizione umana. A queste due ultime poesie si affiancano anche Monte Olympus [12] e Mare della Tranquillità [13] a testimonianza di una riflessione moderna che spazia fuori da confini visivi ed entro visioni intime ma universali:

monte/ che ti slarghi/ e in altezza/ per miglia/ e migliaia/ di chilometri/ solitario/ fredda la cima/ forse fuoco/ ancora alberga/ nei recessi.[14]

La poesia, e lo scambio che da essa consegue, si fanno preziosa crescita e rinnovamento, per questo il poetare di Marcuccio è certamente esercizio di vita, non solo di stile, pratica entro cui l’attività poetica trova lo spazio che merita e nel continuo dipana un filo conseguenziale che percorre l’intera raccolta. E’ evidente la necessità per E. Marcuccio di tessere questo filo e intrecciarlo costantemente con nuovi stimoli, ed è proprio attraverso questi nuovi stimoli che emergono interessanti spunti.

S’inizia a sentire l’estrema contaminazione del verso, una virata di forma e d’uso di parola. Dalla costruzione classica, aperta, ricca di figure retoriche, si passa a una forma ermetica, asciutta, diminuita in costruzione ma elevata in intensità; incalzante, quasi affamata, mossa da una vivace e irrompente intuizione di ispirazione supersonica:

Arcata superiore/ sopraelevata / in ala a tutti/ sfreccia e rincorre/ il tempo e il suono/ squarcia lo spazio/ riduce durata di luce/ in eco/ nel ribattere veloce.[15]

La scelta verso una maggiore essenzialità denota una maturazione pressante, meno ampollosa e una ricerca di sintesi che comunica la necessità per l’autore di inventare nuove forme di linguaggio. Del resto è questo che, da sempre, fa il poeta: inventare nuovi linguaggi.  Emanuele muove dal passato per alimentare queste intuizioni come in Carpe [16] dove l’imperativo latino incalzante esorta il lettore (e il poeta stesso in un’unificazione d’intenti) a estrapolare e a estrapolarsi dalla massa, a scegliere, a essere, a definirsi, nell’autenticità della consapevolezza, nel vivere il καιρός, l’intuizione, il momento, il diapason del πάντα ῥεῖ eracliteo: vivere sempre e non lasciarsi vivere.

In Telepresenza,[17] poesia dedicata come la precedente a Silvia Calzolari, balza all’intuizione interiore la consapevolezza della dispersione di sé nella nuova rivoluzione sociale che pone e frappone la tecnologia tra uomo e uomo, tra donna e donna, tra donna e uomo (come in questo caso). Ogni attuale relazione sembra essere influenzata dalla telepresenza che, seppure ambisce a possedere un suo umano calore (questa corrispondenza d’amorosi sensi), manca di realtà ed è senza reale presenza.   E’ proprio questa irrealtà, forse, a ispirare il poeta perchè questo foglio di vetro impazzito sembra possedere comunque una sua coscienza, laddove la parola, privata della sua viva forma, delle sfumature del reale, a causa dell’omologazione tecnologica, è sospinta da un sentire umano che si coglie in empatia poetica, grazie a una ritrovata intelligenza emotiva, o, forse, se ne coglie l’intimo significato proprio perché spoglia dei contorni, in diminuzione, in apertura, verso nuove forme di comunicazione.

Forme verso cui si avvicenda Emanuele Marcuccio, sempre con questa gravosa e gravoso trascinarsi /che sarebbe la mia vita se non avessi /il conforto della fede e il dono/ della poesia,[18] ma utilizzando le pause e i silenzi, come un invisibile corpo d’iceberg che suggerisce una visione, lasciando spazio al mare interiore, in un’essenzialità che si fa monoverso, sfrondato dell’inutile eccesso; tagliando le cesure della punteggiatura, tralasciando l’enfasi dello incipit e del maiuscolo, aprendosi a nuovi spazi e al solo significato evocativo del segno, entro cui la poesia come

punta di un albero in piazza /espande/ propaggini/ profumi/ nella notte…

entro cui il freddo incomunicabile della

punta di un iceberg nel glaciale/ propaga/ bufere/ all’aurora.[19]

Ancora una volta il poeta parte dal proprio punto di osservazione personale (la punta di un albero) e si fa portavoce di un messaggio allargato, universale. Cogliere “punte” d’intensità in nove brevissimi versi, quasi tutti monosillabici, rafforza questa indefinita immagine centrifuga della poetica marcucciana d’incessante anelito alla ricerca, allo sconosciuto esistere, che sempre trapela da ogni singolo verso.

(Valentina Meloni)


Note

LaWpAG3r_400x400Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974), ha conseguito la Maturità Classica nel 1994. Nel marzo 2009 esordisce con la raccolta di poesie «Per una strada» (SBC Edizioni). In giugno 2012  pubblica la raccolta di aforismi «Pensieri minimi e massime» (Photocity Edizioni). A settembre 2013 esce una monografia sulla sua produzione, a opera di Lorenzo Spurio (Photocity Edizioni), mentre a gennaio di quest’anno pubblica «Anima di Poesia» (TraccePerLaMeta Edizioni).          È presente in antologie di autori vari, dal 2000 ad oggi; dal 2010 ha curato la pubblicazione di varie sillogi di poesie, di alcune curandone anche la prefazione. Attualmente sta terminando di scrivere un dramma in versi liberi, ambientato in Islanda.

 

[1] Anima di poesia, pag.27

[2] SBC Edizioni, Marzo 2009

[3] Torna l’estate pag.14

[4] Pag.17

[5] “Alla vita” di Nazim Hikmet

[6] Pag.20

[7] Emanuele Marcuccio (acrostico) pag.22

[8] Pag.23

[9] [N.d.A.] n.12 pag.23

[10] Pag.33

[11] Girasoli, pag.33

[12] Pag.40

[13] Pag.38

[14] Monte Olympus Pag.40 , ispirato dal vulcano del Pianeta Marte

[15] “Supersonica” pag.30

[16] Pag. 42 Carpe in latino, è l’imperativo presente del verbo carpo: cogli, prendi , strappa.

[17] pag.26

[18] Trascinarsi, pag.28 [N.d.A.]

[19] Punte pag.43

Anima mundi

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Se i luoghi hanno un’anima anche noi siamo parte dell’anima.

Nanita

Presentazione di Amata voce

Avatar di Nicoletta NuzzoNicoletta Nuzzo

Nicoletta Nuzzo e Antonella Giacon

Un passo indietro…prima di arrivare alla presentazione di un  mio libro per me ci sono alcuni momenti delicati e importanti: l’uscita dai nidi di silenzio, luoghi da cui, come diceva la filosofa Maria Zambrano, provengono le poesie, per l’incontro con gli altri/e, con il mondo,  è una fase di esposizione non da  poco, l’impatto emotivo è molto forte e allora ci vogliono momenti di sostegno perché questa nudità non diventi vulnerabilità.

Il primo di questi momenti  è l’incontro con una madrina che è la prima voce del mondo che io sento, nel suo sguardo e nella sua voce io mi accorgo della mia nascita e per questo momento di forte ritualità ed accoglienza io ho scelto la  sapiente Antonella Giacon, e questo succede per la quinta volta…

Poi c’è il mio vedermi e prendere consapevolezza di tutto quello da cui ho attinto dall’inconscio, dalle mie emozioni e pensieri…

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Di notte una notte

illustrazione da: La bambina con il lupo dentro  di MacLear Kyo

Illustrazione di Isabelle Arsenault da: Virginia Wolf, La bambina con il lupo dentro di MacLear Kyo

di notte una notte
avevo paura
-del lupo- avevo
paura; terrore
avevo paura…
sentivo ululare
era voce di lupo
lontano, era voce
di lupo vicino
-di notte una notte-
avevo paura
terrore avevo…
del lupo, del canide
nero avevo, paura
paura ch’è nera
più nera
del giorno più nera
del giorno che giorno
non era…
e non lo sapevo
che -dentro di me-
di notte la notte
ho dentro quel lupo,
ho dentro quel lupo
-di notte la notte-
quel lupo che, nero,
-nero- non è…

      (nanita)

   02/12/2014

Il Cane neroBlack Dog) è una creatura notturna ricorrente nel folclore della Gran Bretagna. Le storie relative a questi fantasmi mostruosi sono diffuse in tutto il territorio, dalla Scozia al Galles, dall’Inghilterra alle Isole. Sono ritenuti messaggeri dell’oltretomba, quindi di cattivo augurio. Secondo le descrizioni, si muovono compiendo lunghi balzi sui sentieri di campagna, durante la notte. Gli occhi, che rosseggiano nel buio, indicano la ferocia della bestia. Chi incontra questa creatura, anche solo di sfuggita, o sente l’odioso scalpiccio delle sue zampe, sa che la sua fine è vicina. L’unica traccia del suo passaggio pare che siano le piante seccate… L’idea di questi cani mostruosi deriva dalla demonologia medievale. La superstizione riguardo a queste creature notturne è diffusa in molte zone rurali della Gran Bretagna, anche in Cornovaglia, nelle Isole Britanniche e in Galles. Forieri di morte, sono conosciuti con nomi differenti a seconda delle zone. Il cane nero è citato anche nel dodicesimo capitolo di Jane Eyre, di Charlotte Brontë e ne Il mastino dei Baskerville, di Arthur Conan Doyle.

Il male di vivere è stato rappresentato spesso come un cane nero, e in questo caso il nostro cane nero, il lupo (per italianizzare questo concetto) è la malinconia, l’umore nero. La poesia è dedicata a Virginia Woolf e a tutti i cani neri di tutte le persone che leggono…

Forest Graal- 2015

FOREST GRAAL

Forest Graal

IL TORNEO NELLA FORESTA

Paesaggio immagine design gastronomia letteratura a confronto a Expo 2015

Un torneo tutto ecologico vedrà gli sfidanti combattere in una foresta durante il Fuorisalone di Milano ed Expo 2015. È FOREST GRAAL, torneo di idee in cinque sezioni: Paesaggio, Immagine, Design, Gastronomia, Letteratura. Ogni sezione un tema. Per il Paesaggio la sfida è trovare la forma del bosco-mente. Alla passione d’amore fra un bosco e una donna è dedicata la sezione Immagine, a cui si può partecipare con qualsiasi tecnica, disegni, fotografie, filmati, video. Con la sezione Design ci proiettiamo in un futuro prossimo dove i computer usano materia organica, agli sfidanti è richiesto di trovare la forma del biocomputer. Particolarmente stimolate, specialmente per i palati fortunati che avranno la fortuna di gustarne i risultati, è la sfida della Gastronomia che richiede abbinamenti esplosivi fra pirotecnica e pasticceria. Chiude il torneo l’immaginazione pura della sezione Letteratura dove gli sfidanti duelleranno a colpi di metamorfosi.
Il torneo è aperto a tutti, professionisti, studenti, appassionati. Per ogni sezione una giuria di esperti dedicata sceglierà le opere vincitrici che saranno esposte durante la seconda edizione di Green Utopia 2015 a Milano durante il Salone del Mobile ed Expo 2015. Il vincitore della sezione Paesaggio potrà realizzare il proprio bosco-mente nel cuore di Milano. Il torneo prende vita dal romanzoForesta di Maurizio Corrado *, la storia di un uomo che diventa bosco, di cui parleremo a breve, libro divenuto un cult per passaparola fra gli amanti degli alberi e del verde.
Entra in Foresta
Preiscrizione entro il 15 dicembre 2014, scadenza per la presentazione delle proposte: 15 gennaio 2015.
In qualità di membro della giuria letteraria invito tutti i miei amici a partecipare al concorso, il tema del torneo letterario è particolarmente stimolante: la metamorfosi.Buona sfida a tutti!

(Nanita)

TORNEO LETTERARIO FOREST GRAAL
Quali strade può prendere l’incontro fra un essere umano e il mondo vegetale? Quali possono essere le metamorfosi possibili, fisiche, mentali, immateriali, materiali, da uomo a pianta, bosco, foresta o viceversa?
Agli sfidanti si richiede un racconto di dimensione massima di 8.000 battute spazi compresi, in formato word.doc. sul tema: Metamorfosi da umano a vegetale o viceversa. I vincitori potranno presentare le loro opere e sfidarsi in un torneo letterario dal vivo e presentare le loro opere durante una serata dedicata all’interno della manifestazione Green Utopia 2015 che si svolgerà a Milano dal 14 aprile all’8 maggio durante EXPO 2015. I racconti vincitori saranno inoltre pubblicati su un Ebook della collana Nemeton Jewels.
                                                           Leggi la rivista  Nemeton Magazine

In collaborazione conPersoneDiParolaIsola Editrice, Milano Makers, Degusta, Design Managment Center, Quarto Paesaggio Edizioni, Wolters Kluwer Italia Patrocini Accademia di Belle Arti di Bologna, Accademia di Belle Arti di Verona.
ATTENZIONE LA PREISCRIZIONE SCADE IL 15 DICEMBRE
corrado*Maurizio Corrado, architetto, saggista e scrittore, ha lavorato con le principali riviste di architettura e design e come giornalista televisivo per Canale 5 e SKY, è stato vicedirettore di Casa Vogue Espana, ha pubblicato con diversi editori oltre venti libri divulgativi sui temi dell’architettura ecologica di cui alcuni tradotti in Francia e Spagna.
Dirige la rivista di cultura ecologica Nemeton Magazine e alcune collane dedicate all’architettura ecologica per Wolters & Kluver e Compositori. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Bologna e Verona. Scrive per il teatro. Per la narrativa ha pubblicato con Bohumil Edizioni LE IPOTESI DEL DOTT. BRANDO (2006), la raccolta di testi teatrali TEATRO ECOLOGICO (2008). Con Quarto Paesaggio GREEN TALES (2011).

Inseguendo farfalle

trasferimento

 “La letteratura non deve risolvere i problemi, semmai [deve] segnalarli… Consciamente o no, uno scrittore coglie i segni e intuisce i tempi che verranno.”[1]

Chissà se gli scrittori hanno colto, negli anni passati, il cambiamento epocale che la rete e i social network avrebbero attuato in così poco tempo. Un cambiamento che stiamo ancora vivendo. Siamo riusciti a raggiungere il maggior  numero di utenti nel minore tempo possibile, annullato tempo e distanze, ma l’era della “comunicazione tecnologica e iper-veloce” ci ha privato di due grandi ricchezze: silenzio e tempo. Certo, i pensieri viaggiano ad altissima velocità, così veloci che non si fa neppure in tempo a scriverli e, mi chiedo, se lo scrittore moderno sia in grado di essere così intuitivo, di saper guardare così avanti, di saper catapultare i suoi pensieri oltre la barriera temporale.

Siamo tutti (o quasi) in rete, e ormai in rete si fa tutto. Si compra e si vende tutto (tranne tempo e silenzio), “ci si vende”; noi stessi, i nostri talenti (o pseudo-tali), la nostra vita privata, le emozioni –in primis- sono esposte in milioni di vetrine virtuali. Emozioni: il veicolo di vendita più funzionale nell’era moderna; lo avevano anticipato, già diversi anni, fa Joseph B. Pine e James H. Gilmore, quando hanno teorizzato il marketing esperienziale-emozionale[2]. Siamo target catalogato e ultra-controllato dalle aziende. Le nostre emozioni lo sono. Anche la poesia, custode ultima di quelle emozioni è finita-non ultima- in rete. Per i social network – protagonisti dell’attuale rivoluzione sociale- noi stessi (e le nostre emozioni) siamo il mezzo migliore per “vendere”.  I social hanno cambiato la nostra vita in maniera radicale, ogni aspetto di essa (anche la letteratura) è stato influenzato da questo mutamento epocale ma, poiché il cambiamento è ancora in atto, è difficile capire in quali termini accada e a quale risultato porterà. … Tutto è superveloce, e tutto è alla portata di tutti. Gli internauti somigliano ad un popolo di bulimici, fanno grandi abbuffate d’immagini e parole: si saziano senza nutrirsi. Troppe informazioni e (troppa) poca qualità. In questo caos mediatico e subdolamente voyeur siamo in balìa di parole, suoni, immagini che non vorremmo leggere/ascoltare/vedere, e pensiamo di poter scegliere, ci fanno credere di essere liberi, ma non siamo –forse- altrettanto condizionati da noi stessi, di quanto non lo fossimo dalla statica tv negli anni passati?

L’era del consumismo si è insinuata  nelle ultime roccaforti del pensiero incontaminato, autentico, dissacratore, pungente, anticonformista, satirico, allopatico della poesia, della narrazione, del giornalismo… Al lettore è affidato un compito gravoso di smistamento. Il lettore incauto e disattendo, colpevoli anche le politiche di scarsa qualità editoriale -e qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte- il più delle volte leggerà distrattamente tutto quello che gli sarà proposto, in base agli standard e ai target nei quali si è inserito, facendo le sue “scelte” con giudizio critico, personale o altrui. A questo punto mi sorge ancora un’altra domanda (tra le varie centinaia): la categoria dei critici come si pone, che ruolo ha nella rete; chi è il censore? Ancora il critico, oppure il pubblico/lettore?.

E in questo circo bulimico, esibizionista e voyeurìstico  del pensiero in rete, mi chiedo anche dove sia finito  quel fare meraviglioso con la parola che sedimenta fantasie, quesiti, emozioni: la Poesia; visionaria, anticipatrice dei tempi, arco che scocca le frecce della satira, della critica civile e dignitosa, dell’esercizio puro di parola che ridimensiona la tragedia umana. La rete è un campo disseminato di frecce che non hanno fatto centro, che  non hanno raggiunto il bersaglio (a volte non l’hanno neppure sfiorato), e giacciono lì, arredo di uno spazio immateriale. Qualche anima semplice, ancora, si cimenta con un retino, mentre sono in volo, a seguirne la traiettoria.

Bambini che inseguono farfalle. Li vedo. I loro retini restano subito vuoti, la poesia si sgretola, si perde nel caos generale della vita frenetica. Si può afferrare la fugacità di un pensiero che coglie i segni del cambiamento in atto e che eterna con il suo volo la critica della ragione? In fondo è sempre stato così, ma c’è qualcosa di diverso. La rete ha cambiato la poetica, nel suo concetto originario di parola, di tutto ciò che attiene all’arte. Gli artisti non sono in piazza, ma in una rete virtuale che disperde l’arte e che, se da un lato avvicina l’artista alle persone, dall’altro, di fatto, le allontana dal godimento distaccato e meditativo di cui l’arte ha bisogno. I poeti in rete, oggi, sono un popolo di mistici che non possiedono più una dimensione sacra, sordi e bulimici di consensi rubati alla distrazione. Le bacheche dei social network e dei vari siti poetici, cenacoli di artisti e di scrittori dell’era digitale, sono cimiteri di parole inascoltate, la poesia passa e se ne va, subito rimpiazzata dal poeta di turno che vuole la sua parte di visibilità. Una poesia dopo l’altra, muore il confronto, la critica, la riflessione, lo scambio di voci, il silenzio produttivo, e il cenacolo letterario che dovrebbe contenere il fuoco vivo del cambiamento e della visione futura, della critica, dell’incontro e scontro di punti vista, esala l’ultimo respiro affogando nello scorrere bulimico di sconosciuti che restano immersi nel loro ego senza mai emergere.

 “La poesia al tempo dell’autismo corale è destinata a circolare senza su­scitare domande”  leggo nel blog di  Franco Arminio. In rete tutto circola e nulla sedimenta. Sedimentare: questo  il compito della poesia più alta, della lettura impegnata. Qualcuno ha anche il coraggio di dire che “fare poesia è un’azione politica, una dichiarazione di resistenza”.[3] E mentre riscrivo questo testo, per quello che considero essere, ancora, un vero (non solo virtuale) cenacolo letterario, che ha rappresentato e rappresenta un “fare politica” in cui posso riconoscermi (non è forse questa una resistenza culturale ?) mi accorgo che il poeta, che vi ho citato poco fa, in politica ci è entrato davvero. Un concetto antico quello del poeta come uomo di comunità, già messo in luce dalla filosofa Maria Zambrano: il poeta è l’uomo della comunità e perciò figurazione del politico.[4] Figurazione del politico o figura politica? Entrambe? Penso a Dante Alighieri, che è stato figurazione e insieme figura del politico. Oggi però non saprei dire chi sia il poeta, quello che so è che, prima di questa rielaborazione del testo, avevo terminato il mio articolo così:

“Mi piace pensare, che la poesia non abbia perso la sua funzione politica. Ce n’è bisogno, oggi più che mai, oggi che la politica ha perso il suo senso civico di “cosa che attiene alla città”, divenendo “cosa che attiene al singolo interesse”.  Voglio credere che la poesia, quella vera, non si perderà nella rete… che le farfalle, dalla voce aulica, continueranno a volare –emancipate dall’oblio- sopra i prati della rimembranza.”

Vedete? Mentre lo scrivevo ero già obsoleta! Ebbene, io non so se questa azione poesi-politica avrà un seguito, certo è che ne seguirò gli eventi, sperando di non “perdermi” anche io dentro la rete. Ci sono farfalle più veloci di qualsiasi retino… La morale di tutto ciò è che la mia conclusione a questo articolo resterà un punto interrogativo, non posso concludere, perché qualsiasi pensiero ponessi a sigillo di questo scritto-meteora sarebbe già fuori-tempo.

Ου λέγειν τυγ’εσσί δεινός, αλλά σιγάν αδύνατος[5] Tu non sei abile a parlare, ma incapace di tacere. Lo scriveva Epicarmo, commediografo e poeta greco, ben 400 anni prima di Cristo... Una citazione quanto mai attuale. La pagina bianca resta aperta, come il cambiamento e il cambiamento esige tempo e silenzio… Non un tempo qualsiasi, non un silenzio qualsiasi. Quello che manca oggi alla poesia (e non solo!) si può riassumere in due concetti classici: καιρός e σιγάν.

Il tempo buono dei Greci, καιρός, il tempo “consapevole” di natura qualitativa e non quantitativa, che fornisce le intuizioni, che fotografa ed eterna gli istanti focali di ogni era, gli attimi scrittori della storia vera, quella “storia nella storia” fuori dai libri di testo, di cui poeti, e artisti di ogni tempo si sono fatti e si fanno portavoce e, al medesimo tempo,  testimoni.

Silenzio. Il grande assente dell’era moderna. Quello stato mentale e fisico cui i greci attribuivano significati di ordine divino o sacrale, σιγάν (letteralmente fare silenzio), il silenzio mistico in grado di annunciare la nascita così come la fine, quel silenzio meditativo che “scrive” noi stessi e di cui, solo in silenzio, noi stessi possiamo scrivere. E allora mi chiedo, rubando la parola poetica a un’altra cacciatrice di farfalle, che voi ben conoscete:

                                                                                               “ come si fa

                                                     a fare quel silenzio che prevede parole

                                                     prima (però) del quale

                                                     è assoluto divieto

                                                     salire la parola e le sue scale?”[6]

Esisterà un concetto di diminuzione applicabile all’era moderna? Una “decrescita felice” (anche) per la poesia? Un futuro in cui si dia maggior valore al tempo e al silenzio (quel tempo e quel silenzio che vanno oltre le parole…)?

(Valentina Meloni)

copertina area broca 2014

[articolo pubblicato sul n.98/99 de L’area di Broca- semestrale di letteratura e conoscenza (già Salvo Imprevisti)]

In questo numero presente anche un racconto dal titolo “Fuga da fb, ovvero il passato che ritorna” scritto con Massimo Acciai

Note


[1] Joe R. Lansdale, da un’intervista al magazine XL, ottobre 2005

[2] L’ economia delle esperienze. Oltre il servizio, Pine Joseph B.; Gilmore James H.

[3] Lo scrive la poetessa Maria Grazia Calandrone, in un suo  articolo apparso su  Il Manifesto del 13 luglio 2011, intitolato: “Fare poesia è un’azione politica”.

 [4] Pina de Luca nella prefazione di “Filosofia e Poesia” di Maria Zambrano

[5] Frammento 272 Kaibel di Epicarmo (524 a.C. circa – 435 a.C. circa)

[6] Mariella Bettarini, Il silenzio scritto, 26

 

Le ali dei bambini

Kathy Hare

Illustrazione di Kathy Hare

Sfiorare le ali dei bambini
percorrerne le traiettorie
ignorandone la direzione,
deltaplani in planata
-i loro sogni-
sfidano venti in sospensione.
Non si azzardano a cadere
si lasciano liberi
di esistere o morire
-senza rimpianti-
Solo le scapole
dei ragazzi cresciuti
ne porteranno i segni lì,
dove sono cadute…
in procinto di volare.

(Valentina Meloni)