Il viaggio verso l’altro. Scrittura e riflessioni a confronto.

Okuno Hosomichi Zu

manoscritto Oku-no-Hosomichi

 

La letteratura è una lente d’ingrandimento per misurare i cambiamenti e le trasformazioni dell’uomo. Ogni testo, ogni opera prodotta nel presente è in costante dialogo con le opere del passato. Da questo raffronto emergono riflessioni e considerazioni preziose per comprendere in quale direzione siamo diretti.

Un libro è un viaggio e la narrazione di un viaggio è un cammino profondo all’interno dell’uomo. Ho scelto un piccolo libro, anzi due piccoli libri per fare questa riflessione. Questo è anche il mio modo di mettermi in viaggio…

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Nella primavera del 1689 il poeta Bashō partì per il suo viaggio di poesia più lungo e creativo nelle zone del Giappone settentrionale. Percorse duemilacinquecento chilometri in centocinquantasei giorni. Dal viaggio nacquero alcuni dei suoi haiku più belli raccolti nell’Oku-no-hosomichi ossia “L’angusto sentiero del nord”.

Quasi quattrocento anni dopo, Andrea Cecon, moderno haijin appassionato di cultura giapponese intraprende il proprio viaggio personale attraverso un itinerario che tocca: India, Ucraina, Russia, Svizzera, Repubblica Ceca, Austria, Francia e Italia. Nel suo Haibun Italiani Cecon ripercorre la propria vita a ritroso dal 2004 al 2013 saltando ogni consequenzialità temporale e di itinerario, portando la propria testimonianza dei viaggi all’estero e del suo viaggio più intimo verso l’altro.

Raffrontando le due raccolte ho potuto notare alcuni tratti distintivi del genere Haibun che ricorrono nei dieci testi di Cecon, come ad esempio l’iscrizione nel tempo e nello spazio (ogni haibun è corredato di data e luogo) e l’assoluta libertà di espressione che caratterizza il genere haiku, in cui qualsiasi esperienza è degna di essere narrata. Altro elemento caratterizzante è dato dalla descrizione dei luoghi e del paesaggio. Luca Cenisi, fondatore e Presidente dell’Associazione Italiana Haiku (AIH) e della European Haiku Society (EHS), considerato tra i massimi esperti di poesia haiku a livello internazionale, ha evidenziato il valore poetico della raccolta Haibun Italianai ma anche il loro valore come testimonianza del reale.

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Basho e il compagno di viaggio Sora lungo la strada per Oku

Questo valore si manifesta anche in alcune caratterizzazioni che rendono questo genere letterario, ancora semi-sconosciuto in Italia, un ponte verso altre civiltà. Negli Haibun italiani mancano, infatti, alcuni elementi distintivi che ricorrono negli Haibun di Bashō. Il più importante è il fine del viaggio che è la Poesia. Quelli di Bashō sono veri e propri pellegrinaggi poetici in cui la poesia è protagonista: è filo conduttore che unisce le persone ai luoghi e i viandanti gli uni agli altri a testimonianza di una cultura profondamente diversa dalla nostra. Cito un passo come esempio. Bashō e il suo allievo Sogoro arrivano a Obane nei pressi del monte Nikko. La mattina della partenza Sogoro aveva indossato la tunica del bonzo e preso il nome buddista di Sogo (risveglio spirituale). A Obane incontrano un contadino che, ascoltando la loro storia e le loro difficoltà di viaggiatori, offre il proprio cavallo dicendo: “Prendete il mio cavallo e, quando si rifiuterà di continuare, rimandatelo con una buona pacca sul dorso”. I due lo presero e si misero in viaggio ma, partendo, corsero loro incontro due bambini. La bambina disse di chiamarsi “Kasane”-“multipla, variata”- nome così inusitato e affascinante che Sora compose all’istante questa strofa:

E’ un fiore?/certo questi occhi selvaggi/ sono due petali!

Uno dei molti passi meravigliosi in cui Bashō fa “parlare” il suo compagno di viaggio attraverso la poesia e così racconta delle persone incontrate lungo il cammino. La delicatezza di questo haiku rivela un mondo nel mondo che è nascosto negli occhi di Sora.

Nel primo dei suoi Haibun Cecon racconta del suo viaggio in Ucraina, a Kiev, dove ha rotto il muro della virtualità conoscendo di persona Yuliya ed Eugene, i parenti di Valeria, la sua compagna e moglie che compare nella narrazione da protagonista, in forma figurativa, attraverso le sue bellissime illustrazioni (altro elemento caratteristico del genere Haibun). Il primo incontro che avviene nella nostra civiltà è spesso rappresentato dall’incontro virtuale, Cecon evidenzia il disagio e la difficoltà che questo comporta. La narrazione di questa realtà ha un valore quasi antropologico: immersi come siamo nella tecnologia e nelle “distanze ravvicinate” facciamo fatica anche a renderci conto di quanto abbiamo perso e di quanto abbiamo acquistato in termini di valori umani, di incontro e di crescita. Le barriere non sono solo quelle fisiche, la distanza è un muro che viene eretto ovunque.

Emergono due elementi importantissimi per la rilettura del viaggiatore moderno: il paesaggio e i luoghi. Quelli che descrive Cecon sono luoghi di transito: aeroporti e stazioni, città e monumenti in cemento. Al contrario di Bashō, che si mette in viaggio per incontrare il passato, luoghi, alberi, paesaggi che hanno già cantato altri poeti, Cecon si mette in viaggio forse senza una meta precisa, spaesato dall’incomunicabilità che regna sovrana nei luoghi di transito e ovunque. Il suo mettersi in viaggio è la vita stessa. La vita lo porta ad andare: per lavoro, per amore, per svago. Nel primo haibun si affaccia un tema importante che ricorre in tutta la raccolta: quello del nonluogo. I nonluoghi per Marc Augé sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito, dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.

“Intorno a me è un muoversi continuo di persone di ogni età e nazionalità che sembrano fare tutte la mia stessa cosa con i loro tablet e portatili. Per un istante mi domando se anche loro hanno avuto esperienze simili alle mie…

la confusione sulle impressioni accumulate aumenta fino all’apertura del cancello per l’imbarco.”

Il tema dei luoghi di transito è ripreso al nono Haibun ambientato in Italia. Cecon si reca ad un appuntamento di lavoro vicino all’aeroporto e la sua riflessione si illumina

“Spesso mi è capitato di pensare a tutti gli aeroporti che ho visto, considerandoli degli spazi dove il tempo assume un significato diverso. Quando sei in aeroporto tutto sembra come cristallizzato: in fin dei conti sei partito, ma è come se non fossi ancora partito. L’arrivo è qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio. L’unica cosa che ti rimane in un solo momento è l’aeroporto; con i suoi suoni, i suoi visitatori, i suoi spazi e le sue atmosfere. Ho pochissimi ricordi legati ad incontri significativi in qualche aeroporto. L’assoluta atmosfera di transitorietà che ho percepito così distintamente, mi ha sempre frenato dallo stabilire un vero contatto con molte persone.”

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Illustrazione tratta da Haibun italiani

Con queste parole Cecon rende manifesta la definizione di Marc Augé facendo sentire prepotentemente la necessità e la mancanza di luoghi antropologici. Luoghi abitati da persone, paesaggi con viandanti e anima. Cecon da esperto Haijin lascia ad intendere, dà risalto all’assente, svela la mancanza più grande della società contemporanea: l’incontro.

L’incontro con i luoghi e l’incontro con l’altro sono connotati dalla fretta, dalle distanze, dalla mancanza di tempo, dalle barriere culturali, dalla distanza dell’essere. Cecon si sente estraneo a casa sua “uno straniero nella mia città” scrive e riflette su tutte le difficoltà incontrate che caratterizzano il suo, il nostro luogo d’origine: l’Italia. Comprendiamo come il viaggio sia un termine di paragone importante per il singolo individuo: è importante poter fare questa esperienza per creare una realtà migliore.

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Kawase Hasui: Matsushima, Futagojima – Honolulu Museum of Art – Ukiyo-e 

Il racconto del mito, legato ai luoghi e al ricordo, che ha una presenza fortissima negli Haibun di Bashō tanto da caratterizzarli, qui assume altre connotazioni. Il  mito confonde le definizioni delle cose, è uno strumento di comprensione potente che consente di simbolizzare le esperienze per trarne un insegnamento.  Bashō fa parlare ancora Soro per descrivere Matsushima, uno dei luoghi più belli del Giappone in cui emergono greggi di isole, alcune erette come un dito verso il cielo, altre mollemente sdraiate nell’acqua a descrivere un arco inclinato da est a ovest. Vi sono isole che sembrano portare un isolotto sul dorso e altre che se lo stringono al seno: isole-madri e isole-bambino.

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Tsuchiya Koitsu,Spring Rain at Matsushima Island

Fatti prestare le ali dalla gru

per raggiungere Matsushima

piccolo usignolo

Anche Cecon si confronta con il passato ma …  qui la poesia sembra non ricevere collocazione, la natura e il paesaggio neppure.

“Dopo l’autostrada, sulla destra appare una enorme costruzione monumentale in cemento: imponente, fantastica e orribile al tempo stesso. Impressionato, domando che cosa sia. “Un monumento di epoca sovietica dedicato alla grande guerra patriottica ed alle sue vittime” […] Anche un attimo prima di arrivare all’aeroporto passiamo vicini ad un più modesto monumento dedicato alla cosmonautica sovietica”

Con un salto temporale siamo proiettati all’indietro nella ex Unione Sovietica e poi in avanti verso mete spaziali.

Nebbia al decollo-

la voce del pilota

si fa confusa

Chiude in haiku Cecon al primo Haibun. La sensazione di smarrimento del poeta si propaga al pilota che invece di infondere sicurezza esprime tutti i dubbi di un imbarco immediato. La poesia qui è anche forma espressiva di un disagio inespresso, rivelazione ed estensione del proprio sentimento. Il pilota interiore non è anche la nostra coscienza? E se è un pilota d’aereo che imbarca molti passeggeri allora possiamo parlare anche di coscienza collettiva.

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Illustrazione tratta da Haibun italiani

Molti di questi Haibun, come quelli di Bashō,  sembrano volerci suggerire domande più profonde: Dove stiamo andando? Abbiamo in mano la nostra vita? Siamo pronti alla precarietà di una partenza improvvisa, senza meta, senza sicurezze, senza alcuna certezza? Siamo pronti alla nostra partenza terrena?…

Ciò che rende unica questa raccolta, scrive Luca Cenisi nella sua prefazione, è la chiara naturalezza con cui egli riesce a condividere con il lettore la propria dimensione del reale. Un reale in cui trova spazio la bellezza e la contraddizione, un reale che fa della poesia ricerca interiore. Il viaggio dentro sé stessi si è come cristallizzato, non basta più mettersi in viaggio, è necessario andare incontro all’altro, sembra voler suggerire questa lettura a confronto.

La terra, i luoghi, il paesaggio così presenti nelle descrizioni poetiche di Bashō non riescono ad entrare nella modernità di questi piccoli flash. “Non sono mai stato un appassionato fotografo, –scrive Cecon nella postfazione- delegando a questa breve forma poetica le impressioni più significative di ogni mia esperienza.” Cecon individua un’altra grande assenza nel nostro percorso interiore: l’incontro con i luoghi, con il paesaggio, la natura. Ma riconduce alla poesia un ruolo fondamentale che è quello di guidare il singolo individuo alla scoperta di sé, primissimo passo necessario e cruciale per imbarcarsi verso il viaggio più importante che l’uomo dovrebbe iniziare: il viaggio verso l’altro.

Una raccolta, quella di Cecon, che ha il merito, come ha saputo ben evidenziare Luca Cenisi, di renderci consapevoli del fatto che ciascuno di noi è “in viaggio”, con il proprio bagaglio di emozioni, ad affrontare un cammino che non ammette deviazioni, ma che dev’essere imboccato con la convinzione di chi “attingendo poca acqua, conosce il gusto di cento fiumi”. (Bashō, Shūfū no gin)

 

Valentina Meloni 12/10/2015

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7 pensieri su “Il viaggio verso l’altro. Scrittura e riflessioni a confronto.

    • Sì, mettendo a confronto queste due letture emergono con prepotenza le assenze. Io ne ho colto solamente alcuni tratti maggiori ma invito a leggere entrambe i testi. Naturalmente “L’angusto sentiero del nord” è un classico che non deve mancare nella bisaccia del “viaggiatore” è una delle scritture d’ambiente antiche più bella che conosca e faccio fatica a trovare nell’attuale scrittura la medesima connotazione posta tra mito, realtà e poesia che caratterizza la scrittura di Basho.

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