I luoghi li fanno le persone

 

Valentina Cervi dal film "Artemisia passione estrema"

Valentina Cervi dal film “Artemisia passione estrema”

Quando dico che i luoghi li fanno persone, non i tramonti, non i paesaggi… i luoghi li fanno i sorrisi, le gesta, l’umanità. Non i laghi, i fiumi, gli alberi, non le case, le piazze, le città. I luoghi li fa chi li vive, li fa chi pianta un albero, chi non lo taglia, chi semina, chi raccoglie, chi costruisce, chi ha una parola buona, chi vive con semplicità. Quando dico che i luoghi li fanno le persone voglio dire che una grande ricchezza di paesaggio e una povertà di genuina bellezza sono come una bella cornice priva di tela. Come si fa a guardare una cornice vuota? Se l’immaginazione ci è d’aiuto comunque non ci soddisfa, abbiamo bisogno di tela, colori e pennelli e almeno la mano di un ottimo pittore…

( n a n i t a)

La cucina arancione di Lorenzo Spurio

La cucina arancione

recensione a cura di Valentina Meloni

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Vorrei parlare di questa raccolta partendo dalla copertina, perché quando si prende in mano un libro la copertina è la prima cosa che vediamo ed essendo un “contenitore” di un contenuto non ancora conosciuto deve suggerire al lettore cosa si “cela sotto il vestito” con un appeal immediato che incuriosisca, senza troppo svelare. La copertina innesca un processo seduttivo che non dovrebbe esaurirsi con la lettura, ma dovrebbe continuare con e nella lettura. Nel caso de La cucina arancione questo processo, a mio avviso, è più che avvenuto e non si può certo dire che la copertina passi inosservata. Quando ho conosciuto di persona Lorenzo Spurio alla cabina teatrale a Firenze in occasione della presentazione del saggio “La metafora del giardino in letteratura” (di cui pubblicherò recensione) scritto con Massimo Acciai, fui molto incuriosita da “La cucina arancione” pur non conoscendo molto del suo contenuto. Sapevo che trattava di dinamiche sociali a livello psicologico e avevo intravisto la copertina. Ho subito pensato che avrei voluto leggerlo perché m’interessava molto a livello di esperimento letterario, per come Lorenzo Spurio avrebbe potuto usare il linguaggio e la costruzione di una narrazione così scomoda nelle tematiche trattate, per di più in una forma letteraria, il racconto, che per la brevità di narrazione rende difficile creare un “humus di atterraggio” che possa accogliere l’emozione del lettore con adeguata cura. Inoltre quella cucina arancione sullo sfondo scuro mi suggeriva un luogo reale, di attualità, vivo dinamico, anche drammatico se vogliamo, senza troppe sottigliezze e ne fui subito incuriosita.

La cucina, infatti, è il cuore pulsante e vivo della casa, è il luogo familiare per eccellenza, di riunione e convivialità, di riti e di calore, ma anche il luogo delle abitudini, degli eccessi di gola, dei litigi e dei pensieri fantasiosi. Il termine cucina deriva dal latino volgare cocina, a sua volta derivato dal latino coquĕre cioè “cuocere” che probabilmente ha origini greche, Kak-kàbe stava ad indicare la pentola, il vaso per cuocere.

Prendo in mano il libro e mi viene da pensare a una grande pentola arancione. Nella pentola e in cucina mescoliamo vari ingredienti e non siamo sempre sicuri del risultato che potremo ottenere. Possiamo accostare i venticinque racconti di cui si compone “La cucina arancione” ad altrettanti ingredienti, che si mescolano in questo pentolone alchemico, la maggior parte dei quali sono probabilmente sgraditi al palato della società benpensante e a quegli individui abituati solo a un certo tipo di sapori, che evitano qualsiasi esperimento culinario più per paura delle sorprese che per reale volontà di scelta. Per scoprire nuovi sapori, infatti, si deve poter assaggiare, se si sta a osservare non sapremo mai se quel gusto ci piace o meno. Questo è il motivo per cui se volete stare al riparo da delusioni, se non volete mescolare un po’ di amaro e di speziato alle vostre pietanze, resterete fuori da “La cucina arancione”.

La cucina è il luogo alchemico per eccellenza, crogiolo di metamorfosi, trasformazioni, mutamenti, e proprio perchè rappresenta il regno delle trasformazioni è  metafora di vita: in cucina il freddo si trasforma in caldo, il crudo in cotto, il duro in tenero, il secco in morbido, l’insipido in saporito…E’ un luogo incontrollabile, così come incontrollabile è la vita.

 E’ certo, infatti, che la vita per quanto si pianifichi ci riserva sempre qualche sorpresa… come dice ironicamente Irene Frain: “Per quanto si sorvegli la vita come il latte sul fuoco, appena ti distrai un attimo, uscirà subito dallo stampo”. E’ proprio quello che accade nella cucina arancione.

In questa stanza alchemica che è il nuovo libro di racconti di Lorenzo Spurio, il latte fuoriesce più volte a tal punto che per certi versi è impossibile berlo, ossia immedesimarsi del tutto nei personaggi. “La cucina arancione” potrebbe essere vista anche in un’ottica di trasformazione personale del lettore che può, interagendo con le sue paure, trovare gli strumenti per stanarle e sconfiggerle.

 la-cucina-arancioneLa cucina di Lorenzo Spurio è un po’ un laboratorio sperimentale, ci appare  come un luogo della psiche in cui si mescolano sogni, emozioni, fantasie,  vissuti, ossessioni, paranoie, aberrazioni e stranezze unite dal filo sottile  della follia, attraverso cui si narra il perturbante, il deviato e la  degenerazione di alcuni atteggiamenti frutto di una psiche malata. Temi  questi trattati spesso dallo scrittore britannico Ian McEwan, autore  studiato da Lorenzo Spurio che lo cita come ispiratore e su cui ha scritto anche un saggio[1]. In questa “cucina” possiamo trovare sapori di ogni tipo e la narrazione, che trae certamente spunto dalla vita reale, prende delle strade inusuali attraverso la penna dell’autore… è così che egli dà vita ad una narrazione fantasiosa, avvincente, a tratti audace, a tratti esilarante, a volte misteriosa e sorprendente, altre volte indigesta, spesso amara, deludente e comunque sempre “spinosa”.

 La capacità di Lorenzo di porsi al di fuori dei fatti narrati rende i suoi racconti dei percorsi di lettura  su cui il lettore è chiamato ad intervenire. I personaggi, che Lorenzo, ci tiene a precisare nella prefazione sono personaggi e non persone, sembrano totalmente assorbiti dal loro vivere quotidiano tanto che riusciamo a vederli come se fossero al microscopio. L’autore è l’osservatore e da osservatore riesce a trovare le falle che si insinuano in quel quotidiano. Queste falle sono sostanzialmente falle psicologiche,sono le deviazioni, le malattie, le ossessioni, le pulsioni sessuali, gli istinti incontrollati e tutto quello che difficilmente viene narrato nel quotidiano.

 Le falle. Ecco perché quello de “La Cucina Arancione” di Lorenzo Spurio è un bell’esempio di letteratura contemporanea di riflessione sociale sulla psiche umana nelle sue varie manifestazioni e, aggiungo, in tempi in cui si comincia timidamente a parlare di antipsichiatria e a mettere in dubbio i paradigmi stilati dai vari psichiatri nell’ormai famigerato DSM[2], mi sembra un ottimo spunto per innescare delle sane riflessioni e porre l’attenzione, su qualcosa che riguarda moltissime persone in tutto il mondo.

Vista l’attenzione al sociale, si potrebbe accostare l’opera di Spurio al Naturalismo[3](forse qualcuno lo ha già fatto), tuttavia l’autore operando determinate scelte stilistiche ha già dato un imprinting soggettivo che rende molto personale la narrazione e, quindi, più che di Naturalismo parlerei semmai di Verismo quando, ad esempio, adopera una precisa scelta di tecnica narrativa.

Nel Naturalismo si usa l’impersonalità come distacco scientifico dalla materia analizzata e da quest’analisi il narratore valuta le vicende. Bisogna dire, a ragion del vero che, sebbene l’autore si avvalga di un certo distacco dai contenuti, quella di Spurio non è una narrazione analitica della psiche umana, Lorenzo non indaga le cause di certi atteggiamenti che esulano dal nostro concetto di “normalità” (tutto questo è lasciato alla riflessione del lettore).

E’ il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta[4], dove emerge la figura di una donna che ha nei confronti del protagonista degli atteggiamenti sadomasochisti, che probabilmente ha ereditato dal rapporto con l’ex marito violento, ma al lettore non è dato sapere se questi atteggiamenti esistevano anche prima del suo matrimonio o sono la risultante di una violenza subita nell’arco della vita matrimoniale della donna che è anteriore ai fatti narrati ne “La cucina arancione” (ipotesi probabile). Un certo tipo di rielaborazione e autoanalisi comunque emerge dai personaggi stessi, è il caso ad esempio de “La mezza vita”,[5] racconto in cui il protagonista si rende conto che qualcosa non va e smette di insistere in certi atteggiamenti, come il fatto di credersi e comportarsi come un nano, quando il medico lo manda da uno psichiatra. Oppure di “Tra quattrocento anni”[6] in cui il protagonista vuole farsi ibernare ed è talmente preso da questo progetto da non avere più interesse per il presente, e si ricorda di avere una moglie, una famiglia e una vita reale e che sono quelle le cose davvero importanti, solo quando la moglie muore.

Abbiamo visto come non esiste un’analisi della psiche dei personaggi e l’autore d’altro canto non si pone mai come giudice, non interviene a condannare certi comportamenti, a dare un giudizio, anche se naturalmente un giudizio implicito o “indotto”, a mio avviso, esiste…

Nel Verismo l’impersonalità è intesa come “eclisse” del narratore, che non esprime giudizi e non dà spiegazioni. Questo avviene attraverso l’uso del discorso indiretto libero (di cui l’autore fa largo uso, in più della metà dei racconti) che consiste nell’inserire direttamente nel testo le parole e i modi di dire del personaggio stesso, senza distinzione rispetto alla voce narrante; e avviene anche attraverso la regressione del punto di vista in cui i fatti vengono narrati e giudicati secondo il punto di vista e i valori espressi dai personaggi, non secondo la visione dell’autore; si comprende perciò anche la scelta dello stile narrativo e del registro espressivo di narrazione di Lorenzo Spurio che adotta un linguaggio semplice e colloquiale.

L’autore, inoltre, utilizza spesso la tecnica dello straniamento (già usata nella nostra letteratura ad esempio dal Verga nelle sue opere veriste) tecnica che consiste nell’adottare, durante la narrazione di un fatto o la descrizione di una persona, un punto di vista completamente estraneo all’oggetto. Attraverso il narratore noi ci troviamo direttamente nella testa dei protagonisti a volte, ed è qui che, parafrasando Irène Frain, “il latte fuoriesce dallo stampo”, con tutto ciò che questo vuole significare. Come risultato dello straniamento si ottiene quello di far apparire normali cose insolite e incomprensibili, o viceversa, solo perché presentate attraverso un punto di vista estraneo. (Vedasi il racconto dal titolo: “Alfabeto numerico”[7])

Spurio, per rafforzare questo contrasto tra iniziale “normalità” del protagonista e improvvisa “alterazione mentale” si avvale dell’uso della focalizzazione esterna[8] in cui il punto di vista estraneo, in questo caso, è rappresentato dall’io narrante dei protagonisti o coprotagonisti che sono affetti da manie e patologie varie. Estranei, diversi e non assimilabili a noi, soggetti “sani”, in quanto “malati”. E’ qui, a mio avviso, che si esprime il “giudizio implicito” dell’autore sui suoi personaggi. L’autore non intende esprimere direttamente un giudizio ma invita il lettore a “provare” l’immedesimazione con i personaggi innescando comunque un processo di “valutazione”. A volte riusciamo a immedesimarci, magari guardandoci nella psiche –specchio del personaggio, altre volte sicuramente no, quando, ad esempio, l’effetto sorpresa ci coglie impreparati.

Questo accade probabilmente a causa della tecnica narrativa usata da Spurio il quale adotta spesso l’uso di contraddizioni, accenti e contrasti così forti, nella psiche dei vari personaggi, da lasciarci spiazzati. Stilema di questa sua narrazione è una sorta di -oserei chiamarlo- “ossimoro narrativo[9]”, se mi fosse lecito prendere in prestito questa figura retorica, usandola in senso di più ampio respiro. Un “buco nero” dell’intreccio fatto di contrasti che sta ad indicare l’imprevedibile, una realtà che non possiede nome, un non luogo, qualcosa di ancora inesplorato che culmina con un momento di agnizione[10] di grande intensità ed impatto emotivo.

 In “Questioni di uguaglianza”,[11]ad esempio, il ragazzo protagonista esordisce nell’incipit attraverso il narratore così:

“La prima cosa a cui aveva pensavo era stato che tutto si sarebbe risistemato. […]. Suo padre, infatti, lo aveva sempre esortato a credere con convinzione a tutto ciò che desiderava e da bambino tutte le cose che aveva sperato, si erano poi realizzate. Niente di fantastico o di particolarmente bizzarro. Gli ingredienti per andare avanti nella vita erano il senso di responsabilità, l’indipendenza e la fiducia in se stessi.”

Sembriamo trovarci di fronte ad un bravo ragazzo, non immaginiamo minimamente che alla fine del racconto, il bravo ragazzo si trasformerà in poche battute in un omicida di inaudita violenza. “L’ossimoro narrativo” (passatemi la locuzione impropria) sta a indicare quel momento di interruzione di normalità, quel “black out emozionale” apparentemente inspiegabile che porta a compiere gesti folli.

Il lettore quindi sente la necessità di distaccarsi da tutto ciò anche a causa delle tematiche di grande impatto emotivo, di cui ogni racconto tratta e in cui il lettore non vuole immedesimarsi, per paura. Tuttavia essendo la narrazione priva di qualsiasi giudizio, il lettore non può distrarsi ed è “obbligato” in un certo senso a prendere parte agli eventi.

Nell’introduzione Spurio ci dice che il filo rosso che lega i vari racconti è quello del disagio psicologico, anche se, ci tiene a precisare, la sua narrazione non ha, chiaramente, un intento di tipo scientifico e il riferimento ad alcuni casi patologici gli serve per “affondare il bisturi nella materia”. Io da lettrice potrei anche “correggere ulteriormente il tiro” e dire che il filo rosso de “La cucina arancione” è in realtà la “tragedia umana”. Laddove per tragedia[12] s’intende sia la narrazione dei fatti del personaggio, inteso come “capro espiatorio”, autore di atti deplorevoli di cui non possiamo e vogliamo assumerci le responsabilità in qualità di attori della società attuali, sia  il tema tragico, che assume la narrazione negli eventi che la caratterizzano e, in certi casi, anche tragi-comico.

La scelta del colore arancione della copertina ha, a mio avviso, un chiaro richiamo alla tipologia di narrazione e alle tematiche trattate nei vari racconti. L’arancione collocandosi appena sotto la scala del rosso indica l’energia che si allontana di un solo passo dalla fonte originaria, il rosso appunto, e quindi potrebbe esotericamente rappresentare l’energia contenuta dall’equilibrio interiore. L’arancione è fuoco mantenuto entro confini sicuri, come il falò attorno a cui ci si raduna per narrare storie, storie come quelle de “La cucina arancione” è in questo equilibrio, sempre precario e instabile, che si dipana la narrazione.

L’arancione è anche il colore associato al secondo chakra che è situato sotto il ventre al livello del plesso aortico, collocato lungo la spina dorsale vicino agli organi genitali e governa le nostre azioni fisiche e mentali. Questo centro sottile, il cui simbolo è il loto costituito da sei petali è il solo chakra a essere mobile (ricorre l’idea di imprevedibilità). Il suo simbolo, il fiore di loto, sappiamo avere come significato la purificazione, in quanto nasce dal fango ma si eleva sopra il pelo dell’acqua. I principi che sono alla base di questo centro energetico sono l’attitudine alla riproduzione e alla creazione, infatti, le gonadi e l’apparato genitale sono la ghiandola e l’organo di riferimento, il tipo di energia che corrisponde a questo chakra detto anche centro sacrale è di tipo sessuale. Un cattivo funzionamento di questo centro può provocare una smodata brama sessuale, una altrettanto eccessiva repressione, instabilità a livello emotivo, insensibilità. Il suo elemento naturale è l’acqua, ancora l’imprevedibilità mentre il senso a esso associato è il gusto.

E’ quindi interessante vedere come ricorre il tema duale del piacere sessuale e gastronomico, della relazione tra cibo e sesso, che è già stato analizzato sempre da Irene Frain nel suo “La felicità di fare l’amore in cucina e viceversa”. Sentiamo cosa ci racconta a questo proposito: ”Nella mia esperienza personale la cucina è il cuore della casa, ma anche degli affetti. Sono nata in Bretagna dove, nelle case rurali, la cucina è un pezzo originale e spesso unico. Là c’è la parola, là si svolge la vita, tra acqua e fuoco. In cucina, come nell’amore, c’è una forma di abbandono, così come la camera da letto è il luogo del silenzio e del segreto. In cucina si imparano gli usi della vita sociale, per questo diventa il luogo dell’insegnamento e dell’apprendimento. Perché un incontro amoroso è generalmente associato a un preliminare culinario? Perché il termometro della salute di una coppia si misura dalla qualità del tempo trascorso insieme attorno alla tavola? Perché, sostiene Irène Frain, vi è un nesso profondo tra cibo, desiderio e linguaggio; e l’unica stanza della casa dove essi s’incontrano è la cucina. Sin dagli albori della civiltà, attorno al focolare e al cibo la coppia scopre il piacere di parlarsi, prendersi cura dell’altro, amarsi. Non c’è vero amore senza convivialità, come non c’è vera casa senza una cucina, luogo del nutrimento e della quotidiana condivisione.”

Nel racconto che dà il titolo al libro “La cucina arancione” esiste proprio l’analisi del confine, del limite tra piacere e dolore, lecito e illecito, dominazione e sudditanza, lascivia sessuale e anoressia sentimentale, sadismo e masochismo, al centro di una cucina che in questo racconto si svuota totalmente della sua funzione conviviale e aggregativa e diventa, un centro oscuro delle pulsioni più aberranti.

Interessante notare come al protagonista quella cucina arancione non piaccia per niente questo colore, ma anzi lo metta in soggezione. ”Le pareti erano pitturate di color arancione. Dava un effetto di oppressione e di ridondanza che per poco non mi misi a vomitare” e più avanti: “Avrei dovuto scoparmela tutte le sere? Sarei dovuto andare su e giù per le scale del suo condominio? Avrei dovuto continuare a sentirmi oppresso nella cucina arancione?”[13]

Vorrei riportare, a tale proposito, cosa ho trovato sul colore arancione:

Chi rifiuta l’arancione in genere tende a controllare costantemente la propria emotività. Sovente trova difficoltà nel rapportarsi con il prossimo e, di solito non pondera le decisioni e agisce d’impulso, inoltre trova molta difficoltà sia nella sfera sessuale che sentimentale non abbandonandosi mai del tutto con fiducia, ma delegando alla ragione qualsiasi tipo di mossa. 

E poi ancora:

Questo colore posto tra il rosso e il giallo, rappresenta il punto di equilibrio tra le forze simboliche, tra desiderio spirituale e libidine. Essendo un equilibrio instabile, difficile da trovare, prova ardua anche per un eccellente perito tintore, si ha una continua oscillazione o verso il rosso o verso il giallo. L’arancione sempre per quest’ambivalenza tra influenze benefiche e perverse, simboleggia ad un tempo fedeltà e infedeltà. Infedeltà e lussuria, dovute all’aspetto negativo del colore, erano presenti nei culti della Dea Madre dove si cercava di raggiungere tale equilibrio e si pensava che esso coincidesse con la rivelazione e la sublimazione iniziatica.[14]

La cucina che è un luogo di trasmutazioni alchemiche, di trasformazioni psichiche, rappresenta il momento dell’evoluzione interiore, perché fa riferimento anche a un bisogno di “nutrimento” interiore, oltre che di nutrimento corporeo. Il cibo ha infatti un valore simbolico: noi ci nutriamo di cibi materiali, ma anche di affetti e di alimenti per lo spirito. Si può tranquillamente dire che la cucina rappresenta il luogo iniziatico dell’essere umano, che si trova nella sua maturazione personale, a dover affrontare i propri incubi, le proprie paure.

E il sentimento è, ne “La cucina arancione”, il grande assente, che con la sua non presenza  riesce ancora di più a fare emergere la tragedia umana. In questa tragedia corale manca l’attore protagonista dell’umana recitazione, la consapevolezza che appartiene alla sfera emotiva. Specchio e grande accusatrice della società è quindi questa narrazione che “sfida” i limiti della “normalità” facendo sfilare davanti agli occhi del lettore, pulsioni e paure: luoghi in cui i sentimenti sono reclusi a margine. La drammaticità corale del tema della tragedia umana sarebbe stata ancora più coesa e presente se in questa raccolta fosse stato possibile prendere in esame un racconto che, per scelta editoriale, è stato escluso dalla pubblicazione[15]. Racconto che io ho potuto leggere e che mi ha dato la chiave di comprensione del messaggio che Lorenzo Spurio vorrebbe trasferire al lettore.

E su questo bisogna aprire una parentesi perché quando si prende in esame una raccolta di racconti che fa del disagio psicologico il suo filo rosso, ci si dovrà necessariamente confrontare anche con la parte psicologica del lettore.

In questo racconto, escluso dalla raccolta, la diegesi contiene due forti tematiche: pedofilia e abuso minorile, temi che sono comunque già presenti nella raccolta in due racconti intitolati ”Software di base”[16] e “La casa al mare”[17]. Tuttavia la forza narrativa de “Il codirosso e la bambina” si staglia con prepotenza sugli altri due racconti per la crudezza del linguaggio e per la tecnica narrativa che porta il lettore a vivere l’abuso sessuale subìto dalla bambina  attraverso gli occhi del protagonista pedofilo.

In realtà a mio avviso nella narrazione esclusa non c’è nulla di osceno, perché in letteratura si può parlare di tutto e poi perché mai tacere su avvenimenti così attuali proprio oggi che il tema degli abusi è così caldo? Oggi che le vittime di abuso e pedofilia si aspettano un risarcimento (almeno) morale da quella parte di società “cattolicheggiante” e “perbenista” che riesce persino a coprire dei reati (perché ricordiamoci che di reati penali si tratta e non di comportamento amorale) e a umiliare ulteriormente chi dell’abuso ha sofferto il dolore, l’omertà e a volte anche il dileggio. Non amo la censura e avrei preferito che se ne parlasse e che se ne parlasse con un racconto altrettanto forte e diretto rispetto agli altri, però capisco anche che alcune letture non sono adatte a tutti i lettori e che nello spirito del filo sottile su cui cammina la narrazione de “La cucina arancione”, non è possibile lanciarsi troppo al di là di certi limiti. Non è giusto per il lettore, perché se partiamo dal presupposto che il filo rosso de “La cucina arancione” è la tragedia umana, dobbiamo fare i conti con ciò che la tragedia opera nello spettatore a livello inconscio e cioè la catarsi[18], la purificazione (di nuovo ricorre l’elemento iniziatico). E perché la catarsi (ovviamente parliamo di catarsi aristotelica[19]) si possa verificare sono necessari oltre alla mimesi, due elementi: la pietà e la paura. La pietà (ελεος) e il terrore (φοβος) sono il veicolo principale della catarsi tragica.

Questi due elementi si verificano attraverso la mimesi operata dal lettore medesimo durante il patto finzionale[20]. L’incomprensione tra lettore e autore può ingenerarsi proprio in questa fase delicata, infatti, il lettore non deve commettere l’errore di sovrapporre l’autore al narratore, (che a sua volta in molti racconti si sovrappone al protagonista), altrimenti l’azione della mimesi[21] non si realizza e il lettore non riesce a immedesimarsi del tutto nella lettura “disturbato” dal giudizio sull’autore che scaturisce dalla lettura stessa.

 Ciò che turba il lettore e lo porta a confrontarsi con ελεος e φοβος ne “La cucina arancione” è la sorpresa, la scoperta di quell’”ossimoro narrativo” di cui parlavo prima, di ciò che può accadere da un pensiero che in sé contiene già un seme di patologia. Ecco cosa turba il lettore, questo stare sulla soglia, questo scrivere restando sul filo di un pensiero che c’è ma non c’è, di un giudizio che non si esprime compiutamente nella narrazione ma solo nella sottile trasmutazione di sentimenti che portano alla comprensione e al disconoscimento di emozioni non proprie. Se il lettore non è in grado di operare questa trasmutazione, la lettura risulta indigesta. L’autore, tuttavia, non può farsi psicologo del lettore… L’autore ha una missione ecco perché è importante definire il pubblico al quale ci si rivolge.[22] La tragedia contenuta nel racconto, in quanto mimesi, lascia da parte la considerazione morale (valutazione dei personaggi), per concen­trarsi su quella legata al piacere della rappresentazione dell’azione. Considerando, infatti, che la psiche umana ha enormi difficoltà nell’accettare certe aberrazioni fino ad arrivare al negazionismo, se la narrazione si concentrasse nel giudizio non avremmo modo di dare il giusto spazio ai fatti e di attuare il nostro personale processo di comprensione. Infatti se nelle società antiche (e da questo punto di vista più evolute) in cui esistevano rappresentazioni tragiche di quel che poteva accadere, c’era un’educazione a questa trasmutazione dei sentimenti negativi attraverso la catarsi, oggi questa educazione “civica” non esiste più ed è tutto lasciato al libero arbitrio del singolo individuo che sceglie o meno di “prepararsi” alla vita con letture consapevoli  oppure di “restare sulla soglia” a guardare quel che accade senza dare un giudizio. Purtroppo però l’empatia, il processo di immedesimazione, è l’unico modo per comprendere le cause e gli effetti di determinate azioni sulla psiche umana e su noi stessi. La catarsi, la trasmutazione è sempre un processo di crescita, il lettore impreparato avrà difficoltà a entrare in relazione con personaggi tragici (che attengono alla tragedia umana) se non attraverso la partecipazione alla sofferenza altrui (che è la pietà catartica), e la partecipazione estetica al male (che è la paura).

Ecco perché ritengo la lettura de “La cucina arancione” un esercizio utile alla rieducazione del processo catartico di comprensione della Psiche e della Tragedia umana.

Secondo Aristotele, infatti “Come ac­cade nelle rappresentazioni pittoriche di animali ripugnanti, così nella rap­presentazione tragica degli errori e delle mostruosità della vita umana si rie­sce a neutralizzare l’aspetto ripugnante delle azioni, cogliendo ciò che in es­se vi è di catartico, per cui lo spettatore è in grado di partecipare ai destini tra­gici dei personaggi senza soffrire e senza fuggire.”[23]

 

Se il lettore fugge dinanzi a determinate rappresentazioni della realtà probabilmente non è pronto per questa lettura. Come ho detto prima l’impreparazione alla mimesi, cioè alla rappresentazione di ciò che potrebbe avvenire nella realtà, turba a tal punto il lettore da farlo desistere dal processo di  trasmutazione dei sentimenti di pietà e terrore in catarsi. Ovviamente l’ipotetico lettore perderebbe anche una grande occasione di crescita personale, perchè il modo di affrontare la tragedia umana in Lorenzo Spurio, è originale…il suo stile ha un andamento che cammina sul filo della tragicomicità. L’autore vuole dare enfasi e, nel medesimo tempo, sdrammatizzare la tragedia umana, come a dire che l’imprevedibilità, non deve toglierci il gusto della vita. Semmai siamo noi a dover esorcizzare “la variabile impazzita” attraverso la preparazione personale e l’accettazione dell’esistenza nella sua complessità, ricordandoci di quel detto africano che dice: “Un ramo di pazzia abbellisce l’albero della saggezza”. Prepariamoci alla lettura di questi venticinque racconti come se stessimo davanti a degli specchi deformanti, allora vedremo una realtà che, seppure sappiamo non appartenerci del tutto, coesiste nel futuribile delle infinite possibilità. Lorenzo Spurio, in accordo con le finalità di comunicazione sociale che egli stesso si è prefisso scegliendo di dare spazio alla tragedia umana, attraverso la finzione narrativa ci ha dotati, con questa raccolta di storie non ordinarie, di uno strumento di trasmutazione dalla grande forza psicacogica,[24] che può condurre il lettore attraverso un processo cognitivo di scoperta, valutazione ed esorcizzazione delle sue stesse paure. Consiglio la lettura de “La cucina arancione” non solo a coloro i quali desiderino cimentarsi in questa sfida con sé stessi ma anche e soprattutto a quanti vogliano sottrarsi alla noia di letture banali saggiando un pizzico di ordinaria follia.

La cucina arancione sarà presentata a Perugia il 26 marzo prossimo presso la Biblioteca degli Armeni.

Scarica la locandina per info  La cucina arancione a Perugia

lorenzo-spurioLORENZO SPURIO è nato a Jesi (AN) nel 1985. Nel 2011 ha conseguito la Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia con una tesi di letteratura inglese. Ha pubblicato racconti e saggi di critica letteraria su riviste, antologie e in volume. Collabora con le riviste di letteratura Silarus, La Ballata, Sagarana, Inverso,Aeolo, Reti di Dedalus ed altre.

Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti La cucina arancione (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) eRitorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate, 2012, co-autrice Sandra Carresi). Per la critica letteraria ha pubblicato Ian McEwan: sesso e perversione (Photocity, 2013), Flyte & Tallis (Photocity, 2012), La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011, co-autore Massimo Acciai) e Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu, 2011). Ha curato varie raccolte antologiche pubblicate all’interno di concorsi letterari e Obsession – Raccolta di racconti a tema “Fobie, manie e perversioni” (Limina Mentis, 2012). Recentemente si è dedicato anche alla poesia con varie pubblicazioni in riviste e antologie.

E’ autore di Blogletteratura e cultura dove pubblica testi critici, recensioni, interviste ad autori esordienti, articoli di cultura, segnalazioni e analisi di opere letterarie della letteratura mondiale e direttore della rivista di letteratura Euterpe, fondata nell’ottobre del 2011. E’ socio fondatore dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta (www.tracceperlameta.org), nata nel Gennaio del 2012 all’interno della quale è Direttore delle Collane dell’omonima casa editrice. Partecipa a concorsi letterari nazionali per la sezione narrativa riportando lusinghiere segnalazioni e attestazione. E’ membro di giuria in vari concorsi letterari. Presiede il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”.

NOTE


[1] “Ian McEwan: sesso e perversione” Lorenzo Spurio, Photocity Edizioni
[2] Sigla che indica il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.Uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella pratica clinica che nell’ambito della ricerca.
[3] Il Naturalismo è una corrente letteraria in cui lo scrittore deve analizzare la realtà nel modo più oggettivo ed impersonale possibile, lasciando ai fatti stessi narrati il compito di denunciare lo stato della situazione sociale e di evidenziare il degrado e le ingiustizie della società.
[4] Il racconto che dà il titolo al libro è “La cucina arancione” pag.113.
[5] Pag. 15 de “La cucina arancione”
[6] Pag.168 de “La cucina arancione”
[7] Pag.60 de “La cucina arancione”
[8] La focalizzazione esterna si attua quando il narratore è , interno alla storia (omodiegetico), protagonista o personaggio secondario e  non onnisciente. Con l’uso  della focalizzazione zero, invece, lo spettatore è messo nelle condizioni di dominare tutta la narrazione, essendo informato di tutto da un narratore onnisciente (a volte eterodiegetico, altre omodiegetico) che penetra nei pensieri dei personaggi e si trova in più posti diversi contemporaneamente.
[9] L’ossimoro (dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς, «acuto» e μωρός, «ottuso») è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro. Qui usato, accostandolo all’aggettivo “narrativo”,  ad indicare anziché la singola parola l’intera narrazione o parti di essa.
[10] Agnizione. Momento topico delle narrazioni, in cui viene svelata l’identità dei personaggi, con conseguente sconvolgimento degli equilibri interpersonali. Di solito collocata alla fine di una commedia, di una tragedia o di un racconto, l’agnizione costituisce il momento risolutivo, in cui si sciolgono i nodi della trama o si rivela l’entità della catastrofe.
[11] Pag. 224 de “La cucina arancione”
[12] è interessante notare come la radice trag- (τραγ-), anche prima di riferirsi al dramma tragico, fu utilizzata per significare l’essere “simile ad un capro”, ma anche la selvatichezza, la libidine, il piacere del cibo, in una serie di parole derivate che gravitano intorno alla «zona» linguistica del rito dionisiaco.
[13] Pag.121 e122 del racconto  intitolato “La cucina arancione”.
[14] Tratto da “Coloremania, Manuale di cromoutilizzo: i colori giusti per ogni cosa, per ogni momento” di Michele Scapino. Edizioni Horus
[15] “Il codirosso e la bambina” inizialmente pubblicato sulla rivista di letteratura online “Sagarana”
[16] Pag. 89 de “La cucina arancione”
[17] Pag. 195 de “La cucina arancione”
[18] Catarsi (dal greco katharsis κἁθαρσις, “purificazione”) è un termine utilizzato per indicare la cerimonia di purificazione che si ritrova in diverse concezioni religiose ed in rituali magici che prescrivevano di solito il sacrificio di un capro espiatorio.
[19] Catarsi. Secondo il filosofo greco Aristotele (iv secolo a.C.), la purificazione delle passioni umane prodotta dall’opera d’arte in conseguenza di una forte emozione. Essa può indurre lo spettatore di un dramma o il lettore di un testo poetico o narrativo a meditare sugli insegnamenti morali dell’opera.
[20] Patto finzionale o  Sospensione dell’incredulità: sorta di accordo – implicito a ogni testo narrativo – che il lettore stringe con lo scrittore, quando si accinge a leggere una sua opera, e che consiste in una sospensione dell’incredulità: in pratica, per trarre il massimo piacere dal testo, il lettore finge di credere che quanto sta leggendo sia vero e accada nel momento stesso della lettura. Ne deriva che la distinzione tra fatti reali e immaginari o fantastici è irrilevante nel momento della ricezione di un’opera letteraria.
[21] Aristotele considerava il dramma come “l’imitazione di un’azione” e distingueva tre forme di imitazione: come le cose sono, come vengono descritte e come dovrebbero essere. Per lui i personaggi della tragedia sono migliori della media degli esseri umani, quelli della commedia peggiori. (Poetica)
[22] Sarebbe interessante conoscere qual è, secondo la percezione dell’autore, il lettore implicito de “La cucina arancione” e se corrisponde al lettore reale. Non è detto infatti che il destinatario presupposto dallo scrittore (il cosiddetto lettore implicito) sia quello che poi leggerà realmente l’opera (lettore reale).

[23] Tratto da “ Il senso antropologico dell’azione: paradigmi e prospettive” di Antonio Malo.

[24] Che suggestiona, guida e modifica la mente e lo spirito dal greco: (ψυχή) psyche, anima e (ἀγωγός) agogos, conduttore. Che guida l’anima.

Sull’essenziale ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

576401_472509539445981_974112959_n“Io non so cosa sia la Poesia , ma la riconosco quando la sento.”

(Alfred Edward Housman)

Sull’Essenziale

Nel 1872 la poetessa americana Emily Dickinson scriveva in una lettera a Louise Norcross una poesia[2] che sarebbe poi, a sua insaputa, divenuta celebre.

Una parola è morta, quando è detta

Taluni dicono –

Io dico invece che inizia a vivere

Quel giorno.

 Per Emily la parola vive,  ha vita propria, non appena nasce. Così è l’istante fermato da un fotogramma. Così un’immagine descritta dentro a una poesia. Quell’istante nasce, vive e continua a vivere dentro a uno spazio simbolico rappresentato, da parole, pause e silenzi. E in quello spazio sacro sta l’Essenzialità che prende forma: il Sostanziale. Ma come si fa a spiegare l’Essenziale? E soprattutto come si fa a coglierne il lampo fulmineo che sfugge ancor prima d’essere visto? La poesia è saper cogliere l’essenza delle emozioni, è saper scrivere andando al cuore delle cose, come fa un fotoreporter con la fotografia.

”Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.” [3]

Ho fotografato per non dimenticare. Per non dimenticare cosa? Per non dimenticare il linguaggio del cuore, cos’altro? E qual è il linguaggio del cuore? E’ L’emozione. L’emozione che, in un lampo, passa dal cuore agli occhi, e dagli occhi al cuore di chi l’ ascolta…

Emozioni/ Fragili come un battito d’ali/ Leggere come l’aria/ Limpide come lacrime/ Salate come il mare.[4]

 Emozioni fragili come un battito d’ali, fugaci come farfalle… Possiamo, forse, raccoglierle nel retino delle parole? Magari qualcuna qua e là ma non tutte… La poesia ci viene in aiuto, con la poesia possiamo fermare le emozioni e aggregarle intorno alla parola. Poesia è il fotogramma dell’essenzialità.

 Ci vuole abilità per coglierla. Pensate che oltre l’ottanta per cento circa della comunicazione è non verbale, fatta di gesti, atteggiamenti, espressioni e pose. Mentre la comunicazione verbale per essere compresa deve essere prima appresa a livelli cognitivi la comunicazione non verbale non ha bisogno della consapevolezza perché è dentro di noi, tutti la utilizzano in modo automatico senza prestare troppa importanza a ciò che passa attraverso questo canale. In questa comunicazione vive l’Essenziale e i poeti tentano di immortalarlo. Allora, mi chiedo, come si fa a spiegare l’Essenziale? Come si fa a fermarlo a renderlo manifesto con le parole?

Le parole sono un’invenzione dell’uomo che ha voluto assegnare un nome e un ordine a tutte le cose e poi, invece, le confonde con le parole stesse. Le parole non bastano a comunicare. A volte sono necessari i silenzi. Silenzi che sigillino le labbra per penetrare fino in fondo all’anima, lì dove giacciono le parole non dette, le più belle.

I silenzi in poesia sono le pause. Come in musica. La Poesia infatti nasce con la musica. Non dimenticate che la pausa contiene quello spazio che permette di dar voce alla comunicazione non verbale, alla mediazione, alla rielaborazione della lettura. La pausa permette di prendere fiato dalla parola, di togliere e mettere gli accenti sulle immagini, di sospendere un concetto, una capriola di emozioni, di colpire come freccia l’interlocutore. La pausa è quello spazio bianco entro cui tutto è concesso, è una sospensione di pensiero, il ribaltamento della focalizzazione, il luogo della possibilità.

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Le parole sono nere come la notte, non hanno un’anima che riesca a tenerle vive per lungo tempo. Hanno bisogno di memoria, di qualcuno che le tramandi, di qualcuno che le scriva o che le reciti davanti a una platea … Di qualcuno che le legga lungo le righe di un libro, sullo schermo di un computer. I silenzi invece sono bianchi [5]come un foglio ancora da scrivere, come le nuvole quando non piove, come una pellicola ancora da impressionare. Bianchi come la pupilla dentro cui galleggia splendida un’iride arcobaleno. Il foglio bianco è matrice d’invenzione, è infinito sussulto che anela esser trovato.

Ivan Tresoldi il poeta di strada di cui trovate scritte  e motti in giro per le città nel “Manifesto per la poesia di strada e l’assalto poetico” scrive:

La poesia di strada nasce gettando parole tra le vie, pugni di semi nel vento […] Versi come pioggia tra le genti, inzuppate fin oltre l’orlo dell’attenzione, senza corte di dotti ne corona, perché d’ovunque e da sempre, una pagina bianca è una poesia nascosta…[6]

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Una pagina bianca è una poesia nascosta e i fogli bianchi come scriveva la nostra Alda Merini sono la dismisura dell’anima…:

I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima /e io su questo sapore agrodolce /vorrò un giorno morire, /perché il foglio bianco è violento./Violento come una bandiera, /una voragine di fuoco,/e così io mi compongo /lettera su lettera all’infinito /affinché uno mi legga /ma nessuno impari nulla /perché la vita è sorso, e sorso /di vita i fogli bianchi/ dismisura dell’anima.[7]

 I fogli bianchi, i silenzi, dismisura dell’anima, sono musica che non necessita spartito. Una musica il cui strumento ha corde invisibili nascoste nella quiete. I silenzi sono intervalli tra parole e gesti, spazi in cui si annida l’Anima segreta delle cose, il sacro luogo dell’Essenziale.

L’uomo continuamente va in cerca di quel luogo e magari si stordisce nell’utilità delle parole, si perde nella vanità delle forme…ma il silenzio dell’Anima, quello che parla a tutte le cose e che di tutte le cose è permeato, ha un controcanto di bellezza che muove dagli occhi. Trasparenze liquide, mutabili, le pupille risuonano di musica per chi vi sa annegare. Lì, nelle parentesi delle sopracciglia, nei solchi delle rughe che raccontano la gioia e la sofferenza, negli intervalli tra battiti di ciglia, nei lampi che luccicano fulminei prima di svanire, nelle carezze delle palpebre, negli occhi stupiti dei bambini…E’ lì che prende vita l’Essenziale.

I bambini. I loro sguardi sono concerti di silenzi che non hanno spettatori ad applaudire …concerti di silenzi sì, di quelli che non si possono trascrivere in alcuna forma, né circoscrivere dentro la parola. Le parole hanno punti e paragrafi, margini e spazi dentro cui rigare dritte, finché non trovano una via di fuga nella mente di chi le legge.

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La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori grammaticali. Gli sguardi sono frasi perfette. [8]

Osservate, osservate tutto questo, osservate il silenzio, siate dei mistici, scrivete come se quel che vedete fosse una preghiera. Il poeta è osservatore e deve farsi portavoce attraverso le parole delle sfumature, delle trasparenze, dei gesti che si perdono nel caos del vivere . Le parole, quelle che s’inceppano dentro a significati retorici, dovremmo ucciderle tutte con i silenzi per dare spazio all’indicibile, all’inclassificabile, all’inenarrabile, all’intangibile, a tutto quello che non si svela, a tutto quello che non si lascia raccontare.

Giace in fondo agli occhi il porto sepolto[9] e non vede la luce con l’incanto della parola. Nascosto, come in uno scrigno magico di cui possiedono la chiave solo l’attenzione e l’immaginazione, l’Essenziale sfugge al lettore disattento, all’ascoltatore distratto, allo spettatore superficiale che non apre il cuore alla comprensione dell’ignoto, sfugge al poeta egocentrico che non si confronta, che non legge, che non ascolta l’altro, che  con la sua voce aulica, non si fa portavoce di un disagio condiviso, ma si trincera dentro al suo dolore.

Le parole, tutte, anche le mie parole, ora, dimenticatele perché possiate uscire dai binari e camminare su percorsi mai battuti dalla vostra comprensione…Osservate e guardate veramente.

E così ora guardo nei tuoi occhi
Ma proprio dentro in fondo ai tuoi occhi
Poi all’improvviso levo la parola occhi
E sono in un nuovo spazio immenso
E ora prova solo un momento
A far saltare tutte le parole
Sarà un’esplosione come il sole
Come trovare la luce e la purezza
…
Perché le parole sono un trucco[10]

La volpe e il Piccolo principe

Le parole, a volte, sono un trucco dentro cui ci si perde, sono una maschera  di segni che nasconde l’Essenziale.  Le parole, diceva la volpe al Piccolo Principe: sono una fonte di malintesi. Non si vede bene che col cuore. L’Essenziale è invisibile agli occhi[11]…

Per fare poesia dovete tornare bambini. La poesia dovete averla prima che nella bocca dentro al cuore, prima che nella mente dentro agli occhi perché l’Essenziale è invisibile agli occhi… ma è visibile in fondo agli occhi.

Ed è negli occhi del bimbo,

nei suoi occhi scuri e profondi,

come notti in bianco,

che la luce prende vita.[12]

Note

[1] Testo di Valentina Meloni scritto per la presentazione della mostra fotografica di Annalisa Marino

[2] frammento 374 (1872?)  Louise Norcross

[3] Da “Il paradiso degli orchi” di Daniel Pennac

[4] “Emozioni” poesia di Valentina Meloni

[5] citazione  dal romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia

[6] (Milano, 2001)

[7] I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima, da “Fogli bianchi” di Alda Merini

[8] Citazione di A. Sorge

[9] Riferimento a Il porto sepolto (Giuseppe Ungaretti, Mariano il 29 giugno 1916.)

Vi arriva il poeta/e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde/Di questa poesia/mi resta/quel nulla /d’inesauribile segreto.

[10] Testo della canzone “La pesca” di Francesco Tricarico

[11] Riferimento al “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, cap. XXI

[12] Citazione di Paul Eluard

I grandi alberi sono come nonni…

illustrazione di Graham-Franciose

illustrazione di Graham-Franciose

La morte di un patriarca è una grande perdita per la terra,

assieme a un grande albero se ne vanno secoli di saggezza …

Per gli animali della foresta o di un bosco

perdere un albero tanto vecchio equivale a perdere un antenato.

Anche la foresta ha i propri nonni.

E una casa senza i propri nonni non è più la stessa.

(Valentina Nanita  Meloni)

Sulla visione ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

opere di Vladimir Kush

opere di Vladimir Kush

Filosofia della poesia

Qualche giorno fa lessi un commento di una persona chiamata a scegliere una sua poesia preferita, il commento diceva questo: “Non m’interessa la poesia… è solo retorica!”

Appena letto, ci rimasi male, anche se non era rivolto a me direttamente, tuttavia amando visceralmente la poesia, mi sentii presa in causa. Poi riflettei sul fatto che, se si fa un’affermazione del genere, semplicemente ci sono tre possibilità: o non si riesce a distinguere la poesia, o non si conosce, oppure è una critica rivolta alla poesia stessa. Propendo per quest’ultima ipotesi e in questo caso potrei anche essere parzialmente d’accordo, se parliamo di un certo tipo di “poesia”.

Certo, come facciamo a classificare qualcosa come poesia? Sicuramente per scrivere una poesia non è sufficiente andare a capo, come non basta disporre in fila le parole, o metterle in rima, o utilizzare figure retoriche. La poesia può utilizzare figure retoriche, ma non è retorica. Cos’è allora la retorica?

Aristotele classifica la retorica, come l’arte del fare discorsi persuasivi, d’importanza fondamentale nella vita sociale (pensiamo alla politica…anche se ci sarebbe molto da dire), e comprende la capacità di ben argomentare (dialettica), la conoscenza delle passioni umane al fine di persuadere più efficacemente, e la rettitudine del carattere dell’oratore, che lo rende più credibile. Col termine figura retorica, invece, s’indica qualsiasi artificio nel discorso, volto a creare un particolare effetto.

La poetica, continua Aristotele,  intesa come l’arte di fare poesia, è superiore alla storia, perché tratta di casi non particolari ma universali e perciò si avvicina alla filosofia. La poesia è definita come mimesi (imitazione) della vita e Aristotele ne distingue i vari generi, indicando il supremo nella tragedia, in grado di suscitare pietà e terrore e, di conseguenza, di operare la catarsi, cioè la purificazione dell’anima dalle passioni. A mio avviso, in taluni casi, la catarsi avviene anche nelle liriche.

Se la poesia è retorica, per me, non può essere poesia. Perchè? La poesia anche se la sua origine è orale  attiene al “fare” e non al “dire”. La parola “poesia” deriva dal greco ποίησις (poiesis), con il significato di “creazione”. Se sto creando qualcosa, non voglio persuadere qualcuno, intendo invece trasmettere un messaggio, voglio inventare, creare, comporre appunto un linguaggio che mi permetta di trasfigurare le immagini che attengono alla Psiche in parola. E il linguaggio poetico riesce a trasmettere concetti e stati d’animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa, che è invece limitata nel suo campo d’azione. La retorica nasce con la parola e si avvale della parola per persuadere, la poesia nasce nella parola e della parola si avvale per esprimere un contenuto non solo informativo ma anche emotivo.

Se il fine della retorica è persuadere, vi starete chiedendo: qual è il fine della poesia?

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La funzione principale della poesia, secondo me, è quella di rivelare un mondo che attraverso il linguaggio comune non potrebbe svelarsi. La poesia attinge dalla realtà circostante per descrivere ciò che dietro quella realtà si nasconde. La manifestazione empirica della realtà è solo una minima parte di ciò che ci circonda e la poesia ce lo rammenta. Questo spiega anche la ragione per cui il poeta è un mistico. Il fine poetico è, in sintesi, quello di mostrare una visione.

“Ci saranno squarci nello spazio che diano su un’altra parte…” affermava Fernando Pessoa. Mi piace pensare alla poesia come un qualcosa che apra nuove dimensioni agli occhi dell’anima, una fessura da cui filtrano nuovi orizzonti di luce e bellezza, di abisso e di tenebra che possiamo toccare. Dimensioni queste di valore non assoluto che non vogliono essere imposte. Il Poeta è un mistico ma non è un guru che guida verso la verità dei suoi testi. Nessun testo poetico è una verità assoluta, semmai solo uno squarcio da cui è possibile sfiorare una parte del tutto.

Per raggiungere questo scopo il linguaggio poetico si avvale spesso della metafora, che è un tropo, una figura retorica, e che consiste nel trasformare una parola, un’espressione, in un’immagine figurata. La metafora, (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») come suggerisce il suo stesso nome, implica un trasferimento di significato.

Esistono, accanto ai linguaggi che costatano, descrivono, ordinano dei fatti, altri linguaggi – come quelli poetici, simbolici, religiosi – che ricorrono soprattutto alla metafora e sono linguaggi di ridescrizione e di metamorfosi della realtà. Una tradizione consolidata, quella retorica, considera tali linguaggi come esclusivamente rivolti alla persuasione appunto mediante gli artifici retorici. Questi linguaggi ad alto valore ornamentale non avrebbero valore informativo, di referenza alla realtà. “È possibile superare questa lettura retorica della metafora e giungere a una lettura poetica, cioè considerare la metafora come strategia linguistica capace di dare conto della creazione di un nuovo significato, come linguaggio di rivelazione?” In realtà i linguaggi metaforici non sono carenti di un vero rapporto con la realtà, anzi sono linguaggi portatori di una sovrabbondanza di senso. Il linguaggio poetico-metaforico, proprio perché non vuole mostrare la realtà come è, cancella il mondo come complesso di oggetti disponibili, manipolabili, e apre nuove dimensioni della realtà. Tentare di mostrare la legittimità di tali linguaggi vuol dire aprire al linguaggio umano, e all’uomo, altre vie che non sono quelle della dominazione: dominazione delle cose, dei segni ridotti alla loro funzione strumentale.

(Tratto da “La metafora viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di rivelazione” di Ricoeur Paul)

Ma se il fine poetico è quello di mostrare una visione, non vuole forse il poeta persuadere il lettore o l’ascoltatore che quella visione esiste?

No, se esiste la persuasione, e se si usa la retorica nel linguaggio poetico, il fine poetico non è stato raggiunto. La poesia, infatti, deve rivelare una parte di realtà che è comunque accessibile a tutti e che da tutti può essere conosciuta e riconosciuta. Questo chiaramente è il fine della poesia più alta.

Tuttavia è chiaro che quello poetico non è un linguaggio comune a tutti nella stessa dimensione spazio-tempo, non è neppure un linguaggio decodificato. Poiché il poeta si serve delle parole, ma non si riferisce sempre al significato semantico della parola nel suo uso, magari al suo significato allusivo, senza contare che ogni poeta, in genere, ha il suo stile personale che lo porta ad usare la parola in maniera sempre diversa dagli altri. La poesia è suggerimento di una visione futuribile, è allusione a un seme che non ha ancora germogliato, è possibilità, è l’invito alla rivelazione. E qui torniamo al misticismo. L’invito è diverso dalla persuasione, dal momento che non si vuole dare una rappresentazione della realtà oggettiva per come la si vede o la si percepisce, si vuole aprire una porta su altre stanze, mondi accessibili attraverso il superamento dei limiti linguistici e il riconoscimento di ciò che è proprio attraverso un’immagine che non è propria, ma come propria si riconosce.

Mi piace molto una definizione poetica del mio amico Paolo Mario Buttiglieri quando, rivolgendosi al lettore dice: “Una volta scritta la poesia non è più mia diventa tua”.  Questo perché il lettore riconosce nella poesia la sua personale visione, e la poesia nata dall’autore si espande arricchendosi della visione e dell’esperienza del lettore. Tuttavia quella poesia è sempre stata sua e di tutti, in quanto a tutti accessibile, ma non da tutti intellegibile. Questo non vuol dire che chi si pone davanti a una poesia che non comprende sia uno stupido, vuol dire invece che la sua esperienza personale e la sua percezione di ciò che lo circonda, non lo ha portato a riconoscersi in quel frammento di realtà che quella determinata poesia suggerisce. Vuol dire che la visione non è condivisa in quel momento, non è chiara oppure è rigettata come non possibile…Ricordiamoci sempre che la poesia non vuole catenacci mentali, la poesia vuole romperle le catene e andare oltre la parola.

E allora torniamo al concetto di retorica. E’ chiaro che laddove questo fine non si realizzi (la rivelazione), viene spontaneo parlare di retorica, tuttavia se si riconosce che la poesia non è un linguaggio comune a tutti nella stessa dimensione spazio-tempo, allora si comprenderà come ciò che non è recepito adesso non è detto che non lo sarà in futuro. Questo è il motivo per cui una poesia, che non mi è “piaciuta” a quindici anni potrà per me essere una rivelazione a trentuno, e questo è anche il motivo per cui, spesso, molti poeti sono apprezzati solo dopo la loro morte…

Si parla invece di poesia retorica, con accezione negativa, quando la poesia diventa puro esercizio stilistico, vuoto e privo di contenuti reali. La poesia non dovrebbe essere per il poeta “letteratura”, formalismo, guscio sonante del suo solo ego come dice Maria Grazia Calandrone. E cosa dovrebbe essere allora? Come si riconosce la Poesia? Ve lo lascio dire da qualcuno che ne sa più di me: Dino Buzzati.

“C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta.”

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Esercizio suggerito:

Ponetevi di fronte a un muro, nella vostra casa, nel vostro ufficio, dove volete voi, purché sia un muro realmente esistente. Ora descrivete il muro per come vi appare. Provate poi a descrivere ciò che quel muro vi suggerisce e tutto ciò che potrebbe esserci dietro. Possibilmente utilizzate come strumenti gli elementi di cui vi ho parlato negli articoli precedenti con tag ¿Qué es poesía?: il silenzio, l’osservazione, l’essenzialità. 

(Valentina Meloni)

Talenti di donna , a cura di Gloria Gaetano e Maria Allo

Talenti di donna , a cura di Gloria Gaetano e Maria Allo
Pubblicato su febbraio 2, 2014 da fabrizio centofanti
Talenti di donna
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Sull’osservazione ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

Sull’osservazione

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Mi-Ja cerca l’ispirazione per scrivere la sua prima poesia

Per scrivere una poesia bisogna vedere, anzi bisogna osservare… Noi vediamo milioni di cose al giorno, ma le vediamo davvero? Canta Francesco Tricarico in un suo testo forse poco famoso ma molto significativo

“Se mangi una pesca e poi levi la parola pesca
Quello che rimane è meraviglia
Quello che rimane è una scoperta
E così se ti do un bacio e poi levo la parola bacio
Quello che rimane è meraviglia
Come prendere il sole su una spiaggia bianca…”

Provateci anche voi: prendete una pesca o come dice il maestro nel film Poetry prendete una mela e guardatela, ma guardatela davvero, come non avete mai fatto. Cosa vedete?

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La pellicola di cui vi metto il link narra il paradosso di una poetessa che sta perdendo le parole, a causa dell’Alzheimer,  e che non si arrende e vuole ritrovare il significato profondo delle parole e cercarne la bellezza. Mi-ja (interpretata dall’attrice Mi-Ja Yu Junghee) la protagonista di questo film, di cui vedete uno spezzone, riesce ad ascoltare e a vedere veramente. Come fa? Con l’ingenuità e la meraviglia. “Io le mele le mangio -dice nel film cercando di mettere in pratica la lezione- perchè dovrei osservarle?” Mi-ja sa domandare attenzione o aiuto alle persone che le stanno intorno, sa porre i quesiti giusti all’insegnante di poesia (giusti perché ingenui e diretti), sa infine interrogare la realtà circostante. Pazientemente, senza pretendere soddisfazioni immediate: semplicemente osservando. Prende il suo taccuino e annota giorno dopo giorno  le sensazioni che la realtà circostante le suggerisce. Osserva e prende appunti. Da questi appunti nascerà Agnes’ Song, la poesia che, unica del corso, Mi-Ja scrive per la ragazza suicida prima di suicidarsi lei stessa. Canzone per Agunes si tramuta in un distico elegiaco che incorona il regista (e scrittore) Lee Chang-dong come il più grande compositore di finali del cinema coreano contemporaneo[1].

Ascoltatela…

Perché ho scelto questo film? Perché mi ha toccato profondamente e perché è uno di quei film che come la buona letteratura, come la buona poesia ti fa interrogare…

A proposito di Poetry il regista Lee Changdong dichiara:

“Questi sono tempi in cui la poesia sta morendo. Alcuni lamentano questa perdita e altri sostengono che la poesia meriti di morire. Noncurante, la gente continua a leggere e scrivere poesia. Che senso ha allora scrivere poesia quando la prospettiva futura è così negativa? Questa è una domanda che voglio fare al pubblico. Ma di fatto è una domanda da fare a me stesso come regista: Che senso ha fare film in questi tempi in cui i film stanno morendo?”

Io posso rispondere che ho trovato il senso della vita nella poesia e che con la poesia sono rinata. Come può morire per me ciò che mi ha aiutato a vivere?  Certo direte voi, la poesia non è per tutti… Però rispondo io la poesia è di tutti! Di questa ricchezza cosa ne facciamo?

La risposta di Lee Changdong alla sua stessa domanda è questa:

“Volevo solo fare questa domanda al pubblico. Il pubblico ora ha la chiave per rispondere alla domanda. Tuttavia, uno dei miei pensieri sulla poesia è che firma per conto delle emozioni e dei pensieri di qualcuno. Se qualcuno mi chiedesse perché faccio film, potrei rispondere dicendo: Sto raccontando la tua storia per conto tuo.”

Così non importa non saper fare poesia ma averla dentro… Solo chi l’ha dentro può riconoscerla anche fuori. Il difficile, come dice il maestro del film, non è scrivere una poesia quanto piuttosto sentire nel proprio cuore la voglia di farlo. Se osservate, sentirete la voglia di farlo, perché ciò che dall’osservazione scaturisce non vada perduto. Ecco che la parola non è più un limite ma uno strumento. La poesia nasce da uno stimolo sul quale, ad albero, si ramificano le emozioni. Bisogna partire dall’essenziale, dall’osservazione senza giudizio per poi andare fino al nocciolo della pesca, fino al nucleo aggregatore che condensa le parole attorno alla ragione e alle emozioni. Lo spiega bene Sándor Márai quando dice:

“[…] non sono un poeta; nel mio sistema nervoso e nella mia coscienza manca quell’energia condensatrice che è la poesia, la quale con una sola parola, per mezzo di un comunicare magico, qualche volta demoniaco, riesce a catalizzare gli elementi della passione e della ragione come il nucleo dell’atomo con i protoni e i neutroni…“

Perché oggi non sappiamo più osservare? Forse perchè andiamo di fretta, non ci fermiamo, per osservare bisogna fermarsi e fare silenzio. Il tempo limita la nostra osservazione, restiamo passivi di fronte alle cose, durante la lettura. Di fronte a una poesia. Ecco ma si può leggere una poesia come se stessimo al fast food a mangiare un panino? I sapori genuini richiedono tempo, così la buona lettura, così la buona poesia.

Riprendetevi il vostro tempo e osservate… in silenzio. Siate poesia.


[1] Dalla recensione di Alessandro Baratti

♣ Fiori di Parole

Ringrazio il mio amico e poeta Giuseppe Guidolin per aver gradito il mio pensiero poetico che gli appartiene…Omaggio alla nostra amicizia e alla Poesia.

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Sul silenzio ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

Sul silenzio

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Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare.[…] c’è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte, anch’io la penso così, condivido la tua preoccupazione, noi due siamo d’accordo… (Sándor Márai)

E c’è anche un silenzio più grande di quello della sola bocca, è il silenzio interiore che accade quando ci rivolgiamo e ci mettiamo in ascolto di noi stessi. Poi c’è il silenzio e basta. Ogni volta che si interrompe il dialogo interno, si entra nel silenzio interiore dove il mondo così come lo conosciamo collassa e affiorano aspetti di noi del tutto straordinari, come se fino a quel momento fossero stati sorvegliati a vista dalle nostre parole. Le parole sono sentinelle a guardia di infiniti tesori, lasciamole cadere, disarmiamole, e lasciamo che vedano luce quegli aspetti della nostra natura interiore fino ad allora reclusi al buio. Siamo poeti, ciascuno di noi è poeta, e non lo sappiamo. Anche la poesia infatti è silenzio, non si può fare poesia, non si può leggere una poesia senza fare silenzio nel cuore e nella mente. Voi direte: ma come? Come si può far poesia senza parole? Il silenzio dico è già poesia, perché è come una pagina bianca, e una pagina bianca è una poesia nascosta…

Siamo silenzi

Siamo silenzi
cullati dalla luce
avvolti da un raggio di sole
in attesa
che un fremito di vento
dissolva le nostre paure
ci mescoli i pensieri
impigliandoci alle nuvole
passeggere
per portarci altrove…

(Valentina Meloni)

Il rumore del silenzio

Condividere silenzi…

in fondo non è difficile.

Difficile è stare

ad ascoltare la marea

che si ritrae e poi torna

a travolgere ogni cosa.

Difficile è restare muti

di fronte al dolore del guscio

che ha perso il suo mollusco,

che deve disimparare

la solitudine

e lasciarsi ascoltare…

Perché, lo sai? Il rumore

che fai –quando ti ascolto-

è bellissimo…

come una conchiglia

che ha rubato al mare

i suoi segreti

e poi li rende, eterni,

dentro una musica

che non ha più tempo.

(Valentina Meloni)

Che la mente pensi senza cercare di pensare. non cerchiamo di vedere niente; fermiamo il pensiero concettuale; fermiamo l’attività emotiva; stiamo seduti e basta. Qualunque cosa ci accada, non ne siamo turbati. Stiamo semplicemente seduti. È come qualcosa che accade nel grande cielo. Qualunque tipo di uccello lo attraversi, al cielo non importa.[…] Molte cose accadono mentre state seduti. Potete udire il suono del ruscello. Potete pensare a qualcosa, ma la vostra mente non se ne cura. La vostra grande mente è semplicemente lì seduta. […] Osserviamo le cose. Senza dire ‘buono’ o ‘cattivo’, semplicemente stiamo seduti. Godiamo delle cose senza avere nessun attaccamento particolare nei loro confronti. Le apprezziamo pienamente, tutto qui.

(Rami d’acqua scorrono nell’ombra – Commento zen al Sandokai di Shunryu Suzuki-roshi 1904-1971)

Parole poetiche
di Paolo Fezzi

Nel silenzio, sai, mi sorprendono
parole poetiche in agguato.

Tacquero
per dire di più,
per incidere
precise, scarne.

Vive, vibranti, pronte a troncare
chiacchiere assassine del senso.

Scccc…. Fate silenzio ora è il vostro momento. Rilasciate tutte le parole, tutti i pensieri, tutte le emozioni, immaginate di farle scivolare dentro a un ruscello di montagna d’acqua fresca e chiara. Ecco, adesso, anche voi siete limpidi, siete poesia, come un foglio bianco che va riempendosi di bellezza…

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Il titolo di questo “mini seminario” di poesia prende vita da una poesia di Gustavo Adolfo Bécquer

¿Qué es poesía?, dices mientras clavas
en mi pupila tu pupila azul.
¡Que es poesía!, Y tú me lo preguntas?
Poesía… eres tú.

“Che cos’è la poesia?”, dici mentre fissi
la mia pupilla con la tua pupilla blu.
“Che cos’è la poesia? E tu me lo domandi?
Poesia… sei tu!”

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Foto di Giulietta Masina sul set del film “La strada” 1954

( John Ashbery, da “Paradoxes and Oxymorons” )

Una città di poeti

A cosa serve la poesia?

Avatar di donnedicartaDonne di carta persone libro

C’è silenzio e silenzio. La facciata di San Bernardino è sola. Troppo bianca. Davanti al vuoto.
Con quella gru vertiginosa altezza che spunta dietro la facciata come l’ala di un
angelo sterminatore.
Con l’architettura in ferro e oro che nasconde l’edificio vicino.

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C’è silenzio nel vuoto.

Perché le case sono senza luce, prive.
E la loro assolutezza fa del silenzio una sospensione.

Poi lu boss – che si pronuncia ju boss – la vineria storica, strapiena di ragazzi e di ragazze, dove – dice Alessio – se potessi spremere le mura ne gocciolerebbe vino.
E, fuori, nell’area aperta, un cattivo altoparlante da cui esce, distorta dai bassi eccessivi, la voce di chi declama le proprie poesie, fogli in fila, fogli seduti in terra, in attesa del turno.

Ai 4 cantoni non passa nessuno, la gente è seduta ai tavolini. Chiacchiera. E’ gente giovane.
Una gran quantità di giovani tra

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