Raggio di sole -Haiku-

bucaneve

Le parole accanto di Michela Zanarella

 

 

Oggi vi presento una poeta e scrittrice a me cara che sa coniugare amore e professionalità per la poesia e la scrittura. Interno Poesia propone una raccolta crowfunding con la piattaforma Produzioni dal Basso (che già conoscete per il mio progetto- ora chiuso-) per il suo nuovo libro “Le parole accanto” di cui potete leggere un’anteprima. Scopo della campagna è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro in corso di edizione.

Ho deciso di sostenere questa campagna non solo economicamente, ma anche moralmente, cercando di farla conoscere e sponsorizzandola, con la fiducia che questo libro si realizzi. Conosco la poesia di Michela Zanarella, la sua scrittura nel panorama poetico contemporaneo merita non solo attenzione ma anche il sostengo di chi sa riconoscerne il valore e di quanti desiderano dare fiducia a una poeta che da sempre si impegna in campo culturale e si distingue, con la sua produzione, per intensità espressiva e attenta cura per le parole. Se amate la poesia questo libro deve essere nella vostra collezione, l’impegno è minimo, fate sì che si realizzi e date fiducia alla poesia… diventate anche voi lettori sostenitori, grazie.

 [ nanita ]

Dalla prefazione di Dante Maffia

“Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.
Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con un semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità…”.

 

Apro la pelle ai giorni
Apro la pelle ai giorni
e mi faccio coraggio
oggi per domani e domani ancora
fino ad innamorarmi della notte
e poi del giorno
come se fossi al primo inchino
alla vita.
Perché non posso spaventarmi
della prima ombra che appare
o della ferita che sanguina appena.
Allora cammino a piedi scalzi
tra le cose
inciampo cado mi rialzo
e consumo gli occhi ad esplorare il cielo
pur di non perdermi nemmeno un attimo
della luce che nasce
o del sole che si spegne nella sera.
Conservo anche l’odore delle macerie
ed il peso delle lacrime
sulle guance
senza smettere di amare
quel poco che basta
per dare un senso al fiore
o al ramo che si spezza.

*

 

Vengo a respirare
Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.
Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento
nella semina che sa di grano ormai maturo
e chiudo nel cuore quel colore
che ha l’odore del pane e delle stanze di casa.
Ti sento radice che indossa le mie vene
meta che ho lasciato troppo presto
sperando di trovare altrove
il senso del mio canto.
E intanto
vado con la mente dove il fiume si sveglia
in quel silenzio che cammina tra i campi
fino a sera.
E resto tra le distanze a cercare quel poco sole
sempre incerto
che mi ricorda che un giorno farò ritorno
tra i fili d’erba e le strade di polvere
dove sono stata bambina.

 

*

Dove la brenta
È l’odore di nebbia
che mi rassicura.
Sto nelle schiene verdi
della mia terra
dove la Brenta
ha rami limpidi
e voci silenziose.
Mi è cresciuto in vena
quel docile orizzonte
fragile di sole
e so dove hanno fermento
le nuvole.
Legata ai vezzi del cielo
lascio che il tempo smuova
le sorti della pianura.
Se ascolto la pelle
vedo lembi di fiume
e ad un palmo la mia origine.

 

*

Mi accompagna la notte 
a Pier Paolo Pasolini
Mi accompagna la notte
nei vicoli vuoti di periferia
ed è un andare ardente
di silenzi
come le tue barbare verità,
strette in un vivere
troppo umano.
Le parole escono sfrontate
dietro ombre abbandonate
agli sfoghi del tempo.
Non è che buio
quello che resta
come un vento che scotta
e spaventa.
Ed io che sono partecipe
di una tempesta ancora accesa
dico che non è giusto
quel dolore che ti hanno imposto
nella sera più cupa
cuore d’inverno
tramando il tuo inferno
all’idroscalo.


Michela Zanarella

15826417_1276700019054834_1635740947662681453_nMichela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.


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Interno Poesia, nato ad aprile 2014, è tra i principali blog e siti letterari per la promozione e divulgazione della poesia: contemporanea, del ‘900, edita e inedita, italiana e straniera.
Con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nasce Interno Poesia Editore, un progetto editoriale esclusivamente dedicato alla promozione della poesia attraverso la nuova collana Interno Libri.
Andrea Cati è il fondatore e curatore del progetto Interno Poesia. Chi collabora con IP: Maria Grazia Calandrone, Claudio Damiani, Mario De Santis, Valerio Grutt, Franca Mancinelli, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Andrea Sirotti.

Libellula -Haiku-

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acquerello di Silvia Molinari

La libellula, in Giappone, è conosciuta anche col nome di “piccolo drago”, si crede infatti che al suo interno vi sia intrappolato un drago… Sin dai tempi antichi, la libellula è vista dai giapponesi come una creatura di grande bellezza e un simbolo di forza interiore. In passato le libellule venivano chiamate anche kashimushi, che significa letteralmente insetto vincente, e questo nome è dovuto al fatto che le libellule volano sempre avanti e non retrocedono mai. Una qualità particolarmente apprezzata dai guerrieri samurai. Per questo motivo si trovano spesso decorazioni a forma di libellula sugli elmi dei samurai, sugli elmetti dei militari e nei simboli di alcune famiglie nobili.

In questa composizione l’acqua è essenzialmente un simbolo-specchio, dunque può essere una persona, un’occasione, o il riflesso della propria coscienza o anche più banalmente l’osservazione di se stessi, tutte cose che permettono di prendere coscienza del proprio fuoco interiore. Nella simbologia giapponese l’acqua assume i significati attribuiti dal Tao che sono essenzialmente quelli di mutamento, mistero, vita. L’acqua rappresenta lo stadio oscuro e nascosto, il punto più basso della materia, lo yin massimo ovvero lo stato in cui le cose tornano quando muoiono. Rappresenta il mutamento interno. L’acqua, che è anche elemento rinfrescante, specchiando il proprio stato interiore è un ritorno di coscienza allo stato originario, al luogo in cui tutte le cose provengono. In questo caso il drago (fuoco), che secondo un’antica leggenda è rimasto intrappolato nella libellula,torna al suo stato originario proprio attraverso l’acqua. La maggior parte dei draghi giapponesi sono infatti divinità dell’acqua, elemento che aiuta lo spirito del cielo a scendere in terra. Da notare come il drago sia considerato elemento yang per cui il cerchio con l’acqua (yin) si chiude proprio a specchio nella simbologia del tao.

La natura si presta sempre a interpretazioni suggestive e con semplicità suggerisce riflessioni profonde sulla vita e su noi stessi.

 [n a n i t a ]


precedentemente pubblicato sulla Rivista libera La Recherche 

Sotto la neve -Haiku-

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Acquerello di Maria Stezhko

 

 

Il sole che nessuno vede (Tiziano Fratus)

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«Sedendo quietamente senza fare nulla, la primavera giunge e l’erba cresce da sé.»

 [Zenrin Kushu]

Entrare nel bosco. Uscirne. Non essere più la stessa persona che vi era entrata. Immergersi nell’acqua di un torrente, di una cascata, lasciarsi lavare dall’acqua limpida, fresca di una sorgente. Le mani a coppa in raccoglimento: dissetarsi attraverso colei che scorre, che segue un sentiero tortuoso, a noi ignoto, per arrivare limpida alla nostra bocca.

La goccia di rugiada pianse, dicendo:

« Chi, oltre il cielo, o Sole,

potrebbe contenere la tua immagine?

Io ti sogno, ma dispero di poterti servire.

Sono troppo piccola per rifletterti,

o grande re, la mia vita è tutta un pianto».

 

Rispose il Sole:

« Io illumino il cielo sconfinato,

eppure posso concedermi

ad una lieve, piccola goccia di rugiada.

Diventerò una semplice scintilla di luce,

ti riempirò, così la tua piccola vita

sarà una sfera sorridente».

 

È una bellissima poesia di Rabindranath Tagore da Il paniere di frutta (1915) citata ne L’ascolto delle acque, uno dei capitoli di Il sole che nessuno vede-meditare in natura e ricostruire il mondo- un libro in cammino come l’uomo, il poeta, lo scrittore che lo ha firmato, Tiziano Fratus. In cammino come l’acqua che è in movimento perpetuo, si trasforma e si lascia plasmare da luce, terra, vento. L’ascolto delle acque è già un mantra, noi stessi siamo acqua, in ascolto profondo del mondo ascoltiamo anche noi stessi, cerchiamo di mettere ordine in un “disordine” da crescita selvatica che ha occupato la nostra esistenza in inconsapevole muta, in incessante propagazione radicale e apicale. «Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente. Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente. Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente.» È uno dei mantra che costellano il paesaggio narrativo di questo percorso scaturito dalle meditazioni in natura che Tiziano affronta nel suo cammino interiore. In questo libro, che è solo una delle pagine del suo vasto poema arboreo-filosofico, ritrovo l’amore per i grandi alberi che lo accompagna fin dalla sua prima rinascita in California, l’amore per i boschi narrativi, poetici, filosofici che sono parte integrante della sua scrittura, del suo abitare continenti tra carta e  corteccia, la tessitura di un proprio percorso di vita solitario eppure accomunante di cui ne è fulcro e testimonianza la scrittura.

« Al termine della meditazione, quando la fonte ha scavato, sento le mani umide. Apro. Capisco che mi ha piovuto dentro. Mi alzo e inizio a camminare: non ho più nome, non ho più cognome, sono nessuno, sono uno spirito che cammina.[…] Meditare nel cuore della natura è ridiventare elementi semplici, privi di pensiero» scrive Tiziano.

Meditare non per attuare il distacco dalle cose del mondo, meditare per essere nel mondo, tacitare il pensiero, pacificare la propria esistenza almeno per un momento, diventare semplici uomini tra gli uomini. Che l’acqua si raccolga dalle cime dei monti nelle sponde calme di un lago e che specchi in ritrovata unità ciò che è visibile e ciò che non lo è. Tiziano si lascia percorrere dal paesaggio, s’interroga, si siede, raccoglie il pensiero che tende a sfuggire di mano come quell’acqua sorgiva. Tra i faggi funamboli del bosco del Palanfrè recita la propria preghiera, una bellissima preghiera: «Salute a te o Gran Bosco che mi stai per ospitare nei tuoi frondai.[…] Abbi compassione di me […] accoglimi con la tua grazia, e porgi ai tuoi abitanti la mia richiesta di cittadinanza. Fammi abitare per porzioni dei tuoi anelli la tua stessa pace, la tua anima è chiesa e tempio[…]»

È ancora qui Tiziano a «…tentare di mettere tutto in comunione. Ciò che era mio sarà vostro. Qui nelle mie mani come nelle vostre[i] Il proprio cammino di uomo radice, spirituale e non, le letture, i libri, gli incontri, i silenzi, la propria solitudine, la tristezza, la malinconia di esistere. Il vuoto. Il silenzio. La profondità.

Il sole che nessuno vede è un libro per chi desidera « Entrare nella foresta senza muovere un filo d’erba; Entrare nell’acqua senza incresparne la superficie »[ii]; è un libro che va letto ma anche meditato nelle sue innumerevoli suggestioni: alla ricerca del silenzio, quello profondo, che non è assenza di rumore ma ascolto in armonia con ciò che esiste e lentamente si manifesta, sia che venga speculato dall’uomo oppure no. La natura traccia il proprio corso, semplicemente esiste che venga nominata, indagata, catalogata o che venga ignorata, è mossa da quell’armonia nascosta, di cui parlava Eraclito, superiore all’armonia manifesta. Concetto espresso anche nello Zenrin Kushu (raccolta Zen del XV sec.) in questi splendidi versi: «Il vecchio pino stormisce la divina saggezza. L’uccello nascosto nel bosco canta l’eterna armonia.»

Non è il verbo, come per gli aborigeni nelle Vie dei Canti di Bruce Chatwin, che fa esistere il paesaggio e la natura, che lo rende reale; è la natura stessa che si rigenera -e noi come lei- a un sole visibile ma anche a un sole invisibile che alimenta la vita e il suo scorrere. «Al di fuori del mondo umano, l’ordine della natura va avanti senza consultare libri» scrive il filosofo Alan Watts e -continua Tiziano Fratus- «La natura emerge come un libro di regole e principi, ma lo è anche prima che si inizi a distinguere, a nominare». Eppure colui che scrive e canta la natura, gli alberi e il paesaggio traccia delle linee immaginarie, invisibili, ognuno traccia la propria o più d’una, un unico vasto poema, scrive l’autore,  su cui possiamo anche noi camminare: « Il canto che dà il nome alla terra cantata continua a esistere ». [iii]

 

(Valentina Meloni, 28/11/2016)

 

 Recensione  apparsa sul num. 15 di Diwali- rivista contaminata 

 NOTE


[i] Tiziano Fratus- “Un altro mondo” da Gli scorpioni delle langhe; La Vita Felice

[ii] dal Zenrin Kushu

[iii] di Martin. Heidegger, in Perché i poeti, citato da B. Chatwin nell’opera Le Vie dei Canti, Adelphi,pag.371

Yule, il sole divino del solstizio d’inverno

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In Giappone ogni tempio ha un proprio albero sacro “Goshinboku” che indica il luogo in cui la divinità scende sulla terra; attorno al loro grande tronco una corda di paglia di riso li incorona.
Ho scelto un Tanka dalla raccolta Piccoli canti pagani, inserita in Alambic, antologia di poesie che sarà pubblicata entro primavera per i tipi di Progetto Cultura e l’ho abbinata al dipinto “Albero sacro” di Shoko Okumura per legare assieme la tradizione dell’albero sacro a quella pagana di bruciare il ceppo per il nuovo anno nel periodo natalizio che rappresenterebbe lo spirito della vegetazione e il suo bruciare la luce solare che garantirebbe calore per tutto l’anno a venire ma anche l’accensione annuale del focolare sacro, che rappresenta sia il centro della vita familiare sia la dimimmersioni-590x787ora degli spiriti degli antenati.La sacralità degli alberi ha una continuità anche nella diversità… Felice solstizio a voi!

Sempre di sole, ma di un sole non visibile, parlo nel numero XV “Immersioni” di Diwali- Rivista contaminata con Il sole che nessuno vede di Tiziano Fratus che potete leggere a pag. 82 collegandovi al sito. Numero da leggere tutto d’un fiato questo a partire dall’approfondimento “Se Poison Ivy si dedica alla scultura” su Henrique Oliveira di Geremia Doria :

“La natura si riprende i suoi spazi, li invade in un grido di libertà e di autoaffermazione. Il legno di Henrique Oliveira è materia viva, in un processo di crescita espansiva che sembra non avere fine. Entriamo in spazi che assomigliano ad una foresta incantata, oppure uno scenario postapocalittico dove il tessuto urbano è stato riconquistato dagli alberi che ramificandosi ed allargandosi penefireshot-capture-290-http___www-rivistadiwali-it_download_rivista_diwali_pdf_immersioni-pdftrano in ogni dove, si aggrappano a pavimenti e soffitti, sfondano le porte, protrudono dalle finestre, si avviluppano su colonne e scalinate. È il lavoro di Henrique Oliveira, artista brasiliano classe 1973, attivo tra San Paolo e Parigi, sempre più apprezzato e riconosciuto, tanto da ottenere nel 2013 la possibilità di esporre la gigantesca installazione Baitogogo nei saloni del Palais de Tokyo a Parigi…” (di Geremia Doria)

Da non perdere anche il numero speciale interamente dedicato alla fotografia scaricabile qui.

Buona lettura e buon inizio d’inverno con un sole di speranza.

nanita

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Canto per Aleppo in dodici distici

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*

Non dirmi, ti prego, non dirmi…
Halab, di tutti i tuoi bambini fantasmi.

*
Nessuno è più al sicuro
sulla collina della tua cittadella…Halab!
*
Guarda, i bambini di Aleppo…
Fanno il bagno nei crateri delle bombe!
*
Aleppo la grigia! Aleppo!
Anche le montagne piangono la tua caduta.
*
Halab! Halab! Mia amata Halab!
Dove sono, dimmi, tutte le tue genti?
*
Tutte e nove le tue porte…
Adesso, Halab, conducono alla morte.
*
Nel giardino di casa mia,
ad Aleppo non fanno più nidi gli uccelli.
*
Lungo le strade di Aleppo
bambini soli vagano come fantasmi.
*
Qui sulle montagne i fiori
non spargono più il loro profumo, Halab!
*
Aleppo è la nostra città…
ma Aleppo sarà anche la nostra tomba!
*
Le tue mura cadendo, Halab,
portano con loro il pianto dei bambini…
*
Nella nostra casa distrutta
dormi anche tu, bambina mia, come la bambola?
*
( Da Sottopelle, Landai – distici ribelli )
originariamente pubblicato sulla Rivista Letteraria Libera La Recherche

(Valentina Meloni)

Il sogno di Hokusai

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Prosegue la rubrica Un libro sotto l’albero in collaborazione con Libriparlanti books & coffee . Oggi parliamo di un albo illustrato per estimatori: Il sogno di Hokusai di Ilaria Demonti prodotto e distribuito da Skira KidsKatsushika Hokusai non avrebbe bisogno di presentazioni ma, per chi non avesse dimestichezza con il genere, ricordiamo che fu uno dei più importanti pittori e incisori giapponesi. Nato a Edo, la vecchia Tokio in un giorno imprecisato tra ottobre e novembre del 1760, muore dopo una vita movimentata nella sua città di nascita all’età di ottantanove anni, il 10 maggio.

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Di lui conoscerete senz’altro La grande onda di Kanagawauno dei suoi dipinti più celebri, e La vecchia tigre nella neve, dipinta dall’artista tre mesi prima della morte, una sorta di autoritratto ironico che pare essere il manifesto della curiosità e dell’entusiasmo di questo grande vecchio sul punto di spiccare, come l’animale nella tela, un nuovo balzo verso la conquista dell’arte suprema.

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17b« Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e sono cinquant’anni che pubblico disegni ma, tra quel che ho raffigurato, non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré anni ho a malapena intuito l’essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. » (Katsushika Hokusai, postfazione di Cento vedute del Monte Fuji, 1835)

Hokusai, straordinario artista giapponese, in settant’anni di attività lascia, come testimonianza della sua meravigliosa opera, migliaia di lavori tra dipinti, stampe, libri illustrati, manuali per pittori e artigiani.

La sua vita, altrettanto straordinaria, è stata sempre un anelito e una ricerca incessante di libertà di espressione e di vissuto. Lo testimonia anche questo bellissimo albo illustrato (non solo per bambini) che prende in prestito al Giappone uno dei suoi simboli più antichi e potenti per tratteggiare questa importante caratteristica: la libellula.

Ci sono circa 190 specie diverse di libellula in Giappone e, sin dai tempi antichi, sembra che l’uso di immagini di questo insetto – che si nutre di insetti dannosi alle piantine di riso – sia stato considerato di buon auspicio per il raccolto. Considerate che il primo nome ufficiale del Giappone fu Akitsu Shima, ovvero “l’isola delle libellule.” All’interno del Nihon Shoki (La Cronaca del Giappone, scritto nell’anno 720) – la storia del Giappone antico – sono menzionate le libellule, il cui nome a quel tempo era akitsu. La Cronaca racconta che il primo imperatore giapponese, Jimmu Tenno, si arrampicò su una montagna nella regione di Yamato (oggi la prefettura di Nara) e, una volta raggiunta la cima, osservò la terra di cui lui era imperatore e disse: “la forma della mia nazione è simile a due libellule in amore.” La Cronaca racconta anche la storia di quando Yuryaku Tenno (il ventunesimo imperatore giapponese) era a caccia nei pressi di Nara ed un tafano lo punse sul braccio. In quel momento una libellula scese in picchiata sul braccio dell’imperatore e catturò il tafano. L’imperatore rimase sorpreso al punto da chiamare quella zona Akitsu-no (letteralmente, la regione delle libellule).

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In esergo la citazione è di una poeta giapponese del periodo Edo, Fukuda Chiyo-ni (1703-1775)conosciuta come una delle più grande hajin donne (compositori di poesia haiku). Pensate che iniziò a scrivere haiku alla tenera età di sette anni e già a diciassette era diventata molto popolare in tutto il Giappone per la sua poesia. Famosi suoi versi sul convolvolo tanto da diventare il fiore preferito della gente della sua città Matto, odierna Hakusan.

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asagao ya tsurube torarete morai mizu

il convolvolo!
il secchio del pozzo avviluppato
acqua in prestito

 

 

Dopo questa lunga ma necessaria digressione torniamo al nostro Hokusai…In breve la sua vita.  Già nelle prime opere, risalenti al periodo Shunro (1779-1794), è evidente la forte personalità dell’artista e la formidabile capacità di esprimere con poche linee nette e decise il carattere dei personaggi.Dopo gli anni di apprendistato, Hokusai si lega ad un gruppo di letterati, cominciando, a sua volta, a scrivere delle poesie. Il suo stile assume delle connotazioni più languide, quasi malinconiche, i suoi personaggi si dimostrano più distacccati dalla realtà e venati da una vena di malinconia perenne: la sua arte si fa così più fortemente introspettiva ed intimista. Nel 1798, quando ha trentott’anni, Hokusai lascia l’atelier Tawaraya e si afferma come artista indipendente, assumendo il nome con il quale è universalmente noto: Hokusai (studio della Stella Polare). La sua arte si affina: lo studio psicologico dei personaggi si fa più attento e nei paesaggi si nota l’influenza della prospettiva occidentale. In tutta la sua opera permane quel senso di lieve malinconia, una sorta di lirismo toccante e fuggevole che emerge dalle scene di vita, ritratte con pochi tocchi magistrali. Hokusai, consapevole delle proprie capacità, esibì, in diverse occasioni, comportamenti alquanto bizzarri ed eccentrici, come quando, su una superficie di 350 metri di fogli di carta stesi per terra, si mise a tracciare segni con una scopa inzuppata in un mastello di inchiostro davanti ad un pubblico sbigottito; solo quando il dipinto fu montato su un pannello, appareve la figura di Daruma, il fondatore del Buddismo Zen. Una performance da action painting ante litteram, che testimonia la prepotente individualità dell’artista giapponese. Hokusai continuò a dipingere fino ad oltre i settant’anni di età, ricercando nuove visioni, sperimentando nuovi stili e tecniche, convinto di poter ancora migliorare e perfezionare la propria arte.*

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In questo albo illustrato, che è una meravigliosa metafora della vita e della ricerca della felicità, si tratteggia una piccola favola. Hokusai si addormenta con il pensiero di disegnare una libellula. Nel sogno insegue la libellula e ne va in cerca chiedendo prima alle foglie d’autunno, poi alla luna, alla farfalla, alla civetta, alle lepri, alle gru, alle ranocchie, alla carpa, al pescatore e infine alla Geisha. Tutti personaggi questi, ritratti nei suoi dipinti e nelle sue incisioni… Ognuno di loro risponde – con piccole rime, racconti e poesie- ad Hokusai di cercare la libellula altrove fino all’incontro con la Geisha.

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Solo allora la ragazza svelerà il segreto per poter prendere la libellula con queste parole:

“Una libellula per riuscire a disegnarla devi solo liberarla”

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Sarà forse questo il segreto della felicità?

Certamente la libellula è anche un alter ego dello stesso Hokusai. Chissà se Ilaria Demonti per questo testo non si sia ispirata al celebre racconto  del filosofo e mistico cinese Zhuāngzǐ o Chuang-tzu, che riporto brevemente qui: Chuang-tzu e la farfalla.

Un tempo Chuang-tzu si vide, in sogno, come una farfalla. Si vide come una farfalla che volteggia liberamente, e si diverte. Non sapeva di essere Chuang-tzu. All’improvviso cominciò a percepire altre sensazioni, e si sentì di nuovo Chuang-tzu. Tuttavia, non sapeva se era Chuang-tzu che si era visto in sogno come una farfalla, o se era la farfalla che si era vista in sogno come Chuang-tzu. (dal testo daoista Zhuāngzǐ, nel capitolo Sull’Organizzazione delle Cose)

Sin dai tempi antichi, la libellula è vista dai giapponesi come una creatura di grande bellezza e un simbolo di forza interiore. In passato le libellule venivano chiamate anche kashimushi, che significa letteralmente insetto vincente, e questo nome è dovuto al fatto che le libellule volano sempre avanti e non retrocedono mai. Una qualità particolarmente apprezzata dai guerrieri samurai. Per questo motivo si trovano spesso decorazioni a forma di libellula sugli elmi dei samurai, sugli elmetti dei militari e nei simboli di alcune famiglie nobili. La libellula però simboleggia anche la metamorfosi, prima di avere le ali infatti è una larva che nasce negli stagni. Ed Hokusai durante la sua vita ebbe moltissime trasformazioni artistiche cambiando nome d’arte innumerevoli volte. La sua metamorfosi prese forma stabile con Hokusai ma fu solo uno dei suoi pseudonimi più conosciuti. Egli, infatti, pensava che l’opera stessa dovesse parlare per l’artista e non la sua forma. In pratica lo stile doveva essere così riconoscibile e ben fatto che quello sarebbe bastato a farlo riconoscere. La libellula , inoltre, è conosciuta anche come un piccolo drago, si crede infatti che al suo interno vi sia intrappolato un drago… Il drago è anche il simbolo di Hokusai che nasce, come me (!), nell’anno del Drago.

Chissà se i bambini sapranno apprezzare di più la libellula dopo questa lettura…

Un piccolo insegnamento zen adatto ai bambini ma anche agli adulti, una favola ispirante come ispirante la vita di questo grande artista, mirabilmente narrata in un altro libro meraviglioso, in pratica l’autobiografia immaginaria di Hokusai, che ho appena finito di leggere e di cui vorrei parlarvi più avanti”Hokusai, dita d’inchiostro”  di Bruno Smolarz.

Nell’attesa andate a curiosare questo prezioso albo illustrato e regalatelo a chi avete a cuore.

[ n a n i t a ]


 

 

*(tratto dal sito barbarainwonderlart)

 

L’uomo che piantava gli alberi

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Per la rubrica Un libro sotto l’albero in collaborazione con Libriparlanti books & coffee oggi parliamo dell’Uomo che piantava gli alberi di Jean Giono nell’edizione illustrata da Peppo Bianchessi per Salani Editore in occasione del 20°anniversario della pubblicazione in Italia. Il celebre racconto è un libro epocale che ha venduto solo in Italia oltre 200.000 copie.

Una quarantina circa di anni fa, stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza.

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Inizia così uno dei classici più belli nella letteratura d’ambiente che non finisce mai di ispirare lettori piccoli e grandi…

Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita. Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza di alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose. […]

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Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo nulla di meglio. Andava a duecento metri da lì, più a monte. Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. […]

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Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quello che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla. […]

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Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. […]

23-bBouffier aveva piantato, un anno, più di diecimila aceri. Morirono tutti. L’anno dopo, abbandonò gli aceri per riprendere i faggi che riuscirono ancora meglio delle querce. Per farsi un’idea precisa di quell’eccezionale carattere, non bisogna dimenticare che operava in una solitudine totale; al punto che, verso la fine della sua vita, aveva perso del tutto l’abitudine a parlare. O, forse, non ne vedeva la necessità.

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Nel 1933, ricevette la visita di una guardia forestale sbalordita. Il funzionario gli intimò l’ordine di non accendere fuochi all’aperto, per non mettere in pericolo la crescita di quella foresta naturale. Era la prima volta, gli spiegò quell’uomo ingenuo, che si vedeva una foresta spuntare da sola.

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Per recensire questo splendido racconto ho lasciato parlare l’autore scegliendo dei passi direttamente dal libro. Qui non c’è nulla da aggiungere. La storia di Elzéard Bouffier ha ispirato l’immaginario collettivo di intere generazioni e continuerà ancora a lungo…

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Incredibile la straordinaria potenza di una ghianda…non trovate?

Da Libriparlanti books & coffee  potete sfogliare e acquistare sia l’edizione che vi ho illustrato sia il DVD del Film d’animazione di Frédérick Back tratto dal romanzo e vincitore del premio Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione nel 1988.Lo potete guardare integralmente a questo link sul mio canale youtube  che ha ricevuto solo per questo corto oltre 29000 visite. Un regalo che ognuno di noi amerebbe avere sotto l’albero di Natale per guardarlo da soli o insieme ai nostri bambini.

Perché la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni. Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l’idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio d’errore, di fronte a una personalità indimenticabile.

E donne che piantano alberi ce ne sono? Pare proprio di sì! Questa è  la storia di Yi Jiefeng originaria di Shanghai. Negli ultimi dodici anni ha piantato milioni di alberi in Cina con l’obiettivo di rimboschire l’arido deserto di Alashan e per mantenere viva la memoria del figlio scomparso 16 anni fa. Ed esistono anche altre donne, altre uomini che si impegnano per ripopolare il pianeta di alberi…anche bambini! Come per esempio Felix Finkbeiner di 13 anni. Negli ultimi quattro ha piantato oltre un milione di alberi. La sua associazione Plant For The Planet è presente in oltre 70 nazioni e ci lavorano piccoli eroi di tutto il mondo. Con uno slogan: “Stop talking, start planting“. L’obiettivo è arrivare a un trilione di nuove piante in dieci anni. Forse dovremmo cominciare anche noi ;)!

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Jean Giono è nato il 30 marzo 1895 a Manosque, in Provenza. Il padre, d’origine italiana, era calzolaio e la madre stiratrice. Jean leggeva da solo la Bibbia e Omero, tra l’officina del padre e l’atelier di sua madre. La sua cultura, immensa, è quella di un autodidatta con una curiosità universale. Ha pubblicato oltre trenta opere. E morto nel 1970.

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Il giardiniere notturno

libriparlanti-un-libro-stto-lalbero-copiaS’inaugura oggi una nuova rubrica Un libro sotto l’albero in collaborazione con Libriparlanti books & coffee in cui, con la compagnia di Mariagrazia e Monica, passo delle ore piacevoli curiosando tra i loro scaffali e bevendo un ottimo tè. Sceglierò ogni giorno o quando ne sentirò l’ispirazione un libro, solitamente un albo illustrato, per bambini ma anche per adulti, prevalentemente a tema con il mio blog, e lo leggerò per voi cercando di farvelo conoscere.
Tutti i libri illustrati in questa rubrica potete trovarli presso Libriparlanti naturalmente. Questo è anche un modo diverso di avvicinarsi ai libri, di uscire di casa, di incontrare persone; l’inverno sarà così più piacevole. E se volete parlare un po’ di libri o altro potreste trovarmi lì al mattino. Vi aspetto.

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Iniziamo la nostra rubrica con un bellissimo albo illustrato che forse alcuni di voi già conoscono: Il giardiniere notturno di Terry Fan. Edito da Gallucci Editore, illustrato da Eric Fan con la traduzione di  Masolino D’Amico. Si firmano The Fun Brothers i fratelli Eric e Terry Fan, canadesi, formati all’Ontario College of Art and Design di Toronto, per questa opera prima come autori e illustratori.

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Immaginate di svegliarvi una mattina e di trovare gli alberi scolpiti in tutte le forme che potete immaginare…Gufo, coniglio, pappagallo, elefante, drago ecc… Durante la notte un abile giardiniere venuto da chissà dove trasforma gli alberi della grigia cittadina di Grimloch Lane in opere d’arte topiaria.

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Il piccolo William, che vive in un orfanotrofio, si entusiasma per le meraviglie create dalla mano del misterioso giardiniere notturno. Toccherà proprio al bambino scoprire l’identità dell’autore di questi capolavori.

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E sarà un incontro che gli cambierà la vita.Il giardiniere lavora con la luce della luna piena e quando la città si sveglia ha cambiato volto. Giorno dopo giorno William si meraviglierà di tanta bellezza e presto anche lui diventerà un giardiniere della notte…

Con l’arrivo della stagione autunnale, gli alberi perdono le foglie, tornano a essere normali alberi. Non sembra esserci più traccia dei fantastici animali creati dalla fantasia umana e neppure più traccia del giardiniere misterioso, scomparso anche lui assieme alle foglie. La città però non è più la stessa e William neppure…

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Questo libro è adatto per bambini dai tre anni in su. Bellissime, visionarie e fantasiose le illustrazioni, saranno in grado di trasportarvi in un’altra dimensione. Altrettanto bello il messaggio della narrazione che ricorda la gratuità delle felicità: arriva e così come le foglie se ne va, lasciandoci però dentro qualcosa di prezioso…

La vita comincia il giorno in cui comincia un giardino.
(Proverbio cinese)

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