Una piccolissima morte

Io un lunghissimo bacio / e lentissimo ti darei/ fino a sparire in te/ e tu in me/ finché si disfa il tempo/ si dissolve ogni cosa/ e si fa buono il silenzio/ che ora mi addolora.

Prendo i tuoi versi, Francesca, e ne faccio un respiro, quello sottratto alla piccolissima morte che ci coglie nel dolore delle frasi – taglienti – ferme in mezzo al petto o nel piacere del corpo tutto penetrato dalla luce. Un respiro per tornare incolumi da quella sospensione di senso, da quella dissoluzione dell’io a cui aneliamo nell’atto erotico: l’acme di ogni felicità, l’oblio del pensiero e dei corpi, la perdita del controllo di sé, l’intesa intensissima dell’istante atteso da decenni, sempre uguale, sempre diverso, quando, come la bocca di dio spalanchiamo i corpi.

Ringrazio che mi venga incontro la poesia per dire l’indicibile, la tua, perché occorre, perché mi cura una ferita esistenziale, quella in cui mi rivedo nella corsa alle sedie tutte prese, mentre la musica continua a suonare e io, come te, come altre donne intrappolate in altre esistenze, scivolo, mi rialzo, mi siedo, cado.

Noi, le imperfette, quelle “ah sei separata? interessante”, quelle che “tanto mi posso divertire”, quelle “prendielascialaquandotipare” ma anche quelle che scrivono quasi fosse preghiera:

non ti farò mai del male e a te stella salivo/ salivo a te sogno a te angelo custode/ a te dio incarnato per me atea salivo/ col corpo spalancato

Noi che sappiamo – davvero – quanto eros si avvicini a thanatos, quanto sia vera e – necessaria –  la petite mort in «Madame Edwarda» di Georges Bataille, quella che annulla sia il bisogno, sia il desiderio, abolendo tutte le tensioni che patiamo in vita. Perché l’erotismo del corpo femminile, nel suo essere sede di contrari, in quanto emblema della trasgressione e del suo divieto – essendo anche il corpo della madre – provoca una frattura nei soggetti che permette loro di superare i propri limiti e, in quell’atto piccolissimo di annientamento, di infrangere se stessi.

Ma anche noi ci superiamo, superate da un tempo più veloce di noi, quello della perfezione, della famiglia felice che non è mai la nostra, quello del “femminile performante”, come lo definisci tu, e ci inventiamo un non tempo, un’isola felice, o quasi, una piccola morte che non è più solo quella dell’orgasmo che ci lascia più spaesate di prima nell’abbandono, ma tante piccolissime morti, nelle poesie, nelle preghiere, nelle speranze, nelle delusioni, nei ritorni inaspettati, in quella solita persistente sottile paura che cerchiamo di aggirare con piccoli sotterfugi ma che, in realtà, ci tiene in vita.

E allora come dire di quelle minuscole ferite che si aprono giornalmente al nostro desiderio di ritorno alla totale perdizione? Come esporle a un mondo che ci vuole belle, forti e sensuali, pronte ad assecondare un piacere che ci viene negato, quello che non sta più nell’attesa paziente ma nell’irruente desiderio subito realizzato? Un piacere non più idealizzato nello stare appesi alle esigenze di un altro che non è mai nostro se non in quegli istanti di spaesamento della dolce morte? Perché è solo questo il fine, le piccole morti quali l’estasi, la preghiera dei mistici, gli stati di abbandono, l’effusione erotica, il riso o la poesia, non sono che aperture tra individui in cui avviene il contatto tra ferite aperte: la sospensione di quella discontinuità che ci rende impossibile comunicare in maniera totalizzante e profonda.

Ecco allora che la paura e il godimento, la pienezza e la frammentazione, coincidono in questa tua piccolissima morte. Scrivi:

sul tuo petto respiro la forza/ la protezione il pericolo/ e mi guardo allo specchio/ e sono grandissima e bella/ e tu dici sei una meraviglia/ e poi mi volto e mi avvolgo/ nell’amore senza scampo.

E poi ancora:

Il coltello è fermo / in mezzo al petto/sento il freddo/ del metallo, il taglio/ ostacola il battito/ costringe il respiro/ a un percorso alternativo/ spacca il corpo/ longitudinalmente/ io gli tremo intorno/ e lentamente mi separo.

Si toccano gli estremi come si congiungono i corpi in una genesi continua dell’essere donna, nella pienezza di questa meravigliosa condizione che non si sottrae né alla bellezza, né al nutrimento d’anima e corpo, né al dolore, né all’annientamento che accade nel segreto taciuto, qui rivelato, di farsi l’amore negato, di concedersi al piacere autoerotico come gesto vero di restituzione, incontro all’amore verso cui sempre dovremmo essere chiamate, quello per noi stesse:

Una voglia adunca/ di morire/ il dito che mi scava/ nel sesso che hai disabitato.

Infine scrivi una chiusa perfetta, un verso che, da solo, basterebbe a giustificare qualsiasi abbandono, qualsiasi dolore, separazione e annullamento: nell’amore ogni cosa risplende. Perché la stagione dell’amore è un fuori-tempo, si pone cioè al di là di ogni durata temporale, di ogni età, di ogni calcolo e predestinazione. Ma per raggiungerlo si deve essere pronti a lasciare tutto, a perdere se stessi, a fratturarsi in mille pezzi, per risuonare in un canto di offerta di un giorno sempre nuovo, ogni volta fuori da qualsiasi tempo preordinato:

[…]Oggi è il giorno/ in cui verrai,/ il giorno della gioia,/ lo spillo nel tempo/ la data/ che sparirà dai calendari.

Un giorno che è già addio, come la Buonanotte di Emily Dickinson –perché il distacco, quello si è la notte – o l’impermanente susseguirsi di Martina Campi citata nella dedica in esergo:

È così l’addio di ogni giorno/ la piccola morte che si ripete/mattina e sera/ mattina e poi, sera/scorrendo.

Allora grazie, Francesca, per la meravigliosa voce che ci offri, per l’opportunità di esistere così come siamo, attraverso la poesia, attraverso le parole: fragili, imperfette, vere, come ogni altro essere che conosce benissimo il proprio desiderio, il proprio bisogno di essere amato come ineluttabile necessità.

Castiglione del Lago, 10 novembre 2018

Valentina Meloni, recensione di
Una piccolissima morte, Francesca del Moro, Edizionifolli 2017

La recensione uscirà con il numero XIX Fuori Stagione di Diwali Rivista Contaminata

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