L’opossum nell’armadio

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“Nelle situazioni di pericolo, l’opossum adotta come mezzo di difesa la tanatosi, ossia finge di essere morto”[i]

L’opossum nell’armadio è l’ultimissima raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita per Poetikanten Edizioni: ventuno racconti brevi che hanno come denominatore comune l’opossum. L’opossum è un animale che patisce la luce[ii]: questa è una delle primissime citazioni scientifiche che aprono ogni racconto della raccolta. L’opossum è un alter-ego e quindi non il vero personaggio narrativo dei racconti anche se presenzia alla scrittura e alla lettura degli stessi. In realtà l’opossum è un espediente letterario che vorrebbe mimare il comportamento della nostra psiche mettendola in relazione attraverso l’armadio-Io con la coscienza morale che si trova all’esterno e che freudianamente possiamo considerare il Super-Io. Almeno… io l’ho inteso così.

Gregory Colbert opossum

fotografia di Gregory Colbert (opossum)

Viene spontaneo il paragone con il famoso scheletro nell’armadio, che ci fa immaginare la psiche come qualcosa da nascondere alla vista degli altri, dal giudizio di una coscienza morale rappresentata qui dalla collettività (e nel microcosmo del libro dallo stesso autore) , dalla relazione con il mondo esterno e da quell’insieme di fattori socio-culturali che condizionano le scelte di autocensura. L’armadio incarna la mediazione tra i bisogni pulsionali propri dell’Es (opossum) e il mondo esterno (Super-Io), sistema di censure che regola il passaggio dalle pulsioni dell’Es all’Io. Questa serie di censure o aperture impreviste mostrano al lettore i vari aspetti che fanno capo alla psiche-opossum, descritti in queste citazioni scientifiche di apertura che denotano la volontà dello scrittore di voler adottare un’insolita tecnica narrativa che -come scrive Susanna Polimanti nella sua postfazione –riceve ispirazione dall’etologia per prendere in esame una sorta di intersoggettività di comportamento.

Se l’opossum è un animale che patisce la luce, anche l’insieme caotico e turbolento delle nostre pulsioni, governato dal principio di piacere, che è l’Es, non desidera venire allo scoperto: è quello che Freud designava come la parte oscura di noi, al di fuori di ogni logica, di ogni moralità, di ogni definizione di bene o di male, ma anche spazio in cui le potenzialità espressive si formano e perciò luogo bianco, neutrale, in cui tutto è possibile. Sarà per questo che Lorenzo tiene a informarci che la parola opossum deriva dal termine algonchino [iii] “apasum” che significa “animale bianco”[iv]? Il bianco è il colore comunemente associato al settimo chakra che a sua volta si associa all’elemento pensiero e il cui sistema di riferimento è la corteccia cerebrale e il sistema nervoso centrale. Tuttavia l’ultimo chakra si colloca sopra la testa e quindi fuori della dimensione fisica vera e propria, così come la psiche che è considerata come l’insieme di quelle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell’individuo, che esulano dalla sua dimensione corporea e materiale.

L’insieme di queste funzioni psichiche viene egregiamente interpretata da un animale, l’opossum appunto che, visto in questa ottica (quella di un animale per altro anche simpatico) non dovrebbe essere giudicabile. L’autore vorrebbe quindi sottrarsi a qualsivoglia giudizio sui comportamenti che fanno capo all’opossum e quindi alla psiche dei suoi stessi personaggi? Oppure il suo giudizio è da ricercarsi non più tra le righe ma nel complesso della narrazione e nella sua strutturazione?  A differenza dei racconti della cucina arancione (lavoro precedente di Spurio) sembra difficile qui scovare un giudizio implicito andando a leggere tra le righe della narrazione. Spurio, come vedremo, è del tutto coerente con il suo intento narrativo che emerge in maniera indiscutibile: presentare attraverso una crono-storia di rigore pseudoscientifico una narrazione da cui trarre proprie riflessioni.

Apparentemente non si evince alcun giudizio implicito o esplicito, se non quello eventualmente insito (che emerge però solo dopo riflessione) nella coscienza morale del Super-Io appartenente al lettore ma anche allo scrittore e agli stessi personaggi in quanto immersi e calati in un contesto socio-storico attualissimo e molto aderente al reale. L’opossum nell’armadio in questo senso si può considerare una fucina psicologica, un laboratorio di esperienze, laddove siamo in grado, attraverso la ricetta che l’autore stesso ci suggerisce ironicamente alla fine del libro, di cuocere a fuoco lento le pulsioni e le esperienze emotive, affettive, relazionali, nelle quali ci siamo riconosciuti attraverso la lettura, operando una sorta di esorcizzazione degli eventi più o meno irreparabili o spaventosi che fanno parte della psiche-opossum di ogni uomo.

Perché è certo: benché tendiamo ad allontanarci da taluni meccanismi che riconosciamo ben visibili nel diverso, ossia in colui che viola le norme sociali, senza mai comprenderne però il mistero, sostanzialmente siamo molto vicini a tutti i personaggi descritti in queste pagine che sono frutto non tanto di un’attenta osservazione quanto certamente di una riflessiva speculazione dell’autore sulla biodiversità della psiche umana. Chi è il diverso? Questa la domanda che, subdolamente, sale alla mente durante la lettura.

A questo proposito ho trovato interessante la citazione d’apertura che riporta le parole di Mario Tobino tratte da  Le libere donne di Magliano: Il manicomio è pieno di fiori, ma non si riesce a vederli. Per Tobino l’essere umano deve mantenere intatto il suo diritto più grande e inalienabile che è quello di manifestarsi in libertà, anche nei deliri di una mente folle che, per lo scrittore viareggino, è il più grande mistero che accompagna l’esistenza. Questo ribaltamento del punto di vista o del giudizio morale sul malato psichico o, se vogliamo, sul diverso, collima sostanzialmente con l’espediente letterario dell’opossum che invita il lettore a sospendere il giudizio e a guardare meglio dentro di sé, ma anche dentro gli atteggiamenti dell’altro.

Forse mi troverò in disaccordo con molti dei pareri espressi su questo libro, ma vorrei soffermarmi su un aspetto che mi ha colpito di questa lettura. Non trovo che l’autore abbia ricercato una caratterizzazione interiore della psiche per indagare i vizi o le psicopatie del singolo personaggio come avveniva, invece, per La cucina arancione. E non è la psiche del singolo individuo che si vuole esorcizzare o eventualmente analizzare, ma è semmai la psiche collettiva, ossia l’insieme dei comportamenti e delle pulsioni che regolano e fanno parte di una coscienza comune: esistono almeno 130 specie di opossum scrive Lorenzo introducendo il racconto Due parole sulla biodiversità.[v]

Indubbiamente questi racconti devono portare ad alcune considerazioni e quindi non ritenere i contenuti superficiali o sufficienti ci avverte nella sua sintetica e acuta prefazione Marzia Carocci, e questo compito, non troppo ludico, è affidato completamente al lettore. Ancora una volta l’analogia e /o il confronto con il mondo animale ci permettono di guardarci da altro punto di vista. Non giudichiamo l’opossum, che è libero di avere quante più specie possibile- e per cui anzi la biodiversità è indice di ricchezza- ci permettiamo, però, di giudicare negativamente  la biodiversità umana attraverso il razzismo e il disprezzo dell’alterità. Se non siete in grado di cucinare l’opossum, mi raccomando, tenetelo ben chiuso nell’armadio! Vorrà dirci questo l’autore?

Questa è solo una delle tantissime riflessioni che scaturiscono, o possono scaturire, anche e soprattutto per difetto, dalla lettura delle vicende narrate nei ventuno racconti. Il filo narrativo, infatti, si intreccia abilmente, al fine di portare alla luce eventi e situazioni che suggeriscono, senza palesarla, una interrogazione più intima e personale di tematiche importanti e profonde, attuali e atemporali. Manca il pathos, manca il dramma, manca il pensiero inconscio dei personaggi, manca la ricerca di una causa, di una verità, di una spiegazione e per difetto emerge attraverso questo contenitore di vuoti spaventosi il più grande spettatore onnipresente: la coscienza collettiva, quella mannaia impietosa che ri-getta il diverso fuori dal proprio utero.

Seguendo le teorie dello psichiatra scozzese Robert David Laing[vi] potrebbe essere un parto collettivo, un’espulsione fisiologica, una drammatica selezione naturale attraverso cui la psiche collettiva ci avverte di un disagio: il malato patologico o quello che diventerà tale grazie alle dinamiche sociali dell’emarginazione è un sintomo che ci avvisa di forti malanni e cancrene in seno alla collettività. Nell’ottica abituale di medicina allopatica occidentale occorre subito sopprimere il sintomo e quindi si procede all’espulsione immediata dalla cosiddetta civiltà.

In questa raccolta il tema dominante è rappresentato dall’imprevisto, ossia da quel battito d’ali di farfalla che può pesare positivamente o negativamente sull’agire umano. Non è tanto la psiche in sé a essere oggetto di attenzione mediante la descrizione minuziosa dei fatti quanto l’analisi che scaturisce dalla sua osservazione e la domanda che eventualmente potrebbe nascere da un imprevisto narrativo. Lo stile narrativo dell’autore è semplice e diretto, privo di pathos e di grandi sconvolgimenti emotivi, predilige la rappresentazione della vita di tutti i giorni, spesso in uno stile sfumato e dimesso, a tratti quasi noioso e pedissequo nel voler aderire alla realtà. Credo che sia questo il motivo per cui Lorenzo descrive, nella sua dedica personale, questi racconti come di taglio leggermente più intimista. Qui l’autore non subisce il fascino di ciò che è insolito, bizzarro, estraneo al proprio agire, ma riscopre e rivaluta il quotidiano, se vogliamo il banale e l’ordinario attualizzandolo in concetti riflessivi che emergono per difetto, ossia dalla minuziosa osservazione e descrizione dei fatti di ogni giorno, senza la pressione eccessiva di una descrizione giudicante, evitando di porre l’accento sulla psiche che –metaforicamente parlando- per tutto il libro resta ben chiusa dentro l’armadio.

Il peso della farfalla di Erri de Luca -per restare in tema di farfalle- pone l’accento sulle variabili minime che operano cambiamenti di peso consistente. Ora noi non siamo cervi e non viviamo nel bosco, ma se rappresentiamo la psiche come un bosco-mente e il cervo come il nostro Es che viene continuamente sollecitato da fattori variabili (farfalla) possiamo recepire questa similitudine come uno spazio introspettivo su cui riflettere. Certamente conoscendo la passione di Spurio per la letteratura inglese, in particolare per l’autore Ian McEwan, non posso non tenere conto dell’elemento imprevisto come studio letterario approfondito sul sociale. Mi è venuto spontaneo l’accostamento a un passo dell’Espiazione dell’autore inglese: “Mi ha sempre colpito pensare che qualcosa di molto piccolo, come non dire la parola giusta o non fare il gesto opportuno, può far prendere alle nostre esistenze una strada diversa. È una cosa che accade innumerevoli volte, ma ce ne accorgiamo appena. Succede anche a noi di tenere scrupolosamente dentro parole, frasi e sensazioni, nei nostri progetti, nella vita di tutti i giorni, nelle scelte fatte o rimandate, per non fare male agli altri. Ma non pensiamo mai che questo potrà cambiare il corso delle cose.”

In moltissimi racconti di questa raccolta di Lorenzo Spurio ho constatato come l’elemento imprevisto sia una chiave di lettura importantissima che ha guidato una riflessione forse molto meno scabrosa (rispetto alla cucina arancione) ma molto più intima sulle dinamiche che regolano gli scambi tra la propria personalità e quella di una collettività di cui comunque facciamo parte. Del resto l’opossum è un animale neofobico, cioè che mal si adatta alle novità,[vii] ci tiene a informarci Lorenzo Spurio suggerendoci anche, probabilmente, che ha paura dell’imprevisto. Imprevisto che è parte dell’intreccio e dello stile narrativo tanto da determinare finali a sorpresa e, in diverse occasioni, il ribaltamento d’opinione sui personaggi stessi che Spurio ha abilmente costruito come esseri credibili, calati nella realtà e facilmente assimilabili alle nostre abitudini, nonostante la finzione letteraria.

Se per La cucina arancione avevo individuato la catarsi come strumento di lettura e elemento distintivo di stile narrativo, e del resto lo stesso McEwan affermava, interrogandosi sul perché si scrive – e legge – di cose orribili, che “usiamo i casi peggiori per misurare la portata della nostra morale. E forse dobbiamo svolgere le nostre paure all’interno dei confini sicuri dell’immaginario, come forma di speranza esorcistica” per L’opossum nell’armadio –per cui questa affermazione potrebbe risultare altrettanto valida- ho creduto però di dare risalto alla frattura improvvisa che si può generare nel lettore attraverso il patto finzionale. Per frattura intendo, una sorta di insoddisfazione, di sorpresa, di interrogazione che emerge dall’osservazione e dalla conseguente riflessione su determinati eventi, ma soprattutto su certi comportamenti della psiche che coscientemente o meno sappiamo essere parte del nostro bagaglio socio-culturale.

Non è una mia idea: Emil Cioran, infatti, affermava “io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera ai lettori. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.”[viii]

Se, dopo questa lettura, il vostro opossum si è finto morto emanando dall’interno del vostro armadio un inequivocabile odore di cadavere, non abbiate paura. E’ segno che è stata un’ottima lettura. E’ la ferita di cui parla Cioran, che attraversa la radice della sopravvivenza, il vostro Es, serbatoio di energia vitale che, pressato dalla coscienza morale del Super-Io e oscurato dall’armadio protettivo dell’Io, vi sta chiamando con la sua strategia migliore di sopravvivenza lanciandovi un segnale fortissimo: fai qualcosa sto morendo!

Se, viceversa, nessuna ferita, nessuna frattura, vi ha scosso dal vostro torpore, allora, regalate l’opossum nell’armadio ai vostri amici vegani…

[ n a n i t a ]

Ringrazio l’editore Gilberto Gavioli de Il foglio clandestino che mi ha offerto lo spunto per usare le parole di E. Cioran riportate in note

Note


[i]Citazione da Pag.121

[ii] Pag.17

[iii] originario e diffuso nel nord America

[iv] pag.107

[v] Pag.75

[vi] « Se la razza umana sopravvive, il futuro dell’uomo, suppongo, guarderà indietro verso la nostra epoca “illuminata” come un periodo di vero oscurantismo. I posteri con tutta probabilità saranno capaci di gustare l’ironia della situazione con più divertimento di quanto possiamo ricavarne noi. Rideranno di noi. Vedranno che ciò che chiamiamo “schizophrenia” era uno dei modi in cui, spesso attraverso persone alquanto ordinarie, la luce ha iniziato a irrompere attraverso le crepe delle nostre menti. »R.D. Laing, La politica dell’esperienza, p. 107

[vii] Pag.69

[viii] Un libro è una ferita di Emil M. Cioran

Lei ha scritto: «Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve allargarle. Un libro deve essere un pericolo». In che senso sono pericolosi i suoi libri?

Dunque, stia a sentire: mi è stato ripetuto più volte che le cose che scrivo nei miei libri non si dicono. Quando è uscito il Sommario (di decomposizione n.d.c.), il critico di «Le Monde» mi ha mandato una lettera di rimproveri: «Lei non si rende conto, questo libro potrebbe finire in mano a dei giovani!». Che assurdità. A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera ai lettori. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione. Il motivo? Ebbene, io non mi preoccupo molto dell’utilità di quanto scrivo, perché veramente non penso mai al lettore: scrivo per me, per liberarmi delle mie ossessioni, delle mie tensioni e nient’altro. Poco tempo da una signora, nel «Quotidien de Paris», diceva di me: «Cioran scrive quello che ognuno si ripete sottovoce». Io non scrivo con lo scopo di «fare un libro», perché venga letto. No, scrivo per disfarmi di un peso. Soltanto dopo, meditando sulla funzione dei miei libri, dico tra me che dovrebbero essere come una ferita. Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito.

Emil M. Cioran, Un apolide metafisico (Conversazioni), Adelphi, Milano 2005.

Notte stellata

La Via Lattea vista dal Parconazionale di Oulanka, in Finlandia.

Notte stellata. Fotografia di Peter Essick. La Via Lattea vista dal Parconazionale di Oulanka, in Finlandia.

Piccoli squarci creativi come valichi d’infinito s’aprono all’immensità della notte.

[n  a  n  i  t  a]

Il libro delle foreste scolpite

in viaggio tra gli alberi a duemila metri

 recensione a cura di Valentina Meloni

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“Ci dicono che viviamo in un’epoca in cui è già stato scoperto tutto, o quasi. Non penso sia vero. Ogni umano ha la possibilità di scoprire, di abitare il tempo che gli è concesso come se fosse il primo scalatore ad aprire le vie alla cima del K2…[…] Tutte le volte che un uomo o una donna incontrano un grande albero vetusto o attraversano una foresta scolpita è come se inventassero un continente che non c’era.”

Scrive così Tiziano Fratus nel suo Libro delle foreste scolpite uscito i primi di aprile per Laterza. Il continente che Tiziano ci accompagna a visitare è principalmente un mondo vivo fatto di alberi ma, questa volta, la foresta che ha allevato dentro di sé ha germinato un seme antico: quello di alberi ”spenti” come li chiama lui, creature che dopo secoli di vita rigogliosa e non sempre facile si sono messe a riposo. Come per il suo precedente libro L’Italia è un bosco, l’introduzione, che l’autore stesso ha scritto per questo nuovo cammino, è già un piccolo libro a sé: una scrittura intima, piena di significati, libera dai vincoli delle spiegazioni, quasi una confessione che carpisce la fiducia del lettore da subito.

Anche questa volta mi sono sentita come se Tiziano mi prendesse per mano e mi accompagnasse fisicamente a scalare quelle montagne, a osservare il paesaggio, scandagliando quei luoghi dove le conifere resistono alle avversità d’un ambiente estremo e d’una terra rocciosa, là dove il resto dei viventi ha smesso di sopravvivere, a lasciarmi andare al fascino non sempre decifrabile degli alberi. Non è cosa da poco riuscire a viaggiare insieme all’autore ed è importante soprattutto per chi come me è alle prese con un corpo limitato che non gli consente più grandi avventure: leggendo queste pagine, ancora una volta, mi sono resa conto quanto sia auspicabile che ci siano altri a raccontarti un mondo che non puoi vedere. Va detto che spesso non siamo neppure in grado di vederlo perché il proprio occhio interiore si apre con una combinazione del tutto personale e se per Tiziano “la terra non è soltanto un pezzo di paesaggio fuori della porta di casa” per molti la terra è ancora qualcosa di sconosciuto, da scoprire. La terra madre di Tiziano è una terra esule fatta di alberi e pagine, pagine in cui ha affondato i semi della scrittura, che si nutrono dalla radice amara di una terra più vera, concreta che continuamente rincorre camminando, fotografando, scrivendo e amando. Di questa terra fanno parte lariceti, pinete e cembrete dispersi fra quota 1900 e 2200 lungo l’arco alpino, ma anche le cortecce contorte e scolpite dei pini loricati che abitano le creste del Massiccio del Pollino, fra Calabria e Basilicata. E, infine, i pini longevi o Bristlecone Pines sulle Montagne Bianche in California, fra quota 3000 e 3900 metri, gli esemplari più antichi del pianeta (oltre 5000 anni). 

L’uomo radice, o l’uomo albero come lo vedo io, se ne va in giro tenendo in tasca qualche castagna matta e qualche seme, occasionalmente galbuli di cipresso o coni di sequoia e ci porta a far conoscere, nominandoli uno ad uno, i libri-albero scolpiti che popolano le migliori biblioteche del pianeta, solitarie e quasi irraggiungibili oltre i duemila metri. La prima tappa di questo cammino è nel Pollino, terra in cui il Dio del Tuono esercita la propria lingua [1] e il poema delle folgori si è impresso a fondo nella materia,[2] l’area più spettacolare è il Giardino degli Dei popolato da pinosàuri e alberi-elefante dalla memoria plurisecolare, attraverso il Parco Nazionale del Pollino incontriamo il Faggio delle Sette Sorelle partendo dal quale Tiziano ci accompagna a conoscere gli shaolin delle montagne mediterranee: i pini loricati.

Dopo una tappa al Bosco dei Serpenti, dove crescono faggi ad andamento ondulato molto suggestivi, il nostro poeta-camminatore ci presenta i più spettacolari esseri di legno cui la natura ha dato vita: La Sentinella, Riccardo Cuor di leone, Zi Peppu, la Mantide, il Maschio, il Bue, Adone e, con i suoi diciotto metri e mezzo di chioma, Giove, un vero Dio che merita l’appellativo del padre della folgore, poi ancora Scuola d’anatomia, esemplare squarciato longitudinalmente da un fulmine, il Direttore d’orchestra, Toro, Medusa, e ancora Stella Cadente, uno spento rovesciato che, puntellandosi sulla roccia, si affaccia su uno strapiombo a 2100 metri di altitudine. Il viaggio continua e si impreziosisce di altri incontri, di pini bambini costellati di pigne violacee, e di incontri fantastici nati dai compagni di viaggio di Tiziano: i libri. Alcuni  sono gli stessi che accompagnano anche noi, altri li scopriamo attraverso le sue suggestioni, ma tutti prendono vita e voce dalla contemplazione del paesaggio, dalle associazioni di idee che la natura suggerisce parlando all’autore.

Mi sono scoperta così vicina in alcune letture-guida che, durante questo viaggio, ho avuto più volte l’impressione di conoscere personalmente l’autore. Virginia Woolf in Orlando è un po’ il doppelgänger fantasioso di Fratus che si scopre nella dimensione di scrittore più intima e completa che si possa apprezzare, quella che riunisce nella sua interezza di pensiero il femminile e il maschile. Per Virginia il grande scrittore, colui o colei che è preso da vera ispirazione, deve possedere una mente androgina in cui questo accoppiamento possa verificarsi per creare una creatura letteraria: questo suo pensiero è particolarmente evidente in Orlando di cui l’autore cita un passo.[3] Altri incontri popolano questa terra buia ma spettacolare che è la scrittura, cito Janet Frame alla quale mi sento indissolubilmente legata e di cui Tiziano riporta un passo a me particolarmente caro,[4] cito Alda Merini di cui è stato detto tanto e forse pure troppo senza che si sia riusciti davvero a cogliere il messaggio della sua poetica, cito Andrea Emo che conosco grazie alle condivisioni di Tiziano, Buzzati e Roger Deakin, un amore comune, e scusate se non li posso nominare tutti, ma questo libro è impregnato di voci e di fantasmi, di figure e di ricordi che non possono trovare spazio altro che nella vostra personale lettura.

La scrittura che Fratus offre in questa ultima opera è più matura, vera, a tratti drammatica, sicuramente poetica e suggestiva, è un venire alla luce continuo in cui si alternano descrizioni e poesie, prose poetiche e dettagli naturalistici, suggestioni e ricordi, mi ricorda molto la scrittura del poeta giapponese Matsuo Bashō (citato dall’autore stesso) per l’alternanza di poesia e prosa, ma anche quella dello scrittore ambientalista Deakin ricca di suggestioni artistiche e emotive. Nel libro delle foreste scolpite Fratus si arrende occasionalmente alla cicuta, perché qualsiasi mutamento, qualsiasi metamorfosi, affonda le sue radici negli inferi, parafrasando la citazione di Emo, e questo veleno viene fuori dalla nudità, dal mostrare il legno vivo sotto la scorza, dalla nostalgia degli affetti [5], dal non lasciare che sia la perfezione a dominare la scrittura, ma entrambe le facce dell’esistenza con le sue imperfezioni, fallimenti, cadute e risalite faticose. Il filo conduttore che unisce tutte le tappe di questo viaggio (di cui alla fine non vi dirò nulla) è la solitudine, una compagna non solo desiderabile -come scrive Fratus- ma anche necessaria, uno stato di grazia attraverso cui si aprono varchi, si fa silenzio, ci si prepara all’ascolto, ma una compagna a tratti terribile che può ferire, può innescare forme di dipendenza schiacciante come quella che ha colpito gli affetti più vicini dello scrittore e alcune delle voci femminili presenti in questa narrazione. [6]

Mi sorprendo a pensare a quante parole-ghianda mi portino così lontano nel viaggio attraverso i vari continenti alla ricerca di alberi, di radici che danzano sopra la pietra[7] e quante mi portino così vicino alle vicende e alle fratture che si scoprono in questa lettura. E’ una solitudine- quella narrata da Fratus-, una lontananza, che unisce i vari alberi del globo in un’unica grande famiglia e che avvicina anche le radici dell’esistenza di anime-umane. “Visitando questi luoghi mi sono sospeso dalla vita sociale, anche quando non ero da solo, la rarefazione degli spazi e delle parole mi ha accompagnato per mano in un punto dove la realtà s’è sposata alla fantasia. […] Qui è germinata l’idea degli alberi -elefante e delle foreste scultura, ovvero di quegli alberi che sedimentano nell’accumulo di anelli la memoria dei secoli e dei millenni.”[8]

Tiziano Fratus è un cercatore  con radici che affondano nella terra, uno che si lascia andare alla fantasia e al gioco, che parla con gli alberi e gli scoiattoli e vorrebbe dar loro un passaggio come fa con uno dei suoi gatti, Stromboli, che si fa portare in giro in auto, da lui  e da chiunque capiti nei paraggi [9](ho già scritto di gatti e poesia a proposito di Fratus  qui). La sua non è certo un’avventura alla “Into the Wild”, non lo contraddistingue lo spirito avventuroso- e forse sprovveduto- di Christopher McCandless che parte con un sacchetto di riso sulle spalle e un paio di stivali ricevuti in dono alla volta dell’Alaska. La sua selvaticità è quella di un albero-elefante che sfida il tuono con i piedi ben piantati nella roccia. Mi piace quando scrive “non mi sento custode d’una filosofia avventurosa, appartengo alla seconda modalità” [10] la modalità dei viaggiatori- albero,  quelli che per viaggiare hanno bisogno che arrivi l’autunno e gli porti via le foglie, quelli che hanno bisogno di pianificare e partono se sanno di potersela cavare! Egli cade, inciampa, sbaglia, perde il suo taccuino prezioso con dentro molto lavoro, non arriva alla meta e capita che non riesca a trovare il suo albero neppure con le indicazioni o che non riesca a seguire un sentiero nei tempi prefissati dalle guide, le quali sembrano scritte più per super-eroi che per umani che intendano godersi il paesaggio. Finalmente uno scrittore e un cercatore che non appartiene a stereotipi fantasiosi, un essere realistico, vero e umano che attraverso le sue vicende ci guida alla scoperta degli alberi delle foreste scolpite ma anche attraverso la nostra interiore ricerca che si fa concreta solo grazie alla vicenda umana.

Castiglione del Lago, 14/05/2015

[ n a n i t a ]

Note


[1] pag. 17

[2] pag.18

[3] pag.14

[4] pag.97

[5] pag.48

[6] pag.XIX

[7] pag.40

[8] pag.39

[9] pag.131

[10] pag.113

Piante ribelli

 

Remedios Varo, Unsubmissive Plant//Planta Insumisa, 1961

Remedios Varo, Unsubmissive Plant//Planta Insumisa, 1961

Credo di avere imparato ad amare e conoscere le piante dai poeti, loro mi hanno spinto a guardare davvero, a cogliere l’intima connessione con me e con il tutto, poi ho desiderato entrare nel particolare delle cose e imparare. Più tardi ho scoperto che esiste una scissione profonda tra lo scienziato e il poeta, il naturalista e lo scrittore; eppure entrambi ambiscono a creare nuovi linguaggi, a conoscere l’inafferrabile segreto di ogni essere. Ciò che li divide è anche ciò che li unisce, l’uno vive nel particolare, l’altro abbraccia l’insieme della forma, l’uno nomina e definisce, l’altro ascolta e traduce il linguaggio proprio delle cose, l’uno vive della carta e della parola, l’altro paradossalmente si nutre di terra e la lavora. Entrambi, però, fanno scoperte meravigliose e desiderano donarle al mondo: perché l’uomo sappia chiamare gli esseri con il proprio nome e riconoscerne e comprenderne l’infinita bellezza.

[ n  a  n  i t  a ]


600full-remedios-varoMaría de los Remedios Alicia Rodriga Varo y Uranga (Anglès, 16 dicembre 1908 – Città del Messico, 8 ottobre 1963) , più conosciuta come Remedios Varo, fu una pittrice surrealista ispano-messicana, attiva soprattutto in Messico in collaborazione con Leonora Carrington. La loro amicizia, già iniziata in Francia negli anni ’30, si approfondisce straordinariamente negli anni del loro comune soggiorno messicano.  A partire dal ’42 inizia infatti fra le due un sodalizio artistico che le porterà ad esplorare così in profondità la loro vita creativa al punto da creare un linguaggio pittorico comune. La loro affinità non si traduce, se non occasionalmente, in un lavoro comune, ma nella condivisione di una comune sensibilità e nello scambio di idee, storie e sogni, che le porta a condividere anche una vita creativa ispirata esclusivamente da un processo comune di scoperta del sé.Con la maturità e la lontananza il loro lavoro tenderà a divergere: sempre più complesso ed enigmatico quello della Carrington, più concreto quello della Varo. Nella storia dell’arte i loro nomi restano associati per aver fatto nascere, dalla forza della loro relazione creativa, uno stile pittorico unico e riconoscibile. (fonte)

Di loro ha scritto lo scrittore poeta messicano Octavio Paz: «Vi sono in Messico due streghe stregate: non hanno mai ascoltato voci d’elogio o di biasimo, di scuole o di partiti e molte volte hanno riso del padrone senza faccia. Indifferenti alla morale sociale, all’estetica e al prezzo, Leonora Carrington e Remedios Varo attraversano la nostra città con un’aria di indicibile e ineffabile leggerezza. Dove andranno? Dove le chiama l’immaginazione e la passione… ».

Nell’opera di Varo si staglia una mitologia personale abitata da figure eteree, slanciate, che spesso si muovono sopra stra-ordinari e complicatissimi marchingegni. Ritornano spesso lmmagini come quelle della luna ingabbiata, del gatto e della donna-gatto. La maggioranza delle sue opere presenta figure femminili, evidentemente doppi dell’artista. Quello della Varo, è un tentativo di rappresentare il contatto tra mondo umano ed eterico (Armonia) e l’energia universale che circonda e produce infinitamente le cose del mondo (Creazione dei raggi astrali). Nei suoi dipinti aleggiano strane figure che passano attraverso le porte, altre che tessono fili che calano dalla luna – come a simboleggiare il contatto tra macrocosmo e microcosmo −; vi sono case animalizzate, entità fluttuanti, ombre e apparizioni (come in Tailleur des dames).Varo credeva fermamente nell’unione armonica tra mondo astrale e umano; in particolare, è proprio dall’alchimia che la pittrice ricava la credenza nelle possibilità di trasformazione − della natura come della psiche umana − da una realtà all’altra e, quindi, delle sottili corrispondenze che creano un tutt’uno armonico dell’intero cosmo. (fonte)

Archè: la poesia è un andare restando

Archè di Daniela Cattani Rusich

recensione a cura di Valentina Meloni

Bisogna avere un caos dentro di sè, per generare una stella danzante. (Friedrich Nietzsche)

Archè: è contenuto tutto qui, in questo titolo. La forza primigenia che governa il mondo, da cui ogni cosa proviene e a cui ogni cosa tornerà. Una parola greca, che fa parte del sangue di Daniela Cattani Rusich*, figlia di una bella isolana scalza, greca di Rodi, e di un aitante ingegnere friulano con gli scarponi chiodati.[1] Il principio ciclico dell’archè si mostra alla sua massima potenza in questa raccolta che sembra voler riconciliare ancora, dopo Maria Zambrano, poesia e filosofia, stavolta attraverso la poesia stessa. In effetti l’ἀρχή è un concetto filosofico già espresso nell’antichità da moltissimi autori tra cui proprio Platone che, nella Repubblica, dimostra, invece, come filosofia e poesia divergano in maniera radicale. Archè è prima di tutto un ritorno, una riconciliazione con l’essenza femminile meravigliosamente espressa in tutta la sua feroce e drammatica bellezza, ma è anche e soprattutto una trinità della parola affrancata da quella dolorosa scissione che permea la scrittura e intrisa di quel principio, oserei dire evangelico, in cui coesistono e coincidono vita, spirito e logos. In principio era il verbo[2], alla fine fu di nuovo verbo. Una ciclicità meravigliosamente espressa dall’immagine di copertina tratta da un’opera della pittrice Patrizia Falconetti che incarna simbolicamente lo spirito che permea la raccolta edita da Onirica Edizioni.

Daniela impugna metaforicamente l’elsa del logos che reca un vessillo senza tempo, quello della Giustizia:

“giustizia ha molti segni e un solo credo/la spada è più tagliente ad ogni grido/[…] e l’Arte sia la fiamma, il solco, il volo.”

L’Arte ha in sé la linfa vitale dell’archè, il sostantivo che si fa sangue-sostanza[3]e che racchiude i tre principi sacri della vita. Poeta, donna e prima ancora fiamma vitale, la Rusich prende coscienza dello stato doloroso del solco perché “scriversi è un dolore appeso all’Universo”[4] e il verso è una ferita/ sul seno immacolato di una vergine/l’impalpabile atto di coscienza/ primo a solcare inesistenti perfezioni.[5] Una poesia, questa, posta in apertura che squarcia visibilmente la distanza tra parola e carne, tra spirito e materia, tra poeta e lettore per condurlo sul taglio scintillante della notte: “ché la poesia si fa col sangue/ e un vortice di vento tra i capelli”. L’umiltà si unisce a una forte consapevolezza di intenti in questi versi che convogliano la lettura sì, al centro della dolorosa condizione esistenziale del poeta e della donna, ma più a fondo, più lontano entro il dolore del mondo.

“Sono un’anima nuda[6],Cicatrice che chiama la quiete[7], l’Anima Bambina/ aggrappata ai vetri rotti/ della sera[8], (nata) sotto il segno incauto dell’Amore…[9] E mi fa male il mondo [10]

grida da versi veri, chiari, senza finzioni, melodici e dolci ma taglienti come lame; e di sé racconta, la poeta si fa anima di logos e voce imperitura:

“Lo so è il mitra della mitrale installato/ nel petto, che mi scompensa il circolo/ …E ogni sparo fa un buco a una stella/ Vedi? cade dal cielo morente/ l’urlo cupo del mondo incurante.”

L’autoironia della propria condizione fisica-corporale si fa ossimoro nella drammatica consapevolezza di un dolore più sordo e lancinante che chiama lo spirito in causa: il proprio dolore è l’urlo del mondo incurante di fronte ai mali della guerra che a ogni battito del cuore sobbalzante uccide una stella, lì dove i bambini colorati/ sono stracci sulle strade.[11]

Daniela Cattani Rusich è la sua storia, è la sua vita, è le sue parole; ma Daniela Cattani Rusich racconta, da donna, la storia, la piange, la innalza. Ne fa poesia. Ne fa quasi preghiera, ne fa rivendicazione, ne fa bandiera poetica.” Scrive così, nella prefazione, Barbara Carniti [12], una delle quattro figlie della poetessa Alda Merini, citata a più riprese in questa raccolta.

“Niente mimose per me/ che ho il fianco squartato dai rovi/ e il sangue di more a farmi rosse le labbra/oltre l’odio del mondo che mi semini dentro/ mentre io do alla luce la vita e l’amore”

sono versi che non hanno bisogno di ulteriori commenti, vessillo di un più ampio grido di cui Daniela si fa portavoce e paladina “Niente mimose perché/ son bruciata sul rogo ma conservo nel seno/questa mia Arte in stami per un altro domani.”[13]

La sua è una versificazione libera che sconfina nel sogno, in quella fanciullesca caparbietà da Alice nel paese delle meraviglie che rivendica la scoperta come terreno di conquista, che fa della meraviglia una scala ritta verso il cielo persa nel nerofondo delle illusioni:

“Ricordo ancora il giorno in cui la vidi/ persa per strada: lo stesso punto esatto:/sguainava la sua spada contro il vento,/ mentre sognava d’essere un tramonto”[14]

ma la realtà vive nel verso, carnale, e a tratti brutale, senza mai privarlo, tuttavia, di quel seme di fiato, di fluido impalpabile che è la poesia vera, musicale, carezzevole, sciolta in quartine di endecasillabi a rima baciata o alternata, ricca di grecismi e latinismi, di citazioni dirette e indirette che rimandano a un classicismo di antiche civiltà, rivelatore della lunga passata esperienza da insegnante dell’autrice.

 “Vivere è un destino nato all’ombra del silenzio/ l’essere indegna rosa che splendore posa al bivio/ e poi tradisce l’orma di un sorriso senza sole/ di fronte al verbo ruvido, scucito dall’assedio”[15]

Come possono convivere realtà e sogno, finzione e patimento, delirio e urlo di denuncia? E come tutto questo si riunisce, nasce, muore e coesiste nel pensiero poetico dell’archè?  Lo spiega meravigliosamente Maria Zambrano in questo passo:  “La cosa del poeta non è mai la cosa concettuale del pensiero, ma complessissima e reale, la cosa fantasmagorica e vagheggiata, quella inventata, quella che ci fu e che non ci sarà mai. Vuole la realtà, ma la realtà poetica non è solo quella che c’è, quella che è, ma anche quella che non è; abbraccia l’essere e il non essere in ammirevole giustizia caritativa, perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto ad essere, finanche ciò che non ha mai potuto essere (…).[16]

 Il poeta non teme il nulla, continua la filosofa di Malaga, e se il nulla è anche principio creatore, quel buco nero di morte-vita imploso da una stella, la nostra poeta, nel cui sangue scorrono radici greche, friulane, armene, turche e slave, non teme la più grande vastità del disegno sconosciuto nella dimensione poetica, quel nerofondo in cui saltare e perdersi senza mai davvero allontanarsi. Perché la poesia è un andare restando e in questo viaggio di vita che si fa percorso poetico la nostra Alice (Dany per gli amici) sguaina quella spada di cui parlavamo prima, il logos, e la usa come arma salvifica, come prua di direzione, ago di bussola, punto di luce verso cui dirigersi nel caos vorticoso delle emozioni e della fatalità, della tragedia e del sollievo. Si perde, nella parola, nel caos che si fa vortice creativo per ritrovarsi intatta e ricongiunta:

“Fuori c’è un oceano di tempesta/[…] Eppure dentro di me c’è un soffio soffice/ che fa rumore come la neve quando cade/ come se il taglio diventasse unione…”[17]

drammaticamente viva e tangibile in ogni struggente emozione:

Diresti mai/ che ho attraversato la vita/ tutta intera per conoscerti/ e a un respiro da noi/ ti sciogliesti come neve/ senza nemmeno il tempo di un proemio?[18]

così si rivolge alla figlia mai nata, ma esistita, in un dialogo naufrago delicatissimo e struggente, circonfuso di quella istintività madre che ha preso tra le braccia la poesia e l’ha allattata per trent’anni come un dolore a cui ci si affeziona, come il pensiero di te/ che mi appartiene.[19]

Daniela nei suoi versi è sposa, madre e figlia, in una triplicità talmente univoca che slama il pensiero, dentro un confine di sogno che non intende mai perdere di vista l’amore “[Io piccola, tu immenso/Tu il cachemire, io la pelle/Tu nevichi, io brucio/Io tuono, tu mi plachi]”,[20] la speranza del ricongiungimento al materno, a quel principio del mondo che è femmina e madre:

“cade piano la neve sul prato/ e tu-madre- rispondi al richiamo/ lava il cielo il tuo sguardo infinito/ nel futuro ci andremo per mano.”[21]

Nella parola, nella poesia, nel logos: la separazione e la riconciliazione, il tutto e il nulla, il viaggio e il ritorno, la vita e la morte, la rosa e la spina

“Poiché il poeta è nudo/-emblema scorticato dell’umana natura-/ eppure va cantando l’infinita verità dei venti/ con le sue spine conficcate in gola.”[22]

Valentina Meloni

 

NOTE


 

*Daniela Cattani Rusich                                                                         

daniela cattani rusich  Daniela è scrittrice, poeta, pubblicista, editor e performer, collabora con Onirica Edizioni come editor e direttore creativo, realizza videopoesie, videoletture e segue progetti collettivi. Partecipa spesso a eventi, reading, presentazioni e performance, che organizza anche per altri autori. Nasce a Milano, da madre greca e padre friulano.  Dopo aver frequentato lo IULM, si specializza in relazioni pubbliche e fa praticantato presso due testate locali della provincia di Milano, ottenendo il libretto di pubblicista.

La sua prima opera edita, una fiaba del 2006, viene inserita nel volume L’angolo fatato – collana Fantagraphia, LiberodiScrivere editore. Numerosi suoi testi, sia in prosa, sia in poesia, sono presenti in antologie di autori vari, pubblicate da Aletti, Giulio Perrone, Albus, LDS, Liminamentis e Onirica edizioni. La sua prima silloge “Rendimi l’anima”- Edigiò, arriva terza al concorso nazionale “Poetando” della Albus e finalista a quello della Montedit nel 2008.    Ottiene alcuni riconoscimenti, segnalazioni di merito e il primo premio nella sezione racconti con “Porrajmos- l’olocausto zingaro” al concorso artistico internazionale “Them romano” 2008;  l’anno dopo si classifica prima al concorso “Un monte di poesia”, con la lirica “Segreta”, che dà il titolo alla sua seconda silloge.

Nel 2009 si concretizza anche l’esperienza di “Malta Femmina”: un romanzo corale pubblicato con Zona editrice e scritto da quindici autrici di tutta Italia, al quale ha partecipato nel ruolo della zingara Kali. Nel 2010 la poesia “Mia viandante senza tempo è premio della giuria al concorso nazionale “Massa città di mare e di marmo” e al Trofeo Colle Armonioso dell’Accademia Alfieri di Firenze.
Dal 2010 ha curato diverse antologie per Onirica e Albus Edizioni. Nel 2011 la sua silloge “Segreta” si è classificata fra le cinque finaliste tra le sillogi migliori degli ultimi dieci anni.  Nel settembre 2011 è uscito il suo romanzo, brillante e tenero, “C’è Nessuno?” per Onirica Edizioni recensita in questo blog.

[1] Dalla biografia p.83.

[2] « Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος » « In principio era il Verbo» (Vangelo secondo Giovanni, prologo)

[3] Archè, pag. 20

[4] Arcuata spina, pag.23

[5] Sul taglio della notte, pag.17

[6] Dammi la mano, pag.19

[7] [di me] pag.21

[8] D. Me pag. 25

[9] Amos ston Anemos, pag. 39

[10] Lava, pag.55

[11] Stracci, pag.52

[12] La poesia è donna, pag.9

[13] Niente mimose, pag.45

[14] Vagabonda, pag.50

[15] Arcuata spina, pag.23

[16] Maria Zambrano, Filosofia e poesia, pag.45.

[17] Fiore di neve, pag.80

[18] Diresti mai, pag. 36

[19] Diresti mai, pag. 36

[20] A lato dei sogni, pag.74

[21] Madre, pag.48

[22] Profana preghiera, pag. 79, dedicata ad Alda Merini e alle figlie Barbara e Emanuela Carniti.

Breve dialogo sulla felicità

copertina libro iodice - Copia

“Quando ogni uomo avrà raggiunto la felicità, il tempo non ci sarà più”  [Fedor Dostoevskij]

C’è un proverbio arabo che dice: un libro è un giardino che portiamo con noi in tasca.

Oggi sono in un piccolo giardino incantato, si tiene in tasca, sono appena una ventina di pagine, scritte in caratteri così piccoli che somigliano ai nontiscordardimè: Breve dialogo sulla felicità. Un dialogo, che splendida parola è questa! Si sta quasi estinguendo. E’ una parola lontana -lo spiego a mio figlio che mi chiede cosa tengo in tasca- viene dal greco dià (fra) e lògos (discorso, parola), discorso tra due o più persone… o, come dire, leggere qualcosa tra le parole.

Se leggo tra le parole di questo titolo viene giù l’intera enciclopedia!

E la felicità da dove viene mamma?

La felicità? Anche la felicità viene dal verbo greco phyo che vuol dire produco.

Ma perché tutte le cose belle vengono da così lontano mamma?

Ecco vedi caro ti sbagli, la felicità viene da molto, molto vicino. Le parole vengono da lontano, come quelle di questo libro che ha percorso più di cinquecento chilometri per arrivare fino a qui.

Ma i libri volano mamma?

Sì certo volano…

Cerca di essere seria per una volta!

Beh ma sono seria! le vedi queste pagine? queste… ecco sono le ali, ma le ali si muovono solo se c’è vento e il vento sei tu.

Io? mamma ma…

Ecco prova, prova a fare il vento. Vedi? vedi come si muovono? Se nessuno le sfoglia, se nessuno soffia sulle parole quelle non posso volare!

Ma se la felicità è un verbo perché non la posso coniugare? non si può coltivare anche quella come i fiori? perché non si può dire io felicito, tu feliciti, egli felicita, noi felicitiamo…

Chi lo dice che non si può dire?

La maestra lo direbbe.

E allora tu non dirlo! fallo! L’hai detto tu che è un verbo no?

No mamma me lo hai detto tu…

Sì insomma, non è importante chi l’ha detto, la sostanza è che la felicità ha bisogno di essere coltivata come si fa con le viti, con i fiori, con gli alberi…

Come tu coltivi le tue rose mamma?

Ecco in un certo senso sì… io accudisco le mie rose per tutto l’anno: le poto, tolgo le erbacce, le concimo, le tratto quando sono malate, le innaffio, ma loro, le rose, fioriscono solo quando è il momento e io, per godere della loro fioritura, devo essere presente. Ecco guarda, M.me Louis Lévèque fiorisce in maggio e solo in maggio. Lo scorso anno non ho potuto vederla fiorire perché ero in ospedale e neppure tu perché eri dai nonni. Quest’anno quando fiorirà non mi perderò lo spettacolo per niente al mondo: sono due anni che aspetto e la curo e mi pungo senza vederla sbocciare!

Questa è la tua felicità mamma?

Anche questa, sì, è una piccola felicità, ma non è solo mia. E’ anche dell’ape per esempio o del passante che può sentirne il profumo…

Madama Luisa è una produttrice di felicità allora!

Mettiamola così, perché no? Tutti lo siamo se vogliamo, basta prendersi il tempo necessario, anche in questo libro c’è scritto:

“Vuoi sapere perché il tempo è così importante per capire il dolore?, chiese. Certo, rispose il ragazzo. Il tempo della tua vita ti serve per fare quello che ti piace, e se fai quello che ti piace a te sarai felice, è molto semplice ma nessuno lo fa.”

Se ora io, invece di parlare con te, finissi di scrivere l’articolo, non coltiverei la mia felicità…

E come farai con l’articolo?

Ci penserò più tardi, ho aspettato così tanto per parlarti…Non credi che questo istante sia prezioso?

Non saprei mamma, in effetti non so bene cosa sia l’istante.

L’istante è il luogo della felicità.

Ma non è un avverbio di tempo?

Ho paura che neppure la maestra ti risponderebbe così, però riflettici bene… l’istante è qualcosa che non c’è materialmente ma esiste in quanto incontro sospeso nelle attese e nelle aspettative, generato dalla speranza. Ti faccio un esempio. Questo istante non esisterebbe se tu oggi non fossi qui e non avessi deciso di farmi queste domande, e non esisterebbe se io non ti avessi atteso e desiderato così a lungo. Ti parlavo ancora prima che tu fossi nella mia pancia e non ho mai smesso di credere che prima o poi ti avrei visto, anche se tutto faceva temere il contrario. François Cheng diceva che noi non possiamo possedere il tempo ma possiamo possedere l’istante.[i] Allora questo istante è nostro perché lo abbiamo coltivato assieme. Comprendi ora?

Credo di capire, forse l’istante è un avverbio di luogo, un campo di energie generato dalla nostra volontà. Però mamma spiegami una cosa, prima Madama Luisa, ora Fransà Cieng, ma un amico con un nome normale non ce l’hai?

Perché io ti sembro normale? Per esempio in questo librino si parla di un floricoltore* che ritorna da un viaggio e parla con un ragazzo, proprio come stiamo facendo io e te. Coltivano l’istante. E questo ragazzo chiede

da quanti anni sei partito? Quasi tredici, disse il floricoltore. E cosa hai fatto in tutto questo tempo? Ho imparato a parlare con le formiche per trovare compagnia nella solitudine. le formiche possono parlare?! Certo, a volte gridano, e dicono sempre la verità, non hanno alcuna ragione per mentire. Quindi non esistono formiche bugiarde? No, rispose il floricoltore…”

Allora avevo ragione che si può parlare con le formiche! E poi tu non parli anche con gli alberi?

Ecco, lo vedi? siamo in buona compagnia! Ora andiamo in giardino così finisco di leggere.

 “…Prima che il vecchio, allora un giovane floricoltore, sparisse per tredici anni, avevano fatto l’amore con tutto quello che avevano in corpo, e, se due esseri umani sognano così intensamente la stessa cosa, soltanto un dio ingiusto può intromettersi e negargliela! Sua moglie aveva aspettato il tempo necessario, poi aveva capito che il suo bambino non era mai esistito dentro di lei ma soltanto in quei sogni che aveva in comune con lui; era una persona silenziosa, chiacchierava per ore e ore se era necessario, ma il migliore dei silenziosi non è proprio colui che pur parlando tanto non rivela nulla?”

Forse la felicità è quel bambino che ti porti appresso su un carretto e sa sorridere anche quando resta solo.

Valentina Meloni

Tutte le citazioni sono tratte dal Breve dialogo sulla felicità distribuito gratuitamente nelle scuole.

Se volete saperne di più sul progetto di Frank Iodice andate a trovarlo sul suo sito

 Note


 

Presidentes_de_Latinoam_rica._Mujica

*José Alberto Mujica Cordano (Montevideo, 20 maggio 1935) è un politico uruguaiano, conosciuto pubblicamente come Pepe Mujica, senatore della repubblica e capo dello Stato dal 1º marzo 2010 al 1º marzo 2015.

[i] 5 Agosto 2006 dall’intervista di Laura Laura Lamanda – La Repubblica delle Donne -a François Cheng

Chissà come si divertivano!

La nevicata e altri racconti di Massimo Acciai

postfazione di Valentina Meloni

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome,
e per citarle bisognava indicarle col dito”.

(Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Màrquez, 1967)

Emanuele, protagonista di due dei cinque racconti di questa raccolta -appena uscita per PoetiKanten Edizioni– che Massimo Acciai mi ha invitato a leggere, è la voce narrante da cui prende vita la narrazione; personaggio di ispirazione autobiografica caratterizzato dall’autore fiorentino attraverso la lente dell’introspezione in rapidissimi tratti:

“Emanuele odiava la scuola. L’aveva sempre odiata, fin dal primo giorno alle elementari. L’aveva poi detestata alle medie, l’aveva maledetta alle superiori e perfino l’università aveva aborrito pur frequentandola e riuscendo a laurearsi in lettere entro i termini stabiliti. Era sempre stato uno studente mediocre, attento a non essere bocciato o rimandato in nessuna materia solo per non prolungare ulteriormente quel tormento. Faceva solo quanto era sufficiente, e non di più. Mirare ad un voto superiore al sei lo riteneva una sciocca perdita di tempo. Le materie non lo interessavano, ciò che lo interessava lo trovava tutto al di fuori della scuola, nelle sue letture private. Aveva attraversato gli anni di scuola come chi passa, un giorno di pioggia, per una strada che conosce bene, con gli occhi bassi, nascosti nell’ombra e il cuore rivolto ad un giorno lontano: quello della libertà.”

Cinque racconti i cui fili si snodano attraverso i temi fondanti della critica e dell’utopia: protagonista una generazione lontana temporalmente da quella attuale ma non troppo lontana dalle tematiche trattate; attuali e importanti, invece, le riflessioni che possono scaturire da questa lettura, nell’ottica di costruzione di un sistema critico che sappia passare al vaglio il presente in un confronto, aperto e diretto, con passato e futuro. La critica coinvolge in primissima battuta il sistema scolastico ancorato a rigidi programmi ministeriali, alla sistematicità degli insegnamenti, alla logica dei numeri intesa come qualifica all’apprendimento, alla vita, attraverso il voto: un giudizio “sommario” che può pregiudicare o avviare la messa in moto del proprio cammino.

Nella Nevicata e nei Numeri si esaminano, attraverso il prototipo del ragazzo come tanti, questi e altri temi. Il pretesto narrativo che costruisce il dialogo a più voci è la cronaca di un viaggio al sud durante una straordinaria nevicata, viaggio in cui si delinea ulteriormente il carattere di Emanuele: un ragazzo che a cospetto del cosmo si sente piccolissimo, insignificante, solo una particella di quel buio che compone la vera essenza del Tutto. Un ragazzo che non crede in dio, non crede in nulla, ma certe domande se le pone talvolta tenendo bene in mente l’immagine di “The Wall” in cui file di studenti s’incamminano verso un gigantesco tritacarne al ritmo di “We don’t need no education, We don’t need no thought control” dei Pink Floyd.

Una critica al “maestro imposto” che rivendica, in un estremismo esasperato e manicheo, il diritto a essere ignoranti, il diritto a un’educazione emancipata dalle imposizioni in cui è lo studente stesso a scegliere di imparare entro un sistema libero così strutturato: niente esami, niente classi, niente compiti, niente voti e nessun programma ministeriale. Solo un maestro e un allievo, in assoluta parità, che insegnano l’uno all’altro, a turno, ciò che sanno.
Attraverso Emanuele, Massimo Acciai delinea la sua utopia, che non si rifà ad un modello culturale arcaico, come quello, per esempio, della Grecia antica basato sul rapporto diretto tra maestro-discepolo, anche se si possono apprezzare alcune analogie; ad esempio questo approccio non prevedeva di dover preparare i giovani per un mestiere ed essendo, soprattutto, di tipo morale non aveva bisogno di strutture scolastiche, ma si poteva sviluppare all’interno di un quotidiano tipo di vita (nel caso della Grecia: sportivo, mondano, guerriero ecc..).

Non si rifà neppure, o solo in parte, al modello di Don Milani, ancora troppo avanti con i tempi, sebbene siano passati quattro decenni dalla sua morte, modello in cui studenti e maestri possono sì, imparare vicendevolmente, ma senza quell’anelito alla libertà che lo studente sembra ricercare con fermezza: lo stesso prete di Barbiana, infatti, “imponeva” i suoi ritmi e le sue materie, la sua autorità, ai bambini e ragazzi che istruiva nel suo paesello sperduto del Mugello.
L’utopia di Emanuele, tuttavia, non traspare mai con troppa convinzione, perché egli stesso durante il dibattito a tavola su questo medesimo tema, si trattiene dal parlare e dall’enunciare le sue idee per una sorta di rassegnazione allo stato delle cose o per incapacità di opporsi a un cambiamento a cui le coscienze non sono ancora evidentemente preparate.

Non è neppure paragonabile a quella che Silvano Agosti delinea in “Lettere dalla Kirghisia”, mondo onirico in cui prende vita una società basata sull’amore e la cooperazione tra gli esseri umani, nell’assoluto rifiuto di qualunque tipo di conflitto. Una società entro la quale gli insegnanti sono persone comuni e la scuola è un luogo a cielo aperto, dove gli strumenti sono a disposizione di tutti e i bambini stessi diventano insegnanti di adulti, di anziani, in uno scambio consapevole e reciproco di sapere e di risorse. Cosa, questa, che sta già avvenendo per quanto riguarda, ad esempio, i nativi digitali i quali, interagendo con le generazioni precedenti alla loro, sono a tutti gli effetti dei moderni “insegnanti” (quando hanno pazienza); viceversa gli stessi cercano un dialogo con i genitori e con le persone al di fuori della scuola che è pressoché inesistente. Alla base dell’ utopia agostiniana sta l’amore, tema toccato solo di sfuggita da Emanuele, ancora acerbo nella sua consapevolezza di vita, ancorata rigidamente a degli ideali mai davvero messi in atto, ideali che si azzarda appena a delineare nel pensiero, nelle letture da autodidatta, ma che non gli consentono di opporsi al sistema vigente. Egli non è infatti un combattente, è un ragazzo come tanti i cui desideri si spengono entro le bollicine di un bicchiere: “Sogno di scrivere d’estate su una veranda, accanto ad una bottiglia di Coca Cola e la quiete della sera. – Precisò – Magari un buon romanzo di fantascienza.”

Emanuele tratteggia l’utopia di un mondo “perfetto”, e quindi assolutamente inattuabile, in cui vigono quattro regole che egli appunta sul suo taccuino:

1. Nessuno muore contro la sua volontà e la morte, quando c’è, è reversibile.
2. Ognuno si innamora soltanto di chi lo ricambia o non si innamora affatto.
3. Nessuno si ammala contro la sua volontà.
4. Ognuno è felice con ciò che possiede.

Il ragazzo come tanti, tuttavia, non sembra essere felice con ciò che possiede, non ha mai fatto qualcosa che non veda l’ora di riprendere, odia la scuola ma non ha mai provato amore neanche per i successivi lavori che ha trovato, tutti inesorabilmente precari, con cui è impossibile fare progetti o costruire un futuro. I suoi amici, che si trovano in situazioni più o meno drammatiche rispetto alla sua, sembrano comunque riuscire ad andare avanti, al contrario di lui che si scopre a vivere in un limbo in cui i mesi e gli anni passano inesorabili… Una vita da domenica pomeriggio.

Una critica alla scuola che diventa critica alla società, un confronto inscindibile che ci catapulta dagli anni novanta fino a noi. Cosa è cambiato? Come è cambiata la vita del ragazzo come tanti nel nuovo millennio?
Esiste ancora questo grande anelito alla libertà che Emanuele, che io, che tutti noi studenti della passata generazione possedevamo? Una risposta a questa necessità sembra esserci stata data dalle scuole steineriane (le quali, tuttavia, non sembrano discostarsi molto dal metodo Montessori) che educano alla libertà e all’ educazione permanente, la quale non finisce entro le pareti della scuola ma continua per tutta la vita, scoprendo il piacere di imparare. In questa ottica il bambino non è considerato un substrato passivo sul quale imprimere nozioni, ma un essere ricco di potenziali latenti (talora di grande valore per l’umanità) da risvegliare attraverso un metodo privo di condizionamenti e distorsioni, quei condizionamenti contro i quali Emanuele si scaglia con determinazione.

Come si può facilmente intuire i temi importanti sollevati da questi racconti sono quelli della libertà e dell’uguaglianza, la necessità di ideare e realizzare un sistema di valori che non intrappoli le giovani menti entro le mura di un cortile; reale o metaforico, questo ha poca importanza, si tratta comunque di un recinto che impedisce la scoperta del mondo e la propria crescita. Eppure il protagonista dell’ultimo racconto “Il cortile” sa che la libertà è una conquista per cui lottare giornalmente ma ci lascia anche intendere che, probabilmente, è una conquista illusoria, una sorta di caleidoscopio attraverso cui osservare il mondo:

“Il mio pensiero scavalca il muro e percorre il mondo esterno. Penso a quando sarò anch’io dall’altra parte e mi troverò magari a passare, per caso, davanti a questo muro – ma sull’altro lato – e davanti al portone pesante di questo edificio. Forse allora penserò a questi anni con un sorriso, in un’illusoria sensazione di libertà.“

Una citazione interessante apre questo racconto: scritta da un anonimo pseudo latino in una lingua non-lingua in aperta polemica alla visione delle lingue antiche come artificiali, non vive. Il significato è un non senso che rende la citazione stessa lettera morta e che sottintende una ulteriore critica al vuoto culturale del sapere-non sapere, alle frasi citate a memoria senza conoscerne le origini e il significato, e quindi, per estensione, all’approssimazione culturale che si sta appropriando di spazi sempre più ampi, di fette sempre più grandi di popolazione, anche all’interno di una fascia sociale ad elevata scolarizzazione.

Protagonista dell’ultimo racconto “Il complotto” è, invece, l’idioma dell’Impero Mondiale, metafora di un imperialismo moderno che fa dell’unificazione linguistica uno strumento di potere. Facile comprendere di quale lingua si stia parlando. Una rivoluzione interna alla popolazione mondiale porterà ad un curioso risultato… Un’utopia anche questa, perché, a ben guardare, la cooperazione tra popoli, alla luce della moderna storia, pare assurda, anzi attualmente si sta accentuando sempre più una divisione, una scissione interna alla popolazione anche entro porzioni ristrette di territorio.

I vari racconti attraversano il mondo della scuola in anni molto lontani da ora, e pare difficile poter attuare un confronto per chi ormai è fuori da quel “cortile”, eppure, tornare al proprio compagno di scuola, con cui si dividevano libri e paure, fa riemergere alla memoria lo spazio condiviso del banco e le relazioni, instaurate e/o perse, di quei lontani anni.
Massimo Acciai in “Compagno di scuola” ci racconta di Lucio, un Franti da libro Cuore, il cattivo ma non troppo, alla sua seconda bocciatura che si fa scivolare la scuola addosso attraverso continue assenze autogiustificate da un insospettato senso di humor: “Mancanza di voglia”, “Colpo di stato”, “Soggiorno ad Auschwitz”, “Vincita alla roulette”, “Che te frega” e così via. Lucio rappresenta la contestazione passiva di un sistema non accettato, ma anche la memoria di quelle amicizie condivise, a un tratto scomparse dalla scuola e dalla vita senza lasciare traccia.

Resta, invece, traccia indelebile in Emanuele il ricordo dell’esame di maturità che si palesa vivido davanti alla commissione esaminatrice del concorso per insegnante d’italiano, come nel colonnello Aureliano Buendía, in Cent’anni di solitudine riaffiora, di fronte al plotone di esecuzione, il pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Una metafora lampante questa citazione implicita del romanziere colombiano Gabriel Garcia Màrquez: ci si ritrova a giudizio e si viene valutati continuamente a scuola come nella vita.
Non siamo a Macondo, né in una città immaginaria, siamo a Firenze, ma ci muoviamo comunque all’interno di una solitudine, quella di chi ha scelto una strada sbagliata e non ha avuto il coraggio o la capacità di uscirne; Emanuele comprende una grande verità, ossia che la mente crea delle gabbie e di questo ci si rende conto solo nel momento in cui ne siamo fuori e vediamo la gabbia dall’esterno:

“Maggio intanto incedeva e s’intravedeva ormai la fine della scuola. La Fine. Non la semplice e dolce fine di un anno scolastico, ma la Fine di un intero periodo della vita. La Libertà.”

Alla fine dell’anno scolastico e degli esami di maturità Emanuele alle 14.15 di un infuocato primo pomeriggio, andò a vedere quale numero gli avevano assegnato, e non ci è dato sapere il voto, il numero assegnatogli, perché questo, sembra volerci suggerire l’autore, non è importante. Può un numero, qualunque esso sia, valere cinque anni della propria libertà, cinque anni di estrema solitudine vissuti senza convinzione nell’accettazione passiva di regole e di nozioni che non si è riusciti a fare proprie?

Eppure Isaac Asimov, nel lontano 1951, scrivendo The Fun They Had aveva ipotizzato la scuola del 2155, molto vicina a quella verso la quale ci stiamo muovendo attualmente (pensiamo all’e-learning e alle università on line), in cui i bambini sono istruiti da un insegnante elettronico, non hanno scuole e neppure insegnanti umani. Una moderna solitudine, quella ipotizzata da Asimov, che si palesa nell’esclamazione finale di un nostalgico pensiero per la scuola del XX secolo: Chissà come si divertivano!

Valentina Meloni
Castiglione del Lago, 10 marzo 2015

vi aspetto alla presentazione a Firenze!

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Storie di gatti, di poeti e di pittori

 

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il mio piccolo giardino di libri-gatto

“Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;/ ritira le unghie nelle zampe,/ lasciami sprofondare nei tuoi occhi/ in cui l’agata si mescola al metallo.”

Chi non riconosce questi famosissimi versi in cui si paragona l’amore verso una donna a quello per un gatto? Sono del poeta francese Charles Baudelaire, di cui il prossimo 9 aprile ricorre il centonovantaquattresimo  anniversario di nascita. Secondo l’autore de I fiori del male, libro che creò uno scandalo enorme ai suoi tempi tanto da portare il poeta in tribunale, gli occhi dei felini e quelli delle donne sono simili: freddi, profondi e ammaliatori.

Un altro poeta maledetto Paul Verlaine, nato più di vent’anni dopo, ha paragonato le donne ai gatti in questi versi, forse meno celebri, ma certamente non meno graffianti:

 “[…] Lei nascondeva – la scellerata – sotto i guanti di filo nero/ le micidiali unghie d’agata/  taglienti e chiare come un rasoio./ Anche l’altra faceva la smorfiosa/ e ritraeva i suoi artigli d’acciaio,/ ma il diavolo non ci perdeva nulla/ e nel boudoir, in cui tintinnava, aereo,/ il suo riso, scintillavano quattro punti fosforescenti.”

 Grande amante dei gatti, Baudelaire ha dedicato molti versi, tutti contenuti nella raccolta Spleen e Ideale, a questi animali misteriosi e affascinanti. Celebre anche la poesia in cui definisce le loro pupille mistiche

“[…]le loro reni feconde sono piene di magiche scintille/ e di frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente/ le loro pupille mistiche.”

in un’altra ancora le descrive come “viventi opali”, incorona il gatto a proprio genio tutelare e lo paragona a una fata o a un dio

“[…]È lui il mio genio tutelare!/ Giudica, governa e ispira/ ogni cosa nel suo impero;/ è una fata? O forse un dio?/   Quando i miei occhi, attratti/ come da calamita, dolci si volgono/ a quel gatto che amo/ e guardo poi in me stesso,/  che meraviglia il fuoco/ di quelle pallide pupille,/ di quei chiari fanali, di quei viventi opali/ che fissi mi contemplano!”

oppure qui a un angelo

“[…] Tutto in te, come in un angelo, / è  sottile ed armonioso!”

Ed è uno “Strano angelo,/ che cammina sui tetti dei sogni/ “ il messaggero felino di nome Ange che accompagna il poeta Giorgio Bolla entro i confini di sogno della poesia.

“E così Ange ed io/siamo nel grande spazio/ quando la vela/corre la strada/fatta di acqua e pensieri,/ al di là del nulla.”

Un gatto Ange che richiama l’Angelo, quel messaggero o nunzio intermedio tra Dio e gli uomini che sempre è la Poesia così scrive Plinio Perilli nella prefazione al poemetto Storie di acqua, di angeli e di vento

“Ange naviga / sulle grandi onde del /letto/ spudorate estati/ nel volgo del cuore;/ non è di tutti/ la poesia/ e Ange lo sa/ così naviga/ sulle grandi nubi di panna/ della libertà”.

Non è di tutti la poesia ma appartiene certamente al gatto, musa e allo stesso tempo nunzio, creatura facente parte della dimensione del sogno e al medesimo tempo regnante su di essa:

“Titolare il sogno/sulle tue zampette morbide/ e felici, ossute nei contrasti/ del gioco/ quando su bave/ di cielo/ arrotondi il tuo andare/ fra mura e porti,/sotto siepi spaccate/ dal nulla.”

Sogno nel quale la fisicità viene continuamente evocata da un tocco, un gesto tangibile e concreto ma sempre con quella dolcezza, quell’alone rarefatto di mistero che contraddistingue la movenza felina:

“Ange cerca/ le mie mani/ nelle notti costellate/ dai fantasmi/ del metasogno,/ forme di colline/ nella neve/ del furore/ o della dolcezza.”

Movenze che possiedono un ritmo di musica, quasi una danza da palcoscenico, perché il gatto sa che la vita è una rappresentazione scenica del teatro del sogno.

 “La musica del mio gatto/ scivola su passeggiate/ tigresche/ perché lui propone/ violenti scenari/ di teatro/ o schiocchi di sangue,/ rutilante nel mattino/ dove vivono le folaghe/ volate di là dal mondo/ o assetate di sabbie/ da deserti voluti.”

Anche Pablo Neruda, come noi tutti del resto,  era rimasto affascinato dal languido torpore del gatto:

“[…]Dormi, dormi, gatto notturno / con i tuoi riti di vescovo,/  e i tuoi baffi di pietra:/ ordina tutti i nostri sogni,/ guida le tenebre delle nostre /addormentate prodezze/ con il tuo cuore sanguinario/ e il lungo collo della tua coda.”

La frase di Jean Burdien, poeta contemporaneo americano “Un cane è prosa, un gatto è poesia” la dice lunga sul rapporto tra poeti e gatti: il linguaggio poetico appartiene al gatto per diritto acquisito d’espressione.

“[…] il poeta cerca di imitare la mosca,/  ma il gatto/  vuole essere solo gatto/  ed ogni gatto è gatto/ dai baffi alla coda,/ dal fiuto al topo vivo,/ dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.[…]

Scrive Pablo Neruda nella sua Ode al gatto anch’egli ammaliato da queste antiche creature.

Guillaume Apollinaire, invece, si augurava di avere un gatto a passeggio tra i libri  

“Io mi auguro di avere in casa mia:/ una donna provvista di prudenza,/ un gatto a passeggio fra i libri,/ e in tutte le stagioni amici/ di cui non posso far senza.”

Un po’ come quello dello scrittore e poeta Tiziano Fratus che nella sua ultima raccolta “Un quaderno di radiciscrive la deliziosa Poesia del gatto invisibile

“Di qua è passato un gatto/ se abbassate il naso/e chiudete gli occhi,/ lo potete sentire,/ l’odore del gatto/ che s’è fermato su questo verso strusciandosi./Qua ha giocato un gatto, se chiudete gli occhi/ e passate i polpastrelli/su queste parole/ lo potete percepire, i resti della sua anima/arruffata come il pelo che ha dimenticato./ Qui ha mangiato un gatto/ se chiudete o non/ chiudete gli occhi/allungate la punta della lingua/-così (pausa)-/ raccoglierete/ i pezzi di cibo/ che non piace a tutti./ Qua è transitato un gatto/ e se proprio/ non lo riconoscete/ vuol dire che non/siete mai appartenuti ad una bestia, /o che siete specialmente, scarsi in fantasia/. Ma non c’è/ di che preoccuparsi,/ per la maggior parte/ del loro tempo/ i gatti sono convinti/ d’essere invisibili/a Dio e al resto del mondo, /fatto e finito”

Poeti e scrittori di ogni tempo incantati dalla loro eleganza, indipendenza, dal loro incedere sfingico in quel confine intangibile di spazio tra sogno e realtà, hanno subito il fascino felino da cui hanno tratto spunto e ispirazione. Avrà avuto peso, chissà, anche l’antica credenza che vuole un manoscritto morso da un gatto destinato al successo? “Se volete scrivere, tenete con voi dei gatti” rispondeva il poeta Aldous Huxley ai suoi allievi che gli chiedevano il segreto per avere successo in letteratura.

Il gatto è stato cantato da molti altri poeti di ogni epoca da Keats a Rilke, da Edmond Rostand a William Butler Yeats, da Fernando Pessoa a Umberto Saba, da Jorge Luis Borges a Algernon Charles Swinburne, da Gianni Rodari a Stefano Benni

Di quest’ultimo autore, in particolare, mi ha colpito una poesia, dedicata, guarda caso, proprio ad una gatta di nome Nuvola, una micia “che non invecchia mai”.

“O regina del giardino/ tigre del ragù/ lampo che sbrana/ la più veloce carne in scatola/ altera anche quando/ mordicchia una piattola/ o guru crepitante/ di fusa nel nirvana/ con la coda allontani/ i complimenti plebei./ Nella tua pelliccia, per cui/ nessun amante pagò/ nella tua bellezza, per cui/ gatti a decine/ di orrende serenate/ atterriscono la luna/ o sonnacchiosa sovrana/ o Nuvola, gatta/ che non invecchia mai/” (da Prima o poi l’amore arriva)

sarà la stessa gatta Nuvola che cantava il poeta giapponese Bashō Matsuo più di tre secoli fa?

da "Gatti" ed. Acquaviva a cura di Giuseppe D'Ambrosio Angiolillo

da “Gatti” ed. Acquaviva a cura di Giuseppe D’Ambrosio Angiolillo

Del resto come si può resistere alla tentazione di dedicare dei versi a queste creature così affascinanti?

Francesco Petrarca pare che amasse moltissimo il proprio gatto e Torquato Tasso, uno dei più grandi poeti del Cinquecento, scrisse Sonetto per i miei gatti in cui chiedeva alla sua micia di prestargli gli occhi per poter scrivere anche di notte. Il grande poeta e premio Nobel americano Thomas Stearns Eliot nella raccolta Old Possum’s Book of Practical Cats (Il Libro dei Gatti Tuttofare) mette su carta un vero e proprio repertorio felino: gatti singolari, bizzarri, gatti energici, gatti indaffaratissimi… I protagonisti di questa deliziosa raccolta di poesie vivono nei vicoli dei bassifondi londinesi: Gumbie Cat, Growltiger, Rum Tum Tugger, Jellicles, Rumpelteazer, Old Deuteronomy, Mister Mistofele, Bustopher Jones, e così via, ma sul loro nome, come dice l’autore, non si può mai essere sicuri. E’ a questi versi che si ispira il notissimo musical di Andrew Lloyd Webber “Cats”, lo spettacolo teatrale più replicato di tutti i tempi.

“Mettere un nome ai gatti è un’impresa difficile, / Non un gioco dei tanti che fate nei giorni di festa; Potreste dapprima anche pensare che io sia matto da legare/Quando vi dico che un gatto deve avere tre nomi diversi./ […] Sempre nomi sensati da usare ogni giorno. /  Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome che sia particolare,/ Caratteristico, insomma, e molto più dignitoso,/ Come potrebbe altrimenti tenere la coda diritta,/O mettere in mostra i baffi, o sentirsi orgoglioso?[…] Quando vedete un gatto in profonda meditazione,/ La ragione, io vi dico, è sempre la stessa:/  La sua mente è perduta in estatica contemplazione/  Del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:/  Del suo ineffabile effabile/  Effineffabile/ Profondo e inscrutabile unico Nome.(da Il nome dei Gatti)

I nomi dei gatti non si possono dimenticare, forse perché mentre per l’uomo il nome è un presagio (nomina sunt omina),per il gatto il nome è una sorpresa, qualcosa che si fa ricordare. Il nome che più amo ricordare, oltre a quello della mia gattina scomparsa (Minni), di cui ovviamente anch’io ho scritto, è Delilah (in italiano Dalila) la gatta soriana che accompagnò il cantante Freddy Mercury per lungo tratto della vita, fino alla sua scomparsa, e che egli amava a tal punto da dedicarle una canzone omonima, contenuta nel famoso album dei Queen “Innuendo”.  Alcuni, non conoscendo l’amore di Freddy per i felini, credettero che la canzone raccontasse di una storia d’amore, che Delilah fosse una donna …invece si trattava proprio di un’ode alla sua piccola amica gatta.

“Delilah, Delilah, oh amore mio, sei irresistibile. Mi fai sorridere quando mi viene da piangere, mi dai speranza, mi fai ridere, ti piace tanto. La faresti franca anche per un omicidio, così innocente. Ma quando metti il broncio sei tutta artigli e morsi. Va bene! Delilah, oh amore mio, oh mio, sei imprevedibile. Mi fai così felice. Quando ti raggomitoli per dormirmi accanto. E poi mi fai ammattire. Quando fai pipì sul mio salotto Chippendale. Delilah, Delilah. Sei tu a comandare in casa e in famiglia. Cerchi persino di rispondere al telefono. Delilah, sei la pupilla dei miei occhi. Miao, miao, miao. Delilah, ti amo.Oh, mi fai felice, mi baci. E io vado fuori di testa, ooh Miao, miao, miao, miao. Sei irresistibile – ti amo. DelilahDelilah – ti amo. Oooh, adoro i tuoi baci.”

 Certo, noi eravamo soliti cantare c’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta vicino al mare con una finestra a un passo dal cielo bluLa gatta di Gino Paoli non pare avesse un nome ma noi tutti la ricordiamo: un pezzo rigorosamente autobiografico che parla della soffitta sul mare dove Gino viveva. Il disco vendette 119 copie, poi scomparve e infine tornò tramutandosi, inaspettatamente, in un successo da centomila copie la settimana. Sono passati quasi sessant’anni e ancora cantiamo…

Doris Lessing aveva un gatto che si chiamava Butchkin El Magnifico, a lui la scrittrice ha dedicato il libro “La vecchiaia di El Magnifico”. “Tyke” invece è il nome del gatto di Jack Kerouac che viene descritto nel romanzo Big Sur. Lo scrittore che, durante gli ultimi anni della sua vita visse con un’intera famiglia di gatti, considerava Tyke come un fratello e quando morì, cadde in una profonda depressione. Anche Charles Bukowski aveva un gatto, si chiamava Factotum. Dei gatti lo scrittore sregolato amava il dolce far niente, e infatti ha dedicato loro una poesia intitolata My Cats in cui scrive: “[…] they can sleep 20 hours / a day/ without/ hesitation or/ remorse.[…]”

Lo scrittore Hernest Hemingway amava moltissimo i suoi gatti, trenta in tutto, occupavano un intero piano della sua casa di Key West. Anche lo scrittore americano Mark Twain adorava i gatti, molte delle sue storie per bambini avevano come protagonisti felini dai nomi strani; Kipling, autore del Libro della Giungla, scrisse molte storie sui gatti. Tutti questi personaggi erano in ottima compagnia, impazzivano per i gatti anche sir Walter Scott, Checov, Miguel De Cervantes e Alexander Dumas, pensate che il celebre autore dei Tre moschettieri amava affermare che il gatto doveva essere trattato come un aristocratico.

Ce ne sono moltissimi altri che si sono fatti ritrarre con i loro gatti (galleria foto) e moltissimi sono anche i racconti e le storie di gatti narrate da autori celebri e sconosciuti tra cui Hippolyte Taine, Ambroce Bierce, Guy de Maupassant, Charles  Morlay, William Alden, Mary Freeman, Pierre Loti, Saki, Frederic Stuart Greene e molti altri ancora.

Robertson Davies, autore canadese scomparso nel 1995, ha cercato di spiegare l’amore degli scrittori per i gatti così: “Agli scrittori piacciono i gatti perché sono creature tranquille, amabili e sagge. E ai gatti piacciono gli scrittori per la medesima ragione”

Che agli scrittori piacciono i gatti è un dato di fatto ma, siamo proprio così sicuri che ai gatti piacciono gli scrittori?

Non solo in letteratura e nel panorama musicale, ma anche nell’arte figurativa i gatti sono da sempre fonte di grande ispirazione: dipinti, statue, fotografie ritraggono attimi dell’intenso rapporto che ha legato molti grandi artisti al loro specialissimo felino. Tutti questi artisti hanno voluto rendere omaggio non soltanto alla funzione iconografica e simbolica che il gatto ha sempre avuto  nella cultura, ma all’intimità della relazione con il proprio animale da compagnia.

Paul Klee, pittore tedesco che ha lasciato un’impronta profonda nell’arte della prima metà dello scorso secolo, amava moltissimo i gatti: tre quelli che lo hanno accompagnato nella vita, segnando altrettante importanti fasi della sua esistenza.  Klee, scrive, parla, racconta, ma soprattutto li ritrae con il suo personalissimo stile. Ricalcando le orme del poeta Baudelaire, Klee descrive il suo primo gatto, Nuggi, adottato in un viaggio in Italia, come lo “spirito della casa”, una presenza fantasmatica che pervade e presidia, anima e custodisce, la sua abitazione. Il secondo si chiama Fritzi, un grande gatto tigrato, che attende il pittore nella casa di Monaco durante la prima guerra mondiale; in alcune poesie Klee lo chiama il “dio felino”. L’ultimo gatto si chiama Bimbo, bianco di razza angora, vive con il pittore negli ultimi dieci anni della sua vita. Per Klee è l’angelo della morte, una figura carica di simbologia, di mitologia egizia, che lo accompagnerà nel viaggio verso l’aldilà: il custode della soglia, definito da egli stesso come il “gatto cosmico”, colui che si trova nella zona di confine tra l’esistente e il non esistente, figura mitica  che ha accesso e dà accesso alla trascendenza.

Questa carica simbolica della figura felina ha una forte analogia con la funzione che l’artista visivo, ma anche il poeta, assegnano all’opera, quella cioè di non riprodurre semplicemente il reale, ma di dare forma all’impercettibile, di rendere manifesto e visibile anche ciò che non lo è.

La stessa funzione che la poeta Nicoletta Nuzzo nei suoi libri Un gatto senza vanità e Cronache di un gatto perfezionista assegna al gatto Ugo, custode della soglia fra Nicoletta, amica e complice, e il Mondo dell’Oltre. Uno spazio gravido di presenze ispiratrici invisibili che tutti gli artisti conoscono: il mondo delle “Onde” di Louis Ferdinand Céline aperto solo alle donne, ai bambini e ai gatti. (dalla prefazione di Marina Alberghini dell’Accademia dei gatti magici). In questo spazio Nicoletta si apre ad un dialogo tra il fantastico e il realistico, si abbandona  e si confessa nella sofferenza della ricostruzione di sé al gatto Ugo in prosa:

“Racconto per la prima volta queste cose a te perché penso che tu possa immaginare meglio di chiunque altro la mia sofferenza. La puoi percepire ma per differenza perché invece Ugo tu sei il tuo corpo. Tu sei stato sempre unito, per natura. Le tue nevrosi sono forti disagi ma non ti dividono. Per te Ugo che vivi nella penombra, è impossibile concepire che si possa separare la luce dall’ombra e se anche si potesse fare per via di qualche strana invenzione, ti spaventi al solo pensiero delle conseguenze.”

 e in poesia:

“Ugo sei immobile davanti alla finestra,/la tua sagoma è morbida,/ sei bello non è un problema/ non è vanità/ sei bello e basta,/ il tuo esserci è denso e trasparente/e allora tu puoi contemplarti senza distruggerti/ ed io ti posso guardare e amare/senza che tu svanisca.”

Chissà perché poi i gatti stanno sempre fermi sulla soglia, che non puoi aprire del tutto la porta e neppure chiuderla, che la penombra lasciata dal taglio di luce che filtra, si mescola all’ombra felina, e entrambe si allungano all’infinito, creando uno squarcio, un passaggio, sul quale i comuni mortali hanno paura di posare i piedi.

“Ho imparato da te/ a stare sul bordo/ dove la materia si addensa/ e unisce i luoghi/ ho imparato dai tuoi occhi/ che il corpo ha/ luci ed ombre innocenti/ ho imparato dai tuoi passi/ a camminare/ dentro ai segreti.” (da Ode al gatto, Un Gatto senza vanità)

Il gatto del resto è una figura mitologica ma vivente, potremmo credere di afferrarne i segreti, dal momento che         l’ abbiamo sotto i nostri occhi, ma ci rendiamo conto che ciò è impossibile, il perché ce lo spiega in poche righe H. P. Lovecraft nel racconto I gatti di Ulthar:

“Il gatto infatti è un essere enigmatico, affine ai fenomeni misteriosi che l’uomo non riesce a vedere. E’ lo spirito dell’antico Egitto, custode di storie provenienti dalle città perdute di Meroe e Ofir. Appartiene alla stirpe del re della giungla e porta in eredità i segreti dell’Africa antica e oscura. La Sfinge è sua cugina e parla la sua stessa lingua, ma il gatto è molto più vecchio di lei e ricorda cose che la Sfinge ha ormai dimenticato.”

Anche Guy de Maupassant si lasciò ammaliare dal gatto e ne racconta i particolari nel suo racconto Sui gatti:

“Mi svegliai e non fui troppo sorpreso di sentire sotto la mia mano qualcosa di caldo e di dolce che accarezzavo amorosamente. Poi, una volta recuperata la lucidità, mi accorsi che era un gatto, un grosso gatto che, raggomitolato contro la mia guancia, dormiva tranquillo. Ve lo lasciai e feci come lui. Quando si fece giorno, era andato via; e credetti veramente di averlo sognato, perché non capivo come avrebbe potuto entrare nella mia stanza, e uscirne, visto che la porta era chiusa a chiave.”

Una creatura terrena e ultraterrena insieme, con cui perfino Emile Zola non resiste ad instaurare una conversazione e, nel racconto Il paradiso dei gatti, si fa narrare dal gatto d’angora, lasciatogli in eredità dalla zia, la storia della sua vita. Il felino, dopo aver raccontato al nuovo padrone le peripezie sui tetti e la vita da randagio, allungandosi davanti alla brace del camino, concluderà:

” Vedete la vera felicità, il paradiso, mio caro padrone, è essere rinchiuso e battuto in una stanza dove c’è della carne.           Io parlo per i gatti.”

Una metafora arguta, quella di Zola, lasciata alla riflessione del lettore, innescata da un abile espediente letterario: dare la parola al gatto …

Cari lettori,  tutto questo e molto altro è stato scritto da un gatto e, se non mi credete, è solo perché non avete mai provato a scrivere, gommini sul mouse, con un gatto nei paraggi.

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Numeri a perdere- un libro sospeso-

“Numeri a perdere” di Riccardo Gavioso

recensione a cura di Valentina Meloni

Qualche settimana fa ho ricevuto un libro sospeso, interessante iniziativa dell’editore  Fabio Dessole per Arpeggio Libero  piccola, indipendente casa editrice di cui ho già avuto modo di leggere e parlare. A Napoli si usa lasciare un caffè sospeso e siccome io il caffè non posso berlo, ho scelto un libro che mi aveva incuriosito e che, non solo non ha deluso le mie aspettative, ma mi ha lasciato dentro un bel po’ di cose.

Scrivere un racconto è senz’altro più difficile che scrivere una recensione. Scrivere in un linguaggio che non risulti noioso al lettore, che lo imprigioni dentro alle parole e gli infilzi lì sulla pagina, gli occhi, incapaci di scollarsi dall’intreccio, dai personaggi, dalla storia, è ancora più difficile.

Flannery O’Connor (25 marzo 1925 – 3 agosto 1964), la scrittrice che a sei anni insegnò a un pollo a camminare all’indietro,  affermava nella sua raccolta di saggi Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere,  che la narrativa opera tramite i sensi e procede per particolari, particolari che devono rientrare in un disegno complessivo al servizio dell’intento del narratore. Lei stessa scrisse più di cento recensioni di libri e solo trentadue racconti. Le immagini della piccola Flannery con il pollo fecero il giro del paese e in seguito ella affermò:

«C’ero anch’io con il pollo. Ero là solo per assisterlo, ma fu il momento culminante della mia vita. Tutto quello che è accaduto dopo, è stato solo un anticlimax.»

Un evento, un particolare, che potrebbe essere insignificante — come il pollo che cammina all’indietro — di fatto costruisce una storia.

«I narratori che non danno importanza a questi particolari concreti peccano di quella che Henry James definiva “specificazione fiacca”. L’occhio scivola via sulle parole e l’attenzione si assopisce» 

continua a suggerire la scrittrice.

Cosa c’entra il pollo direte voi? Il fatto è che da quando ho iniziato a leggere Numeri a perdere di Riccardo Gavioso ho cominciato a fare attenzione pure ai polli. Ho iniziato a guardare le cose in maniera diversa e a riconoscere all’occhio il suo potere descrittivo. Come si racconta una storia? Si racconta osservando. Se non osservi non entri nelle cose e se non entri nelle cose non le sai narrare.

Come si fa ad accorgersi dei numeri mancanti? Di quei vuoti a perdere che passano inosservati, che non hanno nome, vita, identità? Bisogna vederli. E Riccardo Gavioso acuisce la vista da giornalista per dare una voce, un volto, un’identità e quindi una dignità di essere vivente, a quei numeri che l’hanno persa a causa di un cattivo giornalismo, dell’indifferenza, a causa di un climax discendente della modernità che ci fa considerare un pollo che cammina all’indietro più importante ai nostri occhi (e alla nostra attenzione) di storie che, a volte, sono conosciute solo dai mattoni. E Gavioso riesce a far parlare pure quelli, a far narrare a quei mattoni che le donne dai capelli bianchi, nascosti da panuelos, le vecchie madri di Plaza de Mayo che si appoggiano ai muri, hanno gli occhi asciutti a causa di una vita che  è stata loro rubata, quella dei Desaparecidos, dei loro figli, che ora, grazie alle proteste pacifiche, alla perseveranza nel portarle avanti, sono i figli di tutti.

Ma i Numeri a perdere non sono solo quelli delle dittature, Gavioso mette in questo contenitore-libro tante storie: cani, clochard, donne vittime di femminicidio, bambini soldato, sopravvissuti e  vittime di Hiroshima (entrambi numeri a perdere), l’olocausto animale delle pellicce e d’altro, l’olocausto umano delle favelas, dei Meninos de rua, delle vittime di abusi sessuali, dei cadaveri in cerca di riposo, dei resistenti che sfidano le dittature per l’ideale e per la sopravvivenza della voce dissidente, della democrazia e molto, molto altro.

Non vi riporterò citazioni come faccio di solito. Ogni storia, ogni racconto, ogni numero di questa raccolta merita la vostra attenzione. Cosa c’entrava il pollo? Vi starete ancora domandando…

Ebbene il pollo era un’espediente per tenervi incollati allo schermo. Immagino di avervi deluso, ma spero di aver acceso un po’ del vostro interesse per quei numeri a perdere di cui continuate a non sapere nulla, quei numeri di cui Gavioso, armato della più nobile delle armi bianche (la penna),  ha raccolto il particolare che ve li farà ricordare, spero, per sempre.

 

Valentina Meloni


Riccardo Gavioso è nato a Torino dove tutt’ora risiede. Laureato in Giurisprudenza, ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Si è occupato di giornalismo web collaborando con diverse testate e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “Il Prione”.

Filatura- Euterpe n.15-

Filatura tradizionale con arcolaio

Invito a leggere il nuovo numero della rivista di letteratura Euterpe avente come tema “Echi e immagini del passato”. In questo numero è presente, tra i molti interventi, tutti molto interessanti, una mia poesia Tanka ispirata al ciclo della lana, in particolare della filatura, che fa parte di una raccolta più ampia di cento Tanka legata ai temi della terra e delle tradizioni.