Sulla visione ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

opere di Vladimir Kush

opere di Vladimir Kush

Filosofia della poesia

Qualche giorno fa lessi un commento di una persona chiamata a scegliere una sua poesia preferita, il commento diceva questo: “Non m’interessa la poesia… è solo retorica!”

Appena letto, ci rimasi male, anche se non era rivolto a me direttamente, tuttavia amando visceralmente la poesia, mi sentii presa in causa. Poi riflettei sul fatto che, se si fa un’affermazione del genere, semplicemente ci sono tre possibilità: o non si riesce a distinguere la poesia, o non si conosce, oppure è una critica rivolta alla poesia stessa. Propendo per quest’ultima ipotesi e in questo caso potrei anche essere parzialmente d’accordo, se parliamo di un certo tipo di “poesia”.

Certo, come facciamo a classificare qualcosa come poesia? Sicuramente per scrivere una poesia non è sufficiente andare a capo, come non basta disporre in fila le parole, o metterle in rima, o utilizzare figure retoriche. La poesia può utilizzare figure retoriche, ma non è retorica. Cos’è allora la retorica?

Aristotele classifica la retorica, come l’arte del fare discorsi persuasivi, d’importanza fondamentale nella vita sociale (pensiamo alla politica…anche se ci sarebbe molto da dire), e comprende la capacità di ben argomentare (dialettica), la conoscenza delle passioni umane al fine di persuadere più efficacemente, e la rettitudine del carattere dell’oratore, che lo rende più credibile. Col termine figura retorica, invece, s’indica qualsiasi artificio nel discorso, volto a creare un particolare effetto.

La poetica, continua Aristotele,  intesa come l’arte di fare poesia, è superiore alla storia, perché tratta di casi non particolari ma universali e perciò si avvicina alla filosofia. La poesia è definita come mimesi (imitazione) della vita e Aristotele ne distingue i vari generi, indicando il supremo nella tragedia, in grado di suscitare pietà e terrore e, di conseguenza, di operare la catarsi, cioè la purificazione dell’anima dalle passioni. A mio avviso, in taluni casi, la catarsi avviene anche nelle liriche.

Se la poesia è retorica, per me, non può essere poesia. Perchè? La poesia anche se la sua origine è orale  attiene al “fare” e non al “dire”. La parola “poesia” deriva dal greco ποίησις (poiesis), con il significato di “creazione”. Se sto creando qualcosa, non voglio persuadere qualcuno, intendo invece trasmettere un messaggio, voglio inventare, creare, comporre appunto un linguaggio che mi permetta di trasfigurare le immagini che attengono alla Psiche in parola. E il linguaggio poetico riesce a trasmettere concetti e stati d’animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa, che è invece limitata nel suo campo d’azione. La retorica nasce con la parola e si avvale della parola per persuadere, la poesia nasce nella parola e della parola si avvale per esprimere un contenuto non solo informativo ma anche emotivo.

Se il fine della retorica è persuadere, vi starete chiedendo: qual è il fine della poesia?

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La funzione principale della poesia, secondo me, è quella di rivelare un mondo che attraverso il linguaggio comune non potrebbe svelarsi. La poesia attinge dalla realtà circostante per descrivere ciò che dietro quella realtà si nasconde. La manifestazione empirica della realtà è solo una minima parte di ciò che ci circonda e la poesia ce lo rammenta. Questo spiega anche la ragione per cui il poeta è un mistico. Il fine poetico è, in sintesi, quello di mostrare una visione.

“Ci saranno squarci nello spazio che diano su un’altra parte…” affermava Fernando Pessoa. Mi piace pensare alla poesia come un qualcosa che apra nuove dimensioni agli occhi dell’anima, una fessura da cui filtrano nuovi orizzonti di luce e bellezza, di abisso e di tenebra che possiamo toccare. Dimensioni queste di valore non assoluto che non vogliono essere imposte. Il Poeta è un mistico ma non è un guru che guida verso la verità dei suoi testi. Nessun testo poetico è una verità assoluta, semmai solo uno squarcio da cui è possibile sfiorare una parte del tutto.

Per raggiungere questo scopo il linguaggio poetico si avvale spesso della metafora, che è un tropo, una figura retorica, e che consiste nel trasformare una parola, un’espressione, in un’immagine figurata. La metafora, (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») come suggerisce il suo stesso nome, implica un trasferimento di significato.

Esistono, accanto ai linguaggi che costatano, descrivono, ordinano dei fatti, altri linguaggi – come quelli poetici, simbolici, religiosi – che ricorrono soprattutto alla metafora e sono linguaggi di ridescrizione e di metamorfosi della realtà. Una tradizione consolidata, quella retorica, considera tali linguaggi come esclusivamente rivolti alla persuasione appunto mediante gli artifici retorici. Questi linguaggi ad alto valore ornamentale non avrebbero valore informativo, di referenza alla realtà. “È possibile superare questa lettura retorica della metafora e giungere a una lettura poetica, cioè considerare la metafora come strategia linguistica capace di dare conto della creazione di un nuovo significato, come linguaggio di rivelazione?” In realtà i linguaggi metaforici non sono carenti di un vero rapporto con la realtà, anzi sono linguaggi portatori di una sovrabbondanza di senso. Il linguaggio poetico-metaforico, proprio perché non vuole mostrare la realtà come è, cancella il mondo come complesso di oggetti disponibili, manipolabili, e apre nuove dimensioni della realtà. Tentare di mostrare la legittimità di tali linguaggi vuol dire aprire al linguaggio umano, e all’uomo, altre vie che non sono quelle della dominazione: dominazione delle cose, dei segni ridotti alla loro funzione strumentale.

(Tratto da “La metafora viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di rivelazione” di Ricoeur Paul)

Ma se il fine poetico è quello di mostrare una visione, non vuole forse il poeta persuadere il lettore o l’ascoltatore che quella visione esiste?

No, se esiste la persuasione, e se si usa la retorica nel linguaggio poetico, il fine poetico non è stato raggiunto. La poesia, infatti, deve rivelare una parte di realtà che è comunque accessibile a tutti e che da tutti può essere conosciuta e riconosciuta. Questo chiaramente è il fine della poesia più alta.

Tuttavia è chiaro che quello poetico non è un linguaggio comune a tutti nella stessa dimensione spazio-tempo, non è neppure un linguaggio decodificato. Poiché il poeta si serve delle parole, ma non si riferisce sempre al significato semantico della parola nel suo uso, magari al suo significato allusivo, senza contare che ogni poeta, in genere, ha il suo stile personale che lo porta ad usare la parola in maniera sempre diversa dagli altri. La poesia è suggerimento di una visione futuribile, è allusione a un seme che non ha ancora germogliato, è possibilità, è l’invito alla rivelazione. E qui torniamo al misticismo. L’invito è diverso dalla persuasione, dal momento che non si vuole dare una rappresentazione della realtà oggettiva per come la si vede o la si percepisce, si vuole aprire una porta su altre stanze, mondi accessibili attraverso il superamento dei limiti linguistici e il riconoscimento di ciò che è proprio attraverso un’immagine che non è propria, ma come propria si riconosce.

Mi piace molto una definizione poetica del mio amico Paolo Mario Buttiglieri quando, rivolgendosi al lettore dice: “Una volta scritta la poesia non è più mia diventa tua”.  Questo perché il lettore riconosce nella poesia la sua personale visione, e la poesia nata dall’autore si espande arricchendosi della visione e dell’esperienza del lettore. Tuttavia quella poesia è sempre stata sua e di tutti, in quanto a tutti accessibile, ma non da tutti intellegibile. Questo non vuol dire che chi si pone davanti a una poesia che non comprende sia uno stupido, vuol dire invece che la sua esperienza personale e la sua percezione di ciò che lo circonda, non lo ha portato a riconoscersi in quel frammento di realtà che quella determinata poesia suggerisce. Vuol dire che la visione non è condivisa in quel momento, non è chiara oppure è rigettata come non possibile…Ricordiamoci sempre che la poesia non vuole catenacci mentali, la poesia vuole romperle le catene e andare oltre la parola.

E allora torniamo al concetto di retorica. E’ chiaro che laddove questo fine non si realizzi (la rivelazione), viene spontaneo parlare di retorica, tuttavia se si riconosce che la poesia non è un linguaggio comune a tutti nella stessa dimensione spazio-tempo, allora si comprenderà come ciò che non è recepito adesso non è detto che non lo sarà in futuro. Questo è il motivo per cui una poesia, che non mi è “piaciuta” a quindici anni potrà per me essere una rivelazione a trentuno, e questo è anche il motivo per cui, spesso, molti poeti sono apprezzati solo dopo la loro morte…

Si parla invece di poesia retorica, con accezione negativa, quando la poesia diventa puro esercizio stilistico, vuoto e privo di contenuti reali. La poesia non dovrebbe essere per il poeta “letteratura”, formalismo, guscio sonante del suo solo ego come dice Maria Grazia Calandrone. E cosa dovrebbe essere allora? Come si riconosce la Poesia? Ve lo lascio dire da qualcuno che ne sa più di me: Dino Buzzati.

C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta.”

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Esercizio suggerito:

Ponetevi di fronte a un muro, nella vostra casa, nel vostro ufficio, dove volete voi, purché sia un muro realmente esistente. Ora descrivete il muro per come vi appare. Provate poi a descrivere ciò che quel muro vi suggerisce e tutto ciò che potrebbe esserci dietro. Possibilmente utilizzate come strumenti gli elementi di cui vi ho parlato negli articoli precedenti con tag ¿Qué es poesía?: il silenzio, l’osservazione, l’essenzialità. 

(Valentina Meloni)

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