La poesia di Tom Phillips propone una combinazione insolita: accosta motivi locali a un ventaglio di immagini internazionali. Durante i tanti anni in cui è stato giornalista per riviste e autore di pezzi teatrali a Bristol, ha sviluppato un’attenzione alle tracce geografiche e storiche delle vite altrui, a cui aggiunge una percezione sottile dei destini individuali e un’arguzia ironica, che è una parte del suo manuale di sopravvivenza personale e sociale. Questa arguzia si rivela nel suo gusto per un’ambiguità verbale e per delle giustapposizioni inaspettate, entrambe provocate dal suo interesse verso la diversità specifica e i tessuti culturali di ognuno dei paesi in Europa orientale attraverso cui ha viaggiato, e in uno dei quali si è recentemente stabilito. Le poesie di Recreation Ground sono tutte scritte prima del trasferimento in Bulgaria; il titolo del testo che dà il nome al libro è basato su un gioco di parole in quanto significa ‘parco giochi’, sì, ma anche ‘luogo di ri-creazione’, il che indica implicitamente il campo dove l’arte della poesia compie il suo lavoro. Questi cinque pezzi selezionati dal libro, finemente tradotti, indicano come il lavoro dell’autore si stesse già sviluppando allora. Il poeta collega la sua conoscenza della storia europea con la sua capacità di rispondere a ispirazioni quotidiane e ogni tanto inquietanti. Sempre con un senso della sua lingua poetica e un ritmo personale, Phillips focalizza la sua sensibilità su come dobbiamo vivere sia con l’intreccio delle emozioni a cui apparteniamo, sia con quello a cui arriviamo ad appartenere, che con quello con cui dobbiamo relazionarci, anche quando non possiamo appartenere. È proprio in questo modo che la poesia di Tom Phillips può aiutarci a vivere dentro e attraverso questi nostri tempi ‘interessanti’.
La nota di lettura, scritta direttamente in italiano, è a cura di Peter Robinson. Le poesie proposte di seguito, nella traduzione di Valentina Meloni, sono estratte da Tom Phillips, Recreation Ground (Two Rivers Press, 2012)
Dubliners on the Adriatic
La mia anima è a Trieste …
1
Trieste. Trst. Tristesse.
Rustle of sea birds rising
from this doubling bay,
suggestive echoes along the Canal Grande:
here, of all places, to stumble on
Joyce among the Hapsburgs,
blind bronze staggered mid-stride.
Unhinged from its hinterland,
this polyglot port’s piazza’s fading
hulks outline a century’s diminishment:
‘the last foothold before…’ etc., etc.,
(barbarism, in short),
Austria-Hungary’s gravestone wedged
in the crotch of the Adriatic.
Distant Istria fumes blue in the heat.
White Miramar – from where
reluctant Maximilian despatched
for Mexico (and Manet) – plunges
foolishly above the sea,
imperial mockery mocked,
the silver, unmoving sea.
2
City of sighs,
where the wise
keep their eyes on
the empty horizon,
though no ships come
and the quays are dumb
as Franz Ferdinand
lumping up the Corso,
dead. Or the Risiera
where the Jews were killed.
3
But staggering mostly, by ill-repute,
he was, from quay to quay,
until Consul’s counsel held sway,
and he teetered off to the bahnhof.
Under palms, under plane trees,
Joyce whistled off-key by the Chiave D’Oro,
(girls there knowing him, by ill-repute),
for his Triestine tryst with Nora.
With other tongues loose in his mouth –
Honest, Jim, she’ll smell them on your breath! –
and her fresh-flustered from the Zurich train,
he fanfared her exile into his free world,
waltzed her through statued gardens,
his animated, Babelous greeting:
‘Per donna, jam hors de clay.
Gente di Dublino sull’Adriatico
La mia anima è a Trieste …
1
Trieste. Trst. Tristesse.
Fruscio di uccelli marini che ascendono
da questa doppia baia,
suggestivi echi lungo il Canal Grande:
qui, tra tutti i luoghi su cui inciampare
Joyce fra gli Asburgo,
il passo incerto di un cieco bronzeo.
Scollegata dal suo entroterra,
la piazza di questo porto poliglotta sta svanendo
le navi in disarmo dipingono il declino di un secolo:
“L’ultimo appiglio prima di …” eccetera
(imbarbarimento, in breve),
lapide austroungarica incuneata
a cavallo dell’Adriatico.
Istria lontana fuma di azzurro nella canicola.
Il bianco Miramare – da cui
l’arciduca Massimiliano riluttante fu spedito
in Messico (e Manet) – si getta
incautamente a picco sull’abisso,
ridicola farsa imperiale,
immobile, il mare d’argento.
2
Città dei sospiri,
dove il saggio
appoggia gli occhi su
un orizzonte sgombro,
anche se non arriva alcuna nave
e le banchine sono ammutolite
come Francesco Ferdinando
che affolla il Corso,
da morto. O la Risiera
dove furono uccisi gli ebrei.
3
Ma più di ogni altra cosa fu sconcertante, per pessima reputazione,
lo era, da banchina a banchina,
fino a quando il consiglio del Console non ebbe la meglio,
e barcollò verso il bahnhof.
Sotto le palme, sotto i platani,
Joyce lanciò un fischio in disaccordo con la Chiave D’Oro,
(le ragazze lì conoscevano la sua dubbia reputazione),
al rendezvous triestino con Nora.
Con altre lingue sciolte in bocca –
Sii onesto, Jim, le sentirà dal tuo respiro! –
e con il dolce turbamento di lei dal treno di Zurigo,
ostentò l’esiliata nel suo mondo emancipato,
la condusse a tempo di valzer attraverso giardini statuari,
strambo e babelico il suo benvenuto:
‘Per donna, jam hors de clay’.
*
Fear of Flying
Every night these small-hours panics,
airliners knife into the sea,
her whispered reassurances:
Sleep, my love, it’s only dreams –
until fear is strafing the ceiling
like searchlights, like a convoy
of hooded trucks out east.
Are we at war again? The papers
say nothing. Our rooms are filled
with shopping bags, unpaid bills,
traps for insomniacs, clutter.
Not one of us has any clue.
The dawn which haunts the window
is merely a trick of the light.
The man in the doorway, smoking,
checks his field of fire.
Paura di volare
Ogni notte il panico delle ore piccole,
l’aereo è un coltello che fende il mare,
il sussurro rassicurante di lei:
Dormi, amore mio, sono solo sogni –
fin quando la paura non inizia a mitragliare il soffitto
con i fari puntati, con una colonna
di camion incappucciati a est.
Siamo di nuovo in guerra? I giornali
non dicono niente. Le nostre stanze sono piene
di borse della spesa, fatture non pagate,
trappole per insonni, disordine.
Nessuno di noi ha alcun indizio.
L’alba che tormenta le imposte
è soltanto un gioco di luci.
L’uomo all’ingresso, mentre fuma,
controlla la sua area di fuoco.
*
Recreation Ground
So much for making it,
cutting up the escarpment
to reach the shallow chalk crater
where, finally, the tennis courts
were out of sight and all
we had to watch were the clouds
that shaped themselves and rolled away.
We were still among the scrub
and the sheep-tracks, my first love,
when you turned an ankle
and, leaning against the slope,
looked back to where our parents
were making ready to play.
Parco giochi
Così, tanto per fare,
tagliare la scarpata
per raggiungere il basso cratere di gesso
dove, infine, i campi da tennis
scomparivano alla vista e tutto
ciò che avevamo da guardare erano nuvole
che prendevano forma e rotolavano via.
Eravamo ancora tra la macchia
e il tratturo, mio primo amore,
quando ti sei girata su di un’anca
e, sporgendoti sul declivio,
ti sei voltata indietro dove i nostri genitori
si stavano preparando a giocare.
*
Egdon Road
Some nights, quite late, the lighted corner shop
sells chocolate bars, toilet rolls and milk.
The long lane stretches to a café-bar or flats,
depending on which way you look down it.
Drivers on a crash course lunge at junctions;
houses back away between the streetlamps.
A lone bat barrel-rolls along front gardens,
a pipistrelle, perhaps, that tracks you home.
Egdon Road
Certe notti, sul tardi, il negozio all’angolo illuminato
vende barrette di cioccolata, rotoli di carta igienica e latte.
Il lungo viottolo si estende fino a una caffetteria o a delle abitazioni,
a seconda del modo in cui lo guardi.
Conducenti su una pista da corsa si lanciano agli incroci;
più dietro case tra i lampioni.
Un chirottero solitario piroetta lungo i giardini d’ingresso,
un pipistrello, forse, che ti segue fino a casa.
*
Disrupted Sleep
Out of a dream of a day by an ornamental lake
where, amongst rhododendra, my father
appears to be offering advice, or his hand
on my elbow at least, I’m fiercely awake,
insomniac between sweat-drenched sheets
and a three a.m. silence that gives way
to cross-city sirens and, closer,
dallying homecomers’ chat in the street.
Your absence makes me fonder.
Half-mad with deferred regrets,
as if here in your unindented pillow
were everything we might have been
or what little you’ve left behind,
the next hour labours like a week.
Sonno disturbato
Fuori da un sogno di un giorno su un lago ornamentale
dove, tra i rododendri, mio padre
sembra offrire consigli o quantomeno la sua mano
sul mio gomito, mi desta violentemente,
l’insonnia tra lenzuola zuppe di sudore
e il silenzio delle tre del mattino lasciano il posto
alle sirene che attraversano la città e, dappresso
alle chiacchiere in strada di chi torna a casa.
La tua assenza mi rende più affettuoso.
Un mezzo pazzo che ha rimpianti in differita,
come se qui nel tuo cuscino incavato
fossimo tutto ciò che avremmo potuto essere
o quel poco che ci siamo lasciati alle spalle,
l’ora seguente pari alle fatiche di un’intera settimana.
Nota della traduttrice
Tra tutte le poesie di ‘Ricreation Ground’ ho scelto e tradotto quelle che, a mio parere, erano le più interessanti e, tra queste, la mia preferita è senz’altro ‘Dubliners on the Adriatic’ per gli echi storici e letterari che si intrecciano alla nostra cultura e geografia. I versi sono ambientati a Trieste, città colta e malinconica: da sempre considerata crocevia della cultura italiana e mitteleuropea, diede i natali a Umberto Saba e Italo Svevo, ma accolse anche James Joyce e Stendhal che ne trassero ispirazione per le loro opere.
Nel 2006, durante un viaggio di un mese in giro per l’Europa con la propria famiglia Tom Phillips, dalla Slovenia, si dirige a Trieste dove viene colto da una sorta di “polyglot melancholy” che, come egli stesso mi ha confidato, ritroverà anche nel libro di Jan Morris “Trieste and The Meaning of Nowhere”. Sicuramente è durante questo viaggio che incontra la statua bronzea di James Joyce con il famoso “mezzo passo” realizzata dallo scultore triestino Nino Spagnoli e collocata a Ponte Rosso sul Canal Grande nel 2004 per ricordare il centenario dell’arrivo di Joyce a Trieste. Sotto la statua l’iscrizione tratta dalla lettera a Nora del 27 ottobre 1909 e che lo ricorda “La mia anima è a Trieste”, viene ripresa dall’autore in esergo a suggellare il legame tra Joyce e Trieste messo in risalto nei suoi versi. Proprio per questo motivo nella traduzione del titolo della poesia di Tom Philips ho ripreso volutamente il titolo dell’opera di James Joyce.
Mi sono anche divertita a rintracciare in questa poesia alcuni sottointesi che l’autore ha seminato all’interno dell’opera (processo comunque inevitabile per la comprensione del testo da tradurre). La poesia, infatti, fa riferimento agli anni triestini di James Joyce e in particolare cita l’episodio avvenuto in Piazza della Stazione (ora piazza Libertà), il 20 ottobre 1904, quando James Joyce e la futura moglie Nora Barnacle (si sposeranno solo nel 1931), si incontrano e lo scrittore la lasciò nel giardino della stazione per cercare un alloggio per la notte, quando in Piazza Unità d’Italia (allora Piazza Grande) si ritrovò coinvolto in una rissa tra marinai inglesi ubriachi e venne arrestato con loro. Fu rilasciato qualche ora dopo grazie all’intervento del console inglese e solo allora tornò a prendere Nora.
Alcuni passi della poesia non sono facili da comprendere se non si conosce la storia dello scrittore irlandese. Per esempio pochi sanno che “Sunny Jim” era il soprannome d’infanzia di James Joyce nella Dublino vittoriana. Per curiosità “Herr Satan” è, invece, l’epiteto con cui era conosciuto a Zurigo durante l’ultima fase della sua vita.
Alcuni giochi di parole, invece, non sono del tutto traducibili come per esempiooff-key che significa stonare ma che rimarca anche l’estraneità di Joyce all’ordine cavalleresco dell’Impero Asburgico della Chiave d’Oro. O al quart’ultimo verso in cui, forse, ci si riferisce a Esuli (titolo originale: Exiles) unica opera teatrale dello scrittore irlandese, scritta nel 1915 mentre viveva a Trieste, in cui la trama è liberamente ispirata a I morti (racconto conclusivo di Gente di Dublino) e ad alcuni elementi autobiografici: durante la permanenza a Trieste Joyce incoraggiò il flirt tra il giornalista veneziano Roberto Prezioso e la compagna Nora Barnacle.Come si può constatare alcune parole o interi versi non sono stati tradotti per non snaturare l’opera.
Altri echi storico-geografici appartengono alla storia di Miramare e dell’arciduca d’Austria Massimiliano d’Asburgo-Lorena, fratello minore di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria. Certamente, però, il lettore italiano potrà facilmente rintracciarli tra le righe.
*
Tom Phillips was born in Buckinghamshire in 1964. He is a freelance writer and guest lecturer at various British and Balkan universities. He has lived in Bristol, UK, since 1986, but since the 2000s he has often travelled to the Balkan peninsula and much of his literary and research interests are focused on the region. He has been published in many magazines, anthologies and pamphlets and he has published three books of poetry in UK: Recreation Ground (Two Rivers Press, 2012), Reversing into the Cold War (Firewater/Poetry Monthly, 2007) and Burning Omaha (Firewater, 2003) and one bilingual books of poetry in Bulgaria: Unknown Translations / Непознатипреводи (Scalino, 2016).
He is the author of a number of plays, of which Coastal Defences (Tobacco Factory Theatres, Bristol, 2014) and 100 Miles North of Timbuktu (Alma Tavern Theatre, Bristol, 2013) have enjoyed the greatest theatrical success.
Tom Phillips è scrittore freelance e insegnante universitario a contratto in Bristol, UK. Vive a Bristol, nel Regno Unito, dal 1986, ma dagli anni 2000 ha viaggiato spesso nella penisola balcanica e gran parte dei suoi interessi letterari e di ricerca si concentrano su questa regione. È apparso in molte riviste, antologie e pamphlets e ha pubblicato tre libri di poesia nel Regno Unito: Recreation Ground (Two Rivers Press, 2012), Reversing into the Cold War (Firewater/Poetry Monthly, 2007) and Burning Omaha (Firewater, 2003) oltre a un libro di poesia bilingue in Bulgaria: Unknown Translations / Непознати преводи (Scalino, 2016).
È autore di numerosi spettacoli teatrali, tra i quali Coastal Defences (Tobacco Factory Theatres, Bristol, 2014) e 100 Miles North of Timbuktu (Alma Tavern Theatre, Bristol, 2013) hanno riscosso un notevole successo teatrale.
occhi negli occhi — ci siamo detti tutto senza parlare
Haiku del 2017
Валентина Мелони
Превод от италиански: Емилия Миразчийска
*
минава бързо на икарови сини криле небето в октомври
haiku tratto dall’haibun del 14/10/2019 Lago Trasimeno
Quelle ore che stanno tra il caldo del pieno mattino e il fresco buio serale quando, nel vento, si solleva una farfalla dalle ali azzurrine — l’ultimo sussurro di stagione– e un po’ di cielo cade tra l’aria e il niente di un giorno che si perde in meraviglia.
passa veloce su azzurre ali d’icaro il cielo d’ottobre
Ci sono libri che nascono
dalle emozioni, parole che scaturiscono in momenti particolarissimi della
nostra vita e scandiscono i giorni della solitudine, del ritiro in sé stessi,
del contatto intimo con la natura. Ci sono libri che sono segnalibri di un
evento che ha inciso profondamente la lingua del vivere, che ha generato in noi
un fermento di emozioni. Libri che declinano il tempo in nuove stagioni, che
segnano la linea di demarcazione tra un prima e un dopo.
Ho voluto leggere così Haikugrafia, il libro poetico-fotografico di Roberta Placida, romana di nascita come me, ma aquilana di adozione, che ha già ricevuto diversi riconoscimenti per la sua attività poetica e che ci regalerà una nuova pubblicazione poetica dal titolo “Animae Fragmenta” già vincitrice del Premio letterario internazionale “Città di Cattolica”. L’autrice, attualmente, vive ad Avezzano dove insegna lettere presso il liceo scientifico M. Vitruvio e dove si occupa anche di teatro, curando la regia di spettacoli e partecipando in qualità di attrice.
Un libro che è una memoria emozionale rivissuta in frammenti poetici e immagini fotografiche della stessa autrice. Un percorso minimale ma raffinato e intenso che è stato curato con passione e professionalità dalla casa editrice aquilana Daimon Edizioni, della preparatissima editrice, autrice, giornalista Alessandra Prospero.
La veste grafica somiglia in
tutto a un albo fotografico, sia per le dimensioni che per la scelta di carta e
carattere di stampa, sia per l’impaginazione e la struttura. Ed è a tutti gli
effetti un bellissimo album molto piacevole da sfogliare, da guardare, da
meditare… Roberta ha un elevato senso estetico e fotografico e le sue immagini
a colori vivissimi sembrano quasi contrastare con la malinconia dei versi e la
radice di dolore che ha nutrito questa sua creatura illuminata.
In realtà la sinestesia generata dall’incontro di immagini e parole è fortissima e travolge letteralmente il lettore trascinandolo in scorci naturali di struggente bellezza e malinconia, nell’intimità profonda della poetessa che mette le proprie emozioni a nudo fondendole con la natura. Di lei scrive, Antonio Iannucci, in una toccante e intensa postfazione:
“Roberta può essere assimilata […] alla natura stessa. E’ impeto primordiale, esplosività vulcanica, quiete pacifica del mare immobile, tiepido refolo delle notti di agosto e vento sferzante, tramontana delle fredde mattine d’inverno. Risata dirompente e mestizia cupa. In ogni caso è viva e vitale.”
Queste ultime parole
riflettono moltissimo l’autenticità di questa raccolta che è vissuta
intensamente in tutte le sfumature delle emozioni che sanno distanziarsi in
voli di petali e rincontrarsi in punta di foglia, nella gioia dirompente e
nella più cupa mestizia.
Quello che colpisce è sicuramente lo stile fortemente originale. Le fotografie sono ordinate con cura in un susseguirsi stagionale che parte dall’autunno, tempo della perdita paterna, a un altro autunno di fragile bellezza che lascia intravedere un tremore di gioia.
Nel vento grigio
dello sbiadito autunno
dicesti addio
I versi scritti nel linguaggio poetico dello Haiku si sciolgono in assoluta libertà di vincoli, senza classicismi o tentativi di emulazione dei grandi poeti giapponesi, nella più pura semplicità di versi nati dalla scaturigine di un pensiero plasmato dal dolore e lievemente mondato da madre natura ad affinarne la bellezza.
Sole d’inverno
fredda solitudine
raggio affilato
Non si tratta di veri e propri
haiga perché l’immagine non racchiude il verso e non lo completa. La fotografia
si affianca alla parola in completo incastro e in una storta di trasmutazione a
rimbalzo tra parola e visione proposta ma anche suggerita.
Luce radiosa
girasole d’estate
calda armonia
“Il passaggio reiterato da un linguaggio all’altro richiede di superare il limite del frammento visivo, di operare la smaterializzazione dell’immagine e di prospettare la sua trasmutazione nella parola. In verità, la discontinuità dei passaggi richiede di stabilire una dialettica permanente e pervasiva tra immagine e parola, in un’atmosfera silenziosa, negoziale, aperta.” (dalla prefazione di Ilio Leonio “Pellegrinaggio nei segni”)
Bisbiglia il vento
un sussurro nel cuore
voce paterna
La commozione è tenuta sempre a freno dal potere consolatorio della natura in cui l’autrice è completamente immersa e che riesce a trasferire a chi sfoglia queste pagine con apparente semplicità. In realtà c’è un piccolo percorso sottostante che indica una lettura stratificata del testo in relazione all’immagine e che è il percorso interiore che l’autrice ha seguito dopo la scomparsa della figura paterna.
La poesia si muove in queste pagine come un bisbiglio di vento, è una presenza leggera, quasi un’anima venuta a consolare, a dirci quanto sia prezioso ogni attimo, ogni momento.
A
chi si accosta ai versi e alle fotografie di Roberta Placida non si richiedono
competenze specifiche, è un libro che necessita soltanto di attenzione da parte
del lettore, della sua accettazione nel farsi cullare da un bisbiglio di vento,
dal silenzio potente che la parola poetica genera come un raggio affilato di
sole che penetra l’inverno: un battito di luce che ricompone il mondo offeso
dall’incontro con la sofferenza rivelandone il taciuto bagliore.
Ensō (円相) è una parola giapponese che significa cerchio ed è, forse, il soggetto più comune della calligrafia giapponese. L’ensō simboleggia l’illuminazione, la forza, l’universo. La collezione Ensō contiene trenta Haiku yoti in lingua inglese. Gli haiku yoti sono poesie brevi di tipo giapponese che occupano lo spazio fisico della pagina del libro in modi non convenzionali. In questa pubblicazione, unica nel suo genere, troviamo: haiku calligrafici, su una sola riga, disposti a semicerchio, sparsi, a forma di onda, a forma di gatto e, come suggerisce il titolo, haiku tondi a riprodurre la forma dell’ensō. Alla fine del libro troviamo una sequenza di Haiku zen,The Stone sequence, che sperimenta le fasi di una meditazione. L’autrice italiana, che ha all’attivo diverse pubblicazioni internazionali di poesia breve giapponese e ha fondato e dirige la rivista di Haiku bilingue komorebi ni nuneru, si cimenta, con alcuni espedienti tipografici, nell’esplorare le possibilità estetiche del componimento rispetto allo spazio.
Ensō (円 相) is a Japanese word meaning circle and it is, perhaps, the most common subject of Japanese calligraphy. The ensō symbolizes enlightenment, strength, the universe. The Ensō collection contains thirty Haiku Yoti in English. The Haiku Yoti are short Japanese-type poems that occupy the physical space of the book page in unconventional ways. In this publication, unique in its kind, we can find: calligraphic haiku, single line haiku, scattered-haiku, wave-haiku, in the shape of a cat and, as the title suggests, circle- haiku reproducing ensō. At the end of the book we can find a sequence of Haiku zen, The Stone sequence, which experiments the phases of a meditation. The Italian author Nanita, who has made several international short poetry publications and has founded and directed the bilingual Haiku magazine komorebi ni nuneru, tries, with some typographical expedients, to explore the aesthetic possibilities of the composition compared to space.
devo intensamente pensare alle cose più belle intensamente sentire come mi arrivi nel sonno a carezzare le palpebre e le mani offese mancanti di tante strette intensamente pensare devo gli occhi del cerbiatto che mi attraversano la vita la discesa al bosco al lago un’acqua quieta che mi rasserena la corsa veloce il salto la sparizione improvvisa nell’erba la bellezza fiera intensamente pensare devo la tua dolcezza mentre mi vieni incontro nel sogno e il mio spaesamento nel vederti di nuovo rabboccare la coperta del sereno alla mia resa intensamente pensare occorre alla bellezza del silenzio che ci chiama alla tua la mia rinuncia di essere al nostro parlarci da lontano intensamente pensare devo alla salvezza di quel che abbiamo salvato custodire finemente nel fiato una parola che non si è detta e l’alito caldo della tua stretta mentre mi sussurri all’orecchio il mio piccolo dono svelato e qualche foglia e non ricordo più cosa ma di sicuro la mia tenerezza e un brivido intenso e segreto che ti ho sempre taciuto nel rivelarmi persa allo sgomento del sentirti dentro questo soltanto questo intensamente pensare adesso sento
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