“Siamo diventate donne senza dolore”

Oltre al Mango della vergogna in India esistono anche alberi protettori! Un bell’articolo ripreso e pubblicato da “Io donna -magazine Corsera”del 30 maggio 2004

Avatar di laboratorio donnaelaboratorio donnae

Foto di Alice Pavesi Fiori per Io donnaL’articolo che segue, ripreso dal sito della Libreria delle donne di Milano, è pubblicato su Io Donna – magazine Corsera del 30 maggio 2014.

La ragazza che comanda i Masai con libri e matite

di Emanuela Zuccalà 

Il grande albero protettore delle sue notti di paura sta ancora lì, a presidiare i sentieri della sua infanzia. Nice l’osserva con antica gratitudine, forse pensando che sia l’unico personaggio rimasto inerte in questa savana ventosa nel sud del Kenya, sorvegliata dal Kilimanjaro che appare e scompare dietro la corsa delle nuvole. Per spiegarci la rivoluzione che dal villaggio Masai di Nomayianat sta investendo l’intera area, Nice torna indietro di 15 anni, quando lei era una piccola orfana che sgattaiolava fuori da casa dello zio per scomparire sotto l’acacia, in attesa che l’aurora facesse dimenticare la sua assenza nel conteggio delle bimbe da “tagliare”.

Per due volte s’è sottratta così all’emuatare, il sanguinoso…

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Tanka -Un lungo abbraccio-

"Un lungo abbraccio" di Luca Ferrise

tecnica mista: “Un lungo abbraccio” di Luca Ferrise

Sete di vento

e mani! Un lungo abbraccio

di fiori e tralci

distanti anime lega…

recise da un addio.

(Valentina Meloni)

 

Liria

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Liria non fermarti alle lacrime

                non fermarti!

Attraversale,

          fanne

                     s

                        c

                          i

                            v

                              o

                                 l

                                  o

                                      di parole.

    Scrivi!

P

i

o

g

g

i

a

               di pensieri,

pozzanghere di sogni.

Scrivi!

Umori di

                    n u

                  v o l a,

ambientazioni solari…

Fai della

               p

                 i

                  o

                    g

                      g

                        i

                         a

-gocce d’inchiostro e sale-

del tuono -GRIDO-

che vuol tacere il mare.

Liria non fermarti alle lacrime

non fermarti!

Fanne acqua d’accoglimento

                  -cingile-

con braccia poetiche

di quell’abbraccio

            che hai lasciato

                   -fermo-

        (chiuso)

                 dentro le tue parole,

in quelle poche righe

                        dolci-amare

che accostano i lembi della crepa

                         (della ferita)

 –cui nome non sai dare-

            e che dipingi

                       solo

                     con occhi di

   P

       o

          e

               s

                    i

                        a.

(Valentina Meloni)

Questa poesia è dedicata alla mia compagna di corso (corso di poesia tenuto dalla poetessa Nicoletta Nuzzo a Perugia)

Liria Vecchi, che, con la sua poesia mi ha profondamente commosso…

A testimonianza che la poesia non solo è DI tutti ma è IN tutti.

Grazie Liria

Mi fa male l’anima…

Mi fa male l’anima

Katerina Plotnikova

Katerina Plotnikova

“Mi fa male l’anima”

-“Come fai a sentire dolore se l’anima è incorporea?”

-“Mi fa male l’anima …

Tutto ciò che non vedi, che non senti, che non percepisci, che ignori,

che rifiuti, mi duole come un grumo di sangue nel petto,

tutto ciò che non ascolti, che credi muto e inanimato, di cui non conosci la voce,

grida, canta, strepita, mi urla nelle orecchie tutta la sua disperazione, la sua ignorata esistenza… 

Mi fa male l’anima… deve essersi ferita nel tentativo di uscire da qui,

per cercare di farsi vedere, per cercare di raggiungerti e di abbracciare la tua…”

(Nanita)

La camicia di Sardanapalo

La camicia di Sardanapalo copertina

“Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento
di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia;
cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza.”
(Jean Nicolas Arthur Rimbaud da “Lettere del Veggente”)

La camicia di Sardanapalo è la raccolta di racconti di Iuri Lombardi, scrittore fiorentino, classe 1979, membro della redazione di YAWP, giornale di letterature e filosofie presso cui si occupa di critica letteraria e gestisce il progetto dei Quaderni Barbarici in collaborazione con Patria Letteratura. Edita da Talos Edizioni nel novembre 2013 questa raccolta, come racconta lo stesso autore in un nostro incontro, ha visto la luce dopo due anni di lavoro. Un lavoro importante, impegnativo che ha portato anche alla pubblicazione di “Iuri dei miracoli”, figlio di un figlio in attesa, nato dalla stesura di questa narrazione dal sapore autobiografico. La camicia di Sardanapalo prende il titolo da uno dei quattordici racconti presenti, il terzo in ordine di lettura, uno dei racconti portanti della raccolta e, credo, anche il più rappresentativo dello stile poetico e della filosofia di vita dell’autore.

“Appena vista, tra le tante appese, ben stirate, dai colletti inamidati, non ho potuto fare a meno che sfilarla dalla gruccia e indossarla in gran fretta. Nonostante siano passati diversi anni, la stoffa pare abbia mantenuto lo stesso odore di quella notte; l’essenza del suo sudore, di quell’escursione verso il basso, oltre i poggi, verso la valle.”[1]

La camicia è qualcosa che avvolge, una sorta di seconda pelle che segna la scoperta della natura del protagonista-narratore-autore, il quale, attraverso un comunissimo flashback, che si innesca al momento del ritrovamento di questo vecchio indumento nell’armadio, ripercorre la sua primissima iniziazione all’amore. Il profumo ancora intatto di quei ricordi si scioglie nel tratteggio di un’adolescenza matura in cui emergono sensazioni profonde del vivere in pienezza e innocenza: l’amicizia, l’amore, la spensieratezza, la sessualità, accompagnate dalle immagini di una “terra senza colpa e senza speranza”.[2] (il “Texas italiano”, la Basilicata tanto cara all’autore) profanata dallo sfruttamento umano.

La terra per chilometri e chilometri, per valli e montagne, veniva sventrata da profondi fossati ricoperti da una colata di cemento armato. Era irriconoscibile. Non era la nostra terra di madonne con le loro apparizioni di santi lodati, di mendicanti e braccianti, di scemi che, come noi, sfidavano il giorno e la notte per il piacere di vagabondare da un paese all’altro.[…] Era un’altra terra, non la nostra. Non più il sud del sud dei santi. [3]

Protagonisti sono la verginità perduta della terra, “questa terra che ha il nostro sangue […] il sangue caldo delle vene, il circolo misterioso della vita” [4], la verginità appena persa dei corpi, “corpi che si svegliarono ansimanti, un poco alla volta, nel suo pene eretto ma sottile, ancora in parte puerile che mi cercava per entrare in me”[5] , ma soprattutto la verginità dell’innocenza che sta per perdersi, di quel “nostro essere minuti e ancora bambini, minacciati dall’età adulta in procinto di esplodere come un grumo di sangue nello stomaco”.[6]

Sardanapalo, chi era costui? E soprattutto cosa incarna? Non è un nome scelto a caso per fare colpo, e del resto nulla è lasciato al caso in queste pagine vibranti di vita: Sardanapalo, personaggio di biblica memoria, non fu solo il re degli Assiri. La sua è una figura storico-mitologica che incarna “l’effeminato” dai facili costumi, dalla condotta di vita scandalosa, dissoluta, dedita a piaceri di ogni tipo; del resto lo cita pure Dante nella Divina con quest’accezione edonistica “Non v’era giunto ancor Sardanapalo/ A mostrar ciò che ’n camera si puote “[7]. Sardanapalo, oltre a essere uno dei personaggi di questa raccolta, è prima di tutto un alter-ego dell’autore che incarna una visione della vita in cui ci si deve immergere, perché la vita, la vecchiezza esige una completa autentica rovina sì, ma una rovina dettata dall’amore per la vita stessa.

Amore per la storia, amore per il marginale, amore per ogni cosa che della vita fa parte; e infatti qui si narrano non solo accadimenti autobiografici ma storie di personaggi reali che, probabilmente, l’autore ha incrociato sulla propria strada nell’arco degli ultimi vent’anni, dalla prima adolescenza a oggi. Personaggi, dai tratti opportunamente romanzati, che vivono e non si accontentano di esistere, personalità nelle quali si rivela la grande capacità dell’autore di interpretare la realtà che s’inserisce nel panorama del quotidiano italico.

È  questa una narrazione in cui “l’arte vien meno, qui respirano la terra e il fato”[8] parafrasando e completando la citazione iniziale futurista di Boris Pasternak. Narrazione che fa uso di un linguaggio poetico, ma allo stesso tempo semplice, spontaneo a tratti colloquiale, sempre forte, veritiero, inframmezzato da dialoghi e da continui richiami biblici. Tutta la raccolta è intrisa di questo motivo spiritual-terreno espresso da personaggi dalla natura duale in lotta continua tra sacro e profano. È  uno dei tratti stilistici più personali di Iuri Lombardi, un vero stilema di narrazione, in cui la trasposizione di personaggi biblici nell’era moderna, di figure spirituali e mistiche che incarnano i nuovi eroi decadenti dell’attuale società, serve a conferire, con grande naturalezza, una metafora esistenziale al carattere del personaggio. Qualcuno forse potrà considerarla blasfemia… Ebbene io trovo questa blasfemia una “rivoluzione” letteraria moderna e “dentro al presente” perché delinea in modo potente e originalissimo la natura contradditoria dell’uomo moderno in perenne lotta tra le sue pulsioni terrene e l’incessante ricerca d’elevazione spirituale, che sconfina spesso nell’eccesso, nel sacrificale, nel profetico, nel paradossale, nell’estremismo e, non ultimo,  nel continuo conflitto tra esistere e vivere.

Conflitto che è subito proposto nel primo racconto attraverso la voce di “Gigi l’evangelizzatore”. Gigi o per meglio dire Luigi Vivarelli, il quale “un giorno mollò moglie e figlioli, il lavoro di ferroviere per evangelizzare il mondo”.[9] e che ha indossato questa seconda pelle di resurrezione incarnatasi in Gigi “questo sconosciuto a cui ho dovuto dare amicizia presto”.[10]

Una reinterpretazione, questa di Gigi, del Cristo moderno, morto e risorto senza essere messo in croce, a testimonianza che la resurrezione è un fatto quotidiano, non circoscritto al concetto di Pasqua cristiana, ma più universale, metafisico, che attiene all’uomo in quanto tale, in quanto essere che deve imparare a vivere.

“Credo che l’essere sia presente solo ad intermittenze [ …]. Sì perché bisogna imparare a distinguere, la vita dall’esistenza, mio caro. Esistere non significa vivere, assolutamente. Esistere presuppone esserci biologicamente, fisicamente, ma se ci pensi bene, è un gesto meccanico; non ci vuole molto a esistere. […]Solo essendo consapevoli dell’essere coscienti, solo nell’abbandonarsi alla coscienza, si vive, ci si rende conto di appartenere ad un progetto più ampio”[11]

Esordisce così Gigi l’evangelizzatore, umano prodotto o se vogliamo “sottoprodotto” dell’umana concezione religiosa dello spirituale, concezione in cui la formula istituzionale ha oscurato il significato della ricerca mistica che ha portato alla nascita di una filosofia  e di un apparato religioso corrotto e agonizzante. Sì perché quello di Gigi è “un vivere sottaciuto, messo al bando, che lui disperatamente cerca di svelare, disinnescare come fosse una bomba sotto il sedere di un prelato. E poi, certo, i prelati hanno le loro colpe, e in questa storia, per non dire nella vita di Gigi, c’entrano molto, pur non volendo.”[12]

Una velata (oppure no?) critica all’attuale e secolare istituzione religiosa (cui dobbiamo una genealogia mistico-profana) che -nel racconto intitolato “Roma”– monta in accusa nelle parole di Don Giuseppe, prete del Vaticano, “sempre rispettoso dei dogmi della Chiesa cattolica, dei riti, delle preghiere e soprattutto della gerarchia vaticana, lontano anni luce da problemi di cuore o sentimentalismi vari, (che) non di meno covava in seno problemi e dubbi.”[13]      

Un Don Giuseppe evidentemente messo in scacco (solo per un breve rigurgito di vero spirito cristiano) più dalla propria coscienza che dal moderno predicatore, tale Giovanni -guarda caso- venuto ad annunciare l’Apocalisse per quelle istituzioni vaticane corrotte e corruttrici.

“Io non potrei tradire il vangelo cristiano, la parola e l’insegnamento del Cristo. Però sento d’averlo fatto abbracciando la fede nel Vaticano, nella Chiesa. […]Temo che un giorno nostro Signore mi giudicherà negativamente, forse condannandomi per aver partecipato ad un gioco di soprusi e di potere avanzato tramite la sua immagine e dottrina.[…] Ma è un timore che mi fa tremare il ventre e i polsi per una questione morale. Morale che io ho tradito per aver accettato determinati ruoli di potere. In fondo […] la Chiesa è da duemila anni che si regge sulla menzogna, sul falso storico e concettuale.”[14]

Di predicatore in predicatore Iuri Lombardi tratteggia variegati personaggi, surreali e simil spirituali come “Irui delle bretelle” o veri e propri ciarlatani come “Sallustio Agostino” che dello spirituale fanno business lucrando sulla creduloneria della nuova borghesia povera, priva di religiosità spirituale e  di ideali oltre che di soldi; e su persone deboli, sempre più bisognose di quelle false certezze cui una finta spiritualità può facilmente sopperire. “Mi sono improvvisato cartomante, sensitivo, un ciarlatano di parole e di profezie, irrealizzabili, che mi consentono di racimolare quattro palanche, di avere sempre la fila davanti casa …”.

 Ciarlatano, si definisce così lui stesso, Sallustio (che nome affascinante!), per cui “Il Karma non esiste, è solo un trucco per accaparrarsi clienti che da lui vengono per un vago consulto”.[15]. E poiché per egli il Karma non esiste può permettersi di considerare la morte un’ipotesi, più che una certezza, una messa in scena, più che un cammino di vita verso cui avviarsi con consapevolezza: ”Sto architettando una mia ipotesi di morte in merito e vedremo se questa sarà la cosa giusta. D’altronde la morte fa sempre colpo.”[16] Eppure è sempre lui a ricordarci due pagine dopo che “Morire comporta una certa responsabilità”[17] responsabilità che, però, egli non ha alcuna intenzione di accollarsi preferendo considerarla un’ipotesi da asservire ai suoi bisogni primari: la villetta, la spider, e qualche altro piccolo lusso.

Al contrario “Irui delle bretelle” è un ritratto di un personaggio certamente fantastico e “fuori dai canoni”, ma sempre figlio di questi tempi, tempi in cui si è costantemente in cerca di una propria identità e spesso, per restare in piedi, ci si asserve alle mode, si passa dall’essere personaggi materiali, magari di successo, al mostrarsi persone (simil) spirituali, illuminate, redente e immancabilmente poco credibili(quanti ne fioriscono ogni giorno?). Irui è tratteggiato egregiamente nelle ultime cinque righe del racconto:

“quell’uomo sul podio, pettinato dal libeccio, dai sussurri marini. In piedi com’è, vestito di bianco, con i sandali, le bretelle slacciate, i pensieri che si sciolgono in un torrente di marzo, la coda canuta e ben intrecciata come una torcia che si è sciolta colante di cera bianca.”[18]

E sul bivio tra il vivere e l’esistere viaggiano i personaggi di Iuri Lombardi, trasfigurazioni tra il mistico e il blasfemo del suo io più recondito, combattuto tra “l’essere poeta”, che alla stregua di Rimbaud[19] cerca di vivere sulla propria pelle il midollo dell’esistenza e “l’essere filosofo” che segue la propria inclinazione spaziale dello “stare a margine”, di vivere il rimanente e, di esplicitare l’invisibile -e allo stesso tempo oscena- presenza dell’insignificante. Un insignificante che impera come significante e quindi segno, grafema di una realtà contenente il nulla dell’attuale società. Un nulla poetico, un vuoto-pieno che contiene, un nulla ovviamente creativo, ma non così percepito o percepibile dai più.

È  in ciò che resta, infatti, per l’autore, nel non detto, nel rifiuto, nel rimasuglio del filo che unisce gli eventi, nello spazio minimo, nelle ombre, sotto i ponti, dietro i muri: è qui che vive “il corpo” della società. È  qui che è nascosta la chiave di comprensione per leggere il cambiamento, la rivoluzione sociale, il nesso che accosta l’incomprensibile alla causa. L’autore non passa semplicemente in rassegna i fatti o la vita marginale dei personaggi, ma indaga le cause esistenziali della loro evoluzione, attraverso gli stessi personaggi, s’interroga su un modus vivendi che nei secoli ha stigmatizzato  “il giusto” e “l’ingiusto”, ha definito i canoni del vivere relegandoli in confezionamenti come prodotti consumistici. Elemento distintivo della narrazione è quel voler “squarciare il velo”, la volontà di rappresentare, con formidabile regia, diversi spaccati di realtà, altrimenti incomprensibili o semplicemente ignorati per disattenzione, per “non amore”, per grave mancanza e inottemperanza di giudizio. Leggere questi racconti significa poter aprire gli occhi sul marginale; non sono solo narrazioni ma veri e propri appunti di storia, perché la storia è fatta non soltanto di grandi eventi, di registrazioni ufficiali, ma anche e soprattutto di particolari, di eventi minimi, quelli che sembrano non avere importanza e che invece riescono con immediatezza a far percepire una visione d’insieme della società e delle cose del mondo.

I personaggi di Iuri Lombardi sono persone quanto mai vive, inserite all’interno di una narrazione che si scioglie fluidamente tra descrizioni di paesaggi poetici, ambientazioni bohémien e intrecci vagamenti felliniani in cui si alternano maschere, saltimbanchi, matti, delinquenti, mistici, santoni e lestofanti. L’autore entra nei suoi personaggi come una maschera teatrale, un trasformista che cambia d’abito a ogni ruolo, in un palcoscenico fatto di cose comuni “Chi voleva parlare con lui, lo doveva cercare in casa, nel salone che non era altro che il suo palcoscenico.”[20] E con attori impersonati da gente comune con tanto di pubblico immaginario “con la fronte imperlata di sudore e la mente umida di pensieri, vagheggiava, pronto ad accogliere un grasso applauso da quel pubblico immaginario che si vedeva davanti, intento ad osservare lo spettacolo.”

Questa impostazione della narrazione di tipo teatrale che caratterizza i personaggi e ne tratteggia il carattere in maniera distintiva attraverso lunghi monologhi e profondi e sincopati squarci psicologici (nella prefazione), dà alla lettura una “sostanza” reale, dinamica, di grande vivacità e spessore comunicativo. Una narrazione di tipo teatrale di derivazione beniana però, dove il linguaggio “scombinato o impeccabile” dei pazzi,[21] è preferito al  linguaggio istituzionale; dove viene rappresentato l’o-sceno (nel significato di “fuori dalla scena”), l’altrove, il non essere dove si è, e quindi il superamento spazio-temporale in cui si perdono l’identità, lo scopo per cui si agisce, il senso e la direzione. Un’attività passiva che è ben rappresentata da Flavio De Pasquale protagonista di “Reminiscenze latenti” il quale in un ribaltamento di consuetudini finisce in terapia psicanalitica (al posto delle vittime che qui compaiono solo come figure passive) per comprendere un malessere derivato da una vita corrotta dall’incesto, dall’abuso di potere, dalla perversione, rappresentato come  “reminiscenze  che mi vedono innamorato di me stesso al punto di farmi i figli, le mie dipendenti, in quanto riflesso di ciò che sono”.[22]

Un o-sceno che si riscontra nel personaggio di Vito La Fame la cui carta d’identità è un fac-simile di un’identità oscena che alla voce professione dice: Pistolero, boss del proprio isolato[23], personaggio che recita un ruolo inventato per sopravvivere e potersi credere ancora utile dopo l’infortunio che lo ha costretto ad andare in pensione giovane; la cui vita passata è solo un’altra storia di cui non vuole più sentir parlare.

O-sceno che vibra ancora di questa non –presenza nei tratti di Tommy, una vittima che si fa carnefice e infligge al protagonista una dolorosa lezione sull’amore. Che ci porta a conoscere Bianca, una signora come tante, che passa la maggior parte del tempo dentro un supermarket per godersi un paradiso preconfezionato[24].

“Per passare le giornate-racconta Bianca– con mio marito andiamo al supermarket, d’altronde adesso che è estate là c’è l’aria condizionata e si respira benissimo. Al supermarket ci si va tutto il resto dell’anno a contemplare le nostre vuote giornate[…] direi che è quasi un lavoro: al supermarket io e Graziano, mio marito, montiamo di turno appena aprono le porte, stando attenti alla ressa che già c’è di primo mattino. Parola di Bianca.”

Grande spaccato della società questa vita preconfezionata e consumistica in cui non soltanto i sentimenti, il vissuto, le emozioni, gli interessi, sono considerati merce ma l’uomo stesso. Vita che  va vissuta anch’essa dentro uno spazio commerciale, dove è bandita qualsiasi discussione sulla politica[25] e quindi su tutto ciò che attiene alla comunità, in quanto il supermarket non è uno spazio sociale, al contrario di quanto si creda, ma un non-luogo in cui si danno appuntamento tante singolarità, tante solitudini, senza mai davvero incontrarsi, come tante colombe in un nido ben impagliato.[26]

Un o-sceno che si manifesta in una non-vita, nell’impossibilità di crearsi un futuro attraverso il lavoro e quindi l’impossibilità di crearsi una famiglia, dei figli propri, in due parole: l’alienazione sociale. E, di contro, l’assurdità di donare il proprio seme o come lo definisce l’autore – un concentrato di vita pagato bene (e quindi propri futuribili figli) per racimolare qualche extra, porta il protagonista di “Giorni difficili” a interrogarsi sul significato di un’attività passiva che ha sì scelto, ma che non gli piace e lo spersonalizza: “Quanta vita donata?”, si chiedeva, “E chi sarà la donna che mi riceverà? Come si chiamerà? Quanti anni avrà?”[27]

A fianco a questi temi che presuppongono il superamento spazio-temporale, coesiste la tematica del confine spaziale che dà la misura dell’ordinamento sociale. “L’argine e il fiume” una grande metafora di vita. Un contendersi di spazi tra gli uomini di diverse estrazioni sociali, di diversa natura. L’argine che rappresenta la convenzione sociale, gli schemi, i contorni, i muri, i limiti e quindi la separazione. Il fiume che indica invece lo scorrere vitale che non può essere fermato, solo arginato (non sempre), la libertà, l’irruenza del vivere e del sopravvivere e anche la naturalezza, il fluire delle persone semplici, viste con timore perché non richiudibili entro gli schemi preordinati dalla società. Una metafora che è doppia metafora, un racconto nel racconto. Perché l’argine rappresenta anche l’imposizione paterna e il fiume la fluidità del vivere di una coscienza ancora priva di imbavagliamenti, la coscienza di figlio, un figlio che violando quegli argini paterni instaura un’amicizia con Besnik, ragazzo rom, che vive con la sua comunità di zingari accampato sulle sponde del fiume. Un fiume che è arginato da argini costruiti dal padre e che costringe gli zingari ad andare altrove interrompendo così il corso di un’amicizia fuori dalle convenzioni sociali, fuori dagli argini, fuori dalla comprensione degli altri e quindi, forse, un’amicizia davvero mai esistita sul palcoscenico del mondo, ma solo nelle coscienze di due ragazzi consapevoli d’esistere.

Besnik, nome che pare incarnare la figura a margine e, infatti, ricompare in altro ruolo in “Amplessi hollywoodiani”; no, non è lo stesso di prima ma in fondo potrebbe essere anche lui, uno dei tanti operai dell’est la cui morte (morte bianca) non interessa nessuno ed è solo un incidente, un grosso grattacapo per usare le parole del suo datore di lavoro, costruttore senza mezze misure dai pochi scrupoli e molti scheletri nell’armadio.

Temi forti quelli di questa raccolta, trattati con profondità di intenti, non per mero fine voyeuristico a uso e consumo di lettori attratti dal macabro o dal perverso (tengo a fare questa precisazione perché il fiorire di una “letteratura” spicciola di dubbio gusto e di certezze d’intenti per nulla filantropici mi fa interrogare molto sul fine della letteratura contemporanea), ma per un’attenzione continua dell’autore a ciò che lo circonda, per il suo interrogarsi, per il suo cercare risposte, per il suo volerci consegnare una visione di quella che i sociologi e la filosofia definiscono post-postmodernità [28] senza sotterfugi, senza scappatoie, senza censure e con una forte presenza di quell’insignificante di cui parlavo prima, che delinea i contorni – ma soprattutto le sfumature –  dell’oggi, del vivere il presente, con pienezza e grande capacità intuitiva, critica e descrittiva.

(Valentina Meloni)


Iuri Lombardi, Firenze 1979, poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha promosso concorsi letterari a livello nazionale, ha diretto una casa editrice, dopo un lungo laboratorio nei giornali e nei mezzi di comunicazione come opinionista e pubblicitario. Ha pubblicato i romanzi: Briganti e saltimbanchi, Contando i nostri passi, La sensualità dell’erba, Il cristo disubbidiente, Mezzogiorno di Luna. Le raccolte di racconti: Il grande bluff, La camicia di SardanapaloIuri dei miracoli, I racconti. In Poesia: La Somma dei giorni, Black out, Il condominio impossibile, Lo zoo di Gioele, Il sarto di San Valentino. Per la saggistica: L’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La Spogliazione, Soqquadro. Vive a Firenze.

Note


[1] Citazione da pag. 29
[2] Citazione da pag.30
[3] Citazione da pag.32-33
[4] Citazione da pag.34
[5] Citazione da pag.34
[6] Citazione di pag.29-30
[7] Dante Paradiso · Canto XV-108
[8] “Oh, s’io avessi allora presagito” dalla lirica “In morte di Majakovskij” di Borís Pasternàk, traduzione di Angelo Maria Ripellino, Torino 1959, Einaudi.
[9] Citazione da Pag.16
[10] Citazione da Pag.17
[11]  Citazione da Pag. 15
[12]  Citazione da Pag.17
[13] Citazione da pag. 45
[14] Citazione da pag.48-49
[15] Citazione da pag.27
[16] Citazione da pa.25
[17] Citazione da pag.27
[18] Citazione da pag.80
[19] Arthur Rimbaud chiarisce così il suo lavorare per diventare poeta: «si tratta di arrivare all'ignoto attraverso la sregolatezza di tutti i sensi».
[20]Citazione da  pag.98-99
[21] da Vita di Carmelo Bene, pag. 102-111
[22] Citazione da pag.41
[23] Citazione da pag.62
[24] Citazione da pag.110
[25] Citazione da pag.109
[26] Citazione da pag.108
[27] Citazione da pag.85
[28] Citazione dalla Prefazione di L. Spurio

Il cielo di sotto_Lo spazio blu_

Il cielo di sotto

recensione a cura di Valentina Meloni

 

il cielo di sotto copert - Copia

copertina

  “Il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde.  L’artista è la mano che toccando questo o quel tasto fa vibrare l’anima” .                                                                                                                                     (Vasilij Kandinskij,”Lo Spirituale nell’arte” 1912)

 Sapevate dell’esistenza di un cielo di sotto? Ma di sotto dove –vi starete chiedendo-?Un cielo nel cielo, diviso dall’orizzonte? Un cielo che si specchia in mare, dove il mare quindi è un cielo capovolto? O è il cielo stesso ad essere un mare capovolto? Forse entrambe… è quello che si potrebbe scoprire leggendo questa fiaba della “trasformazione e della rinascita” come viene definita dalla stessa autrice Sara Stradi. Una fiaba, dunque – direte voi-, una fiaba vi confermo io…ma non una semplice fiaba per bambini, una fiaba per bambini da zero a indefiniti anni (come indefinibile è la durata della nostra vita).

Una fiaba che ha diversi gradi di lettura e che potrebbe essere letta anche al contrario, infatti la protagonista ci narra la sua storia di trasformazione da gabbiano- femmina a pesce quando dal cielo, dopo una rovinosa caduta a causa di un corvo, precipita in mare e lì impara a nuotare per continuare a vivere. Questa trasformazione, però, potrebbe avvenire anche al contrario. Se voi foste ad esempio pesce e vi trasformaste in gabbiano, passereste dal mare al cielo, dal saper nuotare al dover imparare a volare. In realtà, proprio come nella vita, questo continuo movimento a spirale, è la matrice universale della perfezione, e della apparente casualità degli eventi.

 Leggendo questa fiaba mi è tornata in mente la spirale di Fibonacci e la formula armonica della sezione aurea… No, non vi sto parlando di strane formule matematiche, ma della sacra geometria alla base dell’origine delle manifestazioni di vita, basti pensare alla perfezione di una conchiglia dove il guscio cresce costantemente, ma la sua forma rimane la stessao alla perfezione di una felce,  di un girasole, alla stessa molecola del DNA …Questa perfezione ha in sé la matrice matematica della spirale di Fibonacci.

Cosa c’entra con questa fiaba? Niente direte voi…oppure tutto chi lo sa? Ma provate a guardare il disegno di copertina e di conclusione di questo libricino, non vi ricorda una galassia? Anche nell’Universo ci sono molte galassie a spirale che contengono il rapporto aureo nelle loro strutture… E poi guardate meglio questa tavola potreste trovarci una sorpresa…

Il cielo di sotto Lo spazio blu

Il cielo di sotto -Lo spazio blu

 Il fatto che un gran numero di strutture non collegate, animate o inanimate, in natura, siano modellate secondo una specifica formula matematica è davvero sorprendente e fa pensare che alla base delle varie forme vitali ci sia una proporzione divina (come anche viene chiamata la sezione aurea) o comunque un progetto divino e quindi superiore ad ogni nostro ragionamento. Sarà così anche per la nostra vita, per tutto ciò che ci accade? Facciamo anche noi parte di un progetto divino perfetto di cui non abbiamo piena coscienza? Queste e altre domande sono venute alla luce dalla sorprendente lettura di “Il cielo di sotto”.

 Sara Stradi, in arte “Lo spazio blu”, in quarta di copertina ci racconta del suo libro così :“Il cielo di sotto” è una storia dove le immagini raccontano più delle parole, gli imprevisti hanno un risvolto positivo e le difficoltà sono affrontate con coraggio in una costante ricerca di luce e respiro. Un breve testo dove ogni avvenimento è un dono di crescita e trasformazione.”

 Le immagini raccontano più delle parole. E’ vero sono immagini che parlano da sole e dicono del mondo di Sara, di questa giovane mamma che conosce il linguaggio semplice dell’immediatezza, e del colore. Il mondo di Sara è un mondo di colori, un mondo  in cui la metamorfosi, il movimento, la creazione sono i protagonisti assoluti, assieme alle tonalità blu: il suo colore d’eccellenza. Diciassette tavole illustrate per quaranta pagine, il blu come filo conduttore.

Blu è il colore del cielo, del mare, dei laghi delle grandi distese d’acqua: elementi della creazione. Cielo e mare, le due bellissime ambientazioni di questa fiaba. Nell’Antico Egitto il blu era considerato il colore dell’introspezione e dell’infinito, per i Maya il blu non si distingue dal verde e dal punto di vista linguistico esiste una sola parola per definirli. Nella loro mistica il blu-verde è il colore del centro dell’universo. Il blu rappresenta il colore dell’Anima, l’acqua calma e profonda, la lealtà, la profondità dei sentimenti, l’acutezza meditativa. Esprime una sensazione di completa calma, pace, eternità, serenità, quiete, armonia, sicurezza e unione, gioia e piacere di vivere. La sua percezione sensoriale equivale alla dolcezza, la sua emozione alla tenerezza; dà una sensazione di tranquillità, soddisfazione, adattamento. E la trasformazione dell’anima, l’introspezione, l’adattamento, la gioia e il piacere di vivere sono i grandi temi portanti di questo piccolo grande libro che contiene bellissime tavole ad illustrarlo, tavole che hanno un grande comune denominatore: il blu. Qui non posso che citarvi il blu di Kandinsky che nella sua concezione spirituale dell’arte ne evidenzia le caratteristiche, caratteristiche che ho ritrovato anche nel “blu” di Sara.

“Il secondo movimento del giallo e del blu che forma il primo grande contrasto è un movimento centrifugo o centripeto. Se si disegnano due cerchi uguali e li si colora rispettivamente di giallo e di blu, basterà fissarli brevemente per notare che il giallo si allarga dal centro verso l’esterno e si avvicina tangibilmente a chi guarda. Il blu invece sviluppa un movimento concentrico (come una chiocciola che si ritrae nel suo guscio) e si allontana da chi guarda. L’occhio è abbagliato dal primo cerchio, mentre si immerge nel secondo.[…]Quello del blu è più intenso se il colore è più scuro.[…] C’è dunque una profonda affinità fisica tra il giallo e il bianco, come pure tra il blu e il nero, perché il blu può diventare profondo come un nero (cioè se si aggiunge del nero). La vocazione del blu alla profondità è così forte, che proprio nelle gradazioni più profonde diviene più intensa e intima. Più il blu è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del soprannaturale. È il colore del cielo, come appunto ce lo immaginiamo quando sentiamo la parola “cielo”.[1]

Questa de “Il cielo di sotto” è la storia di una rinascita, non una rinascita qualunque, una rinascita interiore e una rinascita, insieme, della vita stessa. E’ la storia di Sara ma è anche un po’ la storia di tutti perché tutti, prima o dopo, siamo costretti a rinascere, a ripartorirci per crescere, per evolverci. Una rinascita che presuppone lo svelamento attraverso la trasformazione e quindi l’abbandono del nostro vecchio vivere. Il nuovo fa paura, il cambiamento fa paura, la trasformazione anche, ma il bruco non diventerebbe mai farfalla senza questa trasformazione e non porterebbe mai a termine il suo essere seme di farfalla se non smettesse d’essere soltanto bruco.

Qui al posto del bruco abbiamo un gabbiamo e al posto della farfalla abbiamo un pesce, ma la vera bellezza di questa narrazione illustrata è che il gabbiano non smette mai d’essere gabbiano, neppure quando si trasforma crescendo in pesce, perché dentro di sé ricorda come si fa a volare… E’ vero ricorda con nostalgia, forse anche con sofferenza questa perdita, ma è questo ricordo che gli consente di essere, poi, ciò che vuole e come vuole…

Il cielo di sotto Lo spazio blu

Il cielo di sotto -Lo spazio blu

Leggendo scoprirete che questa è una fiaba della speranza perché della speranza raccoglie la voce, voce che si libra in alto con ali da gabbiano per poi precipitare in mare a causa di un corvo. Voce che impara prima a cadere, a sprofondare, a restare in silenzio, a rinascere e infine a nuotare.

Toccare il fondo, questa l’intuizione di salvezza:

 “Ho scoperto che il mio corpo si trasforma in funzione delle mie necessità e dell’ambiente in cui mi trovo. Mi trasformo per vivere”.

Il cielo di sotto Lo spazio blu

Il cielo di sotto Lo spazio blu

“Più danzavo, più mi tornava il desiderio di volare, così, con un po’ di malinconia, sono tornata all’abisso e al suo blu che tanto mi ricordava l’infinità del mio cielo”

Ecco la danza spirituale del blu Kandinsky, profonda ricerca della purezza e del soprannaturale. Da questa danza prende vita una storia che s’intreccia ad immagini di grande semplicità e espressività di tratto e di colore.

Sara infatti è un’artista a tutto tondo che ha fatto del dipingere la sua più grande passione di vita. E’ così che l’ho conosciuta, attraverso i suoi dipinti, attraverso i suoi colori, attraverso un mondo fatto di simbolismi e misticismo cosmico.

Imparare a nuotare è il modo più naturale di risalire in superficie e di godere di nuovo del sole, dell’aria, del volo, in salti e tuffi giocando con le onde, giocando con la vita.

Ma… tornare a respirare l’aria ha reso la nostra protagonista gabbian-pesce malinconica e nostalgica delle sue ali, dei suoi voli senza confini. Tornare a toccare il fondo per ritrovare il blu infinito del cielo, è la naturale conseguenza…

Il cielo di sotto Lo spazio blu

Il cielo di sotto Lo spazio blu

“In tutto quel luccicare un’oscurità attirò la mia attenzione. “Impossibile-mi dissi-il nero non esiste. Così mi tuffai senza esitare…”

In questo tuffo abissale, in questa nuova visione di cielo capovolto, sta l’infinita ricchezza che è fatta propria: l’abolizione di ogni confine interiore e quindi di ogni ostacolo esteriore. Quella ricchezza, espressa con metafora di pietre preziose è la fiducia in se stessi, ma non solo, è anche la forza ritrovata, la comprensione della necessità di cadere, la guarigione dal dolore, lo stupore della trasformazione, la perseveranza del vivere. Quella ricchezza è una luce che spinge ad andare ancora più a fondo, dentro noi stessi, dentro il buio da scoprire per non esitare, per lasciarsi vivere entro i non-confini, entro i non-limiti entro un mondo che ancora non ci appartiene del tutto, ma che sentiamo appartenerci.

Il cielo di sotto Lo spazio blu

Il cielo di sotto Lo spazio blu

 La tavola che illustra questa ri-nascita, questo partorirsi, sembra proprio richiamare  tutti i dolori e le difficoltà di un parto. Passare da una strettoia, uscire dalla sicurezza, abbandonare l’utero materno è il solo modo per vivere. Ecco perché questa fiaba è un grande insegnamento per piccoli e adulti. Il bambino deve imparare a lasciarsi andare alla vita e allo stesso modo il genitore, padre o madre che sia deve imparare a lasciare andare. E’ un abbandonarsi in entrambi i casi, non un abbandono, bensì un abbandonarsi alla fiducia…

Oltre il fondo, oltre i diamanti, oltre il nero di un cielo capovolto, esiste uno spettacolo più grande di qualsiasi tesoro…Un cielo di stelle, un cielo di rinascita, di infinita trasformazione, di scoperta in cui ogni cosa è possibile: nuotare, volare, giocare, vivere con pienezza qualsiasi fase della propria vita, persino la morte apparente, persino un tuffo nel vuoto, persino un infinito abbraccio di stelle!

Il cielo di sotto Lo spazio blu

Il cielo di sotto Lo spazio blu

“Ho trovato uno spettacolo più grande del tesoro!”

Il cielo di sotto è ciò che abbiamo dentro, è una scoperta che si può fare solo attraverso una rinascita, attraverso un ripartorirsi e nell’integrazione tra i due mondi-materiale e spirituale, tra il nostro lato luce e il nostro lato ombra. In questa integrazione c’è la realizzazione del nostro “essere seme” che diventa albero, l’espressione di una coscienza armonica che ha atteso con pazienza la trasformazione e la completezza. E’ un libro per bambini, ma è anche un libro per adulti da regalare e da regalarsi nei momenti “gestazionali” del vivere, quelli che attendono una nuova nascita.

8

(Valentina Meloni)

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[1] La teoria dei colori nello Spirituale dell’Arte di Wassily Kandinsky

 

La gioia non si può vendere

 

 

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Piazza Santa Maria in Trastevere -Roma- artista di strada con bambini. Foto Nanita

 

La gioia non si può vendere, né comprare

 si può solo ricevere, si può solo dare.

Lo sanno da sempre i bambini …

la cui sola moneta di scambio è il sorriso.

(Nanita)

 

Haiku-mandorlo in fiore-

Agrigento: Etna sullo sfondo

Agrigento: Etna sullo sfondo

 

Mandorlo in fiore,

nel cielo azzurro -scrive-

un bianco fiorile.

(Valentina Meloni)

Il trapassato remoto che non usa più nessuno

il tempo è anche un concetto verbale, e come il verbo si modifica si modifica anche la concezione del tempo… bellissimo articolo

Esagramma 41 di Massimo Acciai

Esagramma 41

Recensione a cura di Valentina Meloni

Apro questa recensione con una citazione tratta dal Tipitaka, il perché lo scoprirete leggendo.

«Sarebbe meglio, o bhikkhu, che una persona ordinaria e non istruita consideri questo corpo, costituito dei quattro grandi elementi, come il proprio sé piuttosto che la mente. Perché questo? [Perché] questo corpo si può constatare durare per un anno, o per due anni, cinque anni, dieci anni, venti anni, cinquant’anni, cent’anni e ancora di più. Ma quello che si chiama mente, che si chiama pensiero, che si chiama coscienza, di continuo un momento sorge e un altro cessa,  di giorno come di notte».

(Buddha Saṃyutta Nikāya, 12.61 Tipitaka)

 La raccolta poetica di Massimo Acciai edita da Faligi Editore suddivisa in più parti: ”In sinapsi e respiro” “Come chi passa” “Labyrinthi” e “Canzoni”, si apre con una citazione che dà il titolo alla raccolta stessa. La citazione è tratta dal libro de “I Ching”. L’I Ching (secondo un’altra grafia I King) o “Libro dei Mutamenti” è un testo considerato sacro in Cina, utilizzato da più di 4.500 anni per ottenere un consiglio prima di prendere una decisione. Cosa c’entra questo esagramma con la raccolta? Me lo sono subito chiesta, e poi leggendo la raccolta ho avuto immediatamente la risposta.

Intanto vediamo cosa dice:

“Diminuzione unita a veracità opera sublime riuscita senza macchia. Si può essere perseveranti nel farlo. Propizio è intraprendere qualche cosa. Come si può riuscirvi? Si adoperino pure due ciotoline per il sacrificio. Alle falde del monte sta il lago: l’immagine della diminuzione. Così il nobile dona la sua ira e raffrena i suoi istinti.” [1]

esagramma 41L’esagramma 41 rappresenta la riduzione cioè il tempo in cui la singolarità è destinata svuotarsi. La riduzione è un periodo che indica il modo corretto di svuotarsi. E’ uno stadio del mutamento interiore che rappresenta un tempo in cui la singolarità viene svuotata dal superfluo, non per propria scelta ma per volontà del cielo. Questa riduzione accresce gli altri, perché andando a diminuire, e quindi a togliere, l’ira e gli istinti, rende, a chi ci sta intorno, la possibilità di comprenderci e di ricevere da noi. Lo svuotamento è il primo stadio della creazione. Così come lo specchio, affinché possa riflettere meglio, deve essere pulito dalla polvere, così in noi per fare spazio al nuovo, dovremo togliere quel qualcosa che ci offusca, che non ci permette di vedere bene. Svuotarsi per poi contenere, questa è la chiave. Perdere una linea dura e guadagnare una linea morbida è in accordo con il tempo. Diminuire e aumentare. Riempire e svuotare: queste azioni si compiono in accordo col tempo. Sono quindi alternate. La diminuzione mostra la cura della virtù. Mostra prima le difficoltà e poi ciò che è facile. E’ così che l’uomo può tenere lontano il danno e vivere armonicamente con il Tutto.

L’immagine di questo esagramma è rappresentata da un lago che evapora a favore del monte. Non a caso la copertina della raccolta  mostra una foto scattata in riva ad un lago con ombre che suggeriscono il concetto di perdita, d’impermanenza e, al medesimo tempo acquisizione.

L'immagine che rappresenta l'Esagramma 41

L’immagine che rappresenta l’Esagramma 41

L’acqua che evapora (salita=difficoltà) riesce a raggiungere la vetta del monte, che altrimenti sarebbe rimasta irraggiungibile. In seguito, in forma di nuvola, in pioggia (discesa=facilità) potrà ridiscendere. Il monte argina l’esuberanza del lago acquistando uno spazio di maggiore visibilità. Ecco come la perdita diventa possibilità e accresce l’altro. Allo stesso modo la montagna riversa nel lago, con lo scioglimento della sua sommità innevata, la sua acqua e attraverso questa diminuzione accresce il lago. Il circolo è infinito e non si chiude mai, come del esto il susseguirsi delle stagioni, ma sempre passa dalla diminuzione. Le parole chiave di questo esagramma sono dunque la perdita, la riduzione, la semplificazione e l’essenziale.

La diminuzione, ossia la perdita come semplificazione, è una delle azioni più importanti che si compiono in poesia: “Fare il vuoto” è azione necessaria alla creazione. Il “fare poesia” (ποίησις in greco significa creazione) necessita di un atteggiamento Yin “il nulla da cui scaturisce la vita”, il silenzio, la notte, l’introversione, l’oscurità, la “morte interiore”. A questo atteggiamento segue, in un tempo successivo, il momento creativo vero e proprio che si esprime in Yang “il tutto si esprime in nulla”, la saggezza, l’estroversione, la sofferenza, la pagina bianca, la pace, la luce, la visione…

 Questo “fare il vuoto” ben si evidenzia negli Haiku (in questa raccolta se ne contano cinque)[2] in cui la filosofia buddista zen può trovare la giusta collocazione.

Per cogliere l’essenza dell’Haiku, infatti(e per scriverne di belli), occorre essere capaci di realizzare uno svuotamento mentale. Questa pratica di purificazione tuttavia non può essere il contenuto, per Giangiorgio Pasqualotto “è necessario infatti “fare il vuoto anche del vuoto”, ossia purificarsi anche dell’idea di purificazione“.[3] Spogliarsi dei pensieri, delle idee, dei preconcetti, in una parola abbandonarsi. Per scrivere un Haiku bisogna applicare il sonomama parola giapponese che indica il concetto di saper guardare le cose per quello che realmente sono. Se non ci sono sovrastrutture mentali e ideologiche, se c’è fluidità e semplicità, se si è in uno stato di “grazia” (quello che dallo svuotamento mentale deriva), solo allora riusciamo a vedere le cose nella loro essenza.

Questo stato di grazia produce intorno a noi un “grande silenzio”. Il vuoto mentale e quello fisico si dilatano. In quel vuoto e in quel silenzio straordinario la percezione profonda della realtà si staglia con tutta la sua nitidezza, producendo quella “esplosione di luce” che è il fine ultimo dell’Haiku. Il fare vuoto e il silenzio, le pause e il non detto, sono elementi molto presenti in tutte le poesie di questa raccolta e come, per l’Haiku, nel momento in cui viene “compreso” un intero poema si riversa su di noi, così accade per l’intera raccolta poetica. Alla conclusione del piccolo libro (solo per dimensioni) di Massimo Acciai l’intero poema della sua vita si sarà riversato nei nostri occhi, nella nostra mente, nei nostri pensieri.

 Esagramma 41 è una continua alternanza della rappresentazione duale dell’energia che permea l’universo, è metafora di vita. Yin e Yang si susseguono, si riconcorrono, si alternano, diminuiscono e si accrescono a vicenda come il giorno e la notte. E’ il fluire della continua creazione, poiché non esiste giorno senza notte e viceversa…

Verrà anche domani;/ è questione di ore…/ ma quanto durare potrà/un’ora nell’anima mia?” [4]

L’autore continuamente esamina il tema di questa energia universale, rappresentandola in vari modi. Energia che muove in maniera circolare, proprio come nella simbologia del Tao.

Come ricordare i monti e le valli gli abissi i picchi […]/ le onde che battono da sempre gli scogli/ se il mondo è piatto e l’acqua copre tutto?/ L’acqua calma di lutto è già la fine del mondo/quando sarà del tutto tondo? Quando sarà del tutto tondo.[5]

Alternanza di diminuzione e accrescimento: se non c’è questo continuo movimento è la morte di tutto e, allo stesso tempo, la fine del mondo. La morte di tutto (quando sarà del tutto tondo) è anche la perfezione che regola l’equilibrio energetico che permette la vita. E’ un absurdus che sta alla base del concetto vita-morte-rinascita, del ciclo naturale che regola l’universo.

Massimo Acciai esamina e descrive con la sua poesia ogni momento di questa danza universale, ne esamina persino il confine, il limbo che divide questa sottile alternanza di energia e mutamenti.

Guarda il cielo e una nube gonfia e grigia “come un cervello che scorre nell’atmosfera[6] disegna il momento “prima della pioggia/l’attimo perfetto, l’effimero istante” contrapponendolo alla sua personale arsura interiore “Sono pesante per l’arsura”. Si aspetta pioggia, si aspetta mutamento e nello stesso istante gode di quel sottile confine che permea l’equilibrio vitale e l’equilibrio interiore. “Potreste credere questo:/la terra ha un buon odore dopo la pioggia.”[7]

Anche l’attesa si fa spazio vuoto in procinto “d’essere altro” “L’attimo/ tra il verbo e il suo soggetto/tra il verde e il rosso/tra una nota e la seguente/tra un bacio e una carezza/ tra la fine di una pagina/ e il rigo successivo/quando cessa un’attesa / e ne inizia un’altra”.[8]

E questo susseguirsi di attese colma i vuoti di attimi di speranza, di feritoie di luce e oscurità, di brividi di emozione, come nella poesia, in cui le pause, i silenzi, si fanno creatori di un mondo altro e diventano “quello spazio della diminuzione” entro cui ogni vita, ogni nuova creazione diventa possibilità. “ E d’improvviso scopri il silenzio, /il suono muto di parole strane,/scopri che esse non sono vane.[9] E ancora “Tra genziane petali,/ rinnovano l’orbita./Tra gli steli nascono mondi”.[10]

Ecco che quest’alternanza di pieni e di vuoti è il motivo poetico che fa della raccolta “Esagramma 41” un microcosmo di piccole vite, ognuna indipendente dalle altre, ognuna indissolubilmente alle altre legata. La raccolta è un unicum di molteplici esperienze proprio come siamo noi, come lo è la personalità polivalente dell’autore e quindi, secondo il cammino buddhista anche la nostra personalità. Il nostro io, la nostra individualità non è un fatto reale e ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici (dharma) interconnessi e in relazione tra loro – non limitati alla vita presente- ma radicati in esperienze passate e proiettati in quelle future. L’individuo è solo una combinazione di forze o energie psico-fisiche, che mutano continuamente, in alternanza e relazione con il tempo, altro grande tema presente nella raccolta, su cui non mi soffermo per mancanza di spazio, ma verso cui la lettura conduce con grande scorrimento.

Eppure la vita è senza fine/ tiene in sé il remoto futuro/nel grembo del Cosmo tornerà infine/ come una lumaca nel suo guscio, sul muro.”[11]

Filo conduttore che guida continuamente la motilità d’animo dell’autore è l’acqua che prende forma d’onda quando da bambino l’autore sognò, desiderò e contemplò, l’onda anomala, “simile alle onde innocenti/ ma smisurata/ capace di spazzar via/ in un istante/ questa noia infinita[12] e forse egli ancora anela questa voglia di “distruzione” per affrancarsi dalla banalità del vivere. E’ il ricorrente motivo della sofferenza, dell’insoddisfazione connaturata alle cose mondane(duḥkha); eppure la stessa onda è rinascita quando si trova “nel frangersi dell’onda/rinnego la mia solitudine[13].

L’onda rappresenta per l’autore proprio l’energia alternata Yin e Yang anche quando sulle spiagge della contemplazione si avvicendano vita e morte e “Relitti alla mia spiaggia/ di vite ormai trascorse. /In esse leggo la mia sorte[14].

Onda sognata e anelata ma mai davvero chiamata a sé, quando invece s’insegue con paziente assiduità la calma diminuzione del lago, che colora di stupore l’intuizione “Mi somiglia l’acqua stanca del lago/ nella canicola che lo diminuisce./ E’ normale, eppure stupisce.”[15] La diminuzione colpisce anche la resilienza dell’autore che vive in prima persona l’atto della perdita di sé, senza per altro sembrarne del tutto cosciente, lasciandosi andare, affidandosi alla vita come “foglia che va anch’essa alla deriva/ priva di timone”.[16] Diminuzione che si esprime come atto necessario alla creazione -alla scrittura in questo caso- quando leggendo “intingo la penna al centro del lago/ e scrivo con acqua turchina” si assiste, di fatto, a una creazione in tempo reale. E lì, dove quel turchina rappresenta lo stato d’animo di chiarezza legato all’atto meditativo, si attua la perfezione di creazione e alternanza di Ying e Yang. Perfezione che determina equilibrio, il fluire magico dello scrivere e quindi per estensione dell’energia vitale. E’ l’attuazione buddhica dell’insostanzialità della personalità (anõtman). L’abbandono di sé che agisce per opera della diminuzione.

La calma del lago si alterna al fluire della vita con l’immagine dell’incontro presso “Il fiume antico”, fluire che si trasforma in amore quando il poeta racconta la propria esperienza di vita “Acqua calma che ci portò via/dove tutto scorre, nella scia/ di ricordi dolci e liberi/dentro cieli immensi e umili/siamo noi[17].

Il fluire della vita che, come “Il mare /ha le sue mani./Prende. /Ha i posti in cui desidero essere./ Il modello della mia vita che fluisce.”[18]

E’ chiaro il desiderio dell’autore di una vita fluida come l’acqua, e la necessità di essere, come l’acqua, in continua trasformazione, prima onda di mare poi “goccia di pioggia che scende il vetro, sa di mare” nel giorno che si consuma[19]. Ritorna il motivo della diminuzione, dell’alternanza di oscurità e luce, diminuzione come cosa necessaria alla creazione. Il giorno deve finire, consumarsi perché la notte possa accadere e far tacere le cose, far riposare la Terra. Atto quello del riposo, del silenzio, necessario alla ri-nascita. “Dolce la notte/non fa rumore./ Un fondersi stupendo col buio/ che arriva quando tu non ci pensi/è l’attimo in cui il sonno ti prende, /mistero quel confine benigno/Dolce la notte/ non fa paura.”[20] Di nuovo l’attesa, la linea di confine tra giorno e notte, tra Yin e Yang, luogo limbico sempre anelato dal poeta. Da notare le bellissime Canzoni nella parte finale del libro che sembrano lontane anni luce dai toni esistenziali e quasi mistici delle altre liriche, qui la dolcezza del sentimento e del tornare bambini come tema di rinascita interiore portati dallo stato d’amore, sono davvero soavi.

 Fluire come amore, come vitalità e anche come impermanenza è il πάντα ῥεῖ eracliteo in “se tutto scorre/ e di fiumi antichi non resta che un’ipotesi […]/ perché non s’acquieta/quella preghiera/ per innumerevoli eoni?”[21] che a sua volta fluisce e si trasforma in Anitya[22] il cambiamento, il divenire buddhico, la cui percezione sviluppata e assiduamente praticata, porta all’abbandono delle passioni sensuali, all’abbandono della passione per l’esistenza materiale, all’abbandono della passione per il divenire, all’abbandono dell’ignoranza, all’abbandono e all’annullamento di ogni presunzione circa l'”Io sono”.[23]

L’autore s’interroga sulla sua impossibilità attuale all’abbandono, alla diminuzione e quindi all’annullamento dell’io sono. “Perché esisto? Quale lo scopo?” Si domanda e già in questa domanda risiede la resistenza all’accettazione del divenire, e quindi per estensione, la non accettazione della morte; tuttavia l’interrogazione è già un cammino buddhico su cui l’autore non cessa mai di avanzare. Il tema della morte e della non accettazione si ritrova in “Valles Marineris”[24] poesia del passato trasfigurata in un futuro fantastico a Tharsis, una regione di Marte, in cui l’autore si aggira ancora bambino “nei labirinti” di una realtà materna mai accettata: “ho visto una donna uscire piangendo dal reparto di radiologia” è un chiaro riferimento al ricordo dello shock provato alla comunicazione della grave malattia che ha portato la madre dell’autore a prematura morte. E, ancora, definitivamente, nella conclamata dedica alla madre in “17 luglio”[25]Solo in casa/alle cinque del pomeriggio/cullo ancora un dolore”.

In questo libro sono presenti le tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza, della vita di ogni “essere senziente”, che formano la base causale della dottrina delle Quattro Nobili Verità e quindi della ricerca spirituale buddhista (ricordiamo che l’autore segue questo cammino di vita). E’ dall’impermanenza, infatti, l’anitya cui accennavo prima, che derivano le altre due caratteristiche dell’esistenza : insostanzialità della personalità (anõtman) e sofferenza intesa come insoddisfazione delle cose mondane(duhkha).

Questa insoddisfazione, insieme a una critica sociale del mondo poetico, dell’Italia, del modo di nutrirsi associato alla spiritualità, dell’indifferenza che permea il vivere quotidiano, si manifesta in diverse poesie.

Quanta noia/ in questi convegni di poesia!/[…]/gruppi poetici/gli uni contro gli altri/i vivi e i morti7ma sono tutti vivi/(o forse tutti morti)./ma dov’è la poesia?”[26]

Son forse stato io poeta?/Certo è molto che non sento il “brivido”/ e mi pare che la poesia sia una  terra remota/appartenente a un altro pianeta.”[27]

A volte te ne accorgi oltrepassando la frontiera/non tanto dalla lingua, dal paesaggio o dalla gente/ che non è più l’Italia, è un’Italia differente/quella che ti spacciano per un’Italia vera.”[28]

Cosa accadeva?/Inscatoli la tua felicità/pranzando da Mc Donald.”[29]

Un gruppo di passanti/intorno ad un corpo/steso sul marciapiede/coperto da un telo./[…]Il giorno dopo/non un rigo sul giornale: un giorno come un altro.”[30]

Nel complesso questa raccolta è un microcosmo di piccoli mondi come descrive bene la poetessa Mariella Bettarini che ne ha curato la prefazione “Ricco, vivo, mosso da vari “codici” esperienziali e conoscitivi(il libro dell’I Ching; l’humus talora fantascientifico ;la “profezia” maya; le date del Calendario della Rivoluzione francese apposte sotto le poesie; gli haiku; il connubio musica-poesia nelle otto canzoni presenti; il forte interesse e la conoscenza attiva dell’esperanto, ecc…), tuttavia “Esagramma 41” ha come codice principale(e-direi- assoluto) la vita e l’esperienza dell’autore stesso, che di sé scrive, argomenta, narra, espone sentimenti e ricordi, volontà ed emozioni, speranze e rimpianti, e così via.”

 Piccoli mondi uniti da una vita, quella dell’autore, che si fa filo conduttore di un percorso duale alternato di pieni e vuoti, di silenzi e canzoni, di amori e rimpianti, di dolore e quiete, di passati e futuri, di presenti mai statici, di fantasie e luoghi entro cui morire e poi rinascere” Chiudo gli occhi ,sì/ma per aprirli/su un altro cosmo.”[31]

 Note

[1] (Da “I Ching”, esagramma 41) Introduzione

[2] Pag.41 “Cinque haiku”

[3] ”… Paragonando la coscienza o la mente a uno specchio si potrebbe dire che il vuoto della mente (wu-shin), non corrisponde a uno specchio rotto o inesistente, ma equivale a uno specchio perfettamente pulito, senza segni o polveri che intralcino il rispecchiamento delle immagini. Tuttavia l’idea stessa di purificazione non può, per il Buddismo Zen, costituire il contenuto della mente, né la forma di oggetto di desiderio, né la forma di dovere da compiere: è necessario infatti “fare il vuoto anche del vuoto”, ossia purificarsi anche dell’idea di purificazione”. (Giangiorgio Pasqualotto – L’estetica del vuoto).

[4] Pag. 62 “L’impossibile domani”

[5] Pag. 27” La teoria dell’Adhemar -la Fine del Mondo-“

[6] Pag. 21

[7] Pag. 15 da “canzone d’amore in 7 parti”

[8] Pag. 38 “L’attesa”

[9]  Pag. 39

[10] Pag. 26 “Spiaggia verde”

[11] Pag. 45 “2012”

[12] Pag. 28 “Londa anomala”

[13] Pag. 34 “Frammenti da Senigallia”

[14] Pag. 34

[15] Pag. 25 “In riva al lago, ore 14.23”

[16] Pag. 31 “XX da Liriche Sappadine”

[17] Pag. 71 “Io e te” (Mi Kaj vi)

[18] Pag. 14 (Eoni)

[19] Pag. 53 “15 Ventoso”

[20] Pag. 64”La notte”

[21] Pag. 17 (Impermanenza)

[22] Uno dei tre aspetti fondamentali dell’esistenza nella dottrina canonica del buddhismo

[23] Parole del Buddha Shakyamuni, secondo la tradizione del Canone Pāli (testo canonico buddhista)

[24] Pag. 35

[25] Pag. 43

[26] Pag. 18

[27] Pag. 55

[28] Pag. 50 “La bella Italia”

[29] Pag. 51 “La città dalle nove porte”

[30] Pag. 54 “Un giorno come un altro(non un rigo sul giornale)

[31] Pag. 22