Chissà come si divertivano!

La nevicata e altri racconti di Massimo Acciai

postfazione di Valentina Meloni

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome,
e per citarle bisognava indicarle col dito”.

(Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Màrquez, 1967)

Emanuele, protagonista di due dei cinque racconti di questa raccolta -appena uscita per PoetiKanten Edizioni– che Massimo Acciai mi ha invitato a leggere, è la voce narrante da cui prende vita la narrazione; personaggio di ispirazione autobiografica caratterizzato dall’autore fiorentino attraverso la lente dell’introspezione in rapidissimi tratti:

“Emanuele odiava la scuola. L’aveva sempre odiata, fin dal primo giorno alle elementari. L’aveva poi detestata alle medie, l’aveva maledetta alle superiori e perfino l’università aveva aborrito pur frequentandola e riuscendo a laurearsi in lettere entro i termini stabiliti. Era sempre stato uno studente mediocre, attento a non essere bocciato o rimandato in nessuna materia solo per non prolungare ulteriormente quel tormento. Faceva solo quanto era sufficiente, e non di più. Mirare ad un voto superiore al sei lo riteneva una sciocca perdita di tempo. Le materie non lo interessavano, ciò che lo interessava lo trovava tutto al di fuori della scuola, nelle sue letture private. Aveva attraversato gli anni di scuola come chi passa, un giorno di pioggia, per una strada che conosce bene, con gli occhi bassi, nascosti nell’ombra e il cuore rivolto ad un giorno lontano: quello della libertà.”

Cinque racconti i cui fili si snodano attraverso i temi fondanti della critica e dell’utopia: protagonista una generazione lontana temporalmente da quella attuale ma non troppo lontana dalle tematiche trattate; attuali e importanti, invece, le riflessioni che possono scaturire da questa lettura, nell’ottica di costruzione di un sistema critico che sappia passare al vaglio il presente in un confronto, aperto e diretto, con passato e futuro. La critica coinvolge in primissima battuta il sistema scolastico ancorato a rigidi programmi ministeriali, alla sistematicità degli insegnamenti, alla logica dei numeri intesa come qualifica all’apprendimento, alla vita, attraverso il voto: un giudizio “sommario” che può pregiudicare o avviare la messa in moto del proprio cammino.

Nella Nevicata e nei Numeri si esaminano, attraverso il prototipo del ragazzo come tanti, questi e altri temi. Il pretesto narrativo che costruisce il dialogo a più voci è la cronaca di un viaggio al sud durante una straordinaria nevicata, viaggio in cui si delinea ulteriormente il carattere di Emanuele: un ragazzo che a cospetto del cosmo si sente piccolissimo, insignificante, solo una particella di quel buio che compone la vera essenza del Tutto. Un ragazzo che non crede in dio, non crede in nulla, ma certe domande se le pone talvolta tenendo bene in mente l’immagine di “The Wall” in cui file di studenti s’incamminano verso un gigantesco tritacarne al ritmo di “We don’t need no education, We don’t need no thought control” dei Pink Floyd.

Una critica al “maestro imposto” che rivendica, in un estremismo esasperato e manicheo, il diritto a essere ignoranti, il diritto a un’educazione emancipata dalle imposizioni in cui è lo studente stesso a scegliere di imparare entro un sistema libero così strutturato: niente esami, niente classi, niente compiti, niente voti e nessun programma ministeriale. Solo un maestro e un allievo, in assoluta parità, che insegnano l’uno all’altro, a turno, ciò che sanno.
Attraverso Emanuele, Massimo Acciai delinea la sua utopia, che non si rifà ad un modello culturale arcaico, come quello, per esempio, della Grecia antica basato sul rapporto diretto tra maestro-discepolo, anche se si possono apprezzare alcune analogie; ad esempio questo approccio non prevedeva di dover preparare i giovani per un mestiere ed essendo, soprattutto, di tipo morale non aveva bisogno di strutture scolastiche, ma si poteva sviluppare all’interno di un quotidiano tipo di vita (nel caso della Grecia: sportivo, mondano, guerriero ecc..).

Non si rifà neppure, o solo in parte, al modello di Don Milani, ancora troppo avanti con i tempi, sebbene siano passati quattro decenni dalla sua morte, modello in cui studenti e maestri possono sì, imparare vicendevolmente, ma senza quell’anelito alla libertà che lo studente sembra ricercare con fermezza: lo stesso prete di Barbiana, infatti, “imponeva” i suoi ritmi e le sue materie, la sua autorità, ai bambini e ragazzi che istruiva nel suo paesello sperduto del Mugello.
L’utopia di Emanuele, tuttavia, non traspare mai con troppa convinzione, perché egli stesso durante il dibattito a tavola su questo medesimo tema, si trattiene dal parlare e dall’enunciare le sue idee per una sorta di rassegnazione allo stato delle cose o per incapacità di opporsi a un cambiamento a cui le coscienze non sono ancora evidentemente preparate.

Non è neppure paragonabile a quella che Silvano Agosti delinea in “Lettere dalla Kirghisia”, mondo onirico in cui prende vita una società basata sull’amore e la cooperazione tra gli esseri umani, nell’assoluto rifiuto di qualunque tipo di conflitto. Una società entro la quale gli insegnanti sono persone comuni e la scuola è un luogo a cielo aperto, dove gli strumenti sono a disposizione di tutti e i bambini stessi diventano insegnanti di adulti, di anziani, in uno scambio consapevole e reciproco di sapere e di risorse. Cosa, questa, che sta già avvenendo per quanto riguarda, ad esempio, i nativi digitali i quali, interagendo con le generazioni precedenti alla loro, sono a tutti gli effetti dei moderni “insegnanti” (quando hanno pazienza); viceversa gli stessi cercano un dialogo con i genitori e con le persone al di fuori della scuola che è pressoché inesistente. Alla base dell’ utopia agostiniana sta l’amore, tema toccato solo di sfuggita da Emanuele, ancora acerbo nella sua consapevolezza di vita, ancorata rigidamente a degli ideali mai davvero messi in atto, ideali che si azzarda appena a delineare nel pensiero, nelle letture da autodidatta, ma che non gli consentono di opporsi al sistema vigente. Egli non è infatti un combattente, è un ragazzo come tanti i cui desideri si spengono entro le bollicine di un bicchiere: “Sogno di scrivere d’estate su una veranda, accanto ad una bottiglia di Coca Cola e la quiete della sera. – Precisò – Magari un buon romanzo di fantascienza.”

Emanuele tratteggia l’utopia di un mondo “perfetto”, e quindi assolutamente inattuabile, in cui vigono quattro regole che egli appunta sul suo taccuino:

1. Nessuno muore contro la sua volontà e la morte, quando c’è, è reversibile.
2. Ognuno si innamora soltanto di chi lo ricambia o non si innamora affatto.
3. Nessuno si ammala contro la sua volontà.
4. Ognuno è felice con ciò che possiede.

Il ragazzo come tanti, tuttavia, non sembra essere felice con ciò che possiede, non ha mai fatto qualcosa che non veda l’ora di riprendere, odia la scuola ma non ha mai provato amore neanche per i successivi lavori che ha trovato, tutti inesorabilmente precari, con cui è impossibile fare progetti o costruire un futuro. I suoi amici, che si trovano in situazioni più o meno drammatiche rispetto alla sua, sembrano comunque riuscire ad andare avanti, al contrario di lui che si scopre a vivere in un limbo in cui i mesi e gli anni passano inesorabili… Una vita da domenica pomeriggio.

Una critica alla scuola che diventa critica alla società, un confronto inscindibile che ci catapulta dagli anni novanta fino a noi. Cosa è cambiato? Come è cambiata la vita del ragazzo come tanti nel nuovo millennio?
Esiste ancora questo grande anelito alla libertà che Emanuele, che io, che tutti noi studenti della passata generazione possedevamo? Una risposta a questa necessità sembra esserci stata data dalle scuole steineriane (le quali, tuttavia, non sembrano discostarsi molto dal metodo Montessori) che educano alla libertà e all’ educazione permanente, la quale non finisce entro le pareti della scuola ma continua per tutta la vita, scoprendo il piacere di imparare. In questa ottica il bambino non è considerato un substrato passivo sul quale imprimere nozioni, ma un essere ricco di potenziali latenti (talora di grande valore per l’umanità) da risvegliare attraverso un metodo privo di condizionamenti e distorsioni, quei condizionamenti contro i quali Emanuele si scaglia con determinazione.

Come si può facilmente intuire i temi importanti sollevati da questi racconti sono quelli della libertà e dell’uguaglianza, la necessità di ideare e realizzare un sistema di valori che non intrappoli le giovani menti entro le mura di un cortile; reale o metaforico, questo ha poca importanza, si tratta comunque di un recinto che impedisce la scoperta del mondo e la propria crescita. Eppure il protagonista dell’ultimo racconto “Il cortile” sa che la libertà è una conquista per cui lottare giornalmente ma ci lascia anche intendere che, probabilmente, è una conquista illusoria, una sorta di caleidoscopio attraverso cui osservare il mondo:

“Il mio pensiero scavalca il muro e percorre il mondo esterno. Penso a quando sarò anch’io dall’altra parte e mi troverò magari a passare, per caso, davanti a questo muro – ma sull’altro lato – e davanti al portone pesante di questo edificio. Forse allora penserò a questi anni con un sorriso, in un’illusoria sensazione di libertà.“

Una citazione interessante apre questo racconto: scritta da un anonimo pseudo latino in una lingua non-lingua in aperta polemica alla visione delle lingue antiche come artificiali, non vive. Il significato è un non senso che rende la citazione stessa lettera morta e che sottintende una ulteriore critica al vuoto culturale del sapere-non sapere, alle frasi citate a memoria senza conoscerne le origini e il significato, e quindi, per estensione, all’approssimazione culturale che si sta appropriando di spazi sempre più ampi, di fette sempre più grandi di popolazione, anche all’interno di una fascia sociale ad elevata scolarizzazione.

Protagonista dell’ultimo racconto “Il complotto” è, invece, l’idioma dell’Impero Mondiale, metafora di un imperialismo moderno che fa dell’unificazione linguistica uno strumento di potere. Facile comprendere di quale lingua si stia parlando. Una rivoluzione interna alla popolazione mondiale porterà ad un curioso risultato… Un’utopia anche questa, perché, a ben guardare, la cooperazione tra popoli, alla luce della moderna storia, pare assurda, anzi attualmente si sta accentuando sempre più una divisione, una scissione interna alla popolazione anche entro porzioni ristrette di territorio.

I vari racconti attraversano il mondo della scuola in anni molto lontani da ora, e pare difficile poter attuare un confronto per chi ormai è fuori da quel “cortile”, eppure, tornare al proprio compagno di scuola, con cui si dividevano libri e paure, fa riemergere alla memoria lo spazio condiviso del banco e le relazioni, instaurate e/o perse, di quei lontani anni.
Massimo Acciai in “Compagno di scuola” ci racconta di Lucio, un Franti da libro Cuore, il cattivo ma non troppo, alla sua seconda bocciatura che si fa scivolare la scuola addosso attraverso continue assenze autogiustificate da un insospettato senso di humor: “Mancanza di voglia”, “Colpo di stato”, “Soggiorno ad Auschwitz”, “Vincita alla roulette”, “Che te frega” e così via. Lucio rappresenta la contestazione passiva di un sistema non accettato, ma anche la memoria di quelle amicizie condivise, a un tratto scomparse dalla scuola e dalla vita senza lasciare traccia.

Resta, invece, traccia indelebile in Emanuele il ricordo dell’esame di maturità che si palesa vivido davanti alla commissione esaminatrice del concorso per insegnante d’italiano, come nel colonnello Aureliano Buendía, in Cent’anni di solitudine riaffiora, di fronte al plotone di esecuzione, il pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Una metafora lampante questa citazione implicita del romanziere colombiano Gabriel Garcia Màrquez: ci si ritrova a giudizio e si viene valutati continuamente a scuola come nella vita.
Non siamo a Macondo, né in una città immaginaria, siamo a Firenze, ma ci muoviamo comunque all’interno di una solitudine, quella di chi ha scelto una strada sbagliata e non ha avuto il coraggio o la capacità di uscirne; Emanuele comprende una grande verità, ossia che la mente crea delle gabbie e di questo ci si rende conto solo nel momento in cui ne siamo fuori e vediamo la gabbia dall’esterno:

“Maggio intanto incedeva e s’intravedeva ormai la fine della scuola. La Fine. Non la semplice e dolce fine di un anno scolastico, ma la Fine di un intero periodo della vita. La Libertà.”

Alla fine dell’anno scolastico e degli esami di maturità Emanuele alle 14.15 di un infuocato primo pomeriggio, andò a vedere quale numero gli avevano assegnato, e non ci è dato sapere il voto, il numero assegnatogli, perché questo, sembra volerci suggerire l’autore, non è importante. Può un numero, qualunque esso sia, valere cinque anni della propria libertà, cinque anni di estrema solitudine vissuti senza convinzione nell’accettazione passiva di regole e di nozioni che non si è riusciti a fare proprie?

Eppure Isaac Asimov, nel lontano 1951, scrivendo The Fun They Had aveva ipotizzato la scuola del 2155, molto vicina a quella verso la quale ci stiamo muovendo attualmente (pensiamo all’e-learning e alle università on line), in cui i bambini sono istruiti da un insegnante elettronico, non hanno scuole e neppure insegnanti umani. Una moderna solitudine, quella ipotizzata da Asimov, che si palesa nell’esclamazione finale di un nostalgico pensiero per la scuola del XX secolo: Chissà come si divertivano!

Valentina Meloni
Castiglione del Lago, 10 marzo 2015

vi aspetto alla presentazione a Firenze!

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Storie di gatti, di poeti e di pittori

 

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il mio piccolo giardino di libri-gatto

“Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;/ ritira le unghie nelle zampe,/ lasciami sprofondare nei tuoi occhi/ in cui l’agata si mescola al metallo.”

Chi non riconosce questi famosissimi versi in cui si paragona l’amore verso una donna a quello per un gatto? Sono del poeta francese Charles Baudelaire, di cui il prossimo 9 aprile ricorre il centonovantaquattresimo  anniversario di nascita. Secondo l’autore de I fiori del male, libro che creò uno scandalo enorme ai suoi tempi tanto da portare il poeta in tribunale, gli occhi dei felini e quelli delle donne sono simili: freddi, profondi e ammaliatori.

Un altro poeta maledetto Paul Verlaine, nato più di vent’anni dopo, ha paragonato le donne ai gatti in questi versi, forse meno celebri, ma certamente non meno graffianti:

 “[…] Lei nascondeva – la scellerata – sotto i guanti di filo nero/ le micidiali unghie d’agata/  taglienti e chiare come un rasoio./ Anche l’altra faceva la smorfiosa/ e ritraeva i suoi artigli d’acciaio,/ ma il diavolo non ci perdeva nulla/ e nel boudoir, in cui tintinnava, aereo,/ il suo riso, scintillavano quattro punti fosforescenti.”

 Grande amante dei gatti, Baudelaire ha dedicato molti versi, tutti contenuti nella raccolta Spleen e Ideale, a questi animali misteriosi e affascinanti. Celebre anche la poesia in cui definisce le loro pupille mistiche

“[…]le loro reni feconde sono piene di magiche scintille/ e di frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente/ le loro pupille mistiche.”

in un’altra ancora le descrive come “viventi opali”, incorona il gatto a proprio genio tutelare e lo paragona a una fata o a un dio

“[…]È lui il mio genio tutelare!/ Giudica, governa e ispira/ ogni cosa nel suo impero;/ è una fata? O forse un dio?/   Quando i miei occhi, attratti/ come da calamita, dolci si volgono/ a quel gatto che amo/ e guardo poi in me stesso,/  che meraviglia il fuoco/ di quelle pallide pupille,/ di quei chiari fanali, di quei viventi opali/ che fissi mi contemplano!”

oppure qui a un angelo

“[…] Tutto in te, come in un angelo, / è  sottile ed armonioso!”

Ed è uno “Strano angelo,/ che cammina sui tetti dei sogni/ “ il messaggero felino di nome Ange che accompagna il poeta Giorgio Bolla entro i confini di sogno della poesia.

“E così Ange ed io/siamo nel grande spazio/ quando la vela/corre la strada/fatta di acqua e pensieri,/ al di là del nulla.”

Un gatto Ange che richiama l’Angelo, quel messaggero o nunzio intermedio tra Dio e gli uomini che sempre è la Poesia così scrive Plinio Perilli nella prefazione al poemetto Storie di acqua, di angeli e di vento

“Ange naviga / sulle grandi onde del /letto/ spudorate estati/ nel volgo del cuore;/ non è di tutti/ la poesia/ e Ange lo sa/ così naviga/ sulle grandi nubi di panna/ della libertà”.

Non è di tutti la poesia ma appartiene certamente al gatto, musa e allo stesso tempo nunzio, creatura facente parte della dimensione del sogno e al medesimo tempo regnante su di essa:

“Titolare il sogno/sulle tue zampette morbide/ e felici, ossute nei contrasti/ del gioco/ quando su bave/ di cielo/ arrotondi il tuo andare/ fra mura e porti,/sotto siepi spaccate/ dal nulla.”

Sogno nel quale la fisicità viene continuamente evocata da un tocco, un gesto tangibile e concreto ma sempre con quella dolcezza, quell’alone rarefatto di mistero che contraddistingue la movenza felina:

“Ange cerca/ le mie mani/ nelle notti costellate/ dai fantasmi/ del metasogno,/ forme di colline/ nella neve/ del furore/ o della dolcezza.”

Movenze che possiedono un ritmo di musica, quasi una danza da palcoscenico, perché il gatto sa che la vita è una rappresentazione scenica del teatro del sogno.

 “La musica del mio gatto/ scivola su passeggiate/ tigresche/ perché lui propone/ violenti scenari/ di teatro/ o schiocchi di sangue,/ rutilante nel mattino/ dove vivono le folaghe/ volate di là dal mondo/ o assetate di sabbie/ da deserti voluti.”

Anche Pablo Neruda, come noi tutti del resto,  era rimasto affascinato dal languido torpore del gatto:

“[…]Dormi, dormi, gatto notturno / con i tuoi riti di vescovo,/  e i tuoi baffi di pietra:/ ordina tutti i nostri sogni,/ guida le tenebre delle nostre /addormentate prodezze/ con il tuo cuore sanguinario/ e il lungo collo della tua coda.”

La frase di Jean Burdien, poeta contemporaneo americano “Un cane è prosa, un gatto è poesia” la dice lunga sul rapporto tra poeti e gatti: il linguaggio poetico appartiene al gatto per diritto acquisito d’espressione.

“[…] il poeta cerca di imitare la mosca,/  ma il gatto/  vuole essere solo gatto/  ed ogni gatto è gatto/ dai baffi alla coda,/ dal fiuto al topo vivo,/ dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.[…]

Scrive Pablo Neruda nella sua Ode al gatto anch’egli ammaliato da queste antiche creature.

Guillaume Apollinaire, invece, si augurava di avere un gatto a passeggio tra i libri  

“Io mi auguro di avere in casa mia:/ una donna provvista di prudenza,/ un gatto a passeggio fra i libri,/ e in tutte le stagioni amici/ di cui non posso far senza.”

Un po’ come quello dello scrittore e poeta Tiziano Fratus che nella sua ultima raccolta “Un quaderno di radiciscrive la deliziosa Poesia del gatto invisibile

“Di qua è passato un gatto/ se abbassate il naso/e chiudete gli occhi,/ lo potete sentire,/ l’odore del gatto/ che s’è fermato su questo verso strusciandosi./Qua ha giocato un gatto, se chiudete gli occhi/ e passate i polpastrelli/su queste parole/ lo potete percepire, i resti della sua anima/arruffata come il pelo che ha dimenticato./ Qui ha mangiato un gatto/ se chiudete o non/ chiudete gli occhi/allungate la punta della lingua/-così (pausa)-/ raccoglierete/ i pezzi di cibo/ che non piace a tutti./ Qua è transitato un gatto/ e se proprio/ non lo riconoscete/ vuol dire che non/siete mai appartenuti ad una bestia, /o che siete specialmente, scarsi in fantasia/. Ma non c’è/ di che preoccuparsi,/ per la maggior parte/ del loro tempo/ i gatti sono convinti/ d’essere invisibili/a Dio e al resto del mondo, /fatto e finito”

Poeti e scrittori di ogni tempo incantati dalla loro eleganza, indipendenza, dal loro incedere sfingico in quel confine intangibile di spazio tra sogno e realtà, hanno subito il fascino felino da cui hanno tratto spunto e ispirazione. Avrà avuto peso, chissà, anche l’antica credenza che vuole un manoscritto morso da un gatto destinato al successo? “Se volete scrivere, tenete con voi dei gatti” rispondeva il poeta Aldous Huxley ai suoi allievi che gli chiedevano il segreto per avere successo in letteratura.

Il gatto è stato cantato da molti altri poeti di ogni epoca da Keats a Rilke, da Edmond Rostand a William Butler Yeats, da Fernando Pessoa a Umberto Saba, da Jorge Luis Borges a Algernon Charles Swinburne, da Gianni Rodari a Stefano Benni

Di quest’ultimo autore, in particolare, mi ha colpito una poesia, dedicata, guarda caso, proprio ad una gatta di nome Nuvola, una micia “che non invecchia mai”.

“O regina del giardino/ tigre del ragù/ lampo che sbrana/ la più veloce carne in scatola/ altera anche quando/ mordicchia una piattola/ o guru crepitante/ di fusa nel nirvana/ con la coda allontani/ i complimenti plebei./ Nella tua pelliccia, per cui/ nessun amante pagò/ nella tua bellezza, per cui/ gatti a decine/ di orrende serenate/ atterriscono la luna/ o sonnacchiosa sovrana/ o Nuvola, gatta/ che non invecchia mai/” (da Prima o poi l’amore arriva)

sarà la stessa gatta Nuvola che cantava il poeta giapponese Bashō Matsuo più di tre secoli fa?

da "Gatti" ed. Acquaviva a cura di Giuseppe D'Ambrosio Angiolillo

da “Gatti” ed. Acquaviva a cura di Giuseppe D’Ambrosio Angiolillo

Del resto come si può resistere alla tentazione di dedicare dei versi a queste creature così affascinanti?

Francesco Petrarca pare che amasse moltissimo il proprio gatto e Torquato Tasso, uno dei più grandi poeti del Cinquecento, scrisse Sonetto per i miei gatti in cui chiedeva alla sua micia di prestargli gli occhi per poter scrivere anche di notte. Il grande poeta e premio Nobel americano Thomas Stearns Eliot nella raccolta Old Possum’s Book of Practical Cats (Il Libro dei Gatti Tuttofare) mette su carta un vero e proprio repertorio felino: gatti singolari, bizzarri, gatti energici, gatti indaffaratissimi… I protagonisti di questa deliziosa raccolta di poesie vivono nei vicoli dei bassifondi londinesi: Gumbie Cat, Growltiger, Rum Tum Tugger, Jellicles, Rumpelteazer, Old Deuteronomy, Mister Mistofele, Bustopher Jones, e così via, ma sul loro nome, come dice l’autore, non si può mai essere sicuri. E’ a questi versi che si ispira il notissimo musical di Andrew Lloyd Webber “Cats”, lo spettacolo teatrale più replicato di tutti i tempi.

“Mettere un nome ai gatti è un’impresa difficile, / Non un gioco dei tanti che fate nei giorni di festa; Potreste dapprima anche pensare che io sia matto da legare/Quando vi dico che un gatto deve avere tre nomi diversi./ […] Sempre nomi sensati da usare ogni giorno. /  Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome che sia particolare,/ Caratteristico, insomma, e molto più dignitoso,/ Come potrebbe altrimenti tenere la coda diritta,/O mettere in mostra i baffi, o sentirsi orgoglioso?[…] Quando vedete un gatto in profonda meditazione,/ La ragione, io vi dico, è sempre la stessa:/  La sua mente è perduta in estatica contemplazione/  Del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:/  Del suo ineffabile effabile/  Effineffabile/ Profondo e inscrutabile unico Nome.(da Il nome dei Gatti)

I nomi dei gatti non si possono dimenticare, forse perché mentre per l’uomo il nome è un presagio (nomina sunt omina),per il gatto il nome è una sorpresa, qualcosa che si fa ricordare. Il nome che più amo ricordare, oltre a quello della mia gattina scomparsa (Minni), di cui ovviamente anch’io ho scritto, è Delilah (in italiano Dalila) la gatta soriana che accompagnò il cantante Freddy Mercury per lungo tratto della vita, fino alla sua scomparsa, e che egli amava a tal punto da dedicarle una canzone omonima, contenuta nel famoso album dei Queen “Innuendo”.  Alcuni, non conoscendo l’amore di Freddy per i felini, credettero che la canzone raccontasse di una storia d’amore, che Delilah fosse una donna …invece si trattava proprio di un’ode alla sua piccola amica gatta.

“Delilah, Delilah, oh amore mio, sei irresistibile. Mi fai sorridere quando mi viene da piangere, mi dai speranza, mi fai ridere, ti piace tanto. La faresti franca anche per un omicidio, così innocente. Ma quando metti il broncio sei tutta artigli e morsi. Va bene! Delilah, oh amore mio, oh mio, sei imprevedibile. Mi fai così felice. Quando ti raggomitoli per dormirmi accanto. E poi mi fai ammattire. Quando fai pipì sul mio salotto Chippendale. Delilah, Delilah. Sei tu a comandare in casa e in famiglia. Cerchi persino di rispondere al telefono. Delilah, sei la pupilla dei miei occhi. Miao, miao, miao. Delilah, ti amo.Oh, mi fai felice, mi baci. E io vado fuori di testa, ooh Miao, miao, miao, miao. Sei irresistibile – ti amo. DelilahDelilah – ti amo. Oooh, adoro i tuoi baci.”

 Certo, noi eravamo soliti cantare c’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta vicino al mare con una finestra a un passo dal cielo bluLa gatta di Gino Paoli non pare avesse un nome ma noi tutti la ricordiamo: un pezzo rigorosamente autobiografico che parla della soffitta sul mare dove Gino viveva. Il disco vendette 119 copie, poi scomparve e infine tornò tramutandosi, inaspettatamente, in un successo da centomila copie la settimana. Sono passati quasi sessant’anni e ancora cantiamo…

Doris Lessing aveva un gatto che si chiamava Butchkin El Magnifico, a lui la scrittrice ha dedicato il libro “La vecchiaia di El Magnifico”. “Tyke” invece è il nome del gatto di Jack Kerouac che viene descritto nel romanzo Big Sur. Lo scrittore che, durante gli ultimi anni della sua vita visse con un’intera famiglia di gatti, considerava Tyke come un fratello e quando morì, cadde in una profonda depressione. Anche Charles Bukowski aveva un gatto, si chiamava Factotum. Dei gatti lo scrittore sregolato amava il dolce far niente, e infatti ha dedicato loro una poesia intitolata My Cats in cui scrive: “[…] they can sleep 20 hours / a day/ without/ hesitation or/ remorse.[…]”

Lo scrittore Hernest Hemingway amava moltissimo i suoi gatti, trenta in tutto, occupavano un intero piano della sua casa di Key West. Anche lo scrittore americano Mark Twain adorava i gatti, molte delle sue storie per bambini avevano come protagonisti felini dai nomi strani; Kipling, autore del Libro della Giungla, scrisse molte storie sui gatti. Tutti questi personaggi erano in ottima compagnia, impazzivano per i gatti anche sir Walter Scott, Checov, Miguel De Cervantes e Alexander Dumas, pensate che il celebre autore dei Tre moschettieri amava affermare che il gatto doveva essere trattato come un aristocratico.

Ce ne sono moltissimi altri che si sono fatti ritrarre con i loro gatti (galleria foto) e moltissimi sono anche i racconti e le storie di gatti narrate da autori celebri e sconosciuti tra cui Hippolyte Taine, Ambroce Bierce, Guy de Maupassant, Charles  Morlay, William Alden, Mary Freeman, Pierre Loti, Saki, Frederic Stuart Greene e molti altri ancora.

Robertson Davies, autore canadese scomparso nel 1995, ha cercato di spiegare l’amore degli scrittori per i gatti così: “Agli scrittori piacciono i gatti perché sono creature tranquille, amabili e sagge. E ai gatti piacciono gli scrittori per la medesima ragione”

Che agli scrittori piacciono i gatti è un dato di fatto ma, siamo proprio così sicuri che ai gatti piacciono gli scrittori?

Non solo in letteratura e nel panorama musicale, ma anche nell’arte figurativa i gatti sono da sempre fonte di grande ispirazione: dipinti, statue, fotografie ritraggono attimi dell’intenso rapporto che ha legato molti grandi artisti al loro specialissimo felino. Tutti questi artisti hanno voluto rendere omaggio non soltanto alla funzione iconografica e simbolica che il gatto ha sempre avuto  nella cultura, ma all’intimità della relazione con il proprio animale da compagnia.

Paul Klee, pittore tedesco che ha lasciato un’impronta profonda nell’arte della prima metà dello scorso secolo, amava moltissimo i gatti: tre quelli che lo hanno accompagnato nella vita, segnando altrettante importanti fasi della sua esistenza.  Klee, scrive, parla, racconta, ma soprattutto li ritrae con il suo personalissimo stile. Ricalcando le orme del poeta Baudelaire, Klee descrive il suo primo gatto, Nuggi, adottato in un viaggio in Italia, come lo “spirito della casa”, una presenza fantasmatica che pervade e presidia, anima e custodisce, la sua abitazione. Il secondo si chiama Fritzi, un grande gatto tigrato, che attende il pittore nella casa di Monaco durante la prima guerra mondiale; in alcune poesie Klee lo chiama il “dio felino”. L’ultimo gatto si chiama Bimbo, bianco di razza angora, vive con il pittore negli ultimi dieci anni della sua vita. Per Klee è l’angelo della morte, una figura carica di simbologia, di mitologia egizia, che lo accompagnerà nel viaggio verso l’aldilà: il custode della soglia, definito da egli stesso come il “gatto cosmico”, colui che si trova nella zona di confine tra l’esistente e il non esistente, figura mitica  che ha accesso e dà accesso alla trascendenza.

Questa carica simbolica della figura felina ha una forte analogia con la funzione che l’artista visivo, ma anche il poeta, assegnano all’opera, quella cioè di non riprodurre semplicemente il reale, ma di dare forma all’impercettibile, di rendere manifesto e visibile anche ciò che non lo è.

La stessa funzione che la poeta Nicoletta Nuzzo nei suoi libri Un gatto senza vanità e Cronache di un gatto perfezionista assegna al gatto Ugo, custode della soglia fra Nicoletta, amica e complice, e il Mondo dell’Oltre. Uno spazio gravido di presenze ispiratrici invisibili che tutti gli artisti conoscono: il mondo delle “Onde” di Louis Ferdinand Céline aperto solo alle donne, ai bambini e ai gatti. (dalla prefazione di Marina Alberghini dell’Accademia dei gatti magici). In questo spazio Nicoletta si apre ad un dialogo tra il fantastico e il realistico, si abbandona  e si confessa nella sofferenza della ricostruzione di sé al gatto Ugo in prosa:

“Racconto per la prima volta queste cose a te perché penso che tu possa immaginare meglio di chiunque altro la mia sofferenza. La puoi percepire ma per differenza perché invece Ugo tu sei il tuo corpo. Tu sei stato sempre unito, per natura. Le tue nevrosi sono forti disagi ma non ti dividono. Per te Ugo che vivi nella penombra, è impossibile concepire che si possa separare la luce dall’ombra e se anche si potesse fare per via di qualche strana invenzione, ti spaventi al solo pensiero delle conseguenze.”

 e in poesia:

“Ugo sei immobile davanti alla finestra,/la tua sagoma è morbida,/ sei bello non è un problema/ non è vanità/ sei bello e basta,/ il tuo esserci è denso e trasparente/e allora tu puoi contemplarti senza distruggerti/ ed io ti posso guardare e amare/senza che tu svanisca.”

Chissà perché poi i gatti stanno sempre fermi sulla soglia, che non puoi aprire del tutto la porta e neppure chiuderla, che la penombra lasciata dal taglio di luce che filtra, si mescola all’ombra felina, e entrambe si allungano all’infinito, creando uno squarcio, un passaggio, sul quale i comuni mortali hanno paura di posare i piedi.

“Ho imparato da te/ a stare sul bordo/ dove la materia si addensa/ e unisce i luoghi/ ho imparato dai tuoi occhi/ che il corpo ha/ luci ed ombre innocenti/ ho imparato dai tuoi passi/ a camminare/ dentro ai segreti.” (da Ode al gatto, Un Gatto senza vanità)

Il gatto del resto è una figura mitologica ma vivente, potremmo credere di afferrarne i segreti, dal momento che         l’ abbiamo sotto i nostri occhi, ma ci rendiamo conto che ciò è impossibile, il perché ce lo spiega in poche righe H. P. Lovecraft nel racconto I gatti di Ulthar:

“Il gatto infatti è un essere enigmatico, affine ai fenomeni misteriosi che l’uomo non riesce a vedere. E’ lo spirito dell’antico Egitto, custode di storie provenienti dalle città perdute di Meroe e Ofir. Appartiene alla stirpe del re della giungla e porta in eredità i segreti dell’Africa antica e oscura. La Sfinge è sua cugina e parla la sua stessa lingua, ma il gatto è molto più vecchio di lei e ricorda cose che la Sfinge ha ormai dimenticato.”

Anche Guy de Maupassant si lasciò ammaliare dal gatto e ne racconta i particolari nel suo racconto Sui gatti:

“Mi svegliai e non fui troppo sorpreso di sentire sotto la mia mano qualcosa di caldo e di dolce che accarezzavo amorosamente. Poi, una volta recuperata la lucidità, mi accorsi che era un gatto, un grosso gatto che, raggomitolato contro la mia guancia, dormiva tranquillo. Ve lo lasciai e feci come lui. Quando si fece giorno, era andato via; e credetti veramente di averlo sognato, perché non capivo come avrebbe potuto entrare nella mia stanza, e uscirne, visto che la porta era chiusa a chiave.”

Una creatura terrena e ultraterrena insieme, con cui perfino Emile Zola non resiste ad instaurare una conversazione e, nel racconto Il paradiso dei gatti, si fa narrare dal gatto d’angora, lasciatogli in eredità dalla zia, la storia della sua vita. Il felino, dopo aver raccontato al nuovo padrone le peripezie sui tetti e la vita da randagio, allungandosi davanti alla brace del camino, concluderà:

” Vedete la vera felicità, il paradiso, mio caro padrone, è essere rinchiuso e battuto in una stanza dove c’è della carne.           Io parlo per i gatti.”

Una metafora arguta, quella di Zola, lasciata alla riflessione del lettore, innescata da un abile espediente letterario: dare la parola al gatto …

Cari lettori,  tutto questo e molto altro è stato scritto da un gatto e, se non mi credete, è solo perché non avete mai provato a scrivere, gommini sul mouse, con un gatto nei paraggi.

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Numeri a perdere- un libro sospeso-

“Numeri a perdere” di Riccardo Gavioso

recensione a cura di Valentina Meloni

Qualche settimana fa ho ricevuto un libro sospeso, interessante iniziativa dell’editore  Fabio Dessole per Arpeggio Libero  piccola, indipendente casa editrice di cui ho già avuto modo di leggere e parlare. A Napoli si usa lasciare un caffè sospeso e siccome io il caffè non posso berlo, ho scelto un libro che mi aveva incuriosito e che, non solo non ha deluso le mie aspettative, ma mi ha lasciato dentro un bel po’ di cose.

Scrivere un racconto è senz’altro più difficile che scrivere una recensione. Scrivere in un linguaggio che non risulti noioso al lettore, che lo imprigioni dentro alle parole e gli infilzi lì sulla pagina, gli occhi, incapaci di scollarsi dall’intreccio, dai personaggi, dalla storia, è ancora più difficile.

Flannery O’Connor (25 marzo 1925 – 3 agosto 1964), la scrittrice che a sei anni insegnò a un pollo a camminare all’indietro,  affermava nella sua raccolta di saggi Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere,  che la narrativa opera tramite i sensi e procede per particolari, particolari che devono rientrare in un disegno complessivo al servizio dell’intento del narratore. Lei stessa scrisse più di cento recensioni di libri e solo trentadue racconti. Le immagini della piccola Flannery con il pollo fecero il giro del paese e in seguito ella affermò:

«C’ero anch’io con il pollo. Ero là solo per assisterlo, ma fu il momento culminante della mia vita. Tutto quello che è accaduto dopo, è stato solo un anticlimax.»

Un evento, un particolare, che potrebbe essere insignificante — come il pollo che cammina all’indietro — di fatto costruisce una storia.

«I narratori che non danno importanza a questi particolari concreti peccano di quella che Henry James definiva “specificazione fiacca”. L’occhio scivola via sulle parole e l’attenzione si assopisce» 

continua a suggerire la scrittrice.

Cosa c’entra il pollo direte voi? Il fatto è che da quando ho iniziato a leggere Numeri a perdere di Riccardo Gavioso ho cominciato a fare attenzione pure ai polli. Ho iniziato a guardare le cose in maniera diversa e a riconoscere all’occhio il suo potere descrittivo. Come si racconta una storia? Si racconta osservando. Se non osservi non entri nelle cose e se non entri nelle cose non le sai narrare.

Come si fa ad accorgersi dei numeri mancanti? Di quei vuoti a perdere che passano inosservati, che non hanno nome, vita, identità? Bisogna vederli. E Riccardo Gavioso acuisce la vista da giornalista per dare una voce, un volto, un’identità e quindi una dignità di essere vivente, a quei numeri che l’hanno persa a causa di un cattivo giornalismo, dell’indifferenza, a causa di un climax discendente della modernità che ci fa considerare un pollo che cammina all’indietro più importante ai nostri occhi (e alla nostra attenzione) di storie che, a volte, sono conosciute solo dai mattoni. E Gavioso riesce a far parlare pure quelli, a far narrare a quei mattoni che le donne dai capelli bianchi, nascosti da panuelos, le vecchie madri di Plaza de Mayo che si appoggiano ai muri, hanno gli occhi asciutti a causa di una vita che  è stata loro rubata, quella dei Desaparecidos, dei loro figli, che ora, grazie alle proteste pacifiche, alla perseveranza nel portarle avanti, sono i figli di tutti.

Ma i Numeri a perdere non sono solo quelli delle dittature, Gavioso mette in questo contenitore-libro tante storie: cani, clochard, donne vittime di femminicidio, bambini soldato, sopravvissuti e  vittime di Hiroshima (entrambi numeri a perdere), l’olocausto animale delle pellicce e d’altro, l’olocausto umano delle favelas, dei Meninos de rua, delle vittime di abusi sessuali, dei cadaveri in cerca di riposo, dei resistenti che sfidano le dittature per l’ideale e per la sopravvivenza della voce dissidente, della democrazia e molto, molto altro.

Non vi riporterò citazioni come faccio di solito. Ogni storia, ogni racconto, ogni numero di questa raccolta merita la vostra attenzione. Cosa c’entrava il pollo? Vi starete ancora domandando…

Ebbene il pollo era un’espediente per tenervi incollati allo schermo. Immagino di avervi deluso, ma spero di aver acceso un po’ del vostro interesse per quei numeri a perdere di cui continuate a non sapere nulla, quei numeri di cui Gavioso, armato della più nobile delle armi bianche (la penna),  ha raccolto il particolare che ve li farà ricordare, spero, per sempre.

 

Valentina Meloni


Riccardo Gavioso è nato a Torino dove tutt’ora risiede. Laureato in Giurisprudenza, ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Si è occupato di giornalismo web collaborando con diverse testate e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “Il Prione”.

Filatura- Euterpe n.15-

Filatura tradizionale con arcolaio

Invito a leggere il nuovo numero della rivista di letteratura Euterpe avente come tema “Echi e immagini del passato”. In questo numero è presente, tra i molti interventi, tutti molto interessanti, una mia poesia Tanka ispirata al ciclo della lana, in particolare della filatura, che fa parte di una raccolta più ampia di cento Tanka legata ai temi della terra e delle tradizioni.

Farsi luce

fotografia elaborata da Alberto Clapis

fotografia elaborata da Alberto Clapis

La mia bambina
è un’immagine sfocata
ma così viva dentro
che scolora
in lampi d’estasi
e accende fuochi di linfa
nei datteri dei giorni

nessun battito di ciglia
nessuna ruga nuova
s’imprimono al riaffiorare
di un sorriso,
di un segno d’esistenza
sui sacri rotoli dei nadii

ogni foglia, ogni cosa è polvere

eppure persiste -caparbia-
a farsi luce.

(Valentina Meloni)

I Shastra Naadi  si possono considerare dei “trattati di energia canalizzata”. Si tratta di un  sistema di predizione usato, per molti secoli, risalente a migliaia di anni fa, almeno 4000 anni, depositato da uomini santi, i Rishi, che hanno raccolto, su rotoli di foglie di palma, le conoscenze riguardanti eventi futuri del mondo. Tali rotoli sono stati redatti in sanscrito, lingua in uso nell’antica India. Quando, con il passare del tempo e l’usura, le foglie hanno iniziato a rompersi, i governanti Tanjore hanno incaricato una serie di studiosi di trascrivere i testi su nuove foglie di palma le “ola” .

Questa pratica di divinazione o di antica astrologia,  che si basa su complesse procedure, si svolge ancora adesso, in particolare nel Vaitheeswarankoil, nei pressi di Chidambaram nel Tamil Nadu, uno stato nel sud dell’India.

Nella povertà della parola, intervista a Ida Travi

“Ho poche parole e m’arrangio con quelle
non voglio far torto a nessuno
non voglio incantare nessuno
volevo solo imparare dalla rondine.”
I.T.

Avatar di .perìgeion

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a cura di Evangelia Polymou

 

“Datemi il nastro rosso
e poi… seguite il fiume, e poi…
Fino al ramo nell’acqua
fino al ceppo bruciato, più avanti
più avanti… fino all’ultima siepe di rovo
Usciremo da questa storia
– credetemi –”

*

In L’aspetto orale della poesia e in molti altri Suoi testi è evidente lo studio e l’amore per la storia della filosofia. Se ne avverte un lontano richiamo e a tratti sembra che strani nessi si vengano a creare tra la contemporaneità della Sua poesia e certe forme della poesia epica antica. Quali sono, e quanto sono stretti, questi nessi?

 Mi sono occupata di filosofia per molti anni ma in maniera assolutamente irregolare, disordinata. Me ne sono occupata perchè la filosofia mi sorreggesse in poesia, non per altro. Volevo che mi sorreggesse in poesia anche se per poco, anche se solo per un grammo: parlo della filosofia greca…

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Zoom: la poesia digitale

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Oggi c’è stata una piccola rivoluzione nel mondo poetico. Feltrinelli torna a pubblicare dopo trent’anni poesia contemporanea di autori viventi e lo fa utilizzando i nuovi supporti tecnologici digitali.

Gianni Marchetti con “La voce dei grandi edifici” e Tiziano Fratus con “Un quaderno di radici”  hanno lanciato la nuova collana con dei videoclip poetici: la poesia scende in strada letta dagli stessi autori. Finalmente!

La collana Zoom Poesia di Giangiacomo Feltrinelli Editore viene presentata questa sera a Torino, l’appuntamento è alle 21 al Circolo dei Lettori con La Nuova Poesia Feltrinelli.

La considero una rivoluzione perché un grande editore che decide di “puntare” sulla poesia lo fa rendendola fruibile ad un grande pubblico e a un prezzo accessibile. La porta in mezzo alla gente che la consumerà su supporti digitali in ogni luogo: la poesia torna a circolare liberamente? A me sembra un ottimo inizio e naturalmente ho acquistato subito il mio primo zoom: lo leggerò con la dovuta calma e ve lo presenterò.

I libri della nuova collana sono acquistabili  su La Feltrinelli, iTunes Libri e Book Republik. A breve anche su Ibs eBooks. I supporti digitali prevedono Kobo, Kindle e lettori e-pub per telefono, pc, tablet scaricabili gratuitamente dalla piattaforma Feltrinelli Zoom. La poesia scende in strada. Voi che fate?… Andategli incontro.

Ci sono poesie che nascono dal dito indice scrive Fratus,* e ci sono poesie che nascono e scivolano fuori da un clic…

A breve la mia recensione su queste pagine.

Di qualunque cosa parli (Gianni Marchetti, La voce dei grandi edifici)

Dunque nessuno sa niente di preciso
Tantomeno gli astronomici poeti della domenica

Ma è comunque davvero spassoso
Veder volteggiare come stelle cadenti
Certe parole che cascano improvvisamente
Come dalle ripide scale una vanitosa soubrette
D’avanspettacolo
Circondata da fuggevoli boys

E’ per questo che alla fine di ogni poesia
Mi viene immancabilmente da ridere

Detto tra noi
Di qualsiasi cosa parli
Che siano stelle, lupi o buoi
Poetry
Is a sex toy

n a n i t a

Chi sono gli autori?

Tiziano Fratus (Bergamo, 1975) ha diretto per cinque anni il festival e le edizioni Torino Poesia. Ha pubblicato libri dedicati ai concetti di Homo Radix e alberografia concepiti in California, fra i quali Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Kowalski/Feltrinelli), L’Italia è un bosco (Laterza), Il sussurro degli alberi (Ediciclo) e l’imminente Il libro delle foreste scolpite (Laterza). Cura da tre anni la rubrica Il cercatore di alberi sul quotidiano «La Stampa». Fra i suoi precedenti libri di poesia Il molosso, La staticità dei pesci martello, Poesie luterane, Gli scorpioni delle Langhe e all’estero A Room in Jerusalem (New York), Creaturing (Detroit), Double Skin (Singapore). Sue poesie sono tradotte in sette lingue e pubblicate in varie riviste e antologie.

Gianni Marchetti (Novara, 1956) è laureato in filosofia e insegna in un liceo di Novara. Ha pubblicato la raccolta di racconti Francese alle medie (2006), mentre per le Edizioni Torino Poesia ha pubblicato due raccolte di poesie, Una donna così (2008) e Per nessuna ragione al mondo (2009), nonché curato l’antologia Documenti di viaggio, Dodici poeti novaresi (2008). Sue poesie sono state tradotte in lingue inglese e francese e pubblicate su riviste e in volume in Stati Uniti, Francia, Svizzera e Singapore.

 

* poesia con una macchia di caffè

Amata Voce di Nicoletta Nuzzo

Amata Voce di Nicoletta Nuzzo

Come uscire dall’indistinto

recensione a cura di Valentina Meloni

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Che sarà di noi/ che siamo scappati dal guscio

Inizia con questi primi versi l’ultima raccolta di poesie di Nicoletta Nuzzo che in queste sessantaquattro liriche edite da Rupe Mutevole tratteggia la condizione del poeta tessendo un filo di radici e di connessioni entro voci poetiche di sorellanza.

Che sarà di noi/ che siamo scappati dal guscio/ per diventare vivi/ [1]

 E che sarà di noi parole uscite dal respiro per diventare carne?

La poeta affronta il processo di scrittura facendosi voce della sua stessa voce e descrive il suo prendere forma come una caduta, uno stato d’essere doloroso, di rigetto, che passa da una condizione di presunta grazia ad un rifiuto protettivo e schivo che vorrebbe trattenere nel guscio, lasciare in attesa in un sonno dentro al mio gomito[2].    Il principio è

essere gettata fuori dal Cielo,/ stare come un sonoro che geme.[3]

Un volo inaspettato che sorprende, che non lascia tempo:

Quello che mi accade è tanto veloce/ che io devo inseguirlo/ ma arrivo tardi[4]

mai nessuno ha saputo descrivere con così tanta precisione, con così minuta descrizione e profonda bellezza la vacuità del cogliersi, dell’ accalappiare le sensazioni, le parole, le immagini del proprio essere altro per poi racchiudersi, accucciarsi,[5] rinchiudersi nella meditazione, nella solitudine.

vivo in una casa non casa/ ho l’anima casta e macchiata di chi è predata/ il manto animale della solitudine[6]

Questa lirica, tra le più belle che ho mai letto sulla condizione del poeta racchiude l’essenza di questo percorso a due voci.

Non chiedere a me come devi stare/ a me che raccolgo grammi di energia/ per portarmi nel giorno / Nicoletta parla con questo suo  dáimōn[7] che la spinge a seguirsi, a seguire l’amata voce, e si confronta e si sdoppia e si fa veicolo di qualcosa più grande di lei.

quando la vita diventa troppo/ ho sempre paura di non bastare io

Il poeta è un mezzo che si fa veicolo di altre voci, non solo sue, si fa transito di memorie di cui non è consapevole  ma lo riguardano.[8] E questa condizione scava i pori della pelle come tempesta uscita dal bicchiere  che è rumore di vento delle vene,[9] condizione che si fa scissione con cui guardarsi dentro. Non c’è modo di separarsi, due vite nello stesso corpo. [10]

Solo qui interviene il maschile a scindere la forma, unica dedica a uno scrittore di sesso opposto Franz Kafka, che dà voce a questa condizione necessaria perché le parole prendano vita  Che tu sia per me il coltello, un coltello, una lama sacra con cui frugare la radice che penetra nell’oscurità.

 Lei, la poesia, Amata Voce, accarezzerà solo l’ombra e il poeta scenderà a patti con lei senza rispettarli perché non è voce univoca. Il poeta muta e muta anche la parola laddove  però concretizza strascichi nel corpo e nell’esistenza, perché la voce vive quando chiede vita.

La parola è flusso che transita, incontenibile, dopo che il vuoto s’è fatto slabbro non ci si può più racchiudere.[11] Ed è così che ha inizio lo svelamento della parola, la messa in forma, e il conseguente riconoscimento di un Doppelgänger [12]che chiede di esistere e di essere amato. Il Doppelgänger, studiato da Hillman, generato dalla paura è presenza che non può cessare, esso indica il processo di bilocazione cognitiva che consente al poeta, allo scrittore di entrare ed uscire dalla propria storia di vita. E’ un procedimento di estrapolazione della poesia, ma della narrazione in generale, che  comporta una presa di distanza, che si attua nel leggere la propria storia con occhi diversi, con lo sguardo altrui, rappresentato qui da Amata Voce, una voce che non sembra appartenere al legittimo autore, e che offre un decentramento delle prospettive ermeneutiche, laddove ci si prende cura direttamente di quell’essere altro, e del racconto diretto e indiretto (veicolato qui dalle altre voci femminili e nei precedenti libri di Nicoletta dalla figura felina) che riguardano il percorso di costruzione di sé, del prendersi cura, del darsi forma.

Eppure questo processo in qualche modo genera una scissione dolorosa dell’essere che ci allontana da tutto quello che siamo stati, da tutto ciò che il poeta conosce e ha imparato fino a quel momento:

Non riesco a perdonare questo mio mancare l’essere [13] scrive Nicoletta, quando il nulla mi prende sorelle/ lasciate che stia qui[14]

e in questo qui, in questa condizione esistenziale si genera la rabbia, che si fa forza propulsiva in una esplosione di ricongiunzione necessaria al proprio essere, un sé che si sente apolide, e allo stesso tempo appartenente a una condizione indefinibile, sottile e precaria

se non fossi l’uccellino che sono/ poggiato di pena e oblio su zampe filiformi/ ti griderei in faccia la mia rabbia/ con un solo nome io io io[15]

Questo mare esistenziale, sconfinato e ignoto che genera smarrimento lascia il poeta in una condizione esausta, di confusione, in cui manca il respiro, manca il verbo che deve ricucire i margini di questa ferita, di questa profonda scissione matrice e generatrice di parola

sono in apnea/ adesso devo riunire i miei spicchi/ e sorgere piena come luna sopra questo mare.[16]

L’attesa è utile strumento di cura che sul far della sera toglie forza anche al dolore per trovare gli occhi di questo nulla.[17]

La poesia adesso comincia  a farsi risalita, anelito al divino

questa vastità senza ali e senza radici/mi inghiotte/ vorrei un canto che piangesse me/che pregasse per me.[18]

e anche il tempo muta forma e la circolarità dell’essere, del tutto, riporta la voce in accordo con il poeta, esso stesso orologio vivente, mutabile e immutabile al medesimo tempo. E’ la poesia come albero, imitazione della natura, in cui la relazione tra poeta e poesia diventa viva, organica, materica, il logos da seme lentamente mette radici e diventa albero-poeta. Questa metafora così meravigliosamente espressa da Margherita Guidacci  nella sua conferenza tenuta nel 1987 al Convegno Nazionale di Bari sulla poesia femminile, riporta la poeta e, in questo caso Nicoletta Nuzzo, ad una ricongiunzione al semplice scorrere delle cose, al flusso poetico.

Ascolta mio tempo, mio albero, mia poesia/ fa’ che sia io il verde illuminato dopo questa pioggia[19]

In questa seconda parte della raccolta ricorre ancora il dolore, l’attesa e il rinchiudersi nel gomito, in quell’angolo di oscura quiete, nel risuonare di vuoto e silenzio adorabile,[20] ma illuminato adesso di uno spicchio di luce, in mezza ombra, come qualcosa di sacro entro un tempio che è conchiglia per la parola-perla:

tieni al sicuro il mio niente/non distogliere lo sguardo/ mentre m’incurvo nel guscio,/ assaggia il sale dell’appena nato[21]

e come pianta grassa che cresce in silenzio e diventa forma [22] così la poesia, Amata Voce,  riprende la cura[23] e il poeta è di nuovo investito del soffio,[24] dell’informe che preme sulle nostre vite[25] di un destino comune a molte altre donne: tanti i richiami al femminile da Virginia Woolf in Non è solo il mio destino, alla stanza antica e sempre  nuova di Emily Dickinson, all’oscuro misticismo di Alda Merini e Etty Hillesum che sono invocate e cucite alla voce narrante con materno accudimento

 e se l’oscuro del nascere è cavità di parola[26]/ per questo filo da non spezzare di donna in donna[27]/

madre ti chiedo di invocare per tutti altro tempo altra quiete.[28]

La quiete è ritorno, cibo che si affaccia sugli occhi, [29] luogo senza nome, quello in cui la poeta scende, una stanza che ha solo intravisto, nella fatica di uscire dall’indistinto[30] ma che la mette in condizione, attraverso una luce mai piena, di guardarsi dritto negli occhi[31] e, metaforicamente, dentro, di fissarsi in questa invocazione della parola: la poesia.

Ancora posso sognare un sapere tremolante/ e minuscolo ma tutto mio/che tengo protetto in un nido segreto,/ è da questo posto intrigato che parte il filo/ con cui non mi perderò nel morire,/ è su questa piccola corona di rami e pagliuzze/ che si infrange la fitta del vuoto[32]

 

Sentitamente ringrazio Nicoletta, una voce poetica dal fortissimo richiamo che unisce l’antica saggezza femminile a un linguaggio nuovo e di spessore, per questo suo dono condiviso al mondo che è la sua ricerca e la sua preziosa scrittura.

(Valentina Meloni)

 


N
ote


 

 

[1] Che sarà di noi pag. 13

[2] In attesa Pag. 53

[3] il Principio pag. 14

[4] Presente pag.22

[5] Presente pag. 22

[6] Solitudine pag.23

[7]  Dal greco antico δαίμων, «essere divino» è, nella cultura religiosa e nella filosofia greca, un essere che si pone a metà strada fra ciò che è Divino e ciò che è umano, con la funzione di intermediare tra queste due dimensioni.

[8] Transito pag. 15

[9] La caduta pag. 16

[10] Che tu sia per me il coltello pag. 17

[11] Mi dissolvo pag.19

[12] Vedi Il codice dell’anima di Hillman

[13] Lontana pag.21

[14] Lasciate che sia pag.26

[15] In faccia pag. 28

[16] Confusa pag. 30

[17] Spirale pag.32

[18] Spirale pag.32

[19] Poesia in verde pag. 55

[20] A Etty Hillesum pag. 82

[21] Ascolta pag.69

[22] Pianta grassa pag.61

[23] Amata voce pag.45

[24] Due pag.47

[25] Alla poesia pag.50

[26] A Etty Hillesum pag.82

[27] Madre ti chiedo pag.83

[28] Madre ti chiedo pag.83

[29] Ritorno pag.65

[30] Rito pag. 58

[31] Quando scrivo pag.60

[32] Il filo pag.76

Segreti

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Tenete per voi i vostri sogni, le cose belle e pulite vanno conservate come si fa con una cosa preziosa, fragile. Un pensiero si sciupa con la parola, un desiderio si scioglie se diventa reale, così il luccichio dell’anima si spegne negli occhi di un uomo incauto se viene scovato. Andatevene zitti col vostro segreto e fatene tesoro.

n a n i t a

Scrittura d’ambiente

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foto: Cipresso calvo di Castiglione del Lago(Pg), Valentina Meloni

In Italia 4 fiumi su 30 sono malati a causa dell’incuria, della eccessiva cementificazione,  e per colpa di chi conduce attività abusive, usando i corsi d’acqua come discariche in cui liberare sostanze chimiche o rifiuti di vario tipo. Tutto scorre, anche se mi trovo in cima al monte, l’acqua di quel fiume andrà in un lago, nel mare, il mare evaporando sarà nuvola e poi pioggia e pioggia sarà acqua, ancora acqua e veleno… Dalle nuvole alla terra, dalla terra all’acqua e al cibo sulla mia tavola. Il mio pranzo oggi è stata l’acqua dei nostri fiumi, anche se il fiume sgorga dalla montagna e mi trovo al di sopra della fonte.

“Hai mai visto il Bormida? Ha l’acqua color sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte, sotto la luna”.

Così scriveva Beppe Fenoglio nei suoi racconti autobiografici Un giorno di fuoco a metà degli anni Sessanta; appena un paio di stagioni prima era stato Augusto Monti a testimoniare il vissuto sulla propria pelle nei Sansossi:

E giù dal Cengio il dinamitificio ti fotte in Bormida di quattro in sette tutta questa peste, e le acque vengon giù livide come ranno, una schiuma verde, pesci morti a pancia in sù, le bestie la rifiutano: un malefizio ti dico… e per far che cosa? Esplosivi dinamite balistite, per ammazzar della gente

Ma finalmente c’è una buona notizia: torna a vivere il fiume Bormida. Con gli ambasciatori del verdeFrancesco Erbani giornalista e scrittore,  Franco Arminio scrittore, paesologo e insegnante elementare e con Tiziano Fratus, poeta e scrittore, discutiamo di come la letteratura e l’impegno degli scrittori, possano salvare l’ambiente.

Ho apprezzato molto questa discussione propositiva e voglio condividerla, bravo l’Homo Radix  Tiziano Fratus che propone una via possibilista e alternativa per una nuova coscienza ambientale e ricorda che esiste una letteratura, anche in Italia, che parla e si occupa di natura e della questione ecologica, del cammino e della riscoperta di luoghi e territori e che sta nascendo uno slow writing, ancora un po’ snobbato a dire il vero, che dovrebbe farsi esercizio di continuità per ricongiungersi ai luoghi e tentare di scoprire i piccoli tesori sepolti da una situazione che gravita ogni problema presente sull’urgenza, senza tenere conto che abbiamo tutti un piede nel futuro e nel nostro paesaggio.

Ascolta il podcast di Fahrenheit

n a n i t a