Si inaugura Domenica 18 maggio la rassegna culturale Poesia sotto i gelsi che ha luogo in provincia di Treviso nella casa sul Piave di Goffredo Parise. La “casetta delle fate” a Salgareda, dove visse gli ultimi anni della sua vita lo scrittore veneto e in cui scrisse “I Sillabari” è stata risistemata dopo l’alluvione che ha colpito il Trevigiano a novembre dello scorso anno.
Sabato 8 Giugno sarò nella casetta rosa assieme a Giorgio Bolla ospite dei proprietari Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon e i poeti della rassegna per parlare di Corrispondenze da un mondo increato e leggere alcuni testi ispiratori di Pierluigi Cappello da cui sono scaturite le lettere e le poesie confluite nel libro pubblicato nel 2018 da La Vita Felice. Riporto il programma completo degli eventi ad ingresso libero e gratuito e l’articolo del Gazzettino in cui si parla dell’attesa riapertura della casa museo e del programma di quest’anno.
Pubblicato in Memorie di una Geisha Multiblog di Eufemia Griffo il nuovo numero di Lumachine di Stefano D’Andrea dedicato al Senryu italiano a pag. 52-53 i miei senryu:
nella mia tazza due gocce di pioggia — bevo le nuvole [pubblicato in Failed Haiku 16, aprile 2017]
un pesce rosso — non si può nascondere la timidezza! [pubblicato in Failed Haiku 16, aprile 2017]
insegue il sogno la canzone del vento — tlin tin tlin tin tlin [pubblicato in Failed Haiku 18, giugno 2017]
stelle cadenti — più lunga la parabola d’un desiderio
vola nel sogno la farfalla di Chuang Tzu — nel sogno volo
l’ultimo sogno s’impiglia tra i capelli — l’alba è un bambino
i pesciolini come certi pensieri — senza una meta
le pratoline — ridendo si rotolano vecchie bambine
si aggrappa al muro la rosa della nonna — io alla vita
E’ stato pubblicato da LaRecherche.it l’e-book con gli interventi che sono stati letti al Macro di Roma il 14 aprile alla presentazione nazionale della mappa mondiale delle voci poetiche.
Riflessioni sulla voce, Poetry Sound Library AA. VV., eBook n. 233 con il mio intervento “I suoni sono cosa viva” tratto dall’articolo pubblicato nel blog il 20 gennaio 2019 “I can press volcanoes with my fingertip…”
Se pensiamo a una mappa ci vengono in mente terre sconosciute, oceani sconfinati e avventure. Se pensiamo a una mappa immaginiamo viaggi, percorsi, esplorazioni. Se usiamo una mappa calcoliamo latitudini e longitudini, distanze, altezze e profondità. Se visualizziamo una mappa abbiamo in mente luoghi e paesaggi, forse persone… non suoni.
I suoni sono parte
della parola primordiale, la prima comunicazione intenzionale che racchiude
gesti, mimica, tono, emozione e intensità. E la voce è una caratteristica personale
identitaria e inconfondibile che imprime una chiave di comunicazione al testo
letto, specialmente se il testo o la poesia in questione sono del medesimo
autore.
Tra le altre funzioni
della mappa vocale della poesia esiste una bellezza di sottofondo che dovrebbe
essere percepita da tutti come un valore: la mappa è mossa da un motore di
aggregazione… Intorno a un’idea di un singolo si sono unite persone da ogni
parte del mondo che stanno collaborando per un progetto comune che riguarda la
Poesia. Ma la funzione di cui parlo è la più importante ed è quella di azzerare
le distanze, pure se abbiamo detto che, di solito, usiamo una mappa per
calcolarle o evidenziarle. Ma se non pensiamo più soltanto in termini
geografici, se ragioniamo in termini di umanità ecco che le distanze si
assottigliano. E non sono la sola a pensarlo, a suo tempo lo disse con la
maestria di sempre una voce tra le più importanti della letteratura slava e
della Poesia mondiale: Wislawa Szymborska, nell’ultima poesia a cui stava lavorando
poco prima della morte avvenuta nel 2012, all’età di 88 anni intitolata proprio
“Mappa” (Wisława Szymborska, Basta così, Trad. di Silvano De Fanti, Piccola
Biblioteca Adelphi , 2012)
Qui tutto è piccolo,
vicino, alla portata.
Con la punta dell’unghia
posso schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli
senza guanti grossi,
posso con un’occhiata
abbracciare ogni
deserto
insieme al fiume che
sta lì accanto.
Scrive così la
Szymborska e noi oggi possiamo aggiungere che, con la punta di un dito, possiamo
ascoltare la voce dei poeti, possiamo immergerci nella Poesia di tutto il
mondo, essere nella stessa stanza con Allen Ginsberg, Boris Pasternak, Czeslaw
Milosz, Giuseppe Ungaretti, Anna Akhmatova e persino con la Wisława
stessa.
Entrando nella mappa ci
troviamo in un luogo in cui convivono poeti di molte nazionalità, viventi e non
viventi; da casa nostra e, con i dispositivi mobili da ogni luogo in cui vi sia
una connessione, possiamo ascoltare le voci di poeti molto distanti da noi
nello spazio e nel tempo. Non soltanto: lo spazio tra i poeti e le persone è
abolito. I fruitori della mappa percepiscono la poesia in modo diverso, più
tangibile, più umano, più alla loro portata. Non c’è l’ingombro della presenza
fisica, la poesia è voce e parla con la voce del poeta non più soltanto con la
sua biografia o con l’importanza di premi ed etichette, o con la distanza
rarefatta della carta. C’è l’emozione e il calore di una voce con tutte le sue
sfumature e sovra-impressioni da decifrare, c’è testimonianza. Come si può non
percepire tutto ciò come qualcosa di importante che appartiene a tutti? Sintonizziamoci
allora sulle frequenze della poesia, pur con le dovute differenze, senza
obblighi di frequentazione tra poeti e fazioni poetiche, tra circoli, gruppi e
generi, sintonizziamoci su una mappa che ci consente di preservare la voce, tornare alla purezza del suono, togliere il fruscio
della carta dalle parole, risvegliare i suoni primordiali del vento, restituire
alla poesia la potenza della voce. Perché la voce è un
patrimonio culturale da preservare. Attraverso la voce trasmettiamo emozioni e
vibrazioni, elementi vitali per la Poesia e per ogni tipo di comunicazione.
A est e ovest, sopra e
sotto
l’equatore, un assoluto
silenzio sparso come
semi,
ma in ogni seme nero
la gente vive.
E in ogni seme della
nostra mappa poetica vive anche la voce di un poeta, recuperata, fatta propria,
testimoniata, e ascoltata. Una voce che può far emergere ed evidenziare quel
piccolo mistero, quel segreto che secondo Giuseppe Ungaretti ogni vera poesia
deve possedere…
E a proposito della
poesia e del suo incomprensibile mistero ma non soltanto, non soltanto, perché
tutto risuona di una musica lontana sia nel parlare che nello scrivere,
Friedrich Nietzsche scrisse in Su verità
e menzogna in senso extramorale: «Ciò che nel linguaggio meglio si
comprende non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo
con cui una serie di parole vengono pronunciate – insomma la musica che sta
dietro alle parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro a
questa passione: quindi tutto quanto non può essere scritto.» (Su
verità e menzogna in senso extramorale)
E io trovo che sia
meraviglioso, come ci fosse una sottile filigrana in ogni cosa enunciata e
persino, a volte, nel silenzio. La Poetry Sound Library è testimonianza attiva
del recupero dell’oralità nella Poesia e della funzione orale della Poesia con
il suo potere incantatorio che genera meraviglia ed emozioni, perché tutto
quanto genera emozioni è anche in grado di creare bellezza. Conclude la
Szymborska con un suggerimento implicito, quello di azzerare i confini,
un’utopia? Beh a cos’altro dovrebbe servire la poesia se non a generare utopie
e il fermento che ne consegue?
I confini si
intravedono appena,
quasi esitanti –
esserci o non esserci?
Amo le mappe perché
dicono bugie.
Perché sbarrano il
passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e
buon umore
sul tavolo mi
dispongono un mondo
che non è di questo
mondo.
Sapete, non è vero che
oggi i confini sono sempre più sottili e che siamo liberi di esprimerci, non è
vero, no, o non lo è per tutti, per questo la testimonianza della voce è
importante. La voce della poesia può mettere in luce le singolarità dei popoli,
preservarne le proprie unicità e, allo stesso tempo, racchiuderle in una buccia
protettiva di convergenze e affinità, la buccia di un frutto antichissimo.
Esserci o non esserci? Non è più soltanto il To be or not to be shakespeariano, è molto di più. Essere nel mondo
o non esserci? Fare parte di un movimento o desiderare scomparire dai confini
del mondo e da ogni mappa? Io ho scelto di esserci perché desidero vivere in un
mondo che non sia di questo mondo e perché desidero testimoniare tutto quanto
non può essere scritto, perché come scrive il poeta Ko Un: «Nessuna poesia può
rimanere su una scrivania o su uno schermo di internet. Le poesie non esistono
in antologie materiali. L’Universo, lo spazio, l’immensità del tempo sono il
loro palcoscenico più consono. Il testo non è che una piccola parte della
poesia e non rappresenta il tutto» (Ko Un, L’isola che canta, Lietocolle,
2009). E anche io come il Ko Un raccontato dal critico Song Min Yop vorrei che
respirassimo le nostre poesie prima di metterle su carta, immaginando che esse
scaturiscano da un incantevole respiro più che dalla nostra penna, proprio come
una cosa viva.
La
mappa
(Wislawa
Szymborska)
Piatta come il tavolo
sul quale è posata.
Sotto – nulla si muove,
né cerca uno sbocco.
Sopra – il mio fiato umano
non crea vortici d’aria
e lascia tranquilla
la sua intera
superficie.
Bassopiani e vallate
sono sempre verdi,
altopiani e montagne
sono gialli e marrone,
oceani e mari – di un
azzurro amico
sui margini sdruciti.
Qui tutto è piccolo,
vicino, alla portata.
Con la punta
dell’unghia posso schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli
senza guanti grossi,
posso con un’occhiata
abbracciare ogni
deserto
insieme al fiume che
sta lì accanto.
Segnalano le selve
alcuni alberelli
tra i quali è ben
difficile smarrirsi.
A est e ovest, sopra e
sotto
l’equatore, un assoluto
silenzio sparso come
semi,
ma in ogni seme nero
la gente vive.
Forse comuni e
improvvise rovine
sono assenti in questo
quadro.
I confini si
intravedono appena,
quasi esitanti –
esserci o non esserci?
Amo le mappe perché
dicono bugie.
Perché sbarrano il
passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e
buon umore
sul tavolo mi
dispongono un mondo
che non è di questo
mondo.
(Wisława Szymborska,
Basta così, Trad. di Silvano De Fanti, Piccola Biblioteca Adelphi , 2012)
nella casa rossa dalle pietre rosa non c’era più un citofono a cui suonare né una cassetta postale a cui imbucare la strada d’ingresso fu chiusa per sempre ma una musica sommessa continuava a uscire dai fiori a ogni primavera e la vita andava avanti silenziosa… premurosi gli occhi di un cuore — e tu mi dici che gli alberi non lo hanno — eppure io lo sento e mi manca il fiato d’improvviso saltano anche i miei battiti se so che qualcosa va perduto o trema per ingordigia o per sete di potere se so che non vi saranno più altri occhi a raccogliere i fiori d’una magnolia tanto bella dopo così lungo tempo che ho visto lacrime scendere dall’alto ed erano gocce senza nome e senza alcun padrone era un’acqua che sgorgava dall’antica fonte ai bei calici rosa che non sentono il peso del tempo nostro e fioriscono, sì anche se non li guardi.
vive una pietra grezza in questo specchio d’acqua: è un cuore di giada, voce verde sonora di risate e di pianti. era una donna e adesso sta tornando bambina con i sogni incrinati tenuti stretti come raro fiore d’aprile ancora chiuso in boccio. cresce dagli occhi grandi neri: due gocce d’acqua lacustre, scavate qui nel fondo di una gemma.
nanita, inedito dalla raccolta “Creature d’acqua” 14/03/2019
Io un lunghissimo bacio / e lentissimo
ti darei/ fino a sparire in te/ e tu in me/ finché si disfa il tempo/ si
dissolve ogni cosa/ e si fa buono il silenzio/ che ora mi addolora.
Prendo i
tuoi versi, Francesca, e ne faccio un respiro, quello sottratto alla
piccolissima morte che ci coglie nel dolore delle frasi – taglienti – ferme in mezzo al petto o nel piacere del corpo tutto penetrato dalla luce. Un
respiro per tornare incolumi da quella sospensione di senso, da quella
dissoluzione dell’io a cui aneliamo nell’atto erotico: l’acme di ogni felicità,
l’oblio del pensiero e dei corpi, la perdita del controllo di sé, l’intesa
intensissima dell’istante atteso da decenni, sempre uguale, sempre diverso,
quando, come la bocca di dio spalanchiamo
i corpi.
Ringrazio
che mi venga incontro la poesia per dire l’indicibile, la tua, perché occorre,
perché mi cura una ferita esistenziale, quella in cui mi rivedo nella corsa
alle sedie tutte prese, mentre la musica continua a suonare e io, come te, come
altre donne intrappolate in altre esistenze, scivolo, mi rialzo, mi siedo, cado.
Noi, le imperfette, quelle “ah sei separata? interessante”, quelle che “tanto mi posso divertire”, quelle “prendielascialaquandotipare” ma anche quelle che scrivono quasi fosse preghiera:
non ti farò mai del male e a te stella salivo/ salivo a te sogno a te angelo custode/ a te dio incarnato per me atea salivo/ col corpo spalancato…
Noi che sappiamo – davvero – quanto eros si avvicini a thanatos, quanto sia vera e – necessaria – la petite mort in «Madame Edwarda» di Georges Bataille, quella che annulla sia il bisogno, sia il desiderio, abolendo tutte le tensioni che patiamo in vita. Perché l’erotismo del corpo femminile, nel suo essere sede di contrari, in quanto emblema della trasgressione e del suo divieto – essendo anche il corpo della madre – provoca una frattura nei soggetti che permette loro di superare i propri limiti e, in quell’atto piccolissimo di annientamento, di infrangere se stessi.
Ma anche
noi ci superiamo, superate da un tempo più veloce di noi, quello della
perfezione, della famiglia felice che non è mai la nostra, quello del
“femminile performante”, come lo definisci tu, e ci inventiamo un non tempo, un’isola felice, o quasi, una
piccola morte che non è più solo quella dell’orgasmo che ci lascia più spaesate
di prima nell’abbandono, ma tante piccolissime morti, nelle poesie, nelle
preghiere, nelle speranze, nelle delusioni, nei ritorni inaspettati, in quella solita persistente sottile paura che
cerchiamo di aggirare con piccoli sotterfugi ma che, in realtà, ci tiene in
vita.
E allora
come dire di quelle minuscole ferite che si aprono giornalmente al nostro
desiderio di ritorno alla totale perdizione? Come esporle a un mondo che ci
vuole belle, forti e sensuali, pronte ad assecondare un piacere che ci viene
negato, quello che non sta più nell’attesa paziente ma nell’irruente desiderio
subito realizzato? Un piacere non più idealizzato nello stare appesi alle
esigenze di un altro che non è mai nostro se non in quegli istanti di
spaesamento della dolce morte? Perché è solo questo il fine, le piccole morti
quali l’estasi, la preghiera dei mistici, gli stati di abbandono, l’effusione
erotica, il riso o la poesia, non sono che aperture tra individui in cui
avviene il contatto tra ferite aperte: la sospensione di quella discontinuità
che ci rende impossibile comunicare in maniera totalizzante e profonda.
Ecco allora che la paura e il godimento, la pienezza e la frammentazione, coincidono in questa tua piccolissima morte. Scrivi:
sul tuo petto respiro la forza/ la protezione il pericolo/ e mi guardo allo specchio/ e sono grandissima e bella/ e tu dici sei una meraviglia/ e poi mi volto e mi avvolgo/ nell’amore senza scampo.
E poi ancora:
Il coltello è fermo / in mezzo al petto/sento il freddo/ del metallo, il taglio/ ostacola il battito/ costringe il respiro/ a un percorso alternativo/ spacca il corpo/ longitudinalmente/ io gli tremo intorno/ e lentamente mi separo.
Si toccano gli estremi come si congiungono i corpi in una genesi continua dell’essere donna, nella pienezza di questa meravigliosa condizione che non si sottrae né alla bellezza, né al nutrimento d’anima e corpo, né al dolore, né all’annientamento che accade nel segreto taciuto, qui rivelato, di farsi l’amore negato, di concedersi al piacere autoerotico come gesto vero di restituzione, incontro all’amore verso cui sempre dovremmo essere chiamate, quello per noi stesse:
Una voglia adunca/ di morire/ il dito che mi scava/ nel sesso che hai disabitato.
Infine scrivi una chiusa perfetta, un verso che, da solo, basterebbe a giustificare qualsiasi abbandono, qualsiasi dolore, separazione e annullamento: nell’amore ogni cosa risplende. Perché la stagione dell’amore è un fuori-tempo, si pone cioè al di là di ogni durata temporale, di ogni età, di ogni calcolo e predestinazione. Ma per raggiungerlo si deve essere pronti a lasciare tutto, a perdere se stessi, a fratturarsi in mille pezzi, per risuonare in un canto di offerta di un giorno sempre nuovo, ogni volta fuori da qualsiasi tempo preordinato:
[…]Oggi è il giorno/ in cui verrai,/ il giorno della gioia,/ lo spillo nel tempo/ la data/ che sparirà dai calendari.
Un giorno che è già addio, come la Buonanotte di Emily Dickinson –perché il distacco, quello si è la notte – o l’impermanente susseguirsi di Martina Campi citata nella dedica in esergo:
È così l’addio di ogni giorno/ la piccola morte che si ripete/mattina e sera/ mattina e poi, sera/scorrendo.
Allora
grazie, Francesca, per la meravigliosa voce che ci offri, per l’opportunità di
esistere così come siamo, attraverso la poesia, attraverso le parole: fragili,
imperfette, vere, come ogni altro essere che conosce benissimo il proprio
desiderio, il proprio bisogno di essere amato come ineluttabile necessità.
Castiglione del Lago, 10 novembre 2018
Valentina Meloni, recensione di
Una piccolissima morte, Francesca del Moro, Edizionifolli 2017
La recensione uscirà con il numero XIX Fuori Stagione di Diwali Rivista Contaminata
L’antologia raccoglie testi poetici di 68 poetesse di tutto il mondo sul tema “Il corpo, l’eros”.
La poesia al femminile tratta la “carne”, che per Merleau-Ponty è il sensibile, ossia l’originario, il venire alla presenza. Per coglier la presenza v’è bisogno della percezione che s’esprime in poesia, essa mette al mondo, cioè esprime l’esserci originario, esprime l’esserci che è l’arché. La peculiarità della poesia, dell’arte, e in particolare al femminile è data dal fatto che riesce a esprimere il soggetto e l’oggetto come custodi, nel loro essere, dell’originario dal quale son stati generati e che li rende connaturali: il naturato afferma il naturante dal quale scaturisce; insomma la poesia al femminile esprime la Grande Madre che è generatrice e generata.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.