C’è Nessuno?

C’è Nessuno?

Recensione a cura di Valentina Meloni

 

C'è Nessuno copertina

“Le cose sono unite da legami invisibili,

non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella.”

(Galileo Galilei)

C’è nessuno? … No, non è rivolto a voi, anche se, nella settimana post- Ferragosto, è lecito farsi questa domanda, sono qui al pc a scrivere nella “frescura” agostana per presentarvi un altro romanzo. Questo titolo mi ha fatto venire in mente una lunga serie di citazioni che, bontà mia, ho deciso di risparmiarvi, mi limiterò a ricordarvi solo di Ulisse nell’episodio del Ciclope, alla cui domanda : “Qual è il tuo nome?” rispose di chiamarsi Nessuno… Ve lo ricordate? Bene, eccolo rispuntare il signore Nessuno, stavolta in una veste meno prosaica e nient’affatto epica,  eroica? -chiederete voi- neppure … Il signor Nessuno , al contrario, sembra essere proprio il prototipo dell’antieroe… e allora?

C’è nessuno? E’ una domanda –e un titolo- meno banale di quel che, a prima vista, potrebbe sembrare. Anche essere “nessuno”, infatti, comporta un certo rischio di responsabilità. E questo fantomatico Nessuno, sebbene sia, appunto, nessuno, in realtà oltre ad essere l’io narrante di diversi capitoli è anche il personaggio principale del romanzo, edito da Onirica Edizioni.

Chi è Nessuno? L’autrice, Daniela Cattani Rusich, lo descrive attraverso le parole di Sara, la ragazza con lo zainetto, coprotagonista del romanzo e, nel medesimo tempo, protagonista  della sua storia, in maniera ironica e molto realistica:

“É buffo con quei pochi capelli disorientati in testa…uno qua, uno là, gli spuntano sul capo alla stregua di ciuffetti d’erba secca, conferendogli un’aria stramba, solitario tocco di follia sul viso anonimo e occhialuto, piantato su un corpo lungo e dinoccolato”[1]

Il signor Nessuno, sembrerebbe un personaggio piuttosto insignificante e che sia nessuno ci viene confermato anche dal fatto che non ha un nome, o quantomeno nel romanzo non viene mai menzionato, pertanto non c’è dato di conoscerlo, ma-oserei dire- neppure immaginarlo, abituati e quasi disinvolti nel lasciarci andare alla sua “nessunaggine”. Eppure è soprattutto lui, cristallizzazione dello stereotipo dell’uomo qualsiasi con la propria ingenuità, con il semplice lasciarsi andare allo scorrere inarrestabile degli eventi a determinare i principali avvenimenti[2] come ci preannuncia Ariase Barretta nella prefazione.

D’altra parte ce lo racconta egli stesso nella descrizione del suo fine-settimana: ”…anche la mia vita è un’immane schifezza: abito solo, il frigorifero perennemente vuoto, nessuno al mondo per cui io conti davvero. Mi sento una specie di uomo invisibile. Un “qualunque” invisibile.”[3]

Un uomo invisibile, dunque, come invisibile è la sua esistenza, con tutto il bagaglio di sofferenze che spesso l’invisibilità si porta dietro, soprattutto nei ricordi, come quando, ad esempio, si lascia andare al ricordo della sua infanzia parlando della madre: “Ricordo il periodo dell’infanzia: era bella e dolcissima. E quante ne ha dovute sopportare, senza farmi mancare nulla, nonostante l’assenza di papà! Ne abbiamo passate tante noi due.”[4]

Dietro questa vita apparentemente insignificante però si cela un improbabile “eroe sfigato”, un eroe dei nostri giorni, certo, inconsapevole d’esserlo e un po’ goffo, impacciato e vagamente pagliaccio, che, compiendo le sue azioni giornaliere, si tira dietro i fili delle esistenze di più personaggi, le cui vite sono abilmente intrecciate nel corso della narrazione con fluidità e meticolosa organizzazione dalla Rusich, “senza scivolare mai nell’incoerenza o nella contraddizione”[5], come A. Baratta evidenzia nell’introduzione.

Il primo dei suddetti personaggi che incontriamo, il cui nome- come vedremo anche per altri personaggi- delinea già da subito la sua personalità è “Il Losco”. Come, appunto, suggerisce il nome egli non è certo un tipo raccomandabile, tuttavia, scoprirete a sorpresa, andando avanti nella lettura, quale sia il suo insospettabile passato prima che diventasse un maldestro e incallito borseggiatore.

Nel secondo capitolo si delinea la storia di Sara, che abbiamo citato poco sopra, “una giovane donna, impulsiva, molto bella e intelligente ma scalmanata come poche”[6] la dipinge così, in pochi tratti, la Rusich. Lei e il suo ragazzo Steven vogliono coronare il loro sogno d’amore fuggendo in Liguria, senza dire nulla alla famiglia di lei. L’amore vero non conosce ostacoli, tuttavia un pizzico di fortuna non guasta mai…e ai due giovani innamorati, come scoprirete più avanti, sarà di grande aiuto.

Nel quinto capitolo troviamo la descrizione di “una vita da cani”, che non è una metafora, stavolta, infatti, il protagonista della storia è proprio un cane. Il nome? Grugno! Vi lascio intuire che vita possa aver fatto lo sfortunato cagnolino, prima abbandonato dalla madre e quindi finito in un canile, poi adottato da una famigliola che però, come spesso accade nella realtà, lo abbandona alla prima occasione… E’ proprio il caso di dire che “la vita ha due mani grandi: una per togliere, l’altra per dare”[7] come ci ricorda l’autrice in una delle sue citazioni, a metà tra il detto popolare e l’aforisma, poste sempre a chiusa di ogni capitolo.

Questa citazione sembra riferirsi anche alla vita di Patrick, scrittore statunitense di successo, alto, biondo, e con la barba volutamente incolta di quelle che fanno intellettuale[8]. Vicino di casa del signor Nessuno che “incautamente” si lascia andare ad un’insolita amicizia, non priva di un pizzico di gelosia, evidente in alcuni piccoli tratteggi sarcastici delle movenze dello scrittore: “ Subito dopo il primo round di “salamelecchi”, citofoniamo a Patrick. Alcuni minuti d’attesa e voilà: scende saltellando sulle scale con la disinvoltura di Gene Kelly, vestito da dandy, profumato come la regina Maria Antonietta e con un sorriso che lo prenderesti a sberle senza pensarci né uno, né due. Le ragazze se lo mangiano con gli occhi e lo salutano piene di entusiasmo.”[9]

Altro personaggio chiave delle vicende che si intrecciano, come tanti fili, nella vita del signor Nessuno, è Claretta, una vedova di settantasei anni che è ancora autonoma e se la cava più o meno bene in tutto [10]anche se è sola.

Nel frattempo il signor Nessuno che fine ha fatto? Beh più o meno la solita noiosa vita di “solitario sfigato” a cui , tornato a casa, dopo aver fatto la spesa, le uova (la sua cena) rovinano in terra, lasciandolo digiuno e col pavimento da pulire: “Brontolando, prendo dal ripostiglio il Mocio vecchio di tre anni e rimuovo con cura ogni traccia del misfatto. Per la casa si diffonde l’inconfondibile olezzo di cadavere putrefatto, sprigionato dall’ormai abusato attrezzo del mestiere: Terminate le operazioni di pulizia, comincio a distribuire i vari prodotti nella dispensa e nel frigorifero”[11]

Certo, al signor Nessuno “basta stare in pace e condurre un’esistenza normale…magari con un po’ meno di sfiga, ecco: quella non sarebbe una cattiva idea!… ma, come sempre, si trova a dire “sospetto non sia segnata sul calendario del mio destino”.[12]

La Rusich tratteggia tutti i personaggi con grande attenzione, li caratterizza nel fisico, nelle espressioni, nel parlare e nelle vicende con apparente naturalezza. L’intreccio ben riuscito, le consente anche di giocare con ironia con la loro vita passando da scene tragicomiche a eventi tragici e commoventi con grande disinvoltura. E’ il caso, per esempio, di Felice Malasorte, poliziotto dall’esistenza felice ma ingrata, appunto, nella sorte che gli è riservata…Tuttavia il destino non negherà neppure a lui un risarcimento morale e lo renderà protagonista di un felice epilogo.

Accanto al signor Nessuno aleggia una figura quasi surreale, esistente e inesistente al medesimo tempo, per più personaggi della trama. “Laura non ha avuto una vita facile. Da quando suo padre aveva abbandonato la famiglia, era cresciuta con la madre che mia più le aveva parlato di lui.”[13]

Compagna d’ufficio del signor Nessuno e “fidanzata senza saperlo” con lui, è al centro della vicenda più commovente di tutto il romanzo, che s’intreccia con quella di un altro personaggio: “Il Barbone”. Una figura emarginata e ai margini del romanzo anche, il cui passato  lo ha portato a vivere sulla strada, ma a cui, la sorte, intrecciando i fili delle esistenze ha riservato un inaspettato epilogo.

Ventisei capitoli, poco più di cento pagine che si leggono tutte d’un fiato, un lessico semplice e colloquiale variegato in tutte le lingue dei personaggi,   una storia divertente, ironica e a tratti commovente,  che ne contiene tante altre, e che si snocciola in un crescendo di emozioni e travolgimenti fino a giungere ad un progressivo momento di agnizione che coinvolge il lettore e tutti i personaggi, fuorché uno…

Tanti personaggi, tante storie diverse, e tanti intrecci di un unico filo: la vita intessuta con sapienza dai passi dinoccolati del Signor Nessuno a cui nessuno però (passatemi il pasticcio di parole) ha detto di aver “salvato quel  piccolo microcosmo di vite” che è il romanzo, anche se, forse, lo scoprirà, grazie all’abile espediente letterario dell’autrice  che ha inserito il romanzo nel romanzo, forse per farci credere che infine, l’unico vero autore di tutta la storia è sempre e solo lui: Nessuno!

 (Valentina Meloni)

 

Note


Daniela Cattani Rusich                                                                         

daniela cattani rusich   Daniela è scrittrice, poeta, pubblicista, editor e performer; fa parte della redazione del sito Poetika.it, collabora con Onirica Edizioni come editor e direttore creativo, realizza videopoesie, videoletture e segue progetti collettivi. Partecipa spesso a eventi, reading, presentazioni e performance, che organizza anche per altri autori. Nasce a Milano, da madre greca e padre friulano.  Dopo aver frequentato lo IULM, si specializza in relazioni pubbliche e fa praticantato presso due testate locali della provincia di Milano, ottenendo il libretto di pubblicista.

La sua prima opera edita, una fiaba del 2006, viene inserita nel volume L’angolo fatato – collana Fantagraphia, LiberodiScrivere editore. Numerosi suoi testi, sia in prosa, sia in poesia, sono presenti in antologie di autori vari, pubblicate da Aletti, Giulio Perrone, Albus, LDS, Liminamentis e Onirica edizioni. La sua prima silloge “Rendimi l’anima”- Edigiò, arriva terza al concorso nazionale “Poetando” della Albus e finalista a quello della Montedit nel 2008.    Ottiene alcuni riconoscimenti, segnalazioni di merito e il primo premio nella sezione racconti con “Porrajmos- l’olocausto zingaro” al concorso artistico internazionale “Them romano” 2008;  l’anno dopo si classifica prima al concorso “Un monte di poesia”, con la lirica “Segreta”, che dà il titolo alla sua seconda silloge.

Nel 2009 si concretizza anche l’esperienza di “Malta Femmina”: un romanzo corale pubblicato con Zona editrice e scritto da quindici autrici di tutta Italia, al quale ha partecipato nel ruolo della zingara Kali. Nel 2010 la poesia “Mia viandante senza tempo è premio della giuria al concorso nazionale “Massa città di mare e di marmo” e al Trofeo Colle Armonioso dell’Accademia Alfieri di Firenze.
Dal 2010 ha curato diverse antologie per Onirica e Albus Edizioni. Nel 2011 la sua silloge “Segreta” si è classificata fra le cinque finaliste tra le sillogi migliori degli ultimi dieci anni.  Nel settembre 2011 è uscito il suo romanzo, brillante e tenero, “C’è Nessuno?” per Onirica Edizioni.

[1] Pag.18

[2] Introduzione pagg.5-6

[3] Pag.23

[4] Pag.22

[5] Introduzione pag.6

[6] pag.17

[7] pag.26

[8] pag.27

[9] Pag.67

[10] Pag.38

[11] Pag.42

[12] Pagg 43-.44

[13] Pag.51

L’Italia è un bosco

L’Italia è un bosco

recensione a cura di Valentina Meloni

dedica l'italia è un bosco

“Il bosco è un universo di significati, di citazioni, di immagini, di sensazioni  e di ricordi.

E’ una delle parole più presenti nell’esistenza di tanti.”

(T. Fratus, L’Italia è un bosco)[1]

L’Italia è un bosco, ed è bene ricordarlo, perché nonostante non si faccia altro che parlare di alberi, di boschi e di natura è bene che ci sia qualcuno che ce li racconti davvero, che nei boschi ci sia stato, abbia camminato, che abbia parlato, abbracciato, amato gli alberi e che sappia chiamarli con il loro proprio nome. “La conoscenza botanica non è una forma di sapere scientifico, nozionistico; è innanzitutto un sapere artistico: significa avvicinarsi al disegno di Dio o a quello dello spirito della Madre Terra(…) saper riconoscere una specie, attribuire un nome preciso, distinguere le forme e i colori delle foglie, le geometrie dei semi e dei fiori, le architetture dei tronchi e le manifestazioni grottesche dei grandi alberi antichi. Non è mera scienza: è arte, è poesia, è letteratura!” [2]

Lo ricorda Tiziano Fratus[3] nella sua ultima fatica letteraria corredata da sedici splendide fotografie che è a metà tra la passeggiata filosofica e un percorso naturalistico-spirituale: “L’Italia è un bosco” non è una guida, è un modo, è un aiuto a incontrare gli alberi […] è un libro filosofico come ci racconta la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini in Fahrenheit.

Leggendo questo passo mi viene in mente la critica di “indeterminatezza” che Irène Némirovsky muoveva a Leopardi[4] e l’altra autocritica, più recente, di un caro amico scrittore e poeta che, mentre passeggiavamo insieme per Villa Demidoff, denunciava la sua grave mancanza nel non conoscere “il nome “ degli alberi. E’ vero si perde la poesia in questa indeterminatezza, una poesia che può essere persino antidoto al dolore. “ I parchi romantici-scrive Tiziano- che decorano le ville storiche sono stati decorati per narcisismo, molto spesso per vanagloria, per ostentare la grandezza del casato, oppure per vero amore nei riguardi degli alberi. Ma non rari sono i casi in cui alla base della decisione sta un dolore, come se piantar siepi di bosso, filari di carpini e boschetti di specie esotiche fosse l’antidoto giusto per curare un buco nell’anima”.[5]

Fratus ha un percorso poetico di tutto rispetto e io ho apprezzato la sua poesia prima della sua prosa, prima di arrivare a capire che per far parlare il paesaggio necessitano parole semplici e termini scientifici, gambe forti e perseveranza. Il suo scrivere è un tornare autentico alla terra, laddove la minuziosa descrizione del sentiero per raggiungere i luoghi dell’anima si unisce alla profondità della riflessione filosofica e alla poesia della parola che indugia nel particolare, nell’apparente insignificante che sfugge alla disattenzione; parola che si fa armonia nel proprio percorso d’introspezione, e canto di conciliazione nel perfetto incastro tra uomo- radice e paesaggio: ”L’alfabeto degli alberi sta sfumando nella canzone delle foglie” (William Carlos Williams.)[6].
E’ uno scrivere pungente quello di Fratus, ricco di spunti di riflessione, di satira e piccole critiche puntuali, uno scrivere non solo poetico nell’accezione poetica che siamo abituati a pensare, ma vero, terragno, senza fingimenti, laddove descrivere la natura significa anche dover piegar la schiena alla sua grandezza, alla fatica e ai sacrifici che sono necessari persino per goderne…

“Oggi si fa tanta filosofia sul ritorno alla terra e sulla poeticità del lavorare la terra, ma chi ne parla non ha mai dovuto piegare la schiena, non sa quanta fatica e quanti sacrifici si devono fare per avere un raccolto dignitoso. E’ uno dei tarli della nostra epoca, che l’università e certe scuole formino l’idea che la terra sia diversa da quel che è.”[7]

Mi piace Tiziano, ormai lo sanno tutti, mi piace perché è una di quelle persone che dice (scrive!) quello che pensa, e ancora di più perché è uno scrittore sui generis che non vuole imitare nessuno, che è consapevole di quello che è, della sua provenienza e che ha un proprio percorso, dinamico, eclettico, randagio, caotico e rivoluzionario nella sua perseverenza. “Mio padre era falegname. Sono cresciuto con addosso l’odore del legno lavorato.(…)Ho il rimorso di non aver appreso i rudimenti del mestiere da mio padre, anche se si tratta di un sentimento che si smorza quando penso alle mani dei miei…”[8] Fratus scrive di pancia, di testa e di radice, è un poeta, un uomo vero collegato al paesaggio vero, che non fa una moda di quel che è e di cosa fa, ma che trova la sua dimensione in ciò che gli piace e che lo fa stare bene.

“Viviamo in un’epoca di ritorno ai boschi, alla campagna, alla natura. (…) Mi chiedo però quanto ci sia d’autentico in questa moda. (…) Sto covando l’idea che spesso si tratta di natura “in prestito”: la tagliamo su misura, striscioline composte e ordinate che poi depositiamo con cautela su un tavolo trasparente, in accordo con le attuali categorie sociali e filosofiche, ma fors’anche più estetiche e comunicative. (…)La nostra è una natura addomesticata, da cartolina, che ci serve più di quello che realmente sta là fuori. È tanto semplice capire che nei nostri passi non siamo l’inizio e non siamo la fine di niente: è una constatazione facile da fare frequentando la natura, immergendosi in quel che chiamiamo natura. L’umiltà che ne dovrebbe derivare spesso collide con l’esaltazione dell’ego, che invece oggi la fa un po’ da padrona ovunque.”[9]

Umiltà è ciò che si respira in questa passeggiata filosofica che ci accompagna a conoscere gli alberi, Fratus li descrive con una misura poetica, annotando con minuzia ogni particolare del paesaggio che lo fa vibrare di vita, e queste vibrazioni passano al lettore pressoché intatte, come se egli stesso fosse presente a quell’incontro. “Oggi che i boschi hanno smesso di vestirci, di nutrirci, di proteggerci, sono diventati palestre dell’anima, è qui che possiamo venire ad alleggerirci, a sgrassare via il nero, l’ossessione, la furia. Provare davvero a vigilare sui nostri pensieri come un pescatore vigila sui pesci di cui si nutrirà”[10]

Ma gli alberi sono esseri vivi e hanno una storia per chi la sa raccontare, Tiziano ce la racconta con semplicità attraverso i suoi propri occhi; gli alberi a ben guardare sono una bellissima metafora esistenziale, hanno una nascita, una vita, malattie e infine muoiono anche loro come noi… Far vivere gli alberi anche dopo la loro morte, tramandare la loro storia, è un percorso culturale che ci ricongiunge al paesaggio e che ci rende armonici con la natura.

Arrivato alla Selva di Chambons, Fratus assiste alle conseguenze di una tempesta che si è abbattuta sul larice più antico e ce la descrive nella sua furia distruttiva, ma resta il ricordo di quel che resta e vivo nelle parole; mi conforta sapere che qualcuno ha ancora il sapore del ricordo da mantenere in vita: “Se avrò mai dei figli, un giorno, li porterò qui e gli racconterò di un gigante che in questo punto delle Alpi è vissuto per cinque o sei secoli, un monumento della natura amato da gente dal cuore puro”.[11]

Fratus è un uomo che attraversa il paesaggio alla ricerca di connessioni spirituali[12], le cerca e le trova e le descrive con sapienza attraversando quei luoghi in cui la storia degli uomini s’incrocia con quella della natura. Così nel silenzio elementare della foresta del Latemar[13]dai cui legni ad anelli sottili e regolari i liutai hanno per secoli ricavato il legno per realizzare violini, cetre, contrabbassi, arpe e altri strumenti, Tiziano ci riporta alle suggestioni del luogo che passano dal mistero alla poesia, dalla tragedia alla leggenda con la disinvoltura propria che sempre accompagna questi boschi. ”Ritrovo alcuni larici innevati ancora gialli in punta, uno sposalizio perfetto di sfumature questo che si viene a creare fra il bianco immacolato della neve  e il giallo gonfio d’autunno. Ho sempre pensato che le conifere si esaltino sotto la neve, è come se non aspettassero altro, di metter su l’abito buono, quello giusto per andare al Gran Galà del generale Inverno. La neve esiste per saltare la bellezza delle conifere e le conifere esistono per esaltare la bellezza della neve”[14].
Questa suggestione della neve l’ho provata di persona diversi anni fa lungo le rive del Lago di Carezza (ma anche in altri luoghi) e quando ho letto questo capitolo, sono tornata ai miei ricordi e ho pensato che io stessa, rapita dallo stupore, non ho mai saputo descriverli in alcun modo, presa da una sorta di “rigor pulchritudinis”, resa impotente dalla sublime bellezza che c’è nella semplicità delle cose. Ho una predilezione per le conifere da quando sono bambina e leggere questo passo mi ha fatto vibrare l’anima come fosse un arco di violino di quel legno tagliato e cesellato da maestri, ma prima ancora dal vento, dall’acqua, dalla neve e dal silenzio della foresta. Anch’io, come te Tiziano, resterei lì in eterno, in attesa che dai piedi si gettino radici.[15]

In questa foresta-continua Fratus- non c’è bisogno di andare a cercare alberi straordinari, è già tutto monumentale. Quel che osservo è il bianco sonoro che ama Davide Sapienza: sarebbe felice come un bambino se fosse qui con me, saremmo due bambini felici che si tengono per mano in questo spettacolo senza tempo“.[15 b]

Questa citazione per me racchiude una filosofia di vita , se vogliamo definirla così, in cui ho scelto di vivere per la maggior parte del mio percorso di osservazione naturalistica. Prediligo i grandi boschi ai grandi alberi monumentali, i monumenti collettivi a quelli solitari, perché ho sempre visto l’albero come una parte del tutto, protagonista insieme ai suoi fratelli e all’intero ecosistema del benessere collettivo e del percorso storico, religioso, sociale dell’intera vita sulla Terra. Le alberografie dei grandi alberi monumentali hanno una grande importanza, sia ben chiaro, e nutro un vivo interesse per tutto ciò che li riguarda, la loro storia deve essere trasmessa e divulgata e tutelato il loro benessere, ma la stessa rilevanza, a mio parere,  deve essere riconosciuta agli ecosistemi delicati e ai grandi organismi viventi che sono le foreste e i boschi nella loro interezza. Sono essi stessi monumenti viventi e i grandi alberi monumentali a loro tempo sono stati, in alcuni casi, parte di questi grandi ecosistemi.Riconosco la rilevanza culturale de “L’Italia è un  bosco” anche per questa attenzione alla “collettività arborea” che tanti appassionati apprezzano da anni nella loro piccola storia di uomini e donne radice.

“Vengo da un mondo di uomini dove sono nato e in questo mondo mi consumerò, anche se nel sangue allevo abeti e coni di sequoia”. [16]Scopro così che anche Tiziano probabilmente ha una predilezione per le conifere, e che non è un albero ma, come tutti i veri poeti, tende ad assomigliargli, e a confondersi con il paesaggio.

Tuttavia è su di una radice di ginepro secolare, ginepro licio (Juniperus phoenicea) per la precisione, che l’Homo Radix si chiarisce sulla differenza abissale fra l’idea di poeta che matura in ambito editoriale e letterario e l’idea del poeta che vive nel mondo reale[17]. Sotto la cupola di questo antico ginepro potrete leggere le note scritte di coloro che vengono ad omaggiare Tziu Efisiu Sanna, uno di quei poeti veri, morto pochi anni fa, non di lettere, ma di vita, un uomo che rifiuta la società, che ne contesta valori e dinamiche, che volutamente vive ai margini, ed è un cantore della semplicità e della libertà[18]. E’ così che un albero diventa la casa del poeta, Efisio, che per dieci anni ci vive assieme alla moglie per difenderlo dalle speculazioni ordinarie a beneficio degli idoli del dio denaro …e poi ci torna, nella vecchiaia, per raccontare agli ospiti la storia, la storia di un albero, la storia della Casa del Poeta.

Una storia che sopravvive ai protagonisti, è questo che mi apre il cuore alle possibilità della parola, ”Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni. Ai poeti del quotidiano. Ai “vincibili” dunque…” come scriveva Cervantes[19], perché, “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo.[20]

Voglio terminare il viaggio attraverso i boschi d’Italia con le stesse parole di Fratus che in quei boschi ci invita saggiamente a perderci:

“Questo libro è un invito a fermarsi e a perdersi tra i tanti boschi e parchi d’Italia, a lasciarsi andare di fronte al vento forte, quando l’elettrostaticità dell’aria ti avvicina alle altre creature. È un invito a riconoscere altri tracciati rispetto a quelli urbani più consueti, e a ritrovarsi immobili di fronte all’urlo silenzioso di un cielo infuocato al tramonto, quando non sai come abbracciare tutto quel colore che brilla, che luccica, che sprigiona energia, che ti cattura e t’inchioda, che ti apre i polmoni e ti spalanca gli occhi… quel mare dove l’universo che conosciamo nasce e muore ogni santo giorno.”[21]

(Valentina Meloni)

 Note

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[1] Introduzione XV

[2] Introduzione XVII

[3]

Copyright © Paolo Tangari Photographer - All rights reservedTiziano Fratus (1975, Bergamo) ha abituato i suoi occhi di bambino alle distanze della pianura e li ha corretti in adolescenza sulle colline del Monferrato. Studi irregolari, è sempre stato inquieto finché non ha iniziato a viaggiare per assaggiare la polvere di minuti spazi teatrali e promuovere le traduzioni delle proprie opere in versi. Ha fondato il Festival Torino Poesia che ha diretto per quattro anni e le annesse edizioni.Le sue “poesie creaturali” sono state pubblicate in vari volumi – Il molosso (2005), Nuova Poesia Creaturale (2010), Creaturing. Selected Poems (2010), Gli scorpioni delle Langhe(2012) – tradotte in sette lingue, sono apparse in antologie e riviste internazionali. La nuova raccolta, Un quaderno di radici, uscirà nella collana Zoom Poesia di Feltrinelli.Durante i viaggi in nord America, Europa e sud est asiatico ha iniziato a visitare i grandi alberi e a perdersi nel silenzio cantato dei boschi vetusti, partorendo i concetti di Homo Radix e alberografia che hanno fecondato quindici titoli, mostre fotografiche, itinerari disegnati in varie città e regioni, oltre alla rubrica “Il cercatore d’alberi” sulle colonne del quotidiano “La Stampa”. Fra i suoi precedenti libri si ricordano Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli), Il sussurro degli alberi (Ediciclo) e l’illustrato per bambini Ci vuole un albero (Araba Fenice). Ampia è anche la sua produzione in versi, con traduzioni in otto lingue; fra le sue raccolte la più recente è Un quaderno di radici e foglie. Conduce passeggiate alla scoperta dei grandi alberi.

[4] “l’errore dell’indeterminatezza, per la quale, a modo d’esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore d’indeterminatezza che si alterna con l’altro del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (…), tutti gli uccelli a usignuolo”.(Irène Némirovsky)

[5] Pag.45-46

[6] Citazione riportata da pag. 65

[7] Introduzione XV

[8] Introduzione XV

[9] Introduzione XVIII-XIX

[10] Introduzione XV

[11] Pag.11

[12] Introduzione XII

[13] Cap.6 pag.19

[14] Pag.21

[15] Pag.23

[15 b] Pag.22- Davide Sapienza (Monza, 1963) è uno scrittore, traduttore, giornalista e viaggiatore italiano autore di svariati libri tra cui “La musica della neve”, Ediciclo Editore,

[16] Introduzione XII

[17] Pag.140

[18] Pag.140

[19] “Ai poeti del quotidiano” Miguel de Cervantes,- “Don Chisciotte” 

[20] Dal discorso di John Keating interpretato da Robin Williams nel film “L’attimo fuggente”

[21] Introduzione

Notte di San Lorenzo

"Notte di San Lorenzo", Anna Crema

“Notte di San Lorenzo”, Anna Crema

 

E le stelle

ci stanno a guardare…

a volte -però- cadono

forse per raggiungerci

-oppure-

per incontrare il mare.

(Nanita)

 

Il canto dei fiori

arte-semplici-dettagli-del-quotidiano-protago-L-8Ql4Kn

 

Non avevo ascoltato

il canto dei fiori

e ho trovato sfiorita

la mia sinfonia

entro un bocciolo

sciupato dal tempo…

ho scoperto, però,

che c’è una bellezza

-e un canto di vita-

anche nella morte,

nell’appassire del sogno,

nel suo ricordo,

nell’ornare la terra arida

di petali di grazia.

( Valentina Nanita)

Dolcissima sapienza

Cara Nicoletta la lettura di “Grembo” è, e sarà, per me fonte di grande ispirazione nel sentire comune di una crescita senza tempo, attraverso le molteplici maternità di donne-grembo, che, come te, ho avuto la fortuna di incontrare e da cui ho molto appreso. Grazie di cuore

Avatar di Nicoletta NuzzoNicoletta Nuzzo

mother and daughter, olga suvorova

“Il grembo è prima di tutto quello materno, in cui si ha la primissima definizione corporea. Ma il principio della corporeità è solo l’inizio della nascita, perché poi nell’arco della propria vita è necessario partorirsi più volte. E perché si avveri la nascita, ci si deve staccare, il distacco che deve avvenire, com’è naturale che sia, dalla Madre di tutte le cose (Mater Matuta) in primis “Non mi sarei staccata da te /se non avessi sentito il primo morso dell’aria sulla pelle”  e poi dalla propria madre naturale, “Lasciami madre/nel desiderio perfetto dell’incompiuto”  per cercare nella differenziazione quella definizione dell’essere che può attuarsi solo nell’affermazione di ciò che non si è. E dopo il “non sono”,  la figlia non più “solo figlia”, esercita l’accadere “Accado insieme al tempo/che mi percuote/ mi morde/diventa mio” e poi la storia che è già divenire nel fiorire dell’ “io sono”: “Fiorirà il…

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Grembo di Nicoletta Nuzzo

Grembo di Nicoletta Nuzzo

recensione a cura di Valentina Meloni

grembo

“Poesia è sentire le cose in stato nascens”

(Stéphane Étienne Mallarmé )

 

“Nel grembo/ il nido è tiepido /di parola ” è una poesia dal titolo “Parole” della raccolta poetica “Portami negli occhi” che precede “Grembo” di un anno. Piccola poesia, sintetica e potente che dà la dimensione poetica del sentire nuzziano. Risalire alla parola e alla propria nascita per ri-nascere. Questo seme pone a dimora Nicoletta Nuzzo* nel suo Grembo“, raccolta di sessantasei liriche edita da Rupe Mutevole Edizioni in una bella e curata edizione del 2012. Grembo è un luogo-non luogo, un luogo fisico certo, ma anche spirituale, materico e nel medesimo tempo eterico, un luogo in cui principia “ciò che ancora non ha forma, sussulto e premonizione”, [1] come suggerisce Antonella Giacon nella sua bellissima e acuta introduzione.

Il grembo è prima di tutto quello materno, in cui si ha la primissima definizione corporea. Ma il principio della corporeità è solo l’inizio della nascita, perché poi nell’arco della propria vita è necessario partorirsi più volte. E perché si avveri la nascita, ci si deve staccare, il distacco che deve avvenire, com’è naturale che sia, dalla Madre di tutte le cose (Mater Matuta) in primis “Non mi sarei staccata da te /se non avessi sentito il primo morso dell’aria sulla pelle.[2] e poi dalla propria madre naturale, “Lasciami madre/nel desiderio perfetto dell’incompiuto”[3] per cercare nella differenziazione quella definizione dell’essere che può attuarsi solo nell’affermazione di ciò che non si è. E dopo il “non sono”,  la figlia non più “solo figlia”, esercita l’accadere “Accado insieme al tempo/che mi percuote/ mi morde/diventa mio”[4] e poi la storia che è già divenire nel fiorire dell’ “io sono”: “Fiorirà il sì del mio corpo per abbracciare quello che non fugge e si offre/ e quello che è segreto e timido.” [5]

Nel ritrarre se stessa Nicoletta ha bisogno però della radice dalla quale cerca incessantemente e con dolore di staccarsi ma alla quale con nostalgia deve necessariamente tornare: “Non ero più tu ma non sono ancora io”. [6]  E come un’onda che per esistere ha bisogno della partenza e del ritorno così la Nuzzo cerca il suo viaggio” Dove sei vita nova?/hai abbracciato la mia fronte/ e schiuso il seme che moltiplica/, pigola questo giorno su di me/mentre io svanisco”[7]. Viaggio in cui cercare la propria vita, in cui fiorire da sola “io volevo accadere da sola/troppo sola/adesso non so quando fiorire/ (…) quando è l’andata e quando il ritorno/ridammi il ritmo del mezzogiorno/del temporale sulla loggia/della tua macchina da cucire.[8]

Una macchina da cucire che sembra quasi scandire il tempo, un tempo vorace , fatto di “attimi onnivori” [9]che risucchia con i suoi ricordi così materici e reali la neo-nata realtà presente. Un passare del tempo che fa quasi paura nella sua inconsistenza dovuta al distanziamento da esso stesso e dal proprio corpo: “Vivo dentro una fine infinita/ la paura è di casa/ ambiziosa/con i suoi rituali barocchi, /astuta/ mi ricatta con le benedizioni da un male imminente”.[10] Un tempo però che, nel presente, si fa colmo anche di speranza, di forza e di amore “Arriverà fino a te questo mio tempo presente/ed illuminerà il passato che c’è stato tra noi/poserà il sonno del gatto sulle nostre vicine solitudini”.[11]

“Grembo” è un inno alla madre per assenza di parola laddove – nella splendida definizione di Mallarmé“Le cose sono nella poesia per assenza, che è il loro lato più autentico. Infatti, quando qualcosa ci lascia, rimane più vera perché è incancellabile: sua pura essenza. E la stessa realtà si cela a se stessa. Inoltre, con questo gioco di assenza e presenza, le cose ci appaiono immerse nel flusso del tempo; si mostrano a noi come sempre nascenti. La loro presenza è un miracolo, il miracolo originario dell’apparire delle cose. Poesia è sentire le cose in stato nascens”. [12]

E la presenza materna in “Grembo” è tanto più evidente quanto più traspare l’assenza della parola “madre” che ricorre al pari della parola “padre” una sola volta all’interno dell’intera raccolta di poesie.

Certo, nel ri-partorirsi ci si reinventa madre di se stesse, le donne sono figlie e madri allo stesso tempo, e con la maturità si attua la maternità “perfetta” che implica una nascita consapevole e responsabile: “Faccio le cose due volte/prima senza accorgermene/ e poi con lo sforzo dell’intenzione.”[13] Per questo la parola “madre”, pur nell’assenza, è presente sottintesa e, a mio avviso, ha una duplice valenza per cui, quella seconda persona “te”, cui la poeta si rivolge, indica la madre e la figlia stessa.

La poetica di questa raccolta sembra essere quasi un’esortazione al proprio io per conoscersi, per definirsi, per chiamarsi, per assegnarsi un nome e infine incontrarsi: “Ho chiamato molte volte/e poi sempre più, / (…) è che non conosco abbastanza nomi/per chiamare quello che vivo/le cose, gli atomi, i visi, i pensieri/mi guardano attenti/non aspettano altro che uscire dal silenzio.” [14] 

Il poeta poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi” [15]lo dice Maria Zambrano, filosofa (studiata con attenzione da Nicoletta Nuzzo che l’ha riproposta nel suo percorso poetico di insegnamento a cui ho avuto il piacere e il privilegio di partecipare[16]) che ha fatto nei suoi scritti una meravigliosa apologia della poesia. ”Dovrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, –continua la Zambrano– di ciò che lo prende colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo trascina, ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito…”.

Essere rapiti dalla poesia e avvolti e contornati dalla parola è ciò che accade alla nostra autrice che in questo rapimento ricerca l’incontro con se stessa. Incontro che avviene con e nella parola: “stai dietro di me/ attenta alle mie parole/le avresti dette pure tu/ non saranno mai troppe/ davanti alla Legge degli uomini, / fa’ che io precipiti dentro di me/ fino al punto di incontrarti di nuovo/ per ogni passo oltre il confine”. [17]  Dove però “non c’è riparo/ non c’è difesa che parli il mio nome/e braccia/ per un corpo che ritorna seme”.[18]

Nella raccolta è presente questa voglia di vita che turbina e assalta da ogni verso in cui la parola  si fa confine e argine dell’io pelle “Ero senza differenze, con i margini ancora teneri/ poi un’increspatura/ come un ispessimento di argine /così la viva densità della parola”[19]; ma la parola è anche trampolino da cui tuffarsi “farò il salto/ e sarà qualcosa di non ancora spiegato/ il respiro ardito di chi cresce/ la lingua muta di chi torna”. [20]

 La parola di Nicoletta Nuzzo, questa madre dolcissima dai cui occhi traspare la forza vulnerabile del vivere in poesia,  è seme e inizio di un nuovo percorso, è essa stessa grembo entro cui tornare a vivere: “Sono uscita dal seme/ e mi sono riposta subito/ accanto alla scorza/ per non dimenticare l’inizio/ dal davanzale alla stanza il passo è stato chiaro/ avevo lasciato le mie tracce nel caso di un ritorno, /ero uno stelo non più racchiuso ma appena fiorito, / il fiato non era più sospeso, / l’ora era tiepida. Forse sto vivendo”.[21]

 (Valentina Meloni)

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Note

 nicoletta-nuzzo-feltrinelli*

Nicoletta Nuzzo

è nata nel 1955 a Galatina di Lecce. Dopo gli studi filosofici all’Università di Bologna si è interessata di Orientamento e Formazione Professionale e di Imprenditoria Femminile. Ha pubblicato : “Cronache di un gatto perfezionista” (Manni 2006), “Un gatto senza vanità” (Rupe Mutevole 2010) e “Portami negli occhi” (Rupe Mutevole 2011). “Portami negli occhi” ha vinto Il Premio Nazionale “Il Paese delle donne” 2011 per la Poesia e ha ricevuto la Menzione d’onore per il Premio “Lorenzo Montano-Anterem” 2012.

 

 

[1] da “Sul filo delle parole” di Antonella Giacon

[2] da “Mater Matuta” pag.43

[3] da “Légami” pag.60

[4] da “La storia” pag.61

[5] da “Vita nova” pag.13

[6] da “Radici” pag.20

[7] da “In viaggio” pag.33

[8] da “Ritratto” pag.21

[9] da “D’attesa” pag.15

[10] da “Ossessione” pag.19

[11] da “Arriverà” pag.65

[12] da “Filosofia e Poesia” di Maria Zambrano pag.129-130

[13] da “Fenice” pag.50

[14] da “Il nome” pag.30

[15] da “Filosofia e Poesia” di Maria Zambrano pag. 81

[16] “Poesia come percorso di identità” corso tenuto a Perugia presso la Biblioteca degli Armeni

[17] da “Incontro” pag.54

[18] da “Non c’è riparo” pag.40

[19] da “Argine” pag.34

[20] da “La tuffatrice” pag.18

[21] da “Grembo” pag.66

Tanka -tramonta il sole-

foto personale rielaborata dal video di Loreti Foto

foto personale rielaborata dal video di Loreti Foto

Tramonta il sole…

rumore di cicale

-malinconia-

nei miei occhi liquidi

scruti un’ombra d’addio.

(Valentina Meloni)

Vi dico perché il premio Strega va cambiato (e anche gli altri premi)

Nutazioni

nutazioni

Caro Giuseppe, leggendo la tua nuova raccolta poetica “Nutazioni” mi sto rendendo conto del significato delle parole, del significato del silenzio. “Le attese che contano”1 che tu citi in “Screensaver” in realtà sono davvero poche, non ci avevo mai davvero pensato prima…Attendere se stessi val la pena sino a quando non ci “si ritrova ad appendere la faccia pulita e rifatta allo stranito simulacro di un vecchio2. Io, caro Giuseppe, non voglio diventare un salvaschermo, voglio invecchiare morbidamente con i miei chili di troppo e le mie rughe, con la mia pelle che si farà flaccida a parlare per me una vita inenarrabile.

Anche a me “hanno strappato la mia veste bambina3, a me e a tanti altri, per questo-come magistralmente tu racconti con la poesia-“non ci resta che stare seduti sul cuore/fermarsi di nuovo/ a sentire il suo passo4. Perchè? Pechè non si può, non si deve “morire dietro pensieri murati5,rinchiusi, carcerati, insultati.

Ascoltare il passo del cuore, per chi “coltiva nascoste radici in cielo6 deve risultare naturale, eppure ricordo bene la tua timidezza che staglia parole poetiche senza coglierne, trovando “solo rarefatti imbarazzati silenzi”.7

Quei silenzi rari che fanno arrossire da chilometri di distanza e quegli echi lontani di interminabili pensieri appoggiati sul ciglio della delicatezza. La tua.

Sei “parola che abita in un bisbiglio8in fuga dal dubbio d’esistere9. E sì!”Sei” te lo confermo e te ne vai in giro, umilmente, con “spicchi di cieli tra i rami10 ondeggiando timidamente (come solo i timidi sanno fare), indietreggiando, bisbigliando, tremulo come farfalla in volo.

farfalleGià di questi tremolii ci facesti dono con “Farfalle nello stomaco” (Edizioni Ismeca libri), ora le tue nutazioni sono i moti dell’anima più o meno inquieti, nutazioni, mi spieghi, è un termine astronomico che denota un “tremolio innato”, come quello che alimenta i quotidiani moti interiori.

Di moti interiori si parla in questa raccolta, comuni a milioni di persone e universalmente descritti da te con la parola poetica. Nutazioni e anche mutazioni, quelle interiori originate da stati d’animo variabili, da quel tremolio comune a chi sa che può cadere, a chi sa che l’equilibrio dipende da molteplici fattori il più importante dei quali resta sempre il passo del cuore

Il dono del ritrarsi è virtù di poche elette anime, forse per questo “rivesti il sentiero di immagini bambine11. Il tuo scrivere è incubazione di “semi in attesa tra le radici del cuore12… L’attesa, ancora lei, che meraviglia! Per quanta fretta potremmo avere dovremmo sempre preferirla,infatti, tanto magggiore è la fretta, tanto più l’attesa sarà preziosa. Attesa di “un ricamo che fiorisce sul velluto della sera”13 e mentre “la mente […] scompone bouquet di asfodeli14 me ne andrò anch’io “accoccolata ad una lacrima15 “sul ciglio dell’inverno” fin quando “la stella del mattino/ tre volte pungerà,/ ci scalderà e ci stordirà/ ci guarirà.16

La donna vendeva merletti sul ciglio della strada17 allora, come ora, il cuore è abbandonato, allora come ora “sfiorino le mie narici profumi sempre nuovi“.18

(Valentina Meloni)


Note

1Citazione da “Screensaver”pag. 19

2Citazione da “Screensaver” pag.19

3Citazione da “Eclissi”pag. 32

4Citazione da “Eclissi” pag.32

5Citazione da “Cattività”pag. 29

6Citazione da “Contrappunto” pag.9

7Citazione da “Sottovuoto” pag. 31

8Citazione da “Spiragli” pag.43

9Citazione da “Spiragli” pag.43

10Citazione da “Sogni d’acqua” pag.5

11Citazione da “Sentieri” pag.12

12Citazione da “Incubazione” pag.10

13Citazione da “Librazioni” pag.55

14Citazione da “Buchi neri” pag.20

15 Citazione da “Ciglio d’inverno” pag.21

16Citazione da “Via Crucis” pag.40

17Citazione da “Corrispondenze” pag. 16

18Citazione da “Corrispondenze” pag. 16

Su La Stampa di oggi

Consigliato a tutti gli homini et phoeminae radix… leggete l’introduzione al libro estratto da “La Stampa”

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ESTRATTO DAL NUOVO LIBRO A PAG 21

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