
Fotografia di Alberto Clapis
io non so cosa ci sia
dall’altra parte
_______del filo spinato
ma ho imparato
______da un filo d’erba
ad andare lontano
( n a n i t a )

Fotografia di Alberto Clapis
io non so cosa ci sia
dall’altra parte
_______del filo spinato
ma ho imparato
______da un filo d’erba
ad andare lontano
( n a n i t a )
Invito alla lettura
Ho curato per l’ultimo numero di Euterpe l’intervista a Nicola Ghezzani sul tema dell’alterità. Alcune anticipazioni sugli ultimi libri e un bell’approfondimento tra letteratura e psicologia. Qui trovate l’intera intervista.
Note
Nicola Ghezzani vive e lavora a Roma. È psicologo, psicoterapeuta, formatore alla psicoterapia e autore di numerosi saggi, articoli, libri. Ha formulato i principi della psicoterapia dialettica. Scrittore da sempre, ha dedicato una parte considerevole del suo lavoro psicologico, terapeutico e di ricerca alle dotazioni psichiche e alla creatività.
Da quando ho aperto il mio blog sugli alberi, alcuni anni fa, ho ricevuto molte mail di sostegno principalmente da persone semplici che, come me, desideravano riscoprire un contatto diretto con la natura. Tra le ultime persone che mi hanno contattata c’è una ragazza la cui bellissima mail mi ha particolarmente colpito per freschezza e spirito di abnegazione, l’oggetto della mail era: anch’io abbraccio gli alberi!
Francesca è una giovane mamma di due bambine che ha deciso, dopo aver completato gli studi, di avviare un progetto che coinvolga i bambini e gli alberi.
“Perché ti ho scritto? me lo sto chiedendo… penso per sentirmi meno “sola” con questa mia passione e questo mio “sentire”; per poterne parlare con qualcuno che capisce e condivide, e può rimandarmi le sue “impressioni””.
Esordisce così, Francesca, in una delle sue mail. Mi verrebbe da rispondere a lei ma a tutti quelli che mi scrivono frasi più o meno simili il cui concetto è principalmente: sento anche io quello che provi tu e che descrivi nelle tue poesie, nei tuoi racconti, nelle tue riflessioni e condivisioni che no, non siamo soli e che il risveglio interiore dell’uomo verso la natura sta maturando il suo percorso e sta riprendendo a nascere dove era sepolto.
Sono moltissime le testimonianze di questo impercettibile cambiamento che riguarda anche i costumi e la società, l’economia e le mode. Una per tutti è l’enciclica verde “Laudato si’” di Papa Francesco che, sebbene non ci abbia sorpreso perché ribadisce dei concetti già espressi più volte, per esempio nell’«Omelia per l’inizio del ministero petrino» del 19 marzo 2013, ci ha nutrito e ha nutrito il popolo verde di nuova linfa. E’ la prima volta, infatti, che un papa si occupa di ecologia esprimendo timore per la distruzione della natura da parte dell’uomo.
In quell’omelia Papa Bergoglio sottolineava:
«La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero Creato, la bellezza del Creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo». Più avanti: «Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!».
Francesca è un esempio di “custode” secondo me, una ragazza che con grande senso di responsabilità (nelle sue numerose mail mi descrive l’apprensione e il timore di riuscire nella sua impresa) ha deciso con consapevolezza e costanza di assumersi questo ruolo proprio con la porzione più importante del pianeta, quella costituita dai bambini, i quali più di tutti hanno subìto l’olocausto verde e ne subiranno purtroppo le conseguenze. Capiamo, a questo punto, quanto sia importante educare i bambini al rispetto e al rapporto con la natura. A loro abbiamo lasciato la grandissima responsabilità di correggere un andamento distruttivo che abbiamo innescato noi. E noi abbiamo il dovere morale di prepararli a questo compito consapevolmente e con amore.
“Non ricordo quand’è stata la prima volta che sono salita su un albero, ricordo la catalpa nel piccolo giardino di casa mia che è stato il mio “nido” da piccolina, prima che la tagliassero perché stava diventando gigante… quanto mi è dispiaciuto allora, per fortuna l’hanno sostituita con un bel ciliegio che allieta in primavera con i suoi fiori il cuore di mia mamma.
Io ora abito con la mia famiglia (omissis), e vado in giro per le colline ad abbracciare gli alberi, perché mi fa un gran bene; qui ci sono soprattutto roverelle, ma gli alberi vecchi son pochi, perché ci scaldiamo con la legna. Ho sempre paura, da un giorno all’altro, di perdere qualche “amico”. […]
Con il mio progetto incontrerò quest’anno poco meno di un centinaio di bambini, e tutti abbracceranno gli alberi; riuscirò a creare questa connessione? a lasciar loro un bel ricordo? a farli “innamorare” degli alberi? Adesso che ci penso mi sento una grossa responsabilità…”
Ho voluto riportare le sue parole per farvi comprendere quante persone ci siano che credono in quello che fanno, ragazzi e ragazze ormai uomini e donne, quelli della mia generazione, i “bamboccioni” (!) che si sono ritrovati in mano i pezzi di un mondo da riordinare andato in frantumi, che si stanno rimboccando le maniche e stanno cercando una via, nonostante l’assenza di certezze, l’insicurezza giornaliera e la tristezza del “sogno europeo” pieno di aspettative che è completamente svanito, paralizzato da un’ideologia economica che non ha saputo integrare in sé gli altri aspetti del vivere di cui l’uomo e le nazioni necessitano.
Ripartire dai bambini, dai nostri figli, educarli a spezzare un processo irreversibile, fare di loro esseri coscienti del mondo in cui vivono è, oltre che una grande responsabilità, una forte necessità.
Lo scrive anche Papa Francesco nella sua enciclica:
“[…]L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi.”
(dalla LETTERA ENCICLICA LAUDATO SI’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, pag.12, XIII)
A Francesca ho consigliato alcuni libri, anche io ho pubblicato nel blog diversi suggerimenti di giochi e consigli, tuttavia anche io mi sento impreparata a gestire il mondo dei piccoli così pieno di domande e aspettative e ho bisogno di nuovi stimoli anche per il mio percorso di scrittrice (avevo iniziato proprio a scrivere poesie e racconti per bambini diversi anni fa, sempre sulle tematiche della natura).
Ora ho trovato un libro, per caso tra le proposte da recensire in mail , un libro che spero mi arrivi il prima possibile perché ne abbiamo bisogno! Il libro è “Vivere la natura” di Joseph Bahrat Cornell pubblicato per Ananda Edizioni il maggio scorso.
Conosciuto in tutto il mondo da naturalisti ed educatori, Joseph Bharat Cornell da molti anni si dedica ad avvicinare bambini e adulti al loro contatto interiore attraverso la natura. Ha fondato il movimento Sharing Nature®, oggi diffuso in molti Paesi. Questo suo famosissimo libro, un classico utilizzato da educatori in tutto il mondo, è stato ampliato dall’autore in occasione del ventesimo anniversario della pubblicazione, con l’aggiunta di approfondimenti e di nuove attività nella natura. pubblicata per la prima volta in italiano questa raccolta è una vera miniera di giochi e attività per conoscere l’ambiente naturale, consigli pratici per organizzare escursioni naturalistiche e per raccontare la natura.
Cara Francesca, ti scriverò presto, intanto tu, io e molti altri possiamo cominciare e ri-cominciare a leggere e a tornare a giocare con Joseph Bahrat Cornell.
Le esperienze che viviamo nell’ambiente naturale, vicino o lontano, ci rendono vivi.
Provate a ricordare i momenti in cui vi siete trovati all’aperto a muovervi, agire e imparare usando al massimo i vostri sensi, immersi in un sentimento di gioia autentica. Forse si è trattato di rari episodi, anche se vi auguro che non sia così, ma chi ha avuto la fortuna di sperimentare momenti simili, sa che rimangono scolpiti nella memoria in modo indelebile.
Conservano in sé la vita stessa. E quando li ricordate, provate di nuovo quel profondo senso di meraviglia e di infinite possibilità.
E se esistesse un metodo per risvegliare anche negli altri questo senso di autenticità? Questa è la domanda che si pose l’educatore Joseph Cornell nel 1971. [dalla prefazione]
Leggi e scarica le prime pagine del libro “Vivere la Natura” in formato PDF
In attesa della mia recensione non dimenticate di andare a giocare fuori con i vostri figli!
[ n a n i t a ]
articolo pubblicato anche su Oficina de Textos Meio Ambiente


Salvador Dali
The Boat (1942)
© Gala-Salvador Dali Foundation
i libri sono terre emerse,
ogni libro che scegliamo è un nuovo continente da esplorare,
ogni libro che scriviamo è una meta nuova verso cui navigare.
[ n a n i t a ]

Fotografia di Alberto Clapis
se non ci fosse il sogno a cancellare i confini la terra sarebbe una gabbia
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Nel nuovo numero della rivista Euterpe sul tema dell’alterità, tantissimi e variegati gli interventi di questo nuovo numero, i miei contributi al tema di questa uscita sono due:
-per la sez. poesia: Eva contro Eva (pag.14)
-per la rubrica interviste da me curata:
“Alterità e individuazione, iper dotazioni psichiche e crisi d’identità attraverso la teoria dialettica ideata dal Dottor Nicola Ghezzani “(pag.91)
Inoltre, a partire da questo numero curerò personalmente la nuova rubrica interviste, andando a ingrossare le file della redazione di Euterpe. In questo nuovo impegno affiancherò con molto piacere uno staff di tutto rispetto: il direttore della rivista e curatore della rubrica recensioni Lorenzo Spurio, Marzia Carocci, Annamaria Pecoraro e Cristina Lania, curatrici della rubrica poesie, Martino Ciano e Luigi Pio Carmina, curatori della rubrica racconti, Francesco Martilotto e Angela Crucitti per la rubrica di articoli e saggistica.
Ringrazio quanti ci seguono da tempo e tutti coloro che vorranno iniziare a seguirci.

link per scaricare e leggere gratuitamente la rivista,
buona lettura
[ n a n i t a ]
La raccolta di racconti “green” “La settima quercia” della casa editrice Quarto Paesaggio di Milano prende il titolo da uno dei racconti vincitori del concorso “Green fiction” per l’anno 2014. Concorso che, in pochissimi mesi, ha prodotto un bellissimo risultato: quello di raccontare il verde di una città da sempre considerata molto poco green. Milano, infatti, come scrive nella nota introduttiva Chiara Bisconti, assessora al verde del Comune, non è più la città grigia e soffocante così come vuole un certo cliché ormai superato. Milano è una città che negli ultimi anni sta riscoprendo il suo patrimonio verde, i suoi giardini, i suoi parchi. Dove il verde è sempre più percepito come un bene comune da tutelare e difendere, di cui prendersi cura in prima persona.
E’ duro a morire il pregiudizio che fa della capitale del Nord un posto grigio e duro come il cemento, scrive il presidente di Quarto Paesaggio Giorgio Tacconi, ma Milano ha un’anima verde, che emerge in tutta la sua bellezza, in tutta la sua modernità e dinamicità, in questa raccolta di racconti che mostra l’impegno con cui i cittadini, con il sostegno dell’Amministrazione comunale, si prendono sempre più cura del verde pubblico.
Proprio come in “Buccia Lucente” di Marco Pellegrini, racconto vincitore del concorso, in cui s’incontrano, in un orto comune, un uomo e una donna, che non hanno apparentemente nulla in comune, a parte, forse, la buccia lucente dei peperoncini che raccolgono assieme nell’orto condiviso:
“Entrambe le nostre mani protese: quelle dita sottili e lunghe e forti che ho già guardato troppe volte si scontrano con la mia mano, la cosa mi provoca una scarica elettrica (e a lei?): «Oh scusa» quasi in coro, risatina imbarazzata. Un attimo i suoi occhi color ambra – questo me lo ero cercato su Internet perché non sapevo definirli, questa mania di dare un nome preciso alle cose che vedo – si incontrano con i miei, altra vibrazione e il piacere di essere lì nel nostro “orto in città”, un piacere intenso, che sento nelle gambe, nella schiena: solo merito di Ale, forse meglio dire della mia infatuazione per… o è davvero bello? Macchissene, mi piace e basta: l’orto e soprattutto l’Ale…”
Il racconto la settima quercia, invece, ha come protagonista uno dei monumenti arborei più famosi di Milano: si tratta di una Quercus rubra, specie originaria del Nord America, nata nel 1895 che fu portata in piazza XXIV Maggio nel 1924, divenendo poi un monumento ai caduti della Grande guerra. La quercia non si trova in buone condizioni di salute, tanto da aver avuto bisogno di importanti interventi di sostegno, iniziati alcuni anni fa, quando sono stati posti tiranti tra i rami e stampelle. L’albero “storico” di Milano è stato anche protagonista, nel 2004, delle tante polemiche suscitate dall’opera di Maurizio Cattelan, che appese ai suoi rami dei manichini raffiguranti bambini impiccati.
E’ una quercia che tanti milanesi non vedono, presi dai pensieri, dai mille problemi e dal flusso del traffico che lì sotto transita furentemente. La misura del tronco è pari a 510 cm, altezza intorno ai venti metri, ma la chioma è più estesa che alta.
Ce lo dice il poeta, scrittore e cercatore d’alberi, Tiziano Fratus, in una sua pubblicazione di qualche anno fa.
Se tanti Milanesi non vedono questo importante monumento arboreo, da adesso qualcuno di loro forse, comincerà a farci caso, grazie anche a queste micronarrazioni. La storia di questa quercia, che adesso si trova in compagnia di dodici platani piantumati a seguito del restauro della Darsena, per Expo 2015, viene narrata in maniera futuribile da una delle voci più giovani di questa raccolta, Filippo De Simone.
Assieme alla settima quercia, trovano spazio in questo volume davvero molto ben curato sia nelle veste grafica che nella scelta antologica, altri dieci racconti, alcuni dei quali corredati da bellissime illustrazioni. Particolari e d’effetto quelle di David Cristóbal Lozano e Arianna Tinulla che illustrano la storia di “Dente di Cane, Urtica Venenum” della giornalista Nila Shabnam Bonetti.
Il punto di vista che leggerete in questa storia è proprio quello di un dente di cane: proverete l’ebrezza di viaggiare trasportati da un soffio di vento, potrete visitare il mondo e la città da una prospettiva privilegiata e
“[…] Volare via, senza peso, senza una direzione. Improvvisando. Correndo tra le case, superando le recinzioni. Perdendosi. Accarezzando i prati, facendo il verso agli animali al pascolo. E via, sempre più veloce.”
Prospettiva interessante quella di dare voce alle piante (inutile dire che mi piace in quanto parlalberi) che si concretizza in una narrazione dal sapore antologico: “Parla la città verde: una “Spoon River” milanese” della scrittrice, calligrafa e musicista Nicoletta Romanelli. Basta leggere l’incipit per essere rapiti da tali conversazioni:
“Ciò che più sorprende nel genere umano è l’insopprimibile, incongruente, pervicace, a tratti patetica, inclinazione che spinge coloro che ve ne fanno parte a ritenersi superiori agli altri esseri viventi. In particolar modo ai viventi del mondo vegetale. Sole, pioggia, vento, fumo, neve… […] Siamo la voce verde di Milano. Mi puoi trovare in una fioriera, in un parco, in un orto condiviso, sul balcone della Sciura Pina, lungo i viali sommersi dal traffico. […] Abbiamo tanto da raccontare: siamo i testimoni silenziosi e verdi di quanto avviene in questa grande città,[…] Nasciamo, moriamo, soffriamo, siamo felici proprio come voi.[…] Abbiamo qualcosa che a voi umani non è dato afferrare: una sorta di immortalità, di saggezza, di riflessività silenziosa. Ma ora vogliamo parlare.”
E allora lasciamoli parlare, perché hanno tanto da dirci: l’alberello di via Aleardi, le forsizie del Parco Sempione, gli alberi di via Melchiorre Gioia, gli olmi di via Mac Mahon, i novantamila alberi di Claudio Abbado e molti, molti altri ancora.
In viaggio verso nuove prospettive, attraverso questi undici racconti, conoscerete l’anima verde di Milano, magari sulla bicicletta di Marta Quagliolo, che in sogno, riesce a farci intravedere una città ancora tutta da scoprire.
“Carica di entusiasmo arrivai fino a Quarto Oggiaro e girovagai tra le vie del quartiere, mentre la magica scia della mia bicicletta faceva sorgere piccoli orti e alberi da frutto.”
Buona pedalata e buona lettura!
[n a n i t a ]
Gli undici racconti di questo volume sono i vincitori dell’edizione 2014 del concorso letterario Green Fiction, promosso dall’Associazione Quarto Paesaggio e dal Sistema Bibliotecario di Milano, con l’obiettivo di dare voce ai talenti letterari sensibili al fascino e al valore del mondo vegetale.
Se vuoi partecipare al nuovo concorso letterario Green Fiction 2015 dal tema: Nutrirsi di verde, le radici della vita. Leggi il Regolamento

“Nelle situazioni di pericolo, l’opossum adotta come mezzo di difesa la tanatosi, ossia finge di essere morto”[i]
L’opossum nell’armadio è l’ultimissima raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita per Poetikanten Edizioni: ventuno racconti brevi che hanno come denominatore comune l’opossum. L’opossum è un animale che patisce la luce[ii]: questa è una delle primissime citazioni scientifiche che aprono ogni racconto della raccolta. L’opossum è un alter-ego e quindi non il vero personaggio narrativo dei racconti anche se presenzia alla scrittura e alla lettura degli stessi. In realtà l’opossum è un espediente letterario che vorrebbe mimare il comportamento della nostra psiche mettendola in relazione attraverso l’armadio-Io con la coscienza morale che si trova all’esterno e che freudianamente possiamo considerare il Super-Io. Almeno… io l’ho inteso così.
Viene spontaneo il paragone con il famoso scheletro nell’armadio, che ci fa immaginare la psiche come qualcosa da nascondere alla vista degli altri, dal giudizio di una coscienza morale rappresentata qui dalla collettività (e nel microcosmo del libro dallo stesso autore) , dalla relazione con il mondo esterno e da quell’insieme di fattori socio-culturali che condizionano le scelte di autocensura. L’armadio incarna la mediazione tra i bisogni pulsionali propri dell’Es (opossum) e il mondo esterno (Super-Io), sistema di censure che regola il passaggio dalle pulsioni dell’Es all’Io. Questa serie di censure o aperture impreviste mostrano al lettore i vari aspetti che fanno capo alla psiche-opossum, descritti in queste citazioni scientifiche di apertura che denotano la volontà dello scrittore di voler adottare un’insolita tecnica narrativa che -come scrive Susanna Polimanti nella sua postfazione –riceve ispirazione dall’etologia per prendere in esame una sorta di intersoggettività di comportamento.
Se l’opossum è un animale che patisce la luce, anche l’insieme caotico e turbolento delle nostre pulsioni, governato dal principio di piacere, che è l’Es, non desidera venire allo scoperto: è quello che Freud designava come la parte oscura di noi, al di fuori di ogni logica, di ogni moralità, di ogni definizione di bene o di male, ma anche spazio in cui le potenzialità espressive si formano e perciò luogo bianco, neutrale, in cui tutto è possibile. Sarà per questo che Lorenzo tiene a informarci che la parola opossum deriva dal termine algonchino [iii] “apasum” che significa “animale bianco”[iv]? Il bianco è il colore comunemente associato al settimo chakra che a sua volta si associa all’elemento pensiero e il cui sistema di riferimento è la corteccia cerebrale e il sistema nervoso centrale. Tuttavia l’ultimo chakra si colloca sopra la testa e quindi fuori della dimensione fisica vera e propria, così come la psiche che è considerata come l’insieme di quelle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell’individuo, che esulano dalla sua dimensione corporea e materiale.
L’insieme di queste funzioni psichiche viene egregiamente interpretata da un animale, l’opossum appunto che, visto in questa ottica (quella di un animale per altro anche simpatico) non dovrebbe essere giudicabile. L’autore vorrebbe quindi sottrarsi a qualsivoglia giudizio sui comportamenti che fanno capo all’opossum e quindi alla psiche dei suoi stessi personaggi? Oppure il suo giudizio è da ricercarsi non più tra le righe ma nel complesso della narrazione e nella sua strutturazione? A differenza dei racconti della cucina arancione (lavoro precedente di Spurio) sembra difficile qui scovare un giudizio implicito andando a leggere tra le righe della narrazione. Spurio, come vedremo, è del tutto coerente con il suo intento narrativo che emerge in maniera indiscutibile: presentare attraverso una crono-storia di rigore pseudoscientifico una narrazione da cui trarre proprie riflessioni.
Apparentemente non si evince alcun giudizio implicito o esplicito, se non quello eventualmente insito (che emerge però solo dopo riflessione) nella coscienza morale del Super-Io appartenente al lettore ma anche allo scrittore e agli stessi personaggi in quanto immersi e calati in un contesto socio-storico attualissimo e molto aderente al reale. L’opossum nell’armadio in questo senso si può considerare una fucina psicologica, un laboratorio di esperienze, laddove siamo in grado, attraverso la ricetta che l’autore stesso ci suggerisce ironicamente alla fine del libro, di cuocere a fuoco lento le pulsioni e le esperienze emotive, affettive, relazionali, nelle quali ci siamo riconosciuti attraverso la lettura, operando una sorta di esorcizzazione degli eventi più o meno irreparabili o spaventosi che fanno parte della psiche-opossum di ogni uomo.
Perché è certo: benché tendiamo ad allontanarci da taluni meccanismi che riconosciamo ben visibili nel diverso, ossia in colui che viola le norme sociali, senza mai comprenderne però il mistero, sostanzialmente siamo molto vicini a tutti i personaggi descritti in queste pagine che sono frutto non tanto di un’attenta osservazione quanto certamente di una riflessiva speculazione dell’autore sulla biodiversità della psiche umana. Chi è il diverso? Questa la domanda che, subdolamente, sale alla mente durante la lettura.
A questo proposito ho trovato interessante la citazione d’apertura che riporta le parole di Mario Tobino tratte da Le libere donne di Magliano: Il manicomio è pieno di fiori, ma non si riesce a vederli. Per Tobino l’essere umano deve mantenere intatto il suo diritto più grande e inalienabile che è quello di manifestarsi in libertà, anche nei deliri di una mente folle che, per lo scrittore viareggino, è il più grande mistero che accompagna l’esistenza. Questo ribaltamento del punto di vista o del giudizio morale sul malato psichico o, se vogliamo, sul diverso, collima sostanzialmente con l’espediente letterario dell’opossum che invita il lettore a sospendere il giudizio e a guardare meglio dentro di sé, ma anche dentro gli atteggiamenti dell’altro.
Forse mi troverò in disaccordo con molti dei pareri espressi su questo libro, ma vorrei soffermarmi su un aspetto che mi ha colpito di questa lettura. Non trovo che l’autore abbia ricercato una caratterizzazione interiore della psiche per indagare i vizi o le psicopatie del singolo personaggio come avveniva, invece, per La cucina arancione. E non è la psiche del singolo individuo che si vuole esorcizzare o eventualmente analizzare, ma è semmai la psiche collettiva, ossia l’insieme dei comportamenti e delle pulsioni che regolano e fanno parte di una coscienza comune: esistono almeno 130 specie di opossum scrive Lorenzo introducendo il racconto Due parole sulla biodiversità.[v]
Indubbiamente questi racconti devono portare ad alcune considerazioni e quindi non ritenere i contenuti superficiali o sufficienti ci avverte nella sua sintetica e acuta prefazione Marzia Carocci, e questo compito, non troppo ludico, è affidato completamente al lettore. Ancora una volta l’analogia e /o il confronto con il mondo animale ci permettono di guardarci da altro punto di vista. Non giudichiamo l’opossum, che è libero di avere quante più specie possibile- e per cui anzi la biodiversità è indice di ricchezza- ci permettiamo, però, di giudicare negativamente la biodiversità umana attraverso il razzismo e il disprezzo dell’alterità. Se non siete in grado di cucinare l’opossum, mi raccomando, tenetelo ben chiuso nell’armadio! Vorrà dirci questo l’autore?
Questa è solo una delle tantissime riflessioni che scaturiscono, o possono scaturire, anche e soprattutto per difetto, dalla lettura delle vicende narrate nei ventuno racconti. Il filo narrativo, infatti, si intreccia abilmente, al fine di portare alla luce eventi e situazioni che suggeriscono, senza palesarla, una interrogazione più intima e personale di tematiche importanti e profonde, attuali e atemporali. Manca il pathos, manca il dramma, manca il pensiero inconscio dei personaggi, manca la ricerca di una causa, di una verità, di una spiegazione e per difetto emerge attraverso questo contenitore di vuoti spaventosi il più grande spettatore onnipresente: la coscienza collettiva, quella mannaia impietosa che ri-getta il diverso fuori dal proprio utero.
Seguendo le teorie dello psichiatra scozzese Robert David Laing[vi] potrebbe essere un parto collettivo, un’espulsione fisiologica, una drammatica selezione naturale attraverso cui la psiche collettiva ci avverte di un disagio: il malato patologico o quello che diventerà tale grazie alle dinamiche sociali dell’emarginazione è un sintomo che ci avvisa di forti malanni e cancrene in seno alla collettività. Nell’ottica abituale di medicina allopatica occidentale occorre subito sopprimere il sintomo e quindi si procede all’espulsione immediata dalla cosiddetta civiltà.
In questa raccolta il tema dominante è rappresentato dall’imprevisto, ossia da quel battito d’ali di farfalla che può pesare positivamente o negativamente sull’agire umano. Non è tanto la psiche in sé a essere oggetto di attenzione mediante la descrizione minuziosa dei fatti quanto l’analisi che scaturisce dalla sua osservazione e la domanda che eventualmente potrebbe nascere da un imprevisto narrativo. Lo stile narrativo dell’autore è semplice e diretto, privo di pathos e di grandi sconvolgimenti emotivi, predilige la rappresentazione della vita di tutti i giorni, spesso in uno stile sfumato e dimesso, a tratti quasi noioso e pedissequo nel voler aderire alla realtà. Credo che sia questo il motivo per cui Lorenzo descrive, nella sua dedica personale, questi racconti come di taglio leggermente più intimista. Qui l’autore non subisce il fascino di ciò che è insolito, bizzarro, estraneo al proprio agire, ma riscopre e rivaluta il quotidiano, se vogliamo il banale e l’ordinario attualizzandolo in concetti riflessivi che emergono per difetto, ossia dalla minuziosa osservazione e descrizione dei fatti di ogni giorno, senza la pressione eccessiva di una descrizione giudicante, evitando di porre l’accento sulla psiche che –metaforicamente parlando- per tutto il libro resta ben chiusa dentro l’armadio.
Il peso della farfalla di Erri de Luca -per restare in tema di farfalle- pone l’accento sulle variabili minime che operano cambiamenti di peso consistente. Ora noi non siamo cervi e non viviamo nel bosco, ma se rappresentiamo la psiche come un bosco-mente e il cervo come il nostro Es che viene continuamente sollecitato da fattori variabili (farfalla) possiamo recepire questa similitudine come uno spazio introspettivo su cui riflettere. Certamente conoscendo la passione di Spurio per la letteratura inglese, in particolare per l’autore Ian McEwan, non posso non tenere conto dell’elemento imprevisto come studio letterario approfondito sul sociale. Mi è venuto spontaneo l’accostamento a un passo dell’Espiazione dell’autore inglese: “Mi ha sempre colpito pensare che qualcosa di molto piccolo, come non dire la parola giusta o non fare il gesto opportuno, può far prendere alle nostre esistenze una strada diversa. È una cosa che accade innumerevoli volte, ma ce ne accorgiamo appena. Succede anche a noi di tenere scrupolosamente dentro parole, frasi e sensazioni, nei nostri progetti, nella vita di tutti i giorni, nelle scelte fatte o rimandate, per non fare male agli altri. Ma non pensiamo mai che questo potrà cambiare il corso delle cose.”
In moltissimi racconti di questa raccolta di Lorenzo Spurio ho constatato come l’elemento imprevisto sia una chiave di lettura importantissima che ha guidato una riflessione forse molto meno scabrosa (rispetto alla cucina arancione) ma molto più intima sulle dinamiche che regolano gli scambi tra la propria personalità e quella di una collettività di cui comunque facciamo parte. Del resto l’opossum è un animale neofobico, cioè che mal si adatta alle novità,[vii] ci tiene a informarci Lorenzo Spurio suggerendoci anche, probabilmente, che ha paura dell’imprevisto. Imprevisto che è parte dell’intreccio e dello stile narrativo tanto da determinare finali a sorpresa e, in diverse occasioni, il ribaltamento d’opinione sui personaggi stessi che Spurio ha abilmente costruito come esseri credibili, calati nella realtà e facilmente assimilabili alle nostre abitudini, nonostante la finzione letteraria.
Se per La cucina arancione avevo individuato la catarsi come strumento di lettura e elemento distintivo di stile narrativo, e del resto lo stesso McEwan affermava, interrogandosi sul perché si scrive – e legge – di cose orribili, che “usiamo i casi peggiori per misurare la portata della nostra morale. E forse dobbiamo svolgere le nostre paure all’interno dei confini sicuri dell’immaginario, come forma di speranza esorcistica” per L’opossum nell’armadio –per cui questa affermazione potrebbe risultare altrettanto valida- ho creduto però di dare risalto alla frattura improvvisa che si può generare nel lettore attraverso il patto finzionale. Per frattura intendo, una sorta di insoddisfazione, di sorpresa, di interrogazione che emerge dall’osservazione e dalla conseguente riflessione su determinati eventi, ma soprattutto su certi comportamenti della psiche che coscientemente o meno sappiamo essere parte del nostro bagaglio socio-culturale.
Non è una mia idea: Emil Cioran, infatti, affermava “io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera ai lettori. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.”[viii]
Se, dopo questa lettura, il vostro opossum si è finto morto emanando dall’interno del vostro armadio un inequivocabile odore di cadavere, non abbiate paura. E’ segno che è stata un’ottima lettura. E’ la ferita di cui parla Cioran, che attraversa la radice della sopravvivenza, il vostro Es, serbatoio di energia vitale che, pressato dalla coscienza morale del Super-Io e oscurato dall’armadio protettivo dell’Io, vi sta chiamando con la sua strategia migliore di sopravvivenza lanciandovi un segnale fortissimo: fai qualcosa sto morendo!
Se, viceversa, nessuna ferita, nessuna frattura, vi ha scosso dal vostro torpore, allora, regalate l’opossum nell’armadio ai vostri amici vegani…
[ n a n i t a ]
Ringrazio l’editore Gilberto Gavioli de Il foglio clandestino che mi ha offerto lo spunto per usare le parole di E. Cioran riportate in note
Note
[i]Citazione da Pag.121
[ii] Pag.17
[iii] originario e diffuso nel nord America
[iv] pag.107
[v] Pag.75
[vi] « Se la razza umana sopravvive, il futuro dell’uomo, suppongo, guarderà indietro verso la nostra epoca “illuminata” come un periodo di vero oscurantismo. I posteri con tutta probabilità saranno capaci di gustare l’ironia della situazione con più divertimento di quanto possiamo ricavarne noi. Rideranno di noi. Vedranno che ciò che chiamiamo “schizophrenia” era uno dei modi in cui, spesso attraverso persone alquanto ordinarie, la luce ha iniziato a irrompere attraverso le crepe delle nostre menti. »R.D. Laing, La politica dell’esperienza, p. 107
[vii] Pag.69
[viii] Un libro è una ferita di Emil M. Cioran
Lei ha scritto: «Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve allargarle. Un libro deve essere un pericolo». In che senso sono pericolosi i suoi libri?
Dunque, stia a sentire: mi è stato ripetuto più volte che le cose che scrivo nei miei libri non si dicono. Quando è uscito il Sommario (di decomposizione n.d.c.), il critico di «Le Monde» mi ha mandato una lettera di rimproveri: «Lei non si rende conto, questo libro potrebbe finire in mano a dei giovani!». Che assurdità. A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera ai lettori. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione. Il motivo? Ebbene, io non mi preoccupo molto dell’utilità di quanto scrivo, perché veramente non penso mai al lettore: scrivo per me, per liberarmi delle mie ossessioni, delle mie tensioni e nient’altro. Poco tempo da una signora, nel «Quotidien de Paris», diceva di me: «Cioran scrive quello che ognuno si ripete sottovoce». Io non scrivo con lo scopo di «fare un libro», perché venga letto. No, scrivo per disfarmi di un peso. Soltanto dopo, meditando sulla funzione dei miei libri, dico tra me che dovrebbero essere come una ferita. Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito.
Emil M. Cioran, Un apolide metafisico (Conversazioni), Adelphi, Milano 2005.
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