Archè: la poesia è un andare restando

Archè di Daniela Cattani Rusich

recensione a cura di Valentina Meloni

Bisogna avere un caos dentro di sè, per generare una stella danzante. (Friedrich Nietzsche)

Archè: è contenuto tutto qui, in questo titolo. La forza primigenia che governa il mondo, da cui ogni cosa proviene e a cui ogni cosa tornerà. Una parola greca, che fa parte del sangue di Daniela Cattani Rusich*, figlia di una bella isolana scalza, greca di Rodi, e di un aitante ingegnere friulano con gli scarponi chiodati.[1] Il principio ciclico dell’archè si mostra alla sua massima potenza in questa raccolta che sembra voler riconciliare ancora, dopo Maria Zambrano, poesia e filosofia, stavolta attraverso la poesia stessa. In effetti l’ἀρχή è un concetto filosofico già espresso nell’antichità da moltissimi autori tra cui proprio Platone che, nella Repubblica, dimostra, invece, come filosofia e poesia divergano in maniera radicale. Archè è prima di tutto un ritorno, una riconciliazione con l’essenza femminile meravigliosamente espressa in tutta la sua feroce e drammatica bellezza, ma è anche e soprattutto una trinità della parola affrancata da quella dolorosa scissione che permea la scrittura e intrisa di quel principio, oserei dire evangelico, in cui coesistono e coincidono vita, spirito e logos. In principio era il verbo[2], alla fine fu di nuovo verbo. Una ciclicità meravigliosamente espressa dall’immagine di copertina tratta da un’opera della pittrice Patrizia Falconetti che incarna simbolicamente lo spirito che permea la raccolta edita da Onirica Edizioni.

Daniela impugna metaforicamente l’elsa del logos che reca un vessillo senza tempo, quello della Giustizia:

“giustizia ha molti segni e un solo credo/la spada è più tagliente ad ogni grido/[…] e l’Arte sia la fiamma, il solco, il volo.”

L’Arte ha in sé la linfa vitale dell’archè, il sostantivo che si fa sangue-sostanza[3]e che racchiude i tre principi sacri della vita. Poeta, donna e prima ancora fiamma vitale, la Rusich prende coscienza dello stato doloroso del solco perché “scriversi è un dolore appeso all’Universo”[4] e il verso è una ferita/ sul seno immacolato di una vergine/l’impalpabile atto di coscienza/ primo a solcare inesistenti perfezioni.[5] Una poesia, questa, posta in apertura che squarcia visibilmente la distanza tra parola e carne, tra spirito e materia, tra poeta e lettore per condurlo sul taglio scintillante della notte: “ché la poesia si fa col sangue/ e un vortice di vento tra i capelli”. L’umiltà si unisce a una forte consapevolezza di intenti in questi versi che convogliano la lettura sì, al centro della dolorosa condizione esistenziale del poeta e della donna, ma più a fondo, più lontano entro il dolore del mondo.

“Sono un’anima nuda[6],Cicatrice che chiama la quiete[7], l’Anima Bambina/ aggrappata ai vetri rotti/ della sera[8], (nata) sotto il segno incauto dell’Amore…[9] E mi fa male il mondo [10]

grida da versi veri, chiari, senza finzioni, melodici e dolci ma taglienti come lame; e di sé racconta, la poeta si fa anima di logos e voce imperitura:

“Lo so è il mitra della mitrale installato/ nel petto, che mi scompensa il circolo/ …E ogni sparo fa un buco a una stella/ Vedi? cade dal cielo morente/ l’urlo cupo del mondo incurante.”

L’autoironia della propria condizione fisica-corporale si fa ossimoro nella drammatica consapevolezza di un dolore più sordo e lancinante che chiama lo spirito in causa: il proprio dolore è l’urlo del mondo incurante di fronte ai mali della guerra che a ogni battito del cuore sobbalzante uccide una stella, lì dove i bambini colorati/ sono stracci sulle strade.[11]

Daniela Cattani Rusich è la sua storia, è la sua vita, è le sue parole; ma Daniela Cattani Rusich racconta, da donna, la storia, la piange, la innalza. Ne fa poesia. Ne fa quasi preghiera, ne fa rivendicazione, ne fa bandiera poetica.” Scrive così, nella prefazione, Barbara Carniti [12], una delle quattro figlie della poetessa Alda Merini, citata a più riprese in questa raccolta.

“Niente mimose per me/ che ho il fianco squartato dai rovi/ e il sangue di more a farmi rosse le labbra/oltre l’odio del mondo che mi semini dentro/ mentre io do alla luce la vita e l’amore”

sono versi che non hanno bisogno di ulteriori commenti, vessillo di un più ampio grido di cui Daniela si fa portavoce e paladina “Niente mimose perché/ son bruciata sul rogo ma conservo nel seno/questa mia Arte in stami per un altro domani.”[13]

La sua è una versificazione libera che sconfina nel sogno, in quella fanciullesca caparbietà da Alice nel paese delle meraviglie che rivendica la scoperta come terreno di conquista, che fa della meraviglia una scala ritta verso il cielo persa nel nerofondo delle illusioni:

“Ricordo ancora il giorno in cui la vidi/ persa per strada: lo stesso punto esatto:/sguainava la sua spada contro il vento,/ mentre sognava d’essere un tramonto”[14]

ma la realtà vive nel verso, carnale, e a tratti brutale, senza mai privarlo, tuttavia, di quel seme di fiato, di fluido impalpabile che è la poesia vera, musicale, carezzevole, sciolta in quartine di endecasillabi a rima baciata o alternata, ricca di grecismi e latinismi, di citazioni dirette e indirette che rimandano a un classicismo di antiche civiltà, rivelatore della lunga passata esperienza da insegnante dell’autrice.

 “Vivere è un destino nato all’ombra del silenzio/ l’essere indegna rosa che splendore posa al bivio/ e poi tradisce l’orma di un sorriso senza sole/ di fronte al verbo ruvido, scucito dall’assedio”[15]

Come possono convivere realtà e sogno, finzione e patimento, delirio e urlo di denuncia? E come tutto questo si riunisce, nasce, muore e coesiste nel pensiero poetico dell’archè?  Lo spiega meravigliosamente Maria Zambrano in questo passo:  “La cosa del poeta non è mai la cosa concettuale del pensiero, ma complessissima e reale, la cosa fantasmagorica e vagheggiata, quella inventata, quella che ci fu e che non ci sarà mai. Vuole la realtà, ma la realtà poetica non è solo quella che c’è, quella che è, ma anche quella che non è; abbraccia l’essere e il non essere in ammirevole giustizia caritativa, perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto ad essere, finanche ciò che non ha mai potuto essere (…).[16]

 Il poeta non teme il nulla, continua la filosofa di Malaga, e se il nulla è anche principio creatore, quel buco nero di morte-vita imploso da una stella, la nostra poeta, nel cui sangue scorrono radici greche, friulane, armene, turche e slave, non teme la più grande vastità del disegno sconosciuto nella dimensione poetica, quel nerofondo in cui saltare e perdersi senza mai davvero allontanarsi. Perché la poesia è un andare restando e in questo viaggio di vita che si fa percorso poetico la nostra Alice (Dany per gli amici) sguaina quella spada di cui parlavamo prima, il logos, e la usa come arma salvifica, come prua di direzione, ago di bussola, punto di luce verso cui dirigersi nel caos vorticoso delle emozioni e della fatalità, della tragedia e del sollievo. Si perde, nella parola, nel caos che si fa vortice creativo per ritrovarsi intatta e ricongiunta:

“Fuori c’è un oceano di tempesta/[…] Eppure dentro di me c’è un soffio soffice/ che fa rumore come la neve quando cade/ come se il taglio diventasse unione…”[17]

drammaticamente viva e tangibile in ogni struggente emozione:

Diresti mai/ che ho attraversato la vita/ tutta intera per conoscerti/ e a un respiro da noi/ ti sciogliesti come neve/ senza nemmeno il tempo di un proemio?[18]

così si rivolge alla figlia mai nata, ma esistita, in un dialogo naufrago delicatissimo e struggente, circonfuso di quella istintività madre che ha preso tra le braccia la poesia e l’ha allattata per trent’anni come un dolore a cui ci si affeziona, come il pensiero di te/ che mi appartiene.[19]

Daniela nei suoi versi è sposa, madre e figlia, in una triplicità talmente univoca che slama il pensiero, dentro un confine di sogno che non intende mai perdere di vista l’amore “[Io piccola, tu immenso/Tu il cachemire, io la pelle/Tu nevichi, io brucio/Io tuono, tu mi plachi]”,[20] la speranza del ricongiungimento al materno, a quel principio del mondo che è femmina e madre:

“cade piano la neve sul prato/ e tu-madre- rispondi al richiamo/ lava il cielo il tuo sguardo infinito/ nel futuro ci andremo per mano.”[21]

Nella parola, nella poesia, nel logos: la separazione e la riconciliazione, il tutto e il nulla, il viaggio e il ritorno, la vita e la morte, la rosa e la spina

“Poiché il poeta è nudo/-emblema scorticato dell’umana natura-/ eppure va cantando l’infinita verità dei venti/ con le sue spine conficcate in gola.”[22]

Valentina Meloni

 

NOTE


 

*Daniela Cattani Rusich                                                                         

daniela cattani rusich  Daniela è scrittrice, poeta, pubblicista, editor e performer, collabora con Onirica Edizioni come editor e direttore creativo, realizza videopoesie, videoletture e segue progetti collettivi. Partecipa spesso a eventi, reading, presentazioni e performance, che organizza anche per altri autori. Nasce a Milano, da madre greca e padre friulano.  Dopo aver frequentato lo IULM, si specializza in relazioni pubbliche e fa praticantato presso due testate locali della provincia di Milano, ottenendo il libretto di pubblicista.

La sua prima opera edita, una fiaba del 2006, viene inserita nel volume L’angolo fatato – collana Fantagraphia, LiberodiScrivere editore. Numerosi suoi testi, sia in prosa, sia in poesia, sono presenti in antologie di autori vari, pubblicate da Aletti, Giulio Perrone, Albus, LDS, Liminamentis e Onirica edizioni. La sua prima silloge “Rendimi l’anima”- Edigiò, arriva terza al concorso nazionale “Poetando” della Albus e finalista a quello della Montedit nel 2008.    Ottiene alcuni riconoscimenti, segnalazioni di merito e il primo premio nella sezione racconti con “Porrajmos- l’olocausto zingaro” al concorso artistico internazionale “Them romano” 2008;  l’anno dopo si classifica prima al concorso “Un monte di poesia”, con la lirica “Segreta”, che dà il titolo alla sua seconda silloge.

Nel 2009 si concretizza anche l’esperienza di “Malta Femmina”: un romanzo corale pubblicato con Zona editrice e scritto da quindici autrici di tutta Italia, al quale ha partecipato nel ruolo della zingara Kali. Nel 2010 la poesia “Mia viandante senza tempo è premio della giuria al concorso nazionale “Massa città di mare e di marmo” e al Trofeo Colle Armonioso dell’Accademia Alfieri di Firenze.
Dal 2010 ha curato diverse antologie per Onirica e Albus Edizioni. Nel 2011 la sua silloge “Segreta” si è classificata fra le cinque finaliste tra le sillogi migliori degli ultimi dieci anni.  Nel settembre 2011 è uscito il suo romanzo, brillante e tenero, “C’è Nessuno?” per Onirica Edizioni recensita in questo blog.

[1] Dalla biografia p.83.

[2] « Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος » « In principio era il Verbo» (Vangelo secondo Giovanni, prologo)

[3] Archè, pag. 20

[4] Arcuata spina, pag.23

[5] Sul taglio della notte, pag.17

[6] Dammi la mano, pag.19

[7] [di me] pag.21

[8] D. Me pag. 25

[9] Amos ston Anemos, pag. 39

[10] Lava, pag.55

[11] Stracci, pag.52

[12] La poesia è donna, pag.9

[13] Niente mimose, pag.45

[14] Vagabonda, pag.50

[15] Arcuata spina, pag.23

[16] Maria Zambrano, Filosofia e poesia, pag.45.

[17] Fiore di neve, pag.80

[18] Diresti mai, pag. 36

[19] Diresti mai, pag. 36

[20] A lato dei sogni, pag.74

[21] Madre, pag.48

[22] Profana preghiera, pag. 79, dedicata ad Alda Merini e alle figlie Barbara e Emanuela Carniti.

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