Ci sono libri che nascono
dalle emozioni, parole che scaturiscono in momenti particolarissimi della
nostra vita e scandiscono i giorni della solitudine, del ritiro in sé stessi,
del contatto intimo con la natura. Ci sono libri che sono segnalibri di un
evento che ha inciso profondamente la lingua del vivere, che ha generato in noi
un fermento di emozioni. Libri che declinano il tempo in nuove stagioni, che
segnano la linea di demarcazione tra un prima e un dopo.
Ho voluto leggere così Haikugrafia, il libro poetico-fotografico di Roberta Placida, romana di nascita come me, ma aquilana di adozione, che ha già ricevuto diversi riconoscimenti per la sua attività poetica e che ci regalerà una nuova pubblicazione poetica dal titolo “Animae Fragmenta” già vincitrice del Premio letterario internazionale “Città di Cattolica”. L’autrice, attualmente, vive ad Avezzano dove insegna lettere presso il liceo scientifico M. Vitruvio e dove si occupa anche di teatro, curando la regia di spettacoli e partecipando in qualità di attrice.
Un libro che è una memoria emozionale rivissuta in frammenti poetici e immagini fotografiche della stessa autrice. Un percorso minimale ma raffinato e intenso che è stato curato con passione e professionalità dalla casa editrice aquilana Daimon Edizioni, della preparatissima editrice, autrice, giornalista Alessandra Prospero.
La veste grafica somiglia in
tutto a un albo fotografico, sia per le dimensioni che per la scelta di carta e
carattere di stampa, sia per l’impaginazione e la struttura. Ed è a tutti gli
effetti un bellissimo album molto piacevole da sfogliare, da guardare, da
meditare… Roberta ha un elevato senso estetico e fotografico e le sue immagini
a colori vivissimi sembrano quasi contrastare con la malinconia dei versi e la
radice di dolore che ha nutrito questa sua creatura illuminata.
In realtà la sinestesia generata dall’incontro di immagini e parole è fortissima e travolge letteralmente il lettore trascinandolo in scorci naturali di struggente bellezza e malinconia, nell’intimità profonda della poetessa che mette le proprie emozioni a nudo fondendole con la natura. Di lei scrive, Antonio Iannucci, in una toccante e intensa postfazione:
“Roberta può essere assimilata […] alla natura stessa. E’ impeto primordiale, esplosività vulcanica, quiete pacifica del mare immobile, tiepido refolo delle notti di agosto e vento sferzante, tramontana delle fredde mattine d’inverno. Risata dirompente e mestizia cupa. In ogni caso è viva e vitale.”
Queste ultime parole
riflettono moltissimo l’autenticità di questa raccolta che è vissuta
intensamente in tutte le sfumature delle emozioni che sanno distanziarsi in
voli di petali e rincontrarsi in punta di foglia, nella gioia dirompente e
nella più cupa mestizia.
Quello che colpisce è sicuramente lo stile fortemente originale. Le fotografie sono ordinate con cura in un susseguirsi stagionale che parte dall’autunno, tempo della perdita paterna, a un altro autunno di fragile bellezza che lascia intravedere un tremore di gioia.
Nel vento grigio
dello sbiadito autunno
dicesti addio
I versi scritti nel linguaggio poetico dello Haiku si sciolgono in assoluta libertà di vincoli, senza classicismi o tentativi di emulazione dei grandi poeti giapponesi, nella più pura semplicità di versi nati dalla scaturigine di un pensiero plasmato dal dolore e lievemente mondato da madre natura ad affinarne la bellezza.
Sole d’inverno
fredda solitudine
raggio affilato
Non si tratta di veri e propri
haiga perché l’immagine non racchiude il verso e non lo completa. La fotografia
si affianca alla parola in completo incastro e in una storta di trasmutazione a
rimbalzo tra parola e visione proposta ma anche suggerita.
Luce radiosa
girasole d’estate
calda armonia
“Il passaggio reiterato da un linguaggio all’altro richiede di superare il limite del frammento visivo, di operare la smaterializzazione dell’immagine e di prospettare la sua trasmutazione nella parola. In verità, la discontinuità dei passaggi richiede di stabilire una dialettica permanente e pervasiva tra immagine e parola, in un’atmosfera silenziosa, negoziale, aperta.” (dalla prefazione di Ilio Leonio “Pellegrinaggio nei segni”)
Bisbiglia il vento
un sussurro nel cuore
voce paterna
La commozione è tenuta sempre a freno dal potere consolatorio della natura in cui l’autrice è completamente immersa e che riesce a trasferire a chi sfoglia queste pagine con apparente semplicità. In realtà c’è un piccolo percorso sottostante che indica una lettura stratificata del testo in relazione all’immagine e che è il percorso interiore che l’autrice ha seguito dopo la scomparsa della figura paterna.
La poesia si muove in queste pagine come un bisbiglio di vento, è una presenza leggera, quasi un’anima venuta a consolare, a dirci quanto sia prezioso ogni attimo, ogni momento.
A
chi si accosta ai versi e alle fotografie di Roberta Placida non si richiedono
competenze specifiche, è un libro che necessita soltanto di attenzione da parte
del lettore, della sua accettazione nel farsi cullare da un bisbiglio di vento,
dal silenzio potente che la parola poetica genera come un raggio affilato di
sole che penetra l’inverno: un battito di luce che ricompone il mondo offeso
dall’incontro con la sofferenza rivelandone il taciuto bagliore.
Ensō (円相) è una parola giapponese che significa cerchio ed è, forse, il soggetto più comune della calligrafia giapponese. L’ensō simboleggia l’illuminazione, la forza, l’universo. La collezione Ensō contiene trenta Haiku yoti in lingua inglese. Gli haiku yoti sono poesie brevi di tipo giapponese che occupano lo spazio fisico della pagina del libro in modi non convenzionali. In questa pubblicazione, unica nel suo genere, troviamo: haiku calligrafici, su una sola riga, disposti a semicerchio, sparsi, a forma di onda, a forma di gatto e, come suggerisce il titolo, haiku tondi a riprodurre la forma dell’ensō. Alla fine del libro troviamo una sequenza di Haiku zen,The Stone sequence, che sperimenta le fasi di una meditazione. L’autrice italiana, che ha all’attivo diverse pubblicazioni internazionali di poesia breve giapponese e ha fondato e dirige la rivista di Haiku bilingue komorebi ni nuneru, si cimenta, con alcuni espedienti tipografici, nell’esplorare le possibilità estetiche del componimento rispetto allo spazio.
Ensō (円 相) is a Japanese word meaning circle and it is, perhaps, the most common subject of Japanese calligraphy. The ensō symbolizes enlightenment, strength, the universe. The Ensō collection contains thirty Haiku Yoti in English. The Haiku Yoti are short Japanese-type poems that occupy the physical space of the book page in unconventional ways. In this publication, unique in its kind, we can find: calligraphic haiku, single line haiku, scattered-haiku, wave-haiku, in the shape of a cat and, as the title suggests, circle- haiku reproducing ensō. At the end of the book we can find a sequence of Haiku zen, The Stone sequence, which experiments the phases of a meditation. The Italian author Nanita, who has made several international short poetry publications and has founded and directed the bilingual Haiku magazine komorebi ni nuneru, tries, with some typographical expedients, to explore the aesthetic possibilities of the composition compared to space.
devo intensamente pensare alle cose più belle intensamente sentire come mi arrivi nel sonno a carezzare le palpebre e le mani offese mancanti di tante strette intensamente pensare devo gli occhi del cerbiatto che mi attraversano la vita la discesa al bosco al lago un’acqua quieta che mi rasserena la corsa veloce il salto la sparizione improvvisa nell’erba la bellezza fiera intensamente pensare devo la tua dolcezza mentre mi vieni incontro nel sogno e il mio spaesamento nel vederti di nuovo rabboccare la coperta del sereno alla mia resa intensamente pensare occorre alla bellezza del silenzio che ci chiama alla tua la mia rinuncia di essere al nostro parlarci da lontano intensamente pensare devo alla salvezza di quel che abbiamo salvato custodire finemente nel fiato una parola che non si è detta e l’alito caldo della tua stretta mentre mi sussurri all’orecchio il mio piccolo dono svelato e qualche foglia e non ricordo più cosa ma di sicuro la mia tenerezza e un brivido intenso e segreto che ti ho sempre taciuto nel rivelarmi persa allo sgomento del sentirti dentro questo soltanto questo intensamente pensare adesso sento
Caro Iuri, sono qui che passeggio lungo il lago, tra le mani tengo i tuoi versi. Leggera una bianchissima piuma va posandosi ai miei piedi. E’ impalpabile e delicata, appena curva, ma geometricamente perfetta, si regge in linee sottilissime, un biancore d’indecifrabile consistenza. Penso che sia venuta anche lei, caduta dall’ala forse di un longilineo airone, a dirsi metafora dei versi che leggo, cesellati in partiture finissime di immagini e scorci e mondi marginali e paralleli come quelli che la poesia conserva intatti ancora prima della parola e del linguaggio. Versi bianchi come bianco l’inverno che si srotola in un diario di affreschi ipotetici e inusuali dal giorno dell’anno più corto al crepuscolo di febbraio, il mese insipido come lo definisci tu, fino alle Idi di marzo. In questa silloge riapri il dialogo tra il poeta e il tempo, tanti i riferimenti temporali che si stagliano a rimarcare come il tempo sia sovrano, e tracci il segno di misura della luce che divarica gli anni dell’umano per scoprire una falla di minuti in cui si annida la poesia: Mia madre nasce a marzo, il mese difficile /dove la sera, in un tempo perso in cortili /senza vento, specchia la fine eguale al principio /di un fiotto di gemma da una roggia spaccata. Lo rimarchi perfino nella punteggiatura, nel susseguirsi di quei due punti che indicano continuazione, che pongono gli enunciati sia come causa che come conseguenza dell’altro, ribaltando persino l’ora detta e battuta dall’orologio nel buco nero del presente.
L’orologio batte l’ora nel
pomeriggio,
rorido di bucato steso,
tra le insidie
dei fili tesi il nodo
indissolubile del vento
che si fa casa in una sera
chiara,
lampi di approvazione
attentano
di bave rosa la volta:
ricordavo l’insegna
di un vecchio bistrot: quanti
anni fa?
Nulla è impressionante
quanto il presente.
Il corpo esulta sulla
terra tra brandelli
d’acqua dolce. Ma non
conosco sepoltura
migliore, quel senso vago
della sosta,
se non nel restare in
piedi, assonnato:
della terra so il credo,
il mistero, la religione.
L’orologio batte l’ora del
pomeriggio,
attonito smonta le sagome
degli alberi neri:
l’esaltazione esplode e
sono fiori di campo
i sorrisi votivi lasciati
sulle labbra.
Squarcio
temporale fatto di tue minute descrizioni, di angoli bui di città, la tua
amata-odiata Firenze, di attimi rubati ad amplessi tra gambe divaricate come
meridiani dell’assoluto.
Nel giorno
dell’anno più corto
le larve bagnate
della notte
si trascinano lungo
i cantoni,
gli sdruccioli il
solstizio nulla
ha della gioventù. In
questa
notte, appena
accennata a sera,
lasci gli stivali
dietro la porta –
il tempo di dormire
per non sentire dolore –
ed è già un gran
fuoco di luci. […]
Ed
è incredibile come un verso tenga/ in
tensione/ l’atleta,/
l’acrobata sul filo, sull’orlo del cornicione.
Devo rubare versi ai tuoi versi per dirlo anch’io con le tue parole, delle tue
stesse parole, versi, perché abile tu definisci tra le righe il compito del
poeta che è quello di creare connessioni cerebrali tra personalità diverse, di
tendere fili e ponti tra la visione scorta in un pre-tempo e l’immagine
increata e ricreata di chi viene chiamato alla tua poesia. Tu che ti affidi ad
essa, alla poesia, cesello implacabile dell’artigiano e batti e lucidi e aggiungi
e togli fino alla precisione dell’imperfetto canto, quello del sentimento mai
detto e mai svelato, pure esistente, posto all’angolo della tua bottega come
pinocchio impertinente. Parise prese l’avvio dalle lettere, dalla semplicità
dell’erba, dalle piccole cose per i suoi Sillabari, ma tu stravolgeresti le
tensioni per dire l’indicibile e allora ti fermi sulla soglia, solo suggerisci
che oltre le lettere del nostro alfabeto ve ne siano altre, mai dette, mai
cantate poste in alfabeti sconosciuti di cui solo s’intuisce la presenza.
Quell’intuizione che il poeta sa essere fondamenta del suo dire: Scaccio artigiano scaccio il mio
pinocchio:/un sillabario impossibile/da cantare.
La
tua è una poesia sorretta da un pensiero strutturato, dove la parola poetica soggiorna nella premessa del romanzo,
che, nel caso tuo è pur sempre ancora vergato in prosa poetica per grandi
tratti. E come potrebbe essere altrimenti?
Il
tuo è l’occhio di un romanziere, di chi è ancorato al tempo, alla storia, ma poeta
di un fine epoca in cui gli echi novecenteschi dello stile s’intrecciano alla
premessa consolatoria di un’era che sta giungendo al suo tramonto. In questa
fine, Sulla soglia che divide il mondo/ civile
da quello operaio,/
sulla soglia del fiume che innalza/ il lenzuolo di concedo tra i balconi /e le
finestre piene di luce, in questa epoca di transizione tra la caduta
dell’io e l’estrema ostentazione di un sé oggettivato, ancora più presente lì
dove si tenta nasconderlo fallendo, c’è sia mestizia che consolazione, tu ne
registri attento la presenza e ne fai i pilastri da cui declinare versi.
Come è importante avere un
pensiero,
rimanere sobri convinti di
sé:
importante è altrettanto
smontare
quel pensiero, essere
altro da un istante
prima spesso è un crimine
rimanere
immortalati sulle nostre
posizioni.
Il gatto prima di
avventarsi sul topo
deve disegnarlo. Sulle
maggesi, fasciata
dalle nubi basse, ferito
sono una gazza.
Ognuno deve porre fine al
suo io,
apparecchiare il lume
dell’umano,
inondare di luce, se pur
timida,
la stanza del suo essere
al mondo.
La poesia sì, attende alla morte dell’io ma
anche alla conservazione della lingua astratta dell’idea, dell’immateriale
congettura che resta solo nella parola scritta e nei dizionari, perché nell’uso
quotidiano consumati – come tu ricordi in nota a fine testo citando Pier Paolo
Pasolini – nel linguaggio del consumo e della multimedialità.
Leale
mi aggiro tra i nomi d’altri diversi, /leale mi batto come un leone – per questione/
anagrafica – la mia lingua è quella del Tommaseo, / in uno stile –
sgrammaticato, esule da un / linguaggio di stato – si approva alla
disubbidienza /civile. Da lontano provengono le nostre origini,/ il nostro sorgere in un’alba
d’aprile, esuli/nella sera o reduci di un viaggio perpetuo…
Io,
però, non desidero fermarmi alla restituzione dei tuoi versi, agli echi
novecenteschi, ai rimandi colti e sapienti, ai novenari e settenari, agli
endecasillabi posti in cadenza musicale solo ove necessario a ritmare la
tensione narrativa e immaginifica. Ti so lettore di prim’ordine, fine
conoscitore di lontani poeti e prosatori semi-sconosciuti, hai acume e visione
critica, già figurata da anni, oserei dire da decenni. Quello che mi muove a
scrivere, a dirti con parola inadeguata, è questa tua ricerca della tenerezza
che si arresta al lezzo del corruttibile, del corpo e del mondo che invade la
parola con parola di commercio. Io ti chiederei, invece, se ancora la Poesia
sia merce inconsumabile, come affermava Pasolini, o se mercificata anch’essa al
ripiego dei favori, delle marchette di scambio, del potere di poco superiore
all’altro solo per via delle giuste conoscenze e appartenenze. A te che
definisci randagia la tua esistenza, non
perbene, a te che vedi il cielo in un
bicchiere sparso di stelle, a te che so essere al di sopra delle parti,
come solo può essere chi sbaglia e ci rimette testa e collo, che non si vende
per una fama improbabile, che riconosce il dissimile nel simile, che si dona con
slancio quando trova ciò che cerca la sua parte di anima incorrotta che chiede
asilo, perchè sai essere la poesia destinata ai tempi lunghi, al fallimento
dell’esercizio del presente, se non addirittura inascoltata.
Ti chiederei se quel sarto, cui accenni con
tocchi d’invisibile dettatura, non ci abbia cucito addosso gli abiti sbagliati,
se abbia mancato il tempo, se abbia mancato la missione e il luogo, se per
fretta o disattenzione, non abbia per caso tagliato più stoffa del necessario
lasciandoci la carne nuda ed esposta in luogo di un’armatura che ci avrebbe
unti di gloria in prima linea. E perché sento questa tua
malinconia fondersi alla liturgia della morte, perché ti sento quasi
bisbigliare: la luce al tuo cenno m’ha
lasciato/e l’anima è nuda/sotto il cielo del tuo sguardo, per
dirla con tre versi della preghiera di Roberto Roversi i cui echi lasci detti
al cruciverba della croce, ai rimandi al vento e ai toni crepuscolari?
DA CRUCIVERBA DELLA CROCE
Crepuscolo di febbraio
Del sole poco rimane se
non un fuoco
breve che si sorprende
come a covare
sotto la cenere, a
germogliare un altro mattino.
– Mai come adesso mi ero
accorta – accenni
nella tua magrezza – di come sta terra
è piena di ponti – non
vedi?
D’altronde il crepuscolo
sfascia la guazza,
il freddo irreale, s’alza
in zampilli
infuocati sui cigli roridi
di fango.
La luce afona si scompone
nel fiume:
siamo nati a torso nudo
coperti solo da acque
che qualche sarto ci ha
cucite
come fossimo invisibili.
Firenze ti si è attaccata addosso e la sua
parola la porti in un distico come in un vessillo di salvezza: L’anno è iniziato con inquietudine/s’avesse
a perdere l’abitudine.
Sai è strano come in te si cuciano l’ironia
della decadenza dei nostri tempi marci allo stelo della tenerezza e come questo
tuo linguaggio impregnato di inquietudine si lasci trapassare da parte a parte
dai nostri occhi: Il cardinale non offre omelie /occupato in certe sue manie… Ma più
di tutto come tu sia capace di chiedere perdono in apertura del disvelamento, tu
che non ti vendi alla fine, sei l’amico dello scherno, copri col sorriso la
vergogna e sai affondare di stiletto la profondità della parola silenziosa e
l’intima solitudine dell’altro che non osi mai disturbare: Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte, /te ne sei andato, figura
persa /nel pomeriggio già bruno sul
presto, /vagabondo nella spirale amena /nello zampillo, nello sgombro
dell’ombra, /di palazzi nuovi di cemento. / […]Perdoni la mia cecità? L’irruenza
/Svanita a ciuffi tra i capelli? L’amore/Che fu è ancora amore: un fitto
epistolario.
Cammino in questo tempo di bonaccia tenendo
ancora in mano una piuma, la tua poesia, staccatasi da un volo a planare sotto
nubi cariche e opprimenti, leggera ma con quella capacità industriosa di chi sa
levarsi in alto con un alito di vento o con una vigorosa spinta d’ala.
Iuri Lombardi (Firenze, 1979), poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la narrativa i romanzi: Briganti e Saltimbanchi, Contando i nostri passi, La sensualità dell’erba, Il cristo disubbidiente, Mezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorni, Black out, Il condominio impossibile, Lo zoo di Gioele, La religione del corpo. Come racconti: Il grande bluff, La camicia di Sardanapalo, I racconti. Per la saggistica: L’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazione, Soqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di Yawp – l’urlo barbarico.
Valentina Meloni The wonderful vagueness of the image only serves to ‘sell’ the image in the poem. It is the cement of this haiga for sure. The poem is a wonderful observation of nature and would be a brilliant haiku (and maybe is), but the poet’s notebook is the target of the snail. When we don’t have an idea of our own, nature has a way of providing one for us.
La meravigliosa vaghezza dell’immagine serve solo a ‘vendere’ l’immagine nel poema. È il cemento di questo haiga di sicuro. Il poema è una meravigliosa osservazione della natura e sarebbe un haiku brillante (e forse lo è), ma il taccuino del poeta è il bersaglio della lumaca. Quando non abbiamo un’idea nostra, la natura trova il modo di fornircene una.
Snails, pubblicazione bilingue allegata al n.30 di Lumachine- Foglio degli amici dello Haiku, AGOSTO 2018, diretto da Stefano d’Andrea, nel Blog Memorie di una Geisha Multiblog e inserito nel sito di Haiku Foundation.
dove sei neve? questo tutto che parla ancor più dal silenzio
※
essere nulla l’oscura intensità di questo immenso cielo ※ squarcia l’azzurro uno strascico di nuvole il tuo timido sorriso ※
il tuo silenzio — imbianca all’improvviso un ciuffo di capelli
※ grani di sabbia — le piccole ferite inflitte per orgoglio ※ vano anche il tempo — mentre gl’iris sfioriscono tornare a desiderarti ※ mentre ti penso l’acqua delle risaie specchia un cielo impassibile ※ sotto la pioggia grondanti di parole il mio e il tuo silenzio ※ impazza il mare — ricordi il lungo bacio sotto gli alberi al parco? ※
ampelodesmi — la tua e la mia voce confuse nella brezza ※
va e viene l’onda il mio amore per te sovrasta il cielo e il mare ※
ritorna a splendere il tuo sogno il mio sogno tra le lontane stelle
“CORRISPONDENZE DA UN MONDO INCREATO” è uno straordinario epistolario poetico tra due poeti per l’appunto: GIORGIO BOLLA e VALENTINA MELONI. Esso muove dalla morte di un altro grande poeta: PIERLUIGI CAPPELLO.
Il libro è intensissimo, pervaso di richiami al filo sottile eppure tenace che è costituito dalla parola poetica e dal filo umanissimo del rapporto amicale.
Entrambi i fili – intrecciati fra loro in modo indissolubile – ricuciono ( in parte, almeno…) gli strappi causati da “un mondo offeso.”
Ma questo libro poetico è molto, molto di più di queste mie parole, intessuto com’è di sapienti rimandi a poeti amati, a versi amati, rimandi che ho in parte rintracciato ma che lascio “sospesi” come ” la neve (….) tra la notte e le strade” (Cristina Campo, in una sua mirabile poesia) per lasciare intatta la suggestione, la metafora della neve che è completamente pura soltanto nei brevissimi secondi in cui volteggia tra terra e cielo come è poeticamente “tratteggiato” da Paul Celan.
Con alterna chiave (Paul Celan) da “Di soglia in soglia” (“Von Schwelle zu schwelle”)
Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.
Varia la tua chiave, varia la parola cui è concesso volteggiare coi fiocchi. A seconda del vento che via ti spinge s’aggruma attorno alla parola la neve.
3/ 10/ 2017, ore 21.25
Che strana terra
è la tua
anche quando la neve
riempie i confini
dei prati
ogni volta perde tutto
la Signora nostra
ma sempre il fiore
sulla pietra
vince il tempo
e le ore
della notte.
Giorgio Bolla
3/10/ 2017, ore 22.18
Che strana terra
la nostra
quando – arresi –
ci disorientano
i crocicchi di voci
e finiamo col mettere radici
nel vento
ci si aggrovigliano le parole
ma non temiamo
il silenzio del fiore che arriva
più bianco a toccare l’aurora.
Valentina Meloni
8/10 / 2017, ore 9.40
Prendi questo nome
e fanne un pane caldo
da spezzare domani
quando avremo fame
e non avremo nessuno
a cui dire grazie.
Prendilo e impastalo
con mani di rinuncia
che lascino al tempo
il compito lieve
della gemmazione.
E non aver paura
d’ingoiar la notte
prendi il mio nome
e, insieme al tuo,
rendilo cielo
di questa nostra bocca.
Valentina Meloni
9/10/2017, ore 12.50
Di neve coprirsi
di questa neve lieve
che imbianca le ombre,
un tuffo di bianco
al tempo del lutto
dove il nero non possa
ingoiare le ossa dei vasi.
Di neve coprirsi
e sparire nell’intrico
di minuscoli cristalli;
come loro sciolti
in una polla che disseta,
un’acqua limpida e discreta
che lava via il rimpianto.
“Con la fune che pende dagli astri/si impiccano i bimbi e i
poeti.” (M.T)
È dal bosco di latte che si leva la genesi
parallela di parola che nasce da altra parola e che nutre i tuoi fiori estinti,
Mattia, quando scrivi:
accrebbi
il
verme gemello nel bosco
che era
mia madre
È da lì che
si leva il canto dell’allodola che ti muore in gola, da quell’oscurità che fu
madre di ogni verso nato da altri mondi,
dove nerissimi/ gigli affliggono e azzannano. Ed è la stessa oscuritàche ha benedetto la parola che lega
voce a voce e a te lega Dylan Thomas, più volte direttamente e ancor più
indirettamente citato nella tua raccolta.
[…] Ma
oscurità soltanto
Porge
benedizione
al
selvaggio
bimbo.
(D.T.)
Ed ogni verso qui è una dichiarazione di poetica in
cui tenti di nutrire quel bimbo appeso a un seno di verde latte, masticando i
versi che ti hanno generato.
Vorrei
guardare il cielo, ma le stelle
mi
aprono il sangue e disturbano
i versi
in bocca ai morti:
stanotte
mia madre non partecipa
al pane
che si spezza, non consente
né
risate né preghiere, capovolge
tutti i
nomi e li scavalca;
stanotte
mio padre non ricorda
quante
volte ha indovinato, quante volte
la
parola gli ha mozzato la parola.
Stanotte
prendo l’ago e cucio
i miei
occhi agli occhi di mia madre, prendo
un
piccolo coltello e svuoto
le mie
ossa nelle ossa di mio padre.
Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
le ho tra i denti e fanno male.
Un venire al mondo che è la stessa genesi del fiore
in cui già la morte è contenuta in seme. E si squarcia il buio quando una
stella segreta cade nel becco delle gazze, che il volo è già precipizio e il
fiore stremato si piega alla parola che sospinge pane, fuoco e profezia nella legge dell’allodola impiccata, dove tutto è capovolto e la bellezza viene
meno alla corolla, scava da sotto il bosco come un verme che teme la luce ma ne
sugge la segreta linfa. È la stessa
forza che sospinge il fiore che fa dire a D. Thomas:
La
forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore
È quella che sospinge la mia verde età;
Quella
che spacca le radici agli alberi
È la mia distruttrice
E io
non ho parole per dire alla rosa incurvata
Che la
mia giovinezza è piegata da identica febbre
invernale. (D.T.)
Mancano le parole a chi come te conosce l’astuzia
segreta che cova il verso, a chi come te non teme, giovanissimo, scavare il ventre di Omero. Ma non si
può arretrare alla nascita, non si può fermare il fiore e allora così sia,
inizi pure la tua epifania, l’antica liturgia della parola che accosta lo
sterco e l’ostia, il putrido e il lucente, il nome e la sciagura, ora siano le
vie del canto aperte.
Ora le
vie del canto sono aperte:
vengano i fiori e tutte le creature
a sputare sui miei versi;
accorrano
alla
soglia innominabile che al buio
dal
buio accede e sta sventrando.
Ed è il segno che si fa seme, nel bosco segreto/ dove accade ogni cosa, […]/Là dove tutto il dolore
del mondo è ammainato, scrivi in un bellissimoverso che indirettamente si muove sulla medesima liturgia di Iosif
Brodskij che dice alla farfalla: Non
affliggerti, se/la tua vita, il tuo peso/son privi di parola:/è un fardello
anche il suono. E questo peso in te si sente e si avverte il sacro che
affiora a partire dal grafema: Così nel
verso è la preghiera,/e nelle mani giunte l’avvenire. Per questo riconosco
nel tuo dire una liturgia della parola dove sopravvive un verso biblico e il
metro usato per innalzare il canto si confonde con la profezia.
Ecco,
arriva quest’uccello
che
nella voce ha il fuoco d’ogni terra
promessa,
che crolla
al
segno fatto soglia e sangue.
Nel tuo
sangue sta il vento che profana
e poi
rovescia: a quale eco
tornerai
nel nome? in quale
veglia
sbranerò la luna?
Offrimi dell’acqua e sia nell’acqua
questa parola che fummo.
Traccia
e poi
colloca la sorte
di
tutti i fiori mai donati.
La tua è terra di nessuno, scrivi qui è altrove, e per te io so essere
ogni terra sempre altrove, ogni approdo una partenza, perché sai che ogni
giorno il sole è nuovo e noi soffriamo. Pure se ti scaldi al focolare di un poeta, pure se ti nutri
del corpo dei morti, non hai casa né la troverai se non nel verso che ti
capovolge il mondo e ti apre la ferita che è la stessa che si fa disvelamento e
casa: se il cielo perde sangue/c’è uno
squarcio che ci accoglie.
E non sei pago dei tuoi versi, né dei versi dei
poeti, e lo scavo è fatto di tormento, come un peccato in cerca di redenzione:
Il mio
verbo è un’immensa bestemmia
di
foglia, di foglia che cade
per la
voce degli angeli verdi
Il tuo metro di misura è arrivare alla fine del
mondo e lo percorri e non ti sazia, per questo tenti la mitopoiesi dei tuoi
stessi versi e costruisci a partire dal mito disvelato delle grandi voci un
universo nuovo e parallelo.
Si
ammala la parola, le mie
vertebre
si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e
questa stanza è troppo bianca:
morirò
nel singhiozzo delle allodole.
Se la stanza è bianca, se la vacuità ti afferra la
gola e ti ammala la parola, pure ti ferisce l’occhio il verso che non proviene
dal bosco segreto dove regna la mano che
stringela mano, e l’uomo con l’uomo.
E qui ci abbagli con il verso sfrontato del bambino che non teme il fallo dello
scettro e la bestemmia:
Babele
sventra il cielo, ma alle lingue
opponiamo
le linguacce, un girotondo.
Ed è il tuo un nascere dal vuoto, una caduta
angelica a cui non ci si può sottrarre, con voce rotta, stretta dall’urgenza di
mostrare l’acuto del vagito, del venuto al mondo attraverso il segno della lingua
che strozza il respiro nel silenzio e si chiude poi al suono e lo sigilla come
la chiocciola con l’epifragma:
Ma lo conosci il segno
degli angeli? Quello che
confonde
l’acqua con le rose, il pane
e un antico verbo senza suono.
Da molliche e da crepacci
risorgiamo
a una veglia furibonda:
è singhiozzo, questi versi e
poi il silenzio.
Questa tua raccolta è una dichiarazione di poetica e,
allo stesso tempo, una dichiarazione d’amore e odio per la poesia che come una
madre non si può non cercare ma che si tenta di allontanare per strapparsi di
dosso il gusto del latte a cui si abbevera la vita, per prendere le distanze
dalla parola usurata che non ci dà più nutrimento.
Mi
troverai al di là della luce,
nell’orma
bianca del passo
tracciato
dal canto, dove tutto
il
dolore del mondo è ammainato.
Sarò il verbo custode
di ogni avvenire, la fiamma
che purifica il fiore:
vivremo
nel bosco segreto
dove
accade ogni cosa, dove
regna
la mano che stringe
la
mano, e l’uomo con l’uomo.
Già
tramo l’incanto dell’iride
e
conosco il mistero dei mondi.
Ho
visto la prima parola
e il
primo bacio svelarsi:
saremo
la grazia e la lira,
il
passero che addomestica il cielo.
Saremo
la rovina dell’angelo
caduto
da un cielo ostinato.
Per tutto questo e per la fiducia che mi tenne
aggrappata a questa tua poesia che mi inviasti mesi fa, come una fune che
m’impicca al cielo, io scrivo a caldo poche righe e ne porto il fuoco mescolato
con il tuo e nutro la speranza del nascituro che ha già ucciso la madre e che
le fa dire da una terra in estinzione: tu sei il bambino squarciato, nasci ora e, ancor prima, già hai parlato con i
morti.
vieni notte gentile, vieni e rendimi il sonno che mi è stato tolto nell’attesa del giorno… risvegliarsi a un suo bacio delicato appena s’è levato in alto il sole e con le sue parole stare tra veglia e sonno come in incantamento di un centro luminoso che non ho conosciuto se non in lontananza nella mia silenziosa stanza e in solitudine rubando tutte tutte le mie ore e le mie inutili parole ha fatto del crepuscolo attimo senza fine e senza più ritorno…
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