La lucciola suggerisce la speranza, la luce nelle difficoltà. Nella cultura giapponese la lucciola è legata al concetto dell’amore passionale, ma anche a quello della reincarnazione dopo la morte. In questo tanka il contrasto tra le ali della lucciola, che alludono a un amore che continua a vivere, e il cuore “senza ali” della fanciulla è netto: sta a indicare l’amore impossibile. Il cuore, però, continua ad amare, pulsa come la luce della lucciola, anche quando non ha più possibilità, anche quando non ha le ali per raggiungere l’amato.
Diwali – Rivista contaminata n.12: Visione
Ė on line Diwali – Rivista contaminata n.12 il cui tema è: VISIONE: esposizioni d’interni, introiezioni d’esterni.
A pag. 14 il mio intervento: Breve saggio sulla visionarietà della letteratura, nella letteratura.
Puoi scaricare e leggere gratuitamente la rivista qui.
n.b.: parte di questo saggio è frutto della mia interrogazione perpetua ¿Qué es poesía?
Buona lettura
[ n a n i t a ]
Quello che resta (a Gabriella Maleti)

fotografie di Gabriella Maleti




arrivederci Gabriella
[ n a n i t a ]
Nudo con gatto nero
LETTER FROM A SYRIAN CHILD TO HIS MOTHER, Poetry by Valentina Meloni
Lettera di un bambino Siriano alla sua mamma è la poesia selezionata in the best of NEW Poetry from around the world per festivalpoetry
Genre: Kids, Life,Death, Family, Fear, War
LETTER FROM A SYRIAN CHILD TO HIS MOTHER
by Valentina Meloni
Mom, you never told me
that you can die even breathing
I believed that to die
it would take a wound,
a crack from which life
could come out along with the blood …
Mom, you never told me
that you can die playing
among the stones and the dust
of the road who saw me run.
You never told me
you’d greeted me from so far away
and that, crying, your soul
would come to claim me.
Mom, you never told me
that you can die breathing in a dream,
that the air can also be a poison.
You told me not
I’d be an angel of glass,
asleep, in a white shroud.
Mom you never told me
the death would make me bright and beautiful
sweeping away the fear of bombs.
View original post 60 altre parole
Angela Fabbri legge Nei giardini di Suzhou

fotografia di Jessie Meyer
Ringrazio Angela Fabbri per il commento al mio librino di haiku che riporto di seguito
Haiku. Suprema tecnica di distillare l’essenza delle cose che ci viene dall’Oriente, ma che anche in Occidente serpeggia con qualche guizzo di intuizione dall’arte per via di levare di Michelangelo al “M’illumino / d’immenso.” di Ungaretti.
Questa passeggiata nei giardini di Suzhou non è un qualsiasi vagare immemore fra le bellezze della natura, al contrario, ogni pianta, ogni uccello, ogni insetto, ogni nuvola, individuati sempre con puntigliosa esattezza, chiusi nella gabbia metrica delle diciassette more, libera per paradosso interi universi compressi in una parola. I giardini d’oriente e gli orti botanici occidentali potrebbero apparire agli antipodi, eppure queste poesie ne esaltano le somiglianze: la scelta intenzionale di quella pianta, di quel fiore, di quella foglia e non altre. Alla stesso tempo quella pianta, quella foglia, quel fiore, si allargano fino a comprendere una cascata di significati che rotolano come biglie fino ai piedi del lettore. Cipressi che diventano matite, mandorli che si fanno calligrafie, ippocastani immobili come soldati, fiori di melo che si trasformano in farfalle, cieli che diventano campi da falciare con la luna mentre una messe di stelle si riversa dal cielo.
Falce di luna / Dentro i campi del cielo / stelle mature
Puntuale riferimento alla stagione che diventa lo specchio dell’anima, microcosmo e macrocosmo che si toccano.
In gocce d’alba / sospesa a una foglia / l’anima vola
Tolgo la veste / Sono viva davvero? / scende la neve
Non ci sono punti. L’haiku non è una composizione incorniciata dalla solenne compiutezza del punto fermo. Non enuncia, sospende. È più simile a quei sumi-e giapponesi in cui è lo spazio bianco ad allargare il dipinto all’infinito. Sumi-e che a loro volta, reinterpretati dall’artista Santo Previtera, riverberano in un gioco di sottili echi in un cielo mutevole quanto gli occhi di chi lo guarda.
Bevo dagli occhi / un cielo di nuvole / pioggia sottile

Angela Fabbri è nata a Cesena nel 1962. Ha pubblicato i libri di poesia Cipria (Forum/Quinta Generazione) e L’airone dell’oblio (Nuova Compagnia Editrice), Giardini di sabbia (Il Vicolo, 2016). Suoi racconti e poesie sono inoltre usciti sulle riviste Forum/Quinta Generazione, Tratti, La Rosa, Graphie e nelle antologie Voce Donna (Il Vicolo 1995 e 1998).
Yoko, la bambina solare

Donna che si acconcia i capelli davanti la finestra, shin hanga, di genere bijinga, di Hirano Hakuho (1879-1957)
I kanzashi sono degli ornamenti usati nelle acconciature femminili tradizionali giapponesi, molto popolari nel periodo Edo.
Yoko è nome di donna i cui significati in giapponese sono: 1) “Bambina straniera/di oltreoceano” e 2) “bambina solare.”
Il viaggio verso l’altro. Scrittura e riflessioni a confronto.

manoscritto Oku-no-Hosomichi
La letteratura è una lente d’ingrandimento per misurare i cambiamenti e le trasformazioni dell’uomo. Ogni testo, ogni opera prodotta nel presente è in costante dialogo con le opere del passato. Da questo raffronto emergono riflessioni e considerazioni preziose per comprendere in quale direzione siamo diretti.
Un libro è un viaggio e la narrazione di un viaggio è un cammino profondo all’interno dell’uomo. Ho scelto un piccolo libro, anzi due piccoli libri per fare questa riflessione. Questo è anche il mio modo di mettermi in viaggio…

Nella primavera del 1689 il poeta Bashō partì per il suo viaggio di poesia più lungo e creativo nelle zone del Giappone settentrionale. Percorse duemilacinquecento chilometri in centocinquantasei giorni. Dal viaggio nacquero alcuni dei suoi haiku più belli raccolti nell’Oku-no-hosomichi ossia “L’angusto sentiero del nord”.
Quasi quattrocento anni dopo, Andrea Cecon, moderno haijin appassionato di cultura giapponese intraprende il proprio viaggio personale attraverso un itinerario che tocca: India, Ucraina, Russia, Svizzera, Repubblica Ceca, Austria, Francia e Italia. Nel suo Haibun Italiani Cecon ripercorre la propria vita a ritroso dal 2004 al 2013 saltando ogni consequenzialità temporale e di itinerario, portando la propria testimonianza dei viaggi all’estero e del suo viaggio più intimo verso l’altro.
Raffrontando le due raccolte ho potuto notare alcuni tratti distintivi del genere Haibun che ricorrono nei dieci testi di Cecon, come ad esempio l’iscrizione nel tempo e nello spazio (ogni haibun è corredato di data e luogo) e l’assoluta libertà di espressione che caratterizza il genere haiku, in cui qualsiasi esperienza è degna di essere narrata. Altro elemento caratterizzante è dato dalla descrizione dei luoghi e del paesaggio. Luca Cenisi, fondatore e Presidente dell’Associazione Italiana Haiku (AIH) e della European Haiku Society (EHS), considerato tra i massimi esperti di poesia haiku a livello internazionale, ha evidenziato il valore poetico della raccolta Haibun Italianai ma anche il loro valore come testimonianza del reale.

Basho e il compagno di viaggio Sora lungo la strada per Oku
Questo valore si manifesta anche in alcune caratterizzazioni che rendono questo genere letterario, ancora semi-sconosciuto in Italia, un ponte verso altre civiltà. Negli Haibun italiani mancano, infatti, alcuni elementi distintivi che ricorrono negli Haibun di Bashō. Il più importante è il fine del viaggio che è la Poesia. Quelli di Bashō sono veri e propri pellegrinaggi poetici in cui la poesia è protagonista: è filo conduttore che unisce le persone ai luoghi e i viandanti gli uni agli altri a testimonianza di una cultura profondamente diversa dalla nostra. Cito un passo come esempio. Bashō e il suo allievo Sogoro arrivano a Obane nei pressi del monte Nikko. La mattina della partenza Sogoro aveva indossato la tunica del bonzo e preso il nome buddista di Sogo (risveglio spirituale). A Obane incontrano un contadino che, ascoltando la loro storia e le loro difficoltà di viaggiatori, offre il proprio cavallo dicendo: “Prendete il mio cavallo e, quando si rifiuterà di continuare, rimandatelo con una buona pacca sul dorso”. I due lo presero e si misero in viaggio ma, partendo, corsero loro incontro due bambini. La bambina disse di chiamarsi “Kasane”-“multipla, variata”- nome così inusitato e affascinante che Sora compose all’istante questa strofa:
E’ un fiore?/certo questi occhi selvaggi/ sono due petali!
Uno dei molti passi meravigliosi in cui Bashō fa “parlare” il suo compagno di viaggio attraverso la poesia e così racconta delle persone incontrate lungo il cammino. La delicatezza di questo haiku rivela un mondo nel mondo che è nascosto negli occhi di Sora.
Nel primo dei suoi Haibun Cecon racconta del suo viaggio in Ucraina, a Kiev, dove ha rotto il muro della virtualità conoscendo di persona Yuliya ed Eugene, i parenti di Valeria, la sua compagna e moglie che compare nella narrazione da protagonista, in forma figurativa, attraverso le sue bellissime illustrazioni (altro elemento caratteristico del genere Haibun). Il primo incontro che avviene nella nostra civiltà è spesso rappresentato dall’incontro virtuale, Cecon evidenzia il disagio e la difficoltà che questo comporta. La narrazione di questa realtà ha un valore quasi antropologico: immersi come siamo nella tecnologia e nelle “distanze ravvicinate” facciamo fatica anche a renderci conto di quanto abbiamo perso e di quanto abbiamo acquistato in termini di valori umani, di incontro e di crescita. Le barriere non sono solo quelle fisiche, la distanza è un muro che viene eretto ovunque.
Emergono due elementi importantissimi per la rilettura del viaggiatore moderno: il paesaggio e i luoghi. Quelli che descrive Cecon sono luoghi di transito: aeroporti e stazioni, città e monumenti in cemento. Al contrario di Bashō, che si mette in viaggio per incontrare il passato, luoghi, alberi, paesaggi che hanno già cantato altri poeti, Cecon si mette in viaggio forse senza una meta precisa, spaesato dall’incomunicabilità che regna sovrana nei luoghi di transito e ovunque. Il suo mettersi in viaggio è la vita stessa. La vita lo porta ad andare: per lavoro, per amore, per svago. Nel primo haibun si affaccia un tema importante che ricorre in tutta la raccolta: quello del nonluogo. I nonluoghi per Marc Augé sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito, dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.
“Intorno a me è un muoversi continuo di persone di ogni età e nazionalità che sembrano fare tutte la mia stessa cosa con i loro tablet e portatili. Per un istante mi domando se anche loro hanno avuto esperienze simili alle mie…
la confusione sulle impressioni accumulate aumenta fino all’apertura del cancello per l’imbarco.”
Il tema dei luoghi di transito è ripreso al nono Haibun ambientato in Italia. Cecon si reca ad un appuntamento di lavoro vicino all’aeroporto e la sua riflessione si illumina
“Spesso mi è capitato di pensare a tutti gli aeroporti che ho visto, considerandoli degli spazi dove il tempo assume un significato diverso. Quando sei in aeroporto tutto sembra come cristallizzato: in fin dei conti sei partito, ma è come se non fossi ancora partito. L’arrivo è qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio. L’unica cosa che ti rimane in un solo momento è l’aeroporto; con i suoi suoni, i suoi visitatori, i suoi spazi e le sue atmosfere. Ho pochissimi ricordi legati ad incontri significativi in qualche aeroporto. L’assoluta atmosfera di transitorietà che ho percepito così distintamente, mi ha sempre frenato dallo stabilire un vero contatto con molte persone.”

Illustrazione tratta da Haibun italiani
Con queste parole Cecon rende manifesta la definizione di Marc Augé facendo sentire prepotentemente la necessità e la mancanza di luoghi antropologici. Luoghi abitati da persone, paesaggi con viandanti e anima. Cecon da esperto Haijin lascia ad intendere, dà risalto all’assente, svela la mancanza più grande della società contemporanea: l’incontro.
L’incontro con i luoghi e l’incontro con l’altro sono connotati dalla fretta, dalle distanze, dalla mancanza di tempo, dalle barriere culturali, dalla distanza dell’essere. Cecon si sente estraneo a casa sua “uno straniero nella mia città” scrive e riflette su tutte le difficoltà incontrate che caratterizzano il suo, il nostro luogo d’origine: l’Italia. Comprendiamo come il viaggio sia un termine di paragone importante per il singolo individuo: è importante poter fare questa esperienza per creare una realtà migliore.

Kawase Hasui: Matsushima, Futagojima – Honolulu Museum of Art – Ukiyo-e
Il racconto del mito, legato ai luoghi e al ricordo, che ha una presenza fortissima negli Haibun di Bashō tanto da caratterizzarli, qui assume altre connotazioni. Il mito confonde le definizioni delle cose, è uno strumento di comprensione potente che consente di simbolizzare le esperienze per trarne un insegnamento. Bashō fa parlare ancora Soro per descrivere Matsushima, uno dei luoghi più belli del Giappone in cui emergono greggi di isole, alcune erette come un dito verso il cielo, altre mollemente sdraiate nell’acqua a descrivere un arco inclinato da est a ovest. Vi sono isole che sembrano portare un isolotto sul dorso e altre che se lo stringono al seno: isole-madri e isole-bambino.

Tsuchiya Koitsu,Spring Rain at Matsushima Island
Fatti prestare le ali dalla gru
per raggiungere Matsushima
piccolo usignolo
Anche Cecon si confronta con il passato ma … qui la poesia sembra non ricevere collocazione, la natura e il paesaggio neppure.
“Dopo l’autostrada, sulla destra appare una enorme costruzione monumentale in cemento: imponente, fantastica e orribile al tempo stesso. Impressionato, domando che cosa sia. “Un monumento di epoca sovietica dedicato alla grande guerra patriottica ed alle sue vittime” […] Anche un attimo prima di arrivare all’aeroporto passiamo vicini ad un più modesto monumento dedicato alla cosmonautica sovietica”
Con un salto temporale siamo proiettati all’indietro nella ex Unione Sovietica e poi in avanti verso mete spaziali.
Nebbia al decollo-
la voce del pilota
si fa confusa
Chiude in haiku Cecon al primo Haibun. La sensazione di smarrimento del poeta si propaga al pilota che invece di infondere sicurezza esprime tutti i dubbi di un imbarco immediato. La poesia qui è anche forma espressiva di un disagio inespresso, rivelazione ed estensione del proprio sentimento. Il pilota interiore non è anche la nostra coscienza? E se è un pilota d’aereo che imbarca molti passeggeri allora possiamo parlare anche di coscienza collettiva.

Illustrazione tratta da Haibun italiani
Molti di questi Haibun, come quelli di Bashō, sembrano volerci suggerire domande più profonde: Dove stiamo andando? Abbiamo in mano la nostra vita? Siamo pronti alla precarietà di una partenza improvvisa, senza meta, senza sicurezze, senza alcuna certezza? Siamo pronti alla nostra partenza terrena?…
Ciò che rende unica questa raccolta, scrive Luca Cenisi nella sua prefazione, è la chiara naturalezza con cui egli riesce a condividere con il lettore la propria dimensione del reale. Un reale in cui trova spazio la bellezza e la contraddizione, un reale che fa della poesia ricerca interiore. Il viaggio dentro sé stessi si è come cristallizzato, non basta più mettersi in viaggio, è necessario andare incontro all’altro, sembra voler suggerire questa lettura a confronto.
La terra, i luoghi, il paesaggio così presenti nelle descrizioni poetiche di Bashō non riescono ad entrare nella modernità di questi piccoli flash. “Non sono mai stato un appassionato fotografo, –scrive Cecon nella postfazione- delegando a questa breve forma poetica le impressioni più significative di ogni mia esperienza.” Cecon individua un’altra grande assenza nel nostro percorso interiore: l’incontro con i luoghi, con il paesaggio, la natura. Ma riconduce alla poesia un ruolo fondamentale che è quello di guidare il singolo individuo alla scoperta di sé, primissimo passo necessario e cruciale per imbarcarsi verso il viaggio più importante che l’uomo dovrebbe iniziare: il viaggio verso l’altro.
Una raccolta, quella di Cecon, che ha il merito, come ha saputo ben evidenziare Luca Cenisi, di renderci consapevoli del fatto che ciascuno di noi è “in viaggio”, con il proprio bagaglio di emozioni, ad affrontare un cammino che non ammette deviazioni, ma che dev’essere imboccato con la convinzione di chi “attingendo poca acqua, conosce il gusto di cento fiumi”. (Bashō, Shūfū no gin)
Valentina Meloni 12/10/2015
Nodi nei capelli
Le regole della rosa (Emilio Paolo Taormina)
La rosa è metro atemporale dell’amore, orologio senza lancette scandito dai ricordi, dalle abitudini, dagli attimi sorpresi nel fluire degli eventi.
afa-
i tocchi
delle campane
sono svogliati
come petali
che cadono
In questa clessidra atipica i frammenti poetici di Emilio Paolo Taormina si susseguono e scorrono come granelli di sabbia; gli uni legati agli altri eppure gli uni indipendenti dagli altri: mimano all’unisono lo slancio del fiume verso il mare pur mantenendo ognuno una propria originale autonomia.
È una cifra stilistica personalissima e inconsueta che si definisce anche visivamente attraverso la pausa, scandita da continue spaziature, e versi brevissimi costituiti spesso da un’unica parola. L’andamento filiforme e verticale del verso rende il frammento poetico uno strumento ottico di precisione attraverso cui le immagini visive delle metafore ci introducono dolcemente nello spazio simbolico dell’autore: una stanza in bilico tra realtà e metasogno “una mano/ per fumare/ una sigaretta/ l’altra /per reggere/ il mondo”.
Proiettati nel paradigma poetico dell’autore ci si muove piano, con circospezione, attenti a non cadere su gli andare a capo che ci impongono di fermarci, riflettere, ripensare ogni parola, ogni significato con l’andamento spaziale e temporale personalissimo di una poesia che guida l’immaginazione. Eppure la levità del verso e la trasparenza delle immagini lasciano un margine di sospensione ampissimo entro cui ci si può perdere con le proprie memorie fuse a quelle dell’autore, entro cui le immagini, le cose, i nomi e i significanti assumono nuovi significati e più ampi spazi di percezione.
marzo
volge al termine
vedo alle mie spalle
tanti aprile
svaniti
come rugiada
del mattino
migliaia di anni
sono sommersi
in un sonno
profondo
un soffio
silenzioso
di clessidra
Luoghi atemporali, fusi di memoria su cui la lana del tempo si avvolge al ritmo della parola poetica. Compagna per la vita la solitudine è una presenza che, seppure poco nominata, impregna la carta, le parole, l’inchiostro. Lei stessa musa perché induce al colloquio interiore, alla riflessione, all’ascolto, all’attesa: non la si può ignorare pure entro questi spazi così visibilmente colmi di vita e di presenze discrete, è una regìa occulta che muove i passi del poeta attraverso un ritmo di malinconia, una maglia entro cui si impigliano i versi della vita.
la solitudine
ha impigliato
le unghie
nella lana
di un tenero
sguardo
ho freddo
Silenzi, malinconie, solitudini sono acque calme passeggere che non turbano la quiete apparente dei vissuti. Domina l’eterna meraviglia, bambina che non smette di giocare col pensiero, copula dell’immaginazione: il verso è un angolo visuale sempre nuovo che si muove attraverso la natura, i ricordi, l’andare del mondo, senza perdere quella freschezza che consola. Si morde la polpa del verso a piccoli colpi, finché d’improvviso non s’intravede il nocciolo: è lì, duro e rugoso, nella sua cruda concretezza, ne intuiamo la mandorla che non ci è concessa, sappiamo la sua forma ma non ci è dato di saggiarne l’amarezza.
I bambini
si rincorrono
come ombre
nella sera
passo fra loro
non si accorgono
che anche io
sto giocando
Resta la dolcezza di questo svelamento. La poesia è un frutto maturo da cui possiamo attingere, da cui possiamo trarre nutrimento, ma è anche albero che tiene il mistero della sua nascita racchiuso nel mallo e non sappiamo mai davvero quando e come fiorirà.
pudica
la vecchia cagna
vera
ogni anno
usciva fuori
dalla coperta
di terra
e fioriva
con le orchidee selvatiche
Le regole della rosa ci restano ignote, i loro petali sono misura di solitudini, di quei silenzi fecondi che sanno fiorire, maturando la bellezza senza svelare mai del tutto il loro mistero.
nel giardino
di dicembre
fioriscono
le rose
un tempo
le raccoglievo
per portarle a te
ora petalo
a petalo
cadono vanamente
nel fango
[ n a n i t a ]
14/03/2016
Biografia autore
Emilio Paolo Taormina è nato a Palermo nel 1938, Sue opere sono tradotte in albanese, armeno, croato, francese, inglese, portoghese, russo, spagnolo e tedesco. È presente in antologie e riviste internazionali. Pubblicazioni recenti: Archipiélago, traduzione in spagnolo di Carlos Vitale, editore: Plaza&JanesEditores, Barcelona 2002; Magnolie, traduzione in armeno di HakobSimonyan, Erevan 2007; Lo sposalizio del tempo, Edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni 2009, ristampa ampliata 2011; Inchiostro, (racconti), Edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni , 2011; Le regole della rosa, Edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2014. Su quest’ultima opera poetica Massimo Barbaro ha scritto una breve nota dal titolo Il bordo tagliente del silenzio.





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