Sulla visione ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

opere di Vladimir Kush

opere di Vladimir Kush

Filosofia della poesia

Qualche giorno fa lessi un commento di una persona chiamata a scegliere una sua poesia preferita, il commento diceva questo: “Non m’interessa la poesia… è solo retorica!”

Appena letto, ci rimasi male, anche se non era rivolto a me direttamente, tuttavia amando visceralmente la poesia, mi sentii presa in causa. Poi riflettei sul fatto che, se si fa un’affermazione del genere, semplicemente ci sono tre possibilità: o non si riesce a distinguere la poesia, o non si conosce, oppure è una critica rivolta alla poesia stessa. Propendo per quest’ultima ipotesi e in questo caso potrei anche essere parzialmente d’accordo, se parliamo di un certo tipo di “poesia”.

Certo, come facciamo a classificare qualcosa come poesia? Sicuramente per scrivere una poesia non è sufficiente andare a capo, come non basta disporre in fila le parole, o metterle in rima, o utilizzare figure retoriche. La poesia può utilizzare figure retoriche, ma non è retorica. Cos’è allora la retorica?

Aristotele classifica la retorica, come l’arte del fare discorsi persuasivi, d’importanza fondamentale nella vita sociale (pensiamo alla politica…anche se ci sarebbe molto da dire), e comprende la capacità di ben argomentare (dialettica), la conoscenza delle passioni umane al fine di persuadere più efficacemente, e la rettitudine del carattere dell’oratore, che lo rende più credibile. Col termine figura retorica, invece, s’indica qualsiasi artificio nel discorso, volto a creare un particolare effetto.

La poetica, continua Aristotele,  intesa come l’arte di fare poesia, è superiore alla storia, perché tratta di casi non particolari ma universali e perciò si avvicina alla filosofia. La poesia è definita come mimesi (imitazione) della vita e Aristotele ne distingue i vari generi, indicando il supremo nella tragedia, in grado di suscitare pietà e terrore e, di conseguenza, di operare la catarsi, cioè la purificazione dell’anima dalle passioni. A mio avviso, in taluni casi, la catarsi avviene anche nelle liriche.

Se la poesia è retorica, per me, non può essere poesia. Perchè? La poesia anche se la sua origine è orale  attiene al “fare” e non al “dire”. La parola “poesia” deriva dal greco ποίησις (poiesis), con il significato di “creazione”. Se sto creando qualcosa, non voglio persuadere qualcuno, intendo invece trasmettere un messaggio, voglio inventare, creare, comporre appunto un linguaggio che mi permetta di trasfigurare le immagini che attengono alla Psiche in parola. E il linguaggio poetico riesce a trasmettere concetti e stati d’animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa, che è invece limitata nel suo campo d’azione. La retorica nasce con la parola e si avvale della parola per persuadere, la poesia nasce nella parola e della parola si avvale per esprimere un contenuto non solo informativo ma anche emotivo.

Se il fine della retorica è persuadere, vi starete chiedendo: qual è il fine della poesia?

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La funzione principale della poesia, secondo me, è quella di rivelare un mondo che attraverso il linguaggio comune non potrebbe svelarsi. La poesia attinge dalla realtà circostante per descrivere ciò che dietro quella realtà si nasconde. La manifestazione empirica della realtà è solo una minima parte di ciò che ci circonda e la poesia ce lo rammenta. Questo spiega anche la ragione per cui il poeta è un mistico. Il fine poetico è, in sintesi, quello di mostrare una visione.

“Ci saranno squarci nello spazio che diano su un’altra parte…” affermava Fernando Pessoa. Mi piace pensare alla poesia come un qualcosa che apra nuove dimensioni agli occhi dell’anima, una fessura da cui filtrano nuovi orizzonti di luce e bellezza, di abisso e di tenebra che possiamo toccare. Dimensioni queste di valore non assoluto che non vogliono essere imposte. Il Poeta è un mistico ma non è un guru che guida verso la verità dei suoi testi. Nessun testo poetico è una verità assoluta, semmai solo uno squarcio da cui è possibile sfiorare una parte del tutto.

Per raggiungere questo scopo il linguaggio poetico si avvale spesso della metafora, che è un tropo, una figura retorica, e che consiste nel trasformare una parola, un’espressione, in un’immagine figurata. La metafora, (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») come suggerisce il suo stesso nome, implica un trasferimento di significato.

Esistono, accanto ai linguaggi che costatano, descrivono, ordinano dei fatti, altri linguaggi – come quelli poetici, simbolici, religiosi – che ricorrono soprattutto alla metafora e sono linguaggi di ridescrizione e di metamorfosi della realtà. Una tradizione consolidata, quella retorica, considera tali linguaggi come esclusivamente rivolti alla persuasione appunto mediante gli artifici retorici. Questi linguaggi ad alto valore ornamentale non avrebbero valore informativo, di referenza alla realtà. “È possibile superare questa lettura retorica della metafora e giungere a una lettura poetica, cioè considerare la metafora come strategia linguistica capace di dare conto della creazione di un nuovo significato, come linguaggio di rivelazione?” In realtà i linguaggi metaforici non sono carenti di un vero rapporto con la realtà, anzi sono linguaggi portatori di una sovrabbondanza di senso. Il linguaggio poetico-metaforico, proprio perché non vuole mostrare la realtà come è, cancella il mondo come complesso di oggetti disponibili, manipolabili, e apre nuove dimensioni della realtà. Tentare di mostrare la legittimità di tali linguaggi vuol dire aprire al linguaggio umano, e all’uomo, altre vie che non sono quelle della dominazione: dominazione delle cose, dei segni ridotti alla loro funzione strumentale.

(Tratto da “La metafora viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di rivelazione” di Ricoeur Paul)

Ma se il fine poetico è quello di mostrare una visione, non vuole forse il poeta persuadere il lettore o l’ascoltatore che quella visione esiste?

No, se esiste la persuasione, e se si usa la retorica nel linguaggio poetico, il fine poetico non è stato raggiunto. La poesia, infatti, deve rivelare una parte di realtà che è comunque accessibile a tutti e che da tutti può essere conosciuta e riconosciuta. Questo chiaramente è il fine della poesia più alta.

Tuttavia è chiaro che quello poetico non è un linguaggio comune a tutti nella stessa dimensione spazio-tempo, non è neppure un linguaggio decodificato. Poiché il poeta si serve delle parole, ma non si riferisce sempre al significato semantico della parola nel suo uso, magari al suo significato allusivo, senza contare che ogni poeta, in genere, ha il suo stile personale che lo porta ad usare la parola in maniera sempre diversa dagli altri. La poesia è suggerimento di una visione futuribile, è allusione a un seme che non ha ancora germogliato, è possibilità, è l’invito alla rivelazione. E qui torniamo al misticismo. L’invito è diverso dalla persuasione, dal momento che non si vuole dare una rappresentazione della realtà oggettiva per come la si vede o la si percepisce, si vuole aprire una porta su altre stanze, mondi accessibili attraverso il superamento dei limiti linguistici e il riconoscimento di ciò che è proprio attraverso un’immagine che non è propria, ma come propria si riconosce.

Mi piace molto una definizione poetica del mio amico Paolo Mario Buttiglieri quando, rivolgendosi al lettore dice: “Una volta scritta la poesia non è più mia diventa tua”.  Questo perché il lettore riconosce nella poesia la sua personale visione, e la poesia nata dall’autore si espande arricchendosi della visione e dell’esperienza del lettore. Tuttavia quella poesia è sempre stata sua e di tutti, in quanto a tutti accessibile, ma non da tutti intellegibile. Questo non vuol dire che chi si pone davanti a una poesia che non comprende sia uno stupido, vuol dire invece che la sua esperienza personale e la sua percezione di ciò che lo circonda, non lo ha portato a riconoscersi in quel frammento di realtà che quella determinata poesia suggerisce. Vuol dire che la visione non è condivisa in quel momento, non è chiara oppure è rigettata come non possibile…Ricordiamoci sempre che la poesia non vuole catenacci mentali, la poesia vuole romperle le catene e andare oltre la parola.

E allora torniamo al concetto di retorica. E’ chiaro che laddove questo fine non si realizzi (la rivelazione), viene spontaneo parlare di retorica, tuttavia se si riconosce che la poesia non è un linguaggio comune a tutti nella stessa dimensione spazio-tempo, allora si comprenderà come ciò che non è recepito adesso non è detto che non lo sarà in futuro. Questo è il motivo per cui una poesia, che non mi è “piaciuta” a quindici anni potrà per me essere una rivelazione a trentuno, e questo è anche il motivo per cui, spesso, molti poeti sono apprezzati solo dopo la loro morte…

Si parla invece di poesia retorica, con accezione negativa, quando la poesia diventa puro esercizio stilistico, vuoto e privo di contenuti reali. La poesia non dovrebbe essere per il poeta “letteratura”, formalismo, guscio sonante del suo solo ego come dice Maria Grazia Calandrone. E cosa dovrebbe essere allora? Come si riconosce la Poesia? Ve lo lascio dire da qualcuno che ne sa più di me: Dino Buzzati.

C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta.”

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Esercizio suggerito:

Ponetevi di fronte a un muro, nella vostra casa, nel vostro ufficio, dove volete voi, purché sia un muro realmente esistente. Ora descrivete il muro per come vi appare. Provate poi a descrivere ciò che quel muro vi suggerisce e tutto ciò che potrebbe esserci dietro. Possibilmente utilizzate come strumenti gli elementi di cui vi ho parlato negli articoli precedenti con tag ¿Qué es poesía?: il silenzio, l’osservazione, l’essenzialità. 

(Valentina Meloni)

Talenti di donna , a cura di Gloria Gaetano e Maria Allo

Talenti di donna , a cura di Gloria Gaetano e Maria Allo
Pubblicato su febbraio 2, 2014 da fabrizio centofanti
Talenti di donna
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Sull’osservazione ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

Sull’osservazione

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Mi-Ja cerca l’ispirazione per scrivere la sua prima poesia

Per scrivere una poesia bisogna vedere, anzi bisogna osservare… Noi vediamo milioni di cose al giorno, ma le vediamo davvero? Canta Francesco Tricarico in un suo testo forse poco famoso ma molto significativo

“Se mangi una pesca e poi levi la parola pesca
Quello che rimane è meraviglia
Quello che rimane è una scoperta
E così se ti do un bacio e poi levo la parola bacio
Quello che rimane è meraviglia
Come prendere il sole su una spiaggia bianca…”

Provateci anche voi: prendete una pesca o come dice il maestro nel film Poetry prendete una mela e guardatela, ma guardatela davvero, come non avete mai fatto. Cosa vedete?

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La pellicola di cui vi metto il link narra il paradosso di una poetessa che sta perdendo le parole, a causa dell’Alzheimer,  e che non si arrende e vuole ritrovare il significato profondo delle parole e cercarne la bellezza. Mi-ja (interpretata dall’attrice Mi-Ja Yu Junghee) la protagonista di questo film, di cui vedete uno spezzone, riesce ad ascoltare e a vedere veramente. Come fa? Con l’ingenuità e la meraviglia. “Io le mele le mangio -dice nel film cercando di mettere in pratica la lezione- perchè dovrei osservarle?” Mi-ja sa domandare attenzione o aiuto alle persone che le stanno intorno, sa porre i quesiti giusti all’insegnante di poesia (giusti perché ingenui e diretti), sa infine interrogare la realtà circostante. Pazientemente, senza pretendere soddisfazioni immediate: semplicemente osservando. Prende il suo taccuino e annota giorno dopo giorno  le sensazioni che la realtà circostante le suggerisce. Osserva e prende appunti. Da questi appunti nascerà Agnes’ Song, la poesia che, unica del corso, Mi-Ja scrive per la ragazza suicida prima di suicidarsi lei stessa. Canzone per Agunes si tramuta in un distico elegiaco che incorona il regista (e scrittore) Lee Chang-dong come il più grande compositore di finali del cinema coreano contemporaneo[1].

Ascoltatela…

Perché ho scelto questo film? Perché mi ha toccato profondamente e perché è uno di quei film che come la buona letteratura, come la buona poesia ti fa interrogare…

A proposito di Poetry il regista Lee Changdong dichiara:

“Questi sono tempi in cui la poesia sta morendo. Alcuni lamentano questa perdita e altri sostengono che la poesia meriti di morire. Noncurante, la gente continua a leggere e scrivere poesia. Che senso ha allora scrivere poesia quando la prospettiva futura è così negativa? Questa è una domanda che voglio fare al pubblico. Ma di fatto è una domanda da fare a me stesso come regista: Che senso ha fare film in questi tempi in cui i film stanno morendo?”

Io posso rispondere che ho trovato il senso della vita nella poesia e che con la poesia sono rinata. Come può morire per me ciò che mi ha aiutato a vivere?  Certo direte voi, la poesia non è per tutti… Però rispondo io la poesia è di tutti! Di questa ricchezza cosa ne facciamo?

La risposta di Lee Changdong alla sua stessa domanda è questa:

Volevo solo fare questa domanda al pubblico. Il pubblico ora ha la chiave per rispondere alla domanda. Tuttavia, uno dei miei pensieri sulla poesia è che firma per conto delle emozioni e dei pensieri di qualcuno. Se qualcuno mi chiedesse perché faccio film, potrei rispondere dicendo: Sto raccontando la tua storia per conto tuo.”

Così non importa non saper fare poesia ma averla dentro… Solo chi l’ha dentro può riconoscerla anche fuori. Il difficile, come dice il maestro del film, non è scrivere una poesia quanto piuttosto sentire nel proprio cuore la voglia di farlo. Se osservate, sentirete la voglia di farlo, perché ciò che dall’osservazione scaturisce non vada perduto. Ecco che la parola non è più un limite ma uno strumento. La poesia nasce da uno stimolo sul quale, ad albero, si ramificano le emozioni. Bisogna partire dall’essenziale, dall’osservazione senza giudizio per poi andare fino al nocciolo della pesca, fino al nucleo aggregatore che condensa le parole attorno alla ragione e alle emozioni. Lo spiega bene Sándor Márai quando dice:

“[…] non sono un poeta; nel mio sistema nervoso e nella mia coscienza manca quell’energia condensatrice che è la poesia, la quale con una sola parola, per mezzo di un comunicare magico, qualche volta demoniaco, riesce a catalizzare gli elementi della passione e della ragione come il nucleo dell’atomo con i protoni e i neutroni…“

Perché oggi non sappiamo più osservare? Forse perchè andiamo di fretta, non ci fermiamo, per osservare bisogna fermarsi e fare silenzio. Il tempo limita la nostra osservazione, restiamo passivi di fronte alle cose, durante la lettura. Di fronte a una poesia. Ecco ma si può leggere una poesia come se stessimo al fast food a mangiare un panino? I sapori genuini richiedono tempo, così la buona lettura, così la buona poesia.

Riprendetevi il vostro tempo e osservate… in silenzio. Siate poesia.


[1] Dalla recensione di Alessandro Baratti

♣ Fiori di Parole

Ringrazio il mio amico e poeta Giuseppe Guidolin per aver gradito il mio pensiero poetico che gli appartiene…Omaggio alla nostra amicizia e alla Poesia.

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Sul silenzio ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

Sul silenzio

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Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare.[…] c’è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte, anch’io la penso così, condivido la tua preoccupazione, noi due siamo d’accordo… (Sándor Márai)

E c’è anche un silenzio più grande di quello della sola bocca, è il silenzio interiore che accade quando ci rivolgiamo e ci mettiamo in ascolto di noi stessi. Poi c’è il silenzio e basta. Ogni volta che si interrompe il dialogo interno, si entra nel silenzio interiore dove il mondo così come lo conosciamo collassa e affiorano aspetti di noi del tutto straordinari, come se fino a quel momento fossero stati sorvegliati a vista dalle nostre parole. Le parole sono sentinelle a guardia di infiniti tesori, lasciamole cadere, disarmiamole, e lasciamo che vedano luce quegli aspetti della nostra natura interiore fino ad allora reclusi al buio. Siamo poeti, ciascuno di noi è poeta, e non lo sappiamo. Anche la poesia infatti è silenzio, non si può fare poesia, non si può leggere una poesia senza fare silenzio nel cuore e nella mente. Voi direte: ma come? Come si può far poesia senza parole? Il silenzio dico è già poesia, perché è come una pagina bianca, e una pagina bianca è una poesia nascosta…

Siamo silenzi

Siamo silenzi
cullati dalla luce
avvolti da un raggio di sole
in attesa
che un fremito di vento
dissolva le nostre paure
ci mescoli i pensieri
impigliandoci alle nuvole
passeggere
per portarci altrove…

(Valentina Meloni)

Il rumore del silenzio

Condividere silenzi…

in fondo non è difficile.

Difficile è stare

ad ascoltare la marea

che si ritrae e poi torna

a travolgere ogni cosa.

Difficile è restare muti

di fronte al dolore del guscio

che ha perso il suo mollusco,

che deve disimparare

la solitudine

e lasciarsi ascoltare…

Perché, lo sai? Il rumore

che fai –quando ti ascolto-

è bellissimo…

come una conchiglia

che ha rubato al mare

i suoi segreti

e poi li rende, eterni,

dentro una musica

che non ha più tempo.

(Valentina Meloni)

Che la mente pensi senza cercare di pensare. non cerchiamo di vedere niente; fermiamo il pensiero concettuale; fermiamo l’attività emotiva; stiamo seduti e basta. Qualunque cosa ci accada, non ne siamo turbati. Stiamo semplicemente seduti. È come qualcosa che accade nel grande cielo. Qualunque tipo di uccello lo attraversi, al cielo non importa.[…] Molte cose accadono mentre state seduti. Potete udire il suono del ruscello. Potete pensare a qualcosa, ma la vostra mente non se ne cura. La vostra grande mente è semplicemente lì seduta. […] Osserviamo le cose. Senza dire ‘buono’ o ‘cattivo’, semplicemente stiamo seduti. Godiamo delle cose senza avere nessun attaccamento particolare nei loro confronti. Le apprezziamo pienamente, tutto qui.

(Rami d’acqua scorrono nell’ombra – Commento zen al Sandokai di Shunryu Suzuki-roshi 1904-1971)

Parole poetiche
di Paolo Fezzi

Nel silenzio, sai, mi sorprendono
parole poetiche in agguato.

Tacquero
per dire di più,
per incidere
precise, scarne.

Vive, vibranti, pronte a troncare
chiacchiere assassine del senso.

Scccc…. Fate silenzio ora è il vostro momento. Rilasciate tutte le parole, tutti i pensieri, tutte le emozioni, immaginate di farle scivolare dentro a un ruscello di montagna d’acqua fresca e chiara. Ecco, adesso, anche voi siete limpidi, siete poesia, come un foglio bianco che va riempendosi di bellezza…

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Il titolo di questo “mini seminario” di poesia prende vita da una poesia di Gustavo Adolfo Bécquer

¿Qué es poesía?, dices mientras clavas
en mi pupila tu pupila azul.
¡Que es poesía!, Y tú me lo preguntas?
Poesía… eres tú.

“Che cos’è la poesia?”, dici mentre fissi
la mia pupilla con la tua pupilla blu.
“Che cos’è la poesia? E tu me lo domandi?
Poesia… sei tu!”

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Foto di Giulietta Masina sul set del film “La strada” 1954

( John Ashbery, da “Paradoxes and Oxymorons” )

Una città di poeti

A cosa serve la poesia?

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C’è silenzio e silenzio. La facciata di San Bernardino è sola. Troppo bianca. Davanti al vuoto.
Con quella gru vertiginosa altezza che spunta dietro la facciata come l’ala di un
angelo sterminatore.
Con l’architettura in ferro e oro che nasconde l’edificio vicino.

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C’è silenzio nel vuoto.

Perché le case sono senza luce, prive.
E la loro assolutezza fa del silenzio una sospensione.

Poi lu bossche si pronuncia ju boss – la vineria storica, strapiena di ragazzi e di ragazze, dove – dice Alessio – se potessi spremere le mura ne gocciolerebbe vino.
E, fuori, nell’area aperta, un cattivo altoparlante da cui esce, distorta dai bassi eccessivi, la voce di chi declama le proprie poesie, fogli in fila, fogli seduti in terra, in attesa del turno.

Ai 4 cantoni non passa nessuno, la gente è seduta ai tavolini. Chiacchiera. E’ gente giovane.
Una gran quantità di giovani tra

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Canzone per Agunes , Poetry

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Canzone per Agunes di Yang Mi-Ja

dal film Poetry di Lee Chang-dong

 

Come si sta lassù? Ti senti molto sola?

 Il cielo diventa sempre rosso al tramonto?

 Senti ancora cantare gli uccelli che volano verso il bosco?

 Lì dove sei puoi ricevere la lettera che io non ti ho mai scritto?

 Puoi ascoltare la confessione che non ti ho mai fatto?

Le rose continuano ad appassire col trascorrere del tempo?

E’ giunto ormai il momento degli addii come il vento

che indugia e poi se ne va…come le ombre.

Addio alle promesse non mantenute,

all’amore rimasto segreto fino all’ultimo,

 all’erba che accarezza le mie caviglie stanche

e ai piccoli passi leggeri che mi seguono.

E’ giunto il momento di dire addio.

 Ora che sta per arrivare l’oscurità

si accenderà ancora una candela?

 Io prego perché nessuno debba più

versare lacrime di dolore,

perché tu possa finalmente sapere

quanto profondo era il mio amore per te.

Le lunghe attese nelle calde giornate d’estate,

il vecchio sentiero che mi ricordava

 il volto di mio padre e persino il crisantemo

 che timido si gira dall’altra parte,

quanto profondamente li amavo

 e come batteva il mio cuore

 quando sentivo il tuo dolce canto!

 Io vi do la mia benedizione.

Prima di attraversare il grande fiume nero

con l’ultimo respiro  rimasto alla mia anima,

ancora una volta rivivo il mio sogno:

un mattino radioso pieno di sole e al risveglio,

accecata dalla luce, ritrovo sempre te…

 lì al mio fianco.

ascoltala

Il tempo è un arciere…

Paris Musée d'Orsay, fotografia Alberto Clapis

Paris Musée d’Orsay, fotografia Alberto Clapis

Il tempo è un arciere impietoso, assassino di ogni muta carezza, che ti ruba alle mie mani tese, aride di pelle e fremiti, di labbra schiuse, di sguardi languidi che ti accendono di meraviglia. Non sa, però il tempo, quando scocca la sua freccia con tanta precisione, che in quell’ istante ho rubato al suo oblio ogni dettaglio che è passato dai miei sensi. Non sa, che di quella freccia, ne farò ago di bussola che punta all’ immaginazione, per fermare quei ricordi e renderti immortale.

(Valentina Nanita)

Ti ho a lungo atteso…o forse no?

Andrea Barba

Ti ho atteso tanto…  tutta una vita! Ma in fondo sei sempre stato a fianco a me, no? Non hai forse camminato sempre a un centimetro dai miei passi? Se così non fosse, sul cuore di chi ho dormito ogni notte credendo fosse il mio cuscino? Per chi ho intrecciato, ancora bambina, ghirlande nei capelli? A chi ho parlato segretamente nel rossore del tramonto? Pensando a chi ho consumato notti districando le trame contorte dei miei sogni? Eri tu, per te, con te, a te… Adesso ne sono certa.

                                                                                                                                (Valentina Nanita)

Quella lingua

Questa è lingua che adoro! La lingua che non vogliamo dimenticare… la poesia della terra scritta sulle rocce e sulle foglie!

Tiziano Fratus oltre che poeta e cercatore d’alberi è un traduttore di pensieri, forse non lo sa che quando parla è la voce di molti che non sanno ancora decifrare le loro emozioni…

Gli alberi vivono una vita parallela. Se andiamo in un parco nessuno ci insegna a distinguere specie da specie.         I giovani e gli anziani, sono questi gli esseri umani che ascoltano la lingua di Dio sibilante fra le cortecce, che si sgrammatica nelle foglie che l’autunno semina nei parchi e nei viali, il loro sguardo gioioso e malinconico si mischia, si confonde, accarezza i tronchi, le chiome, le ramificazioni, dialogano. A noi che viviamo nell’età di mezzo, nell’età dove la vita ci fa tuffare nella mischia, resta poco tempo, troppo poca attenzione per quello che ci circonda, e così dimentichiamo la lingua naturale della divinità. Ma non per sempre, resta sottotraccia, meglio, sottopelle, col tempo riaffiora. Col tempo la rimastichiamo, ritorniamo a respirare aria, a emettere radici.

(Homoradix)

Quella lingua.