Neoplasie civili

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Recensione a cura di Valentina Meloni

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Neoplasie civili” si presenta come un affresco moderno  della sostanza civile contemporanea: “piccoli colpi di pennello di un impressionista”, come definisce Corrado Calabrò le immagini poetiche di Lorenzo Spurio, e un’attenzione al reale, precisa  Iuri Lombardi  nei risvolti di copertina, che fanno di queste poesie un “flash rapido, quasi fossero una fotografia, delle vicissitudini umane e del dolore”.            Le pagine si tingono di tinte accese, colpi d’occhio e squarci quotidiani nitidi e sfrontati, sventolanti come panni tesi al sole. Non ci sono fingimenti, persino i vicoli vengono smascherati da una “ipocrita cucina casereccia” [1]; l’io poetico qui dichiara guerra ad ogni ipocrisia “L’inchiostro strillava indomito/ l’indomani del velato non detto” [2] e poiché “la battaglia  si vince solo intentandola” [3] Spurio si arma di parola e sdegno e reagisce alla storia, alla cronaca, alle tragedie di ogni giorno senza spazi circoscritti, balenando con irruenza e patimento da un luogo all’altro, da un avvenimento a un altro, da se stesso all’altrui persona con la perizia dell’acuto osservatore.

Geograficamente si spazia dal Canale di Sicilia[4]  all’Oceano Pacifico[5], da Cosenza[6] a Istanbul[7], dalla fumata bianca di Roma ai fumi neri delle favelas di San Paolo[8], dalle corridas de toros di Pamplona[9] alla tomba di lady Diana presso Althor House nel Northamptonshire[10].   La poesia civile deve partire dalla propria identità più autentica, che è quella con la propria terra, eppure Spurio non s’identifica “nel pavido paese in usufrutto”[11] e qui sta, forse, la modernità di questa raccolta, dove non esistono confini d’identità, ma ogni luogo è accomunato dallo stesso senso d’impotenza, di rabbia e indignazione che fanno l’uomo (e il poeta) cittadino del mondo.

   Ne esce un ritratto di un’Europa indifferente alle sue stesse tragedie, dove i fatti della storia sembrerebbero perdersi nella memoria del tempo, se non ci fosse la parola del poeta a fotografarne gli istanti; fotografia di un mondo intorpidito da illusioni sempre nuove “Il mondo si mascherava/ e donava meschina illusione/ nella convinzione di un nulla convinto”. [12] Eppure vecchie come i mali peggiori che da sempre affliggono la storia, metastasi di una civiltà cancerosa. ”Quelle pietre perfette/ assorbivano sangue/ diventando tumori in metastasi.”[13]

 Luogo fisico e luogo interiore, dunque, a esplorazione di un vissuto remoto le cui radici, però, succhiano il nettare presente. Il tempo poetico, infatti, è espresso da Spurio, il più delle volte, con l’imperfetto o con declinazioni al passato, a documentare un percorso interiore e storico che incide sul vissuto, sulla poesia e sulla propria pelle “una pioggia acuminata/ m’infilzò dappertutto/ e mi rigenerò”[14]a farsi testimone di un progresso di regressione che coincide il presente nello “ieri”, statico e privo di una reale crescita proporzionale al tempo. La civiltà e il progresso non sono direttamente proporzionali alla progressione temporale e così “la Terra continua(va) a defecare/ luride esistenze, come te […] e Dio piangeva a fiumi, /genuflesso sui carboni ardenti”.[15]

Il senso civico emerge da una rabbia inespressa, taciuta non troppo a lungo, da bagni di parole acuminate come spade, in cui, il lezzo della società, sale alle narici del lettore senza possibilità di occultamenti. “E le oche cignoidi starnazzanti/ spargevano merda/ sul prato” [16]. Un colpo d’occhio che spazia da “la folla carogna” di “Outside” alla folla turca che si mobilita in favore degli alberi, ”(…)alle soglie dell’Europa/ e le donne denunciavano stupri/ mentre piazza Kizilay/ veniva sgomberata con la forza[17]”.

Il poeta sembra voler cercare l’estraniamento “Mi fingevo altro da me/ in pretestuosi inganni d’immagine”[18]  “serravo i pugni con sovrumana forza/con la speranza di polverizzarmi” [19]sconvolto egli stesso da ciò che descrive con pathos “Un Golgota di cartapesta/ con vergini sgolate”;[20] “Sconvolto correvo per le vie”[21] e sembra volersi coprire, anche lui, gli occhi quando, come “Gea si occulta la vista/ e corre a occhi serrati/ verso rovi e sterpi acuminati/ per accecarsi”[22]… ma non pare riuscirvi, come afferma Cinzia Demi nella sua accurata postfazione, e anzi, sembra che la sua voce si accosti maggiormente a una cauta osservazione, offuscata, spesso, dal senso di impotenza: “Contemplavo quel lento turbinare/ di dietro a un misero vetro appannato”[23] ma ferma, puntuale, senza scappatoie “Ho guardato la Terra e / le ho chiesto dove andasse/ usando un linguaggio di vergogna”[24] con pena e giudizio severo e roboante “Ay! […] Malditos sean los hombres!”[25]

Spurio dà voce a chi non ne ha (più) “le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna” [26] e si fa voce e memoria del mondo, concedendosi, senza rimorso, persino alla prosopopea “M’inginocchiai e baciai la terra/ chiedendole scusa”[27] ”trovai trucioli incastrati/ nella suola di gomma ormai ferita/ e mi ricordai delle bombe a Port Stanley”.[28]

A volte i toni si fanno altisonanti “In cattedrale/ s’incorona un re/ […] per sdegnare il tormento di […] disoneste leggi/ contro natura/ che spaccano/ la Sacra Famiglia/ […] riducendo tutto in burletta”[29] con versi sincopati che accentuano un ritmo di andatura e pause di confine, senza rime o assonanze che ne addolciscano la parola.

Parola che non si adegua mai alla lirica, ma si lascia andare a una prosa poetica ricca di metafore taglienti, struggenti a volte “I bambini rubavano il mare con gli occhi bagnati”,[30] a vivide metonimie “il borbonico scudo stinto/ volteggiava depresso/ e costernato”,[31] a iperboli inconsuete “il sole sveniva”,[32] a sinestesie d’effetto “Ho odorato ancora il fiore/ accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore”,[33] a efficaci allegorie “Ho visto un bambino/ con strani lividi al volto/ e ho compreso perché il mare/ fosse purpureo”.[34]

Ne risulta un linguaggio “moderno e asciutto”, come scrive Ninnj Di Stefano Busà nella prefazione, un linguaggio che si adegua alla moderna denuncia poetica, senza confini d’immagine, ma d’immagine viva e riflessiva, commossa, ma senza affettazione, d’intensità esplicita e a volte dissonante, sempre comunque consona a un movimento interiore  mosso da una sapiente alternanza di improvvisi slanci di sdegno e contrazioni descrittive, nello sperimentare per la primissima volta il proprio percorso poetico di maturazione civile.

Valentina Meloni

Note


[1] “Verità talmente vere da non credere realmente” Pag.31

[2] “Senza titolo” pag. 48

[3] “L’aiuto non dato (Maidan) pag.26

[4] “Ora qui, ora là” pag.40

[5] “Il laido timoniere” pag.41

[6] “Ritornato sei” pag.38

[7] “Non abbattete quegli alberi” pag.39

[8] “Fumo bianco e fumo nero” pag.32

[9] “Alla piazza di sangue” pag.46

[10] “Verde per sempre” pag.20

[11] “Prima e dopo” pag.36

[12] “prima e dopo” pag.36

[13] “Polvere e sangue” pag.35

[14] “Colloquio” pag.53

[15] “Ritornato sei” pag.38

[16] “Verde per sempre” pag.21

[17] ““Non abbattete quegli alberi” pag.39

[18] “prima e dopo” pag.36

[19] “Polvere e sangue” pag.35

[20] “Senza titolo” pag.48

[21] “Fucsia” pag.50

[22] “A una madre” pag.15

[23] “Giù la serranda” pag.13

[24] “Colloquio” pag.52

[25] “Alla piazza di sangue” pag.46

[26] “Ritornato sei” pag.38

[27] “Colloquio” pag.52

[28] “Trucioli” pag.37

[29] “Notre- Dame de Paris” pag.22

[30] “Piazza Tahrir” pag.23

[31] “Alla piazza di sangue” pag.47

[32] “Outside” pag.45

[33] “Il fiore giallo” pag.33

[34] “Ho compreso perché” pag.30

Liquefazione

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Sentirsi goccia

nell’immensità

di un vasto oceano…

abbandonarsi

-nuda rugiada-

sul ciglio dell’infinito

e lì giacere

-liquida-

sino a tornare nuvola.

(Nanita)

 

 

 

Scarpette rosse

Volevo le mie scarpette rosse

                      -da bambina-

pensavo a quanto avrei ballato

e corso e camminato

                    per viali d’alberi fioriti

    mano nella mano con la vita.

                          Volevo anch’io

le mie scarpette rosse…

          e quando le ho indossate

                 non sapevo

che avrei smesso di brillare

                       che avrei pagato

  a caro prezzo

il mio sogno di libertà…

                             con la libertà.

Volevo anch’io le mie scarpette

                rosse e… le ho avute

e quando le ho indossate

non ho più smesso di ballare

e ho visto migliaia di piume

                    scendere dal cielo:

erano le ali degli angeli

                 che cadevano a terra

(e sopra ogni cosa)

                                  come la neve

come un pianto che voglia

                 rendere all’innocenza

la propria purezza come

                                    una carezza

scesa dall’immensità.

  (Valentina Meloni)

Dedicata alle donne…

Canto d’autunno

Canto d'autunno

A volte amo cadere 
-come le foglie-
e non c’è ramo che tenga le redini
del mio autunno impaziente…
rosseggiare sulle cime degli alberi
e poi scivolare via su ali di vento,
è tutto quel che chiedo 
-alla poesia-
alla stagione del verbo sfrondato…
E’ un battito e levare di tormenti
-il mio canto-
che si adagia (timido)
sul ciglio del foglio bianco 
– facendolo appassire-.

(Valentina Meloni)

Ophelia

Ophelia guardava
quei gigli nell’acqua e

                -fragile lei-
li voleva sfiorare…

                  Cadevano petali
dagli occhi di pianto

                     (e solo la Luna
poteva ascoltare)

                 cadevano stelle
dal cielo ormai spento,

                      di Ophelia
era il canto

il suo canto d’amore.
Ophelia guardava

i suoi fiori nell’acqua
e l’acqua i suoi fiori

voleva rubare…
Ophelia

-dal corpo di giunco-
dormiva… Ophelia

                         dei gigli
rubasti il chiarore…

(Valentina Meloni)

L’ombra di θάνατος

Fotografia di Alberto Clapis

Fotografia di Alberto Clapis

Ombre-rami

         -come lunghe dita-

a presagire l’imminente fine.

    Istanti densi e fragili,

           -tremuli-

su antenne di farfalla.

            Si contano a battiti.

La stessa consistenza

        della polvere

che cade a

                     p

                         i

                             o

                                 g

                                     g

                                          i

                                               a

                                                   dalle ali…

                                                                   (Nanita)

Agilla e Trasimeno- Euterpe n.13-

John Collier Ninfa d'acqua

John Collier Ninfa d’acqua

Il mio contributo a questo numero della rivista è una poesia intitolata “Il pianto di Agilla”.

Questa poesia si rifà alla leggenda del Trasimeno che narra le vicende della ninfa Agilla e del principe Trasimeno, figlio del dio Tirreno. La leggenda, almeno nella versione più popolare,  narra del viaggio del principe Trasimeno si trova a passare nelle terre del centro Italia, l’antica Etruria. Durante il percorso giunge in riva ad un lago, ampio e con le rive coperte di alberi. Si ferma sulla riva e, dato il caldo estivo, decide di fare un bagno.  La ninfa Agilla lo scorge e rimane colpita dalla bellezza del giovane; decide di sedurlo e con il proprio canto lo attira al centro del lago. Ma questo causa un tale stordimento nel giovane che, sopraffatto dall’emozione, annega.    Narra ancora la leggenda che il corpo non fu stato mai trovato e che in suo ricordo il lago venne chiamato Trasimeno.

Da allora, nelle serate di agosto, quando una brezza leggera vola sulle acque del lago e fa stormire le foglie, si dice che è il lamento della ninfa Agilla, alla ricerca del bellissimo principe. La leggenda viene citata da Matteo dall’Isola ne La Trasimenide (libro I, versi 156-166).

Leggi la rivista

 


Nella mitologia classica, le Ninfe stavano a metà tra gli dei e gli uomini, come i demoni, a cui assomigliavano tanto. Non salivano sull’Olimpo. Non avevano templi, ma soltanto altari. Non erano immortali; e Esiodo ci assicura che la loro vita non superava “la durata di dieci vite di palma”. Nelle loro figure sorridenti e graziose, che coprivano di danze la superficie del mondo, si raccoglieva tutta la vita acquatica della natura: loro erano i ruscelli, le fonti, i fiumi, i torrenti, i laghi, le paludi, le grotte montane grondanti d’acqua. Attratti dalla loro grazia, molti uomini entravano nel loro regno, accanto ai Sileni e ai Satiri. Era un rischio tremendo. Chi vedeva le ninfe: chi riceveva dalle ninfe il dono della ispirazione e della chiaroveggenza: chi amava le ninfe, spesso sprofondava nella follia e perdeva sé stesso.
(Pietro Citati)

(S)vendesi

svendesi

(S)vendesi

               parole còlte

-come frutti-

sull’albero della vita.

Fragile eco

                 -ignorata-

la sussistenza del seme.

 ***

(S)vendesi

         pagine di illusioni

 e silenzi e versi

                   -vacanti-

mancanti ad ogni nutrimento.

Brontolio imbarazzante

             di stomaci (in attesa).

***

Svendo

          abito da poeta

con la sua fame

              e la sua sete di parola

con quell’incessante incedere

sugli ultimi gradini

                     -della resistenza-

***

svendo (persino) la mia presenza

          al lettore sconosciuto

che avrà pagato

                       solo il prezzo

di un minuto della sua “misera”

esistenza …ricca, però,

                         di spirito e poesia.

                                                         (Valentina Meloni)


P.S.

Questa poesia doveva essere appesa insieme ad altre all’evento “Poesia a strappo, Saldi” organizzato da Alberto Mori avvenuto (a Crema) il 6 settembre. Purtroppo quest’anno il mio plico contenente le 60 copie di poesie da lasciare al pubblico lettore non sono pervenute a causa di un disservizio postale. Il pacco è tornato indietro, e al mio rientro a casa l’ho trovato in terra sbiadito dalla pioggia… Devo prenderlo come un segno del destino?

Vuoto a rendere

Vuoto a rendere

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Magritte “Nuvole-in-bottiglia”

In quel vuoto
____colmo di poesie
stagnano_____
le gallerie del dolore
ed è un buio
____________cieco
senza finestre
che attinge luce
____solo_____
dalla parola.

(Nanita)

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C’è Nessuno?

C’è Nessuno?

Recensione a cura di Valentina Meloni

 

C'è Nessuno copertina

“Le cose sono unite da legami invisibili,

non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella.”

(Galileo Galilei)

C’è nessuno? … No, non è rivolto a voi, anche se, nella settimana post- Ferragosto, è lecito farsi questa domanda, sono qui al pc a scrivere nella “frescura” agostana per presentarvi un altro romanzo. Questo titolo mi ha fatto venire in mente una lunga serie di citazioni che, bontà mia, ho deciso di risparmiarvi, mi limiterò a ricordarvi solo di Ulisse nell’episodio del Ciclope, alla cui domanda : “Qual è il tuo nome?” rispose di chiamarsi Nessuno… Ve lo ricordate? Bene, eccolo rispuntare il signore Nessuno, stavolta in una veste meno prosaica e nient’affatto epica,  eroica? -chiederete voi- neppure … Il signor Nessuno , al contrario, sembra essere proprio il prototipo dell’antieroe… e allora?

C’è nessuno? E’ una domanda –e un titolo- meno banale di quel che, a prima vista, potrebbe sembrare. Anche essere “nessuno”, infatti, comporta un certo rischio di responsabilità. E questo fantomatico Nessuno, sebbene sia, appunto, nessuno, in realtà oltre ad essere l’io narrante di diversi capitoli è anche il personaggio principale del romanzo, edito da Onirica Edizioni.

Chi è Nessuno? L’autrice, Daniela Cattani Rusich, lo descrive attraverso le parole di Sara, la ragazza con lo zainetto, coprotagonista del romanzo e, nel medesimo tempo, protagonista  della sua storia, in maniera ironica e molto realistica:

“É buffo con quei pochi capelli disorientati in testa…uno qua, uno là, gli spuntano sul capo alla stregua di ciuffetti d’erba secca, conferendogli un’aria stramba, solitario tocco di follia sul viso anonimo e occhialuto, piantato su un corpo lungo e dinoccolato”[1]

Il signor Nessuno, sembrerebbe un personaggio piuttosto insignificante e che sia nessuno ci viene confermato anche dal fatto che non ha un nome, o quantomeno nel romanzo non viene mai menzionato, pertanto non c’è dato di conoscerlo, ma-oserei dire- neppure immaginarlo, abituati e quasi disinvolti nel lasciarci andare alla sua “nessunaggine”. Eppure è soprattutto lui, cristallizzazione dello stereotipo dell’uomo qualsiasi con la propria ingenuità, con il semplice lasciarsi andare allo scorrere inarrestabile degli eventi a determinare i principali avvenimenti[2] come ci preannuncia Ariase Barretta nella prefazione.

D’altra parte ce lo racconta egli stesso nella descrizione del suo fine-settimana: ”…anche la mia vita è un’immane schifezza: abito solo, il frigorifero perennemente vuoto, nessuno al mondo per cui io conti davvero. Mi sento una specie di uomo invisibile. Un “qualunque” invisibile.”[3]

Un uomo invisibile, dunque, come invisibile è la sua esistenza, con tutto il bagaglio di sofferenze che spesso l’invisibilità si porta dietro, soprattutto nei ricordi, come quando, ad esempio, si lascia andare al ricordo della sua infanzia parlando della madre: “Ricordo il periodo dell’infanzia: era bella e dolcissima. E quante ne ha dovute sopportare, senza farmi mancare nulla, nonostante l’assenza di papà! Ne abbiamo passate tante noi due.”[4]

Dietro questa vita apparentemente insignificante però si cela un improbabile “eroe sfigato”, un eroe dei nostri giorni, certo, inconsapevole d’esserlo e un po’ goffo, impacciato e vagamente pagliaccio, che, compiendo le sue azioni giornaliere, si tira dietro i fili delle esistenze di più personaggi, le cui vite sono abilmente intrecciate nel corso della narrazione con fluidità e meticolosa organizzazione dalla Rusich, “senza scivolare mai nell’incoerenza o nella contraddizione”[5], come A. Baratta evidenzia nell’introduzione.

Il primo dei suddetti personaggi che incontriamo, il cui nome- come vedremo anche per altri personaggi- delinea già da subito la sua personalità è “Il Losco”. Come, appunto, suggerisce il nome egli non è certo un tipo raccomandabile, tuttavia, scoprirete a sorpresa, andando avanti nella lettura, quale sia il suo insospettabile passato prima che diventasse un maldestro e incallito borseggiatore.

Nel secondo capitolo si delinea la storia di Sara, che abbiamo citato poco sopra, “una giovane donna, impulsiva, molto bella e intelligente ma scalmanata come poche”[6] la dipinge così, in pochi tratti, la Rusich. Lei e il suo ragazzo Steven vogliono coronare il loro sogno d’amore fuggendo in Liguria, senza dire nulla alla famiglia di lei. L’amore vero non conosce ostacoli, tuttavia un pizzico di fortuna non guasta mai…e ai due giovani innamorati, come scoprirete più avanti, sarà di grande aiuto.

Nel quinto capitolo troviamo la descrizione di “una vita da cani”, che non è una metafora, stavolta, infatti, il protagonista della storia è proprio un cane. Il nome? Grugno! Vi lascio intuire che vita possa aver fatto lo sfortunato cagnolino, prima abbandonato dalla madre e quindi finito in un canile, poi adottato da una famigliola che però, come spesso accade nella realtà, lo abbandona alla prima occasione… E’ proprio il caso di dire che “la vita ha due mani grandi: una per togliere, l’altra per dare”[7] come ci ricorda l’autrice in una delle sue citazioni, a metà tra il detto popolare e l’aforisma, poste sempre a chiusa di ogni capitolo.

Questa citazione sembra riferirsi anche alla vita di Patrick, scrittore statunitense di successo, alto, biondo, e con la barba volutamente incolta di quelle che fanno intellettuale[8]. Vicino di casa del signor Nessuno che “incautamente” si lascia andare ad un’insolita amicizia, non priva di un pizzico di gelosia, evidente in alcuni piccoli tratteggi sarcastici delle movenze dello scrittore: “ Subito dopo il primo round di “salamelecchi”, citofoniamo a Patrick. Alcuni minuti d’attesa e voilà: scende saltellando sulle scale con la disinvoltura di Gene Kelly, vestito da dandy, profumato come la regina Maria Antonietta e con un sorriso che lo prenderesti a sberle senza pensarci né uno, né due. Le ragazze se lo mangiano con gli occhi e lo salutano piene di entusiasmo.”[9]

Altro personaggio chiave delle vicende che si intrecciano, come tanti fili, nella vita del signor Nessuno, è Claretta, una vedova di settantasei anni che è ancora autonoma e se la cava più o meno bene in tutto [10]anche se è sola.

Nel frattempo il signor Nessuno che fine ha fatto? Beh più o meno la solita noiosa vita di “solitario sfigato” a cui , tornato a casa, dopo aver fatto la spesa, le uova (la sua cena) rovinano in terra, lasciandolo digiuno e col pavimento da pulire: “Brontolando, prendo dal ripostiglio il Mocio vecchio di tre anni e rimuovo con cura ogni traccia del misfatto. Per la casa si diffonde l’inconfondibile olezzo di cadavere putrefatto, sprigionato dall’ormai abusato attrezzo del mestiere: Terminate le operazioni di pulizia, comincio a distribuire i vari prodotti nella dispensa e nel frigorifero”[11]

Certo, al signor Nessuno “basta stare in pace e condurre un’esistenza normale…magari con un po’ meno di sfiga, ecco: quella non sarebbe una cattiva idea!… ma, come sempre, si trova a dire “sospetto non sia segnata sul calendario del mio destino”.[12]

La Rusich tratteggia tutti i personaggi con grande attenzione, li caratterizza nel fisico, nelle espressioni, nel parlare e nelle vicende con apparente naturalezza. L’intreccio ben riuscito, le consente anche di giocare con ironia con la loro vita passando da scene tragicomiche a eventi tragici e commoventi con grande disinvoltura. E’ il caso, per esempio, di Felice Malasorte, poliziotto dall’esistenza felice ma ingrata, appunto, nella sorte che gli è riservata…Tuttavia il destino non negherà neppure a lui un risarcimento morale e lo renderà protagonista di un felice epilogo.

Accanto al signor Nessuno aleggia una figura quasi surreale, esistente e inesistente al medesimo tempo, per più personaggi della trama. “Laura non ha avuto una vita facile. Da quando suo padre aveva abbandonato la famiglia, era cresciuta con la madre che mia più le aveva parlato di lui.”[13]

Compagna d’ufficio del signor Nessuno e “fidanzata senza saperlo” con lui, è al centro della vicenda più commovente di tutto il romanzo, che s’intreccia con quella di un altro personaggio: “Il Barbone”. Una figura emarginata e ai margini del romanzo anche, il cui passato  lo ha portato a vivere sulla strada, ma a cui, la sorte, intrecciando i fili delle esistenze ha riservato un inaspettato epilogo.

Ventisei capitoli, poco più di cento pagine che si leggono tutte d’un fiato, un lessico semplice e colloquiale variegato in tutte le lingue dei personaggi,   una storia divertente, ironica e a tratti commovente,  che ne contiene tante altre, e che si snocciola in un crescendo di emozioni e travolgimenti fino a giungere ad un progressivo momento di agnizione che coinvolge il lettore e tutti i personaggi, fuorché uno…

Tanti personaggi, tante storie diverse, e tanti intrecci di un unico filo: la vita intessuta con sapienza dai passi dinoccolati del Signor Nessuno a cui nessuno però (passatemi il pasticcio di parole) ha detto di aver “salvato quel  piccolo microcosmo di vite” che è il romanzo, anche se, forse, lo scoprirà, grazie all’abile espediente letterario dell’autrice  che ha inserito il romanzo nel romanzo, forse per farci credere che infine, l’unico vero autore di tutta la storia è sempre e solo lui: Nessuno!

 (Valentina Meloni)

 

Note


Daniela Cattani Rusich                                                                         

daniela cattani rusich   Daniela è scrittrice, poeta, pubblicista, editor e performer; fa parte della redazione del sito Poetika.it, collabora con Onirica Edizioni come editor e direttore creativo, realizza videopoesie, videoletture e segue progetti collettivi. Partecipa spesso a eventi, reading, presentazioni e performance, che organizza anche per altri autori. Nasce a Milano, da madre greca e padre friulano.  Dopo aver frequentato lo IULM, si specializza in relazioni pubbliche e fa praticantato presso due testate locali della provincia di Milano, ottenendo il libretto di pubblicista.

La sua prima opera edita, una fiaba del 2006, viene inserita nel volume L’angolo fatato – collana Fantagraphia, LiberodiScrivere editore. Numerosi suoi testi, sia in prosa, sia in poesia, sono presenti in antologie di autori vari, pubblicate da Aletti, Giulio Perrone, Albus, LDS, Liminamentis e Onirica edizioni. La sua prima silloge “Rendimi l’anima”- Edigiò, arriva terza al concorso nazionale “Poetando” della Albus e finalista a quello della Montedit nel 2008.    Ottiene alcuni riconoscimenti, segnalazioni di merito e il primo premio nella sezione racconti con “Porrajmos- l’olocausto zingaro” al concorso artistico internazionale “Them romano” 2008;  l’anno dopo si classifica prima al concorso “Un monte di poesia”, con la lirica “Segreta”, che dà il titolo alla sua seconda silloge.

Nel 2009 si concretizza anche l’esperienza di “Malta Femmina”: un romanzo corale pubblicato con Zona editrice e scritto da quindici autrici di tutta Italia, al quale ha partecipato nel ruolo della zingara Kali. Nel 2010 la poesia “Mia viandante senza tempo è premio della giuria al concorso nazionale “Massa città di mare e di marmo” e al Trofeo Colle Armonioso dell’Accademia Alfieri di Firenze.
Dal 2010 ha curato diverse antologie per Onirica e Albus Edizioni. Nel 2011 la sua silloge “Segreta” si è classificata fra le cinque finaliste tra le sillogi migliori degli ultimi dieci anni.  Nel settembre 2011 è uscito il suo romanzo, brillante e tenero, “C’è Nessuno?” per Onirica Edizioni.

[1] Pag.18

[2] Introduzione pagg.5-6

[3] Pag.23

[4] Pag.22

[5] Introduzione pag.6

[6] pag.17

[7] pag.26

[8] pag.27

[9] Pag.67

[10] Pag.38

[11] Pag.42

[12] Pagg 43-.44

[13] Pag.51