Esagramma 41 di Massimo Acciai

Esagramma 41

Recensione a cura di Valentina Meloni

Apro questa recensione con una citazione tratta dal Tipitaka, il perché lo scoprirete leggendo.

«Sarebbe meglio, o bhikkhu, che una persona ordinaria e non istruita consideri questo corpo, costituito dei quattro grandi elementi, come il proprio sé piuttosto che la mente. Perché questo? [Perché] questo corpo si può constatare durare per un anno, o per due anni, cinque anni, dieci anni, venti anni, cinquant’anni, cent’anni e ancora di più. Ma quello che si chiama mente, che si chiama pensiero, che si chiama coscienza, di continuo un momento sorge e un altro cessa,  di giorno come di notte».

(Buddha Saṃyutta Nikāya, 12.61 Tipitaka)

 La raccolta poetica di Massimo Acciai edita da Faligi Editore suddivisa in più parti: ”In sinapsi e respiro” “Come chi passa” “Labyrinthi” e “Canzoni”, si apre con una citazione che dà il titolo alla raccolta stessa. La citazione è tratta dal libro de “I Ching”. L’I Ching (secondo un’altra grafia I King) o “Libro dei Mutamenti” è un testo considerato sacro in Cina, utilizzato da più di 4.500 anni per ottenere un consiglio prima di prendere una decisione. Cosa c’entra questo esagramma con la raccolta? Me lo sono subito chiesta, e poi leggendo la raccolta ho avuto immediatamente la risposta.

Intanto vediamo cosa dice:

“Diminuzione unita a veracità opera sublime riuscita senza macchia. Si può essere perseveranti nel farlo. Propizio è intraprendere qualche cosa. Come si può riuscirvi? Si adoperino pure due ciotoline per il sacrificio. Alle falde del monte sta il lago: l’immagine della diminuzione. Così il nobile dona la sua ira e raffrena i suoi istinti.” [1]

esagramma 41L’esagramma 41 rappresenta la riduzione cioè il tempo in cui la singolarità è destinata svuotarsi. La riduzione è un periodo che indica il modo corretto di svuotarsi. E’ uno stadio del mutamento interiore che rappresenta un tempo in cui la singolarità viene svuotata dal superfluo, non per propria scelta ma per volontà del cielo. Questa riduzione accresce gli altri, perché andando a diminuire, e quindi a togliere, l’ira e gli istinti, rende, a chi ci sta intorno, la possibilità di comprenderci e di ricevere da noi. Lo svuotamento è il primo stadio della creazione. Così come lo specchio, affinché possa riflettere meglio, deve essere pulito dalla polvere, così in noi per fare spazio al nuovo, dovremo togliere quel qualcosa che ci offusca, che non ci permette di vedere bene. Svuotarsi per poi contenere, questa è la chiave. Perdere una linea dura e guadagnare una linea morbida è in accordo con il tempo. Diminuire e aumentare. Riempire e svuotare: queste azioni si compiono in accordo col tempo. Sono quindi alternate. La diminuzione mostra la cura della virtù. Mostra prima le difficoltà e poi ciò che è facile. E’ così che l’uomo può tenere lontano il danno e vivere armonicamente con il Tutto.

L’immagine di questo esagramma è rappresentata da un lago che evapora a favore del monte. Non a caso la copertina della raccolta  mostra una foto scattata in riva ad un lago con ombre che suggeriscono il concetto di perdita, d’impermanenza e, al medesimo tempo acquisizione.

L'immagine che rappresenta l'Esagramma 41

L’immagine che rappresenta l’Esagramma 41

L’acqua che evapora (salita=difficoltà) riesce a raggiungere la vetta del monte, che altrimenti sarebbe rimasta irraggiungibile. In seguito, in forma di nuvola, in pioggia (discesa=facilità) potrà ridiscendere. Il monte argina l’esuberanza del lago acquistando uno spazio di maggiore visibilità. Ecco come la perdita diventa possibilità e accresce l’altro. Allo stesso modo la montagna riversa nel lago, con lo scioglimento della sua sommità innevata, la sua acqua e attraverso questa diminuzione accresce il lago. Il circolo è infinito e non si chiude mai, come del esto il susseguirsi delle stagioni, ma sempre passa dalla diminuzione. Le parole chiave di questo esagramma sono dunque la perdita, la riduzione, la semplificazione e l’essenziale.

La diminuzione, ossia la perdita come semplificazione, è una delle azioni più importanti che si compiono in poesia: “Fare il vuoto” è azione necessaria alla creazione. Il “fare poesia” (ποίησις in greco significa creazione) necessita di un atteggiamento Yin “il nulla da cui scaturisce la vita”, il silenzio, la notte, l’introversione, l’oscurità, la “morte interiore”. A questo atteggiamento segue, in un tempo successivo, il momento creativo vero e proprio che si esprime in Yang “il tutto si esprime in nulla”, la saggezza, l’estroversione, la sofferenza, la pagina bianca, la pace, la luce, la visione…

 Questo “fare il vuoto” ben si evidenzia negli Haiku (in questa raccolta se ne contano cinque)[2] in cui la filosofia buddista zen può trovare la giusta collocazione.

Per cogliere l’essenza dell’Haiku, infatti(e per scriverne di belli), occorre essere capaci di realizzare uno svuotamento mentale. Questa pratica di purificazione tuttavia non può essere il contenuto, per Giangiorgio Pasqualotto “è necessario infatti “fare il vuoto anche del vuoto”, ossia purificarsi anche dell’idea di purificazione“.[3] Spogliarsi dei pensieri, delle idee, dei preconcetti, in una parola abbandonarsi. Per scrivere un Haiku bisogna applicare il sonomama parola giapponese che indica il concetto di saper guardare le cose per quello che realmente sono. Se non ci sono sovrastrutture mentali e ideologiche, se c’è fluidità e semplicità, se si è in uno stato di “grazia” (quello che dallo svuotamento mentale deriva), solo allora riusciamo a vedere le cose nella loro essenza.

Questo stato di grazia produce intorno a noi un “grande silenzio”. Il vuoto mentale e quello fisico si dilatano. In quel vuoto e in quel silenzio straordinario la percezione profonda della realtà si staglia con tutta la sua nitidezza, producendo quella “esplosione di luce” che è il fine ultimo dell’Haiku. Il fare vuoto e il silenzio, le pause e il non detto, sono elementi molto presenti in tutte le poesie di questa raccolta e come, per l’Haiku, nel momento in cui viene “compreso” un intero poema si riversa su di noi, così accade per l’intera raccolta poetica. Alla conclusione del piccolo libro (solo per dimensioni) di Massimo Acciai l’intero poema della sua vita si sarà riversato nei nostri occhi, nella nostra mente, nei nostri pensieri.

 Esagramma 41 è una continua alternanza della rappresentazione duale dell’energia che permea l’universo, è metafora di vita. Yin e Yang si susseguono, si riconcorrono, si alternano, diminuiscono e si accrescono a vicenda come il giorno e la notte. E’ il fluire della continua creazione, poiché non esiste giorno senza notte e viceversa…

Verrà anche domani;/ è questione di ore…/ ma quanto durare potrà/un’ora nell’anima mia?” [4]

L’autore continuamente esamina il tema di questa energia universale, rappresentandola in vari modi. Energia che muove in maniera circolare, proprio come nella simbologia del Tao.

Come ricordare i monti e le valli gli abissi i picchi […]/ le onde che battono da sempre gli scogli/ se il mondo è piatto e l’acqua copre tutto?/ L’acqua calma di lutto è già la fine del mondo/quando sarà del tutto tondo? Quando sarà del tutto tondo.[5]

Alternanza di diminuzione e accrescimento: se non c’è questo continuo movimento è la morte di tutto e, allo stesso tempo, la fine del mondo. La morte di tutto (quando sarà del tutto tondo) è anche la perfezione che regola l’equilibrio energetico che permette la vita. E’ un absurdus che sta alla base del concetto vita-morte-rinascita, del ciclo naturale che regola l’universo.

Massimo Acciai esamina e descrive con la sua poesia ogni momento di questa danza universale, ne esamina persino il confine, il limbo che divide questa sottile alternanza di energia e mutamenti.

Guarda il cielo e una nube gonfia e grigia “come un cervello che scorre nell’atmosfera[6] disegna il momento “prima della pioggia/l’attimo perfetto, l’effimero istante” contrapponendolo alla sua personale arsura interiore “Sono pesante per l’arsura”. Si aspetta pioggia, si aspetta mutamento e nello stesso istante gode di quel sottile confine che permea l’equilibrio vitale e l’equilibrio interiore. “Potreste credere questo:/la terra ha un buon odore dopo la pioggia.”[7]

Anche l’attesa si fa spazio vuoto in procinto “d’essere altro” “L’attimo/ tra il verbo e il suo soggetto/tra il verde e il rosso/tra una nota e la seguente/tra un bacio e una carezza/ tra la fine di una pagina/ e il rigo successivo/quando cessa un’attesa / e ne inizia un’altra”.[8]

E questo susseguirsi di attese colma i vuoti di attimi di speranza, di feritoie di luce e oscurità, di brividi di emozione, come nella poesia, in cui le pause, i silenzi, si fanno creatori di un mondo altro e diventano “quello spazio della diminuzione” entro cui ogni vita, ogni nuova creazione diventa possibilità. “ E d’improvviso scopri il silenzio, /il suono muto di parole strane,/scopri che esse non sono vane.[9] E ancora “Tra genziane petali,/ rinnovano l’orbita./Tra gli steli nascono mondi”.[10]

Ecco che quest’alternanza di pieni e di vuoti è il motivo poetico che fa della raccolta “Esagramma 41” un microcosmo di piccole vite, ognuna indipendente dalle altre, ognuna indissolubilmente alle altre legata. La raccolta è un unicum di molteplici esperienze proprio come siamo noi, come lo è la personalità polivalente dell’autore e quindi, secondo il cammino buddhista anche la nostra personalità. Il nostro io, la nostra individualità non è un fatto reale e ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici (dharma) interconnessi e in relazione tra loro – non limitati alla vita presente- ma radicati in esperienze passate e proiettati in quelle future. L’individuo è solo una combinazione di forze o energie psico-fisiche, che mutano continuamente, in alternanza e relazione con il tempo, altro grande tema presente nella raccolta, su cui non mi soffermo per mancanza di spazio, ma verso cui la lettura conduce con grande scorrimento.

Eppure la vita è senza fine/ tiene in sé il remoto futuro/nel grembo del Cosmo tornerà infine/ come una lumaca nel suo guscio, sul muro.”[11]

Filo conduttore che guida continuamente la motilità d’animo dell’autore è l’acqua che prende forma d’onda quando da bambino l’autore sognò, desiderò e contemplò, l’onda anomala, “simile alle onde innocenti/ ma smisurata/ capace di spazzar via/ in un istante/ questa noia infinita[12] e forse egli ancora anela questa voglia di “distruzione” per affrancarsi dalla banalità del vivere. E’ il ricorrente motivo della sofferenza, dell’insoddisfazione connaturata alle cose mondane(duḥkha); eppure la stessa onda è rinascita quando si trova “nel frangersi dell’onda/rinnego la mia solitudine[13].

L’onda rappresenta per l’autore proprio l’energia alternata Yin e Yang anche quando sulle spiagge della contemplazione si avvicendano vita e morte e “Relitti alla mia spiaggia/ di vite ormai trascorse. /In esse leggo la mia sorte[14].

Onda sognata e anelata ma mai davvero chiamata a sé, quando invece s’insegue con paziente assiduità la calma diminuzione del lago, che colora di stupore l’intuizione “Mi somiglia l’acqua stanca del lago/ nella canicola che lo diminuisce./ E’ normale, eppure stupisce.”[15] La diminuzione colpisce anche la resilienza dell’autore che vive in prima persona l’atto della perdita di sé, senza per altro sembrarne del tutto cosciente, lasciandosi andare, affidandosi alla vita come “foglia che va anch’essa alla deriva/ priva di timone”.[16] Diminuzione che si esprime come atto necessario alla creazione -alla scrittura in questo caso- quando leggendo “intingo la penna al centro del lago/ e scrivo con acqua turchina” si assiste, di fatto, a una creazione in tempo reale. E lì, dove quel turchina rappresenta lo stato d’animo di chiarezza legato all’atto meditativo, si attua la perfezione di creazione e alternanza di Ying e Yang. Perfezione che determina equilibrio, il fluire magico dello scrivere e quindi per estensione dell’energia vitale. E’ l’attuazione buddhica dell’insostanzialità della personalità (anõtman). L’abbandono di sé che agisce per opera della diminuzione.

La calma del lago si alterna al fluire della vita con l’immagine dell’incontro presso “Il fiume antico”, fluire che si trasforma in amore quando il poeta racconta la propria esperienza di vita “Acqua calma che ci portò via/dove tutto scorre, nella scia/ di ricordi dolci e liberi/dentro cieli immensi e umili/siamo noi[17].

Il fluire della vita che, come “Il mare /ha le sue mani./Prende. /Ha i posti in cui desidero essere./ Il modello della mia vita che fluisce.”[18]

E’ chiaro il desiderio dell’autore di una vita fluida come l’acqua, e la necessità di essere, come l’acqua, in continua trasformazione, prima onda di mare poi “goccia di pioggia che scende il vetro, sa di mare” nel giorno che si consuma[19]. Ritorna il motivo della diminuzione, dell’alternanza di oscurità e luce, diminuzione come cosa necessaria alla creazione. Il giorno deve finire, consumarsi perché la notte possa accadere e far tacere le cose, far riposare la Terra. Atto quello del riposo, del silenzio, necessario alla ri-nascita. “Dolce la notte/non fa rumore./ Un fondersi stupendo col buio/ che arriva quando tu non ci pensi/è l’attimo in cui il sonno ti prende, /mistero quel confine benigno/Dolce la notte/ non fa paura.”[20] Di nuovo l’attesa, la linea di confine tra giorno e notte, tra Yin e Yang, luogo limbico sempre anelato dal poeta. Da notare le bellissime Canzoni nella parte finale del libro che sembrano lontane anni luce dai toni esistenziali e quasi mistici delle altre liriche, qui la dolcezza del sentimento e del tornare bambini come tema di rinascita interiore portati dallo stato d’amore, sono davvero soavi.

 Fluire come amore, come vitalità e anche come impermanenza è il πάντα ῥεῖ eracliteo in “se tutto scorre/ e di fiumi antichi non resta che un’ipotesi […]/ perché non s’acquieta/quella preghiera/ per innumerevoli eoni?”[21] che a sua volta fluisce e si trasforma in Anitya[22] il cambiamento, il divenire buddhico, la cui percezione sviluppata e assiduamente praticata, porta all’abbandono delle passioni sensuali, all’abbandono della passione per l’esistenza materiale, all’abbandono della passione per il divenire, all’abbandono dell’ignoranza, all’abbandono e all’annullamento di ogni presunzione circa l'”Io sono”.[23]

L’autore s’interroga sulla sua impossibilità attuale all’abbandono, alla diminuzione e quindi all’annullamento dell’io sono. “Perché esisto? Quale lo scopo?” Si domanda e già in questa domanda risiede la resistenza all’accettazione del divenire, e quindi per estensione, la non accettazione della morte; tuttavia l’interrogazione è già un cammino buddhico su cui l’autore non cessa mai di avanzare. Il tema della morte e della non accettazione si ritrova in “Valles Marineris”[24] poesia del passato trasfigurata in un futuro fantastico a Tharsis, una regione di Marte, in cui l’autore si aggira ancora bambino “nei labirinti” di una realtà materna mai accettata: “ho visto una donna uscire piangendo dal reparto di radiologia” è un chiaro riferimento al ricordo dello shock provato alla comunicazione della grave malattia che ha portato la madre dell’autore a prematura morte. E, ancora, definitivamente, nella conclamata dedica alla madre in “17 luglio”[25]Solo in casa/alle cinque del pomeriggio/cullo ancora un dolore”.

In questo libro sono presenti le tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza, della vita di ogni “essere senziente”, che formano la base causale della dottrina delle Quattro Nobili Verità e quindi della ricerca spirituale buddhista (ricordiamo che l’autore segue questo cammino di vita). E’ dall’impermanenza, infatti, l’anitya cui accennavo prima, che derivano le altre due caratteristiche dell’esistenza : insostanzialità della personalità (anõtman) e sofferenza intesa come insoddisfazione delle cose mondane(duhkha).

Questa insoddisfazione, insieme a una critica sociale del mondo poetico, dell’Italia, del modo di nutrirsi associato alla spiritualità, dell’indifferenza che permea il vivere quotidiano, si manifesta in diverse poesie.

Quanta noia/ in questi convegni di poesia!/[…]/gruppi poetici/gli uni contro gli altri/i vivi e i morti7ma sono tutti vivi/(o forse tutti morti)./ma dov’è la poesia?”[26]

Son forse stato io poeta?/Certo è molto che non sento il “brivido”/ e mi pare che la poesia sia una  terra remota/appartenente a un altro pianeta.”[27]

A volte te ne accorgi oltrepassando la frontiera/non tanto dalla lingua, dal paesaggio o dalla gente/ che non è più l’Italia, è un’Italia differente/quella che ti spacciano per un’Italia vera.”[28]

Cosa accadeva?/Inscatoli la tua felicità/pranzando da Mc Donald.”[29]

Un gruppo di passanti/intorno ad un corpo/steso sul marciapiede/coperto da un telo./[…]Il giorno dopo/non un rigo sul giornale: un giorno come un altro.”[30]

Nel complesso questa raccolta è un microcosmo di piccoli mondi come descrive bene la poetessa Mariella Bettarini che ne ha curato la prefazione “Ricco, vivo, mosso da vari “codici” esperienziali e conoscitivi(il libro dell’I Ching; l’humus talora fantascientifico ;la “profezia” maya; le date del Calendario della Rivoluzione francese apposte sotto le poesie; gli haiku; il connubio musica-poesia nelle otto canzoni presenti; il forte interesse e la conoscenza attiva dell’esperanto, ecc…), tuttavia “Esagramma 41” ha come codice principale(e-direi- assoluto) la vita e l’esperienza dell’autore stesso, che di sé scrive, argomenta, narra, espone sentimenti e ricordi, volontà ed emozioni, speranze e rimpianti, e così via.”

 Piccoli mondi uniti da una vita, quella dell’autore, che si fa filo conduttore di un percorso duale alternato di pieni e vuoti, di silenzi e canzoni, di amori e rimpianti, di dolore e quiete, di passati e futuri, di presenti mai statici, di fantasie e luoghi entro cui morire e poi rinascere” Chiudo gli occhi ,sì/ma per aprirli/su un altro cosmo.”[31]

 Note

[1] (Da “I Ching”, esagramma 41) Introduzione

[2] Pag.41 “Cinque haiku”

[3] ”… Paragonando la coscienza o la mente a uno specchio si potrebbe dire che il vuoto della mente (wu-shin), non corrisponde a uno specchio rotto o inesistente, ma equivale a uno specchio perfettamente pulito, senza segni o polveri che intralcino il rispecchiamento delle immagini. Tuttavia l’idea stessa di purificazione non può, per il Buddismo Zen, costituire il contenuto della mente, né la forma di oggetto di desiderio, né la forma di dovere da compiere: è necessario infatti “fare il vuoto anche del vuoto”, ossia purificarsi anche dell’idea di purificazione”. (Giangiorgio Pasqualotto – L’estetica del vuoto).

[4] Pag. 62 “L’impossibile domani”

[5] Pag. 27” La teoria dell’Adhemar -la Fine del Mondo-“

[6] Pag. 21

[7] Pag. 15 da “canzone d’amore in 7 parti”

[8] Pag. 38 “L’attesa”

[9]  Pag. 39

[10] Pag. 26 “Spiaggia verde”

[11] Pag. 45 “2012”

[12] Pag. 28 “Londa anomala”

[13] Pag. 34 “Frammenti da Senigallia”

[14] Pag. 34

[15] Pag. 25 “In riva al lago, ore 14.23”

[16] Pag. 31 “XX da Liriche Sappadine”

[17] Pag. 71 “Io e te” (Mi Kaj vi)

[18] Pag. 14 (Eoni)

[19] Pag. 53 “15 Ventoso”

[20] Pag. 64”La notte”

[21] Pag. 17 (Impermanenza)

[22] Uno dei tre aspetti fondamentali dell’esistenza nella dottrina canonica del buddhismo

[23] Parole del Buddha Shakyamuni, secondo la tradizione del Canone Pāli (testo canonico buddhista)

[24] Pag. 35

[25] Pag. 43

[26] Pag. 18

[27] Pag. 55

[28] Pag. 50 “La bella Italia”

[29] Pag. 51 “La città dalle nove porte”

[30] Pag. 54 “Un giorno come un altro(non un rigo sul giornale)

[31] Pag. 22

 

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