Neoplasie civili

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Recensione a cura di Valentina Meloni

cover front (1)

Neoplasie civili” si presenta come un affresco moderno  della sostanza civile contemporanea: “piccoli colpi di pennello di un impressionista”, come definisce Corrado Calabrò le immagini poetiche di Lorenzo Spurio, e un’attenzione al reale, precisa  Iuri Lombardi  nei risvolti di copertina, che fanno di queste poesie un “flash rapido, quasi fossero una fotografia, delle vicissitudini umane e del dolore”.            Le pagine si tingono di tinte accese, colpi d’occhio e squarci quotidiani nitidi e sfrontati, sventolanti come panni tesi al sole. Non ci sono fingimenti, persino i vicoli vengono smascherati da una “ipocrita cucina casereccia” [1]; l’io poetico qui dichiara guerra ad ogni ipocrisia “L’inchiostro strillava indomito/ l’indomani del velato non detto” [2] e poiché “la battaglia  si vince solo intentandola” [3] Spurio si arma di parola e sdegno e reagisce alla storia, alla cronaca, alle tragedie di ogni giorno senza spazi circoscritti, balenando con irruenza e patimento da un luogo all’altro, da un avvenimento a un altro, da se stesso all’altrui persona con la perizia dell’acuto osservatore.

Geograficamente si spazia dal Canale di Sicilia[4]  all’Oceano Pacifico[5], da Cosenza[6] a Istanbul[7], dalla fumata bianca di Roma ai fumi neri delle favelas di San Paolo[8], dalle corridas de toros di Pamplona[9] alla tomba di lady Diana presso Althor House nel Northamptonshire[10].   La poesia civile deve partire dalla propria identità più autentica, che è quella con la propria terra, eppure Spurio non s’identifica “nel pavido paese in usufrutto”[11] e qui sta, forse, la modernità di questa raccolta, dove non esistono confini d’identità, ma ogni luogo è accomunato dallo stesso senso d’impotenza, di rabbia e indignazione che fanno l’uomo (e il poeta) cittadino del mondo.

   Ne esce un ritratto di un’Europa indifferente alle sue stesse tragedie, dove i fatti della storia sembrerebbero perdersi nella memoria del tempo, se non ci fosse la parola del poeta a fotografarne gli istanti; fotografia di un mondo intorpidito da illusioni sempre nuove “Il mondo si mascherava/ e donava meschina illusione/ nella convinzione di un nulla convinto”. [12] Eppure vecchie come i mali peggiori che da sempre affliggono la storia, metastasi di una civiltà cancerosa. ”Quelle pietre perfette/ assorbivano sangue/ diventando tumori in metastasi.”[13]

 Luogo fisico e luogo interiore, dunque, a esplorazione di un vissuto remoto le cui radici, però, succhiano il nettare presente. Il tempo poetico, infatti, è espresso da Spurio, il più delle volte, con l’imperfetto o con declinazioni al passato, a documentare un percorso interiore e storico che incide sul vissuto, sulla poesia e sulla propria pelle “una pioggia acuminata/ m’infilzò dappertutto/ e mi rigenerò”[14]a farsi testimone di un progresso di regressione che coincide il presente nello “ieri”, statico e privo di una reale crescita proporzionale al tempo. La civiltà e il progresso non sono direttamente proporzionali alla progressione temporale e così “la Terra continua(va) a defecare/ luride esistenze, come te […] e Dio piangeva a fiumi, /genuflesso sui carboni ardenti”.[15]

Il senso civico emerge da una rabbia inespressa, taciuta non troppo a lungo, da bagni di parole acuminate come spade, in cui, il lezzo della società, sale alle narici del lettore senza possibilità di occultamenti. “E le oche cignoidi starnazzanti/ spargevano merda/ sul prato” [16]. Un colpo d’occhio che spazia da “la folla carogna” di “Outside” alla folla turca che si mobilita in favore degli alberi, ”(…)alle soglie dell’Europa/ e le donne denunciavano stupri/ mentre piazza Kizilay/ veniva sgomberata con la forza[17]”.

Il poeta sembra voler cercare l’estraniamento “Mi fingevo altro da me/ in pretestuosi inganni d’immagine”[18]  “serravo i pugni con sovrumana forza/con la speranza di polverizzarmi” [19]sconvolto egli stesso da ciò che descrive con pathos “Un Golgota di cartapesta/ con vergini sgolate”;[20] “Sconvolto correvo per le vie”[21] e sembra volersi coprire, anche lui, gli occhi quando, come “Gea si occulta la vista/ e corre a occhi serrati/ verso rovi e sterpi acuminati/ per accecarsi”[22]… ma non pare riuscirvi, come afferma Cinzia Demi nella sua accurata postfazione, e anzi, sembra che la sua voce si accosti maggiormente a una cauta osservazione, offuscata, spesso, dal senso di impotenza: “Contemplavo quel lento turbinare/ di dietro a un misero vetro appannato”[23] ma ferma, puntuale, senza scappatoie “Ho guardato la Terra e / le ho chiesto dove andasse/ usando un linguaggio di vergogna”[24] con pena e giudizio severo e roboante “Ay! […] Malditos sean los hombres!”[25]

Spurio dà voce a chi non ne ha (più) “le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna” [26] e si fa voce e memoria del mondo, concedendosi, senza rimorso, persino alla prosopopea “M’inginocchiai e baciai la terra/ chiedendole scusa”[27] ”trovai trucioli incastrati/ nella suola di gomma ormai ferita/ e mi ricordai delle bombe a Port Stanley”.[28]

A volte i toni si fanno altisonanti “In cattedrale/ s’incorona un re/ […] per sdegnare il tormento di […] disoneste leggi/ contro natura/ che spaccano/ la Sacra Famiglia/ […] riducendo tutto in burletta”[29] con versi sincopati che accentuano un ritmo di andatura e pause di confine, senza rime o assonanze che ne addolciscano la parola.

Parola che non si adegua mai alla lirica, ma si lascia andare a una prosa poetica ricca di metafore taglienti, struggenti a volte “I bambini rubavano il mare con gli occhi bagnati”,[30] a vivide metonimie “il borbonico scudo stinto/ volteggiava depresso/ e costernato”,[31] a iperboli inconsuete “il sole sveniva”,[32] a sinestesie d’effetto “Ho odorato ancora il fiore/ accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore”,[33] a efficaci allegorie “Ho visto un bambino/ con strani lividi al volto/ e ho compreso perché il mare/ fosse purpureo”.[34]

Ne risulta un linguaggio “moderno e asciutto”, come scrive Ninnj Di Stefano Busà nella prefazione, un linguaggio che si adegua alla moderna denuncia poetica, senza confini d’immagine, ma d’immagine viva e riflessiva, commossa, ma senza affettazione, d’intensità esplicita e a volte dissonante, sempre comunque consona a un movimento interiore  mosso da una sapiente alternanza di improvvisi slanci di sdegno e contrazioni descrittive, nello sperimentare per la primissima volta il proprio percorso poetico di maturazione civile.

Valentina Meloni

Note


[1] “Verità talmente vere da non credere realmente” Pag.31

[2] “Senza titolo” pag. 48

[3] “L’aiuto non dato (Maidan) pag.26

[4] “Ora qui, ora là” pag.40

[5] “Il laido timoniere” pag.41

[6] “Ritornato sei” pag.38

[7] “Non abbattete quegli alberi” pag.39

[8] “Fumo bianco e fumo nero” pag.32

[9] “Alla piazza di sangue” pag.46

[10] “Verde per sempre” pag.20

[11] “Prima e dopo” pag.36

[12] “prima e dopo” pag.36

[13] “Polvere e sangue” pag.35

[14] “Colloquio” pag.53

[15] “Ritornato sei” pag.38

[16] “Verde per sempre” pag.21

[17] ““Non abbattete quegli alberi” pag.39

[18] “prima e dopo” pag.36

[19] “Polvere e sangue” pag.35

[20] “Senza titolo” pag.48

[21] “Fucsia” pag.50

[22] “A una madre” pag.15

[23] “Giù la serranda” pag.13

[24] “Colloquio” pag.52

[25] “Alla piazza di sangue” pag.46

[26] “Ritornato sei” pag.38

[27] “Colloquio” pag.52

[28] “Trucioli” pag.37

[29] “Notre- Dame de Paris” pag.22

[30] “Piazza Tahrir” pag.23

[31] “Alla piazza di sangue” pag.47

[32] “Outside” pag.45

[33] “Il fiore giallo” pag.33

[34] “Ho compreso perché” pag.30

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