Inseguendo farfalle

trasferimento

 “La letteratura non deve risolvere i problemi, semmai [deve] segnalarli… Consciamente o no, uno scrittore coglie i segni e intuisce i tempi che verranno.”[1]

Chissà se gli scrittori hanno colto, negli anni passati, il cambiamento epocale che la rete e i social network avrebbero attuato in così poco tempo. Un cambiamento che stiamo ancora vivendo. Siamo riusciti a raggiungere il maggior  numero di utenti nel minore tempo possibile, annullato tempo e distanze, ma l’era della “comunicazione tecnologica e iper-veloce” ci ha privato di due grandi ricchezze: silenzio e tempo. Certo, i pensieri viaggiano ad altissima velocità, così veloci che non si fa neppure in tempo a scriverli e, mi chiedo, se lo scrittore moderno sia in grado di essere così intuitivo, di saper guardare così avanti, di saper catapultare i suoi pensieri oltre la barriera temporale.

Siamo tutti (o quasi) in rete, e ormai in rete si fa tutto. Si compra e si vende tutto (tranne tempo e silenzio), “ci si vende”; noi stessi, i nostri talenti (o pseudo-tali), la nostra vita privata, le emozioni –in primis- sono esposte in milioni di vetrine virtuali. Emozioni: il veicolo di vendita più funzionale nell’era moderna; lo avevano anticipato, già diversi anni, fa Joseph B. Pine e James H. Gilmore, quando hanno teorizzato il marketing esperienziale-emozionale[2]. Siamo target catalogato e ultra-controllato dalle aziende. Le nostre emozioni lo sono. Anche la poesia, custode ultima di quelle emozioni è finita-non ultima- in rete. Per i social network – protagonisti dell’attuale rivoluzione sociale- noi stessi (e le nostre emozioni) siamo il mezzo migliore per “vendere”.  I social hanno cambiato la nostra vita in maniera radicale, ogni aspetto di essa (anche la letteratura) è stato influenzato da questo mutamento epocale ma, poiché il cambiamento è ancora in atto, è difficile capire in quali termini accada e a quale risultato porterà. … Tutto è superveloce, e tutto è alla portata di tutti. Gli internauti somigliano ad un popolo di bulimici, fanno grandi abbuffate d’immagini e parole: si saziano senza nutrirsi. Troppe informazioni e (troppa) poca qualità. In questo caos mediatico e subdolamente voyeur siamo in balìa di parole, suoni, immagini che non vorremmo leggere/ascoltare/vedere, e pensiamo di poter scegliere, ci fanno credere di essere liberi, ma non siamo –forse- altrettanto condizionati da noi stessi, di quanto non lo fossimo dalla statica tv negli anni passati?

L’era del consumismo si è insinuata  nelle ultime roccaforti del pensiero incontaminato, autentico, dissacratore, pungente, anticonformista, satirico, allopatico della poesia, della narrazione, del giornalismo… Al lettore è affidato un compito gravoso di smistamento. Il lettore incauto e disattendo, colpevoli anche le politiche di scarsa qualità editoriale -e qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte- il più delle volte leggerà distrattamente tutto quello che gli sarà proposto, in base agli standard e ai target nei quali si è inserito, facendo le sue “scelte” con giudizio critico, personale o altrui. A questo punto mi sorge ancora un’altra domanda (tra le varie centinaia): la categoria dei critici come si pone, che ruolo ha nella rete; chi è il censore? Ancora il critico, oppure il pubblico/lettore?.

E in questo circo bulimico, esibizionista e voyeurìstico  del pensiero in rete, mi chiedo anche dove sia finito  quel fare meraviglioso con la parola che sedimenta fantasie, quesiti, emozioni: la Poesia; visionaria, anticipatrice dei tempi, arco che scocca le frecce della satira, della critica civile e dignitosa, dell’esercizio puro di parola che ridimensiona la tragedia umana. La rete è un campo disseminato di frecce che non hanno fatto centro, che  non hanno raggiunto il bersaglio (a volte non l’hanno neppure sfiorato), e giacciono lì, arredo di uno spazio immateriale. Qualche anima semplice, ancora, si cimenta con un retino, mentre sono in volo, a seguirne la traiettoria.

Bambini che inseguono farfalle. Li vedo. I loro retini restano subito vuoti, la poesia si sgretola, si perde nel caos generale della vita frenetica. Si può afferrare la fugacità di un pensiero che coglie i segni del cambiamento in atto e che eterna con il suo volo la critica della ragione? In fondo è sempre stato così, ma c’è qualcosa di diverso. La rete ha cambiato la poetica, nel suo concetto originario di parola, di tutto ciò che attiene all’arte. Gli artisti non sono in piazza, ma in una rete virtuale che disperde l’arte e che, se da un lato avvicina l’artista alle persone, dall’altro, di fatto, le allontana dal godimento distaccato e meditativo di cui l’arte ha bisogno. I poeti in rete, oggi, sono un popolo di mistici che non possiedono più una dimensione sacra, sordi e bulimici di consensi rubati alla distrazione. Le bacheche dei social network e dei vari siti poetici, cenacoli di artisti e di scrittori dell’era digitale, sono cimiteri di parole inascoltate, la poesia passa e se ne va, subito rimpiazzata dal poeta di turno che vuole la sua parte di visibilità. Una poesia dopo l’altra, muore il confronto, la critica, la riflessione, lo scambio di voci, il silenzio produttivo, e il cenacolo letterario che dovrebbe contenere il fuoco vivo del cambiamento e della visione futura, della critica, dell’incontro e scontro di punti vista, esala l’ultimo respiro affogando nello scorrere bulimico di sconosciuti che restano immersi nel loro ego senza mai emergere.

 “La poesia al tempo dell’autismo corale è destinata a circolare senza su­scitare domande”  leggo nel blog di  Franco Arminio. In rete tutto circola e nulla sedimenta. Sedimentare: questo  il compito della poesia più alta, della lettura impegnata. Qualcuno ha anche il coraggio di dire che “fare poesia è un’azione politica, una dichiarazione di resistenza”.[3] E mentre riscrivo questo testo, per quello che considero essere, ancora, un vero (non solo virtuale) cenacolo letterario, che ha rappresentato e rappresenta un “fare politica” in cui posso riconoscermi (non è forse questa una resistenza culturale ?) mi accorgo che il poeta, che vi ho citato poco fa, in politica ci è entrato davvero. Un concetto antico quello del poeta come uomo di comunità, già messo in luce dalla filosofa Maria Zambrano: il poeta è l’uomo della comunità e perciò figurazione del politico.[4] Figurazione del politico o figura politica? Entrambe? Penso a Dante Alighieri, che è stato figurazione e insieme figura del politico. Oggi però non saprei dire chi sia il poeta, quello che so è che, prima di questa rielaborazione del testo, avevo terminato il mio articolo così:

“Mi piace pensare, che la poesia non abbia perso la sua funzione politica. Ce n’è bisogno, oggi più che mai, oggi che la politica ha perso il suo senso civico di “cosa che attiene alla città”, divenendo “cosa che attiene al singolo interesse”.  Voglio credere che la poesia, quella vera, non si perderà nella rete… che le farfalle, dalla voce aulica, continueranno a volare –emancipate dall’oblio- sopra i prati della rimembranza.”

Vedete? Mentre lo scrivevo ero già obsoleta! Ebbene, io non so se questa azione poesi-politica avrà un seguito, certo è che ne seguirò gli eventi, sperando di non “perdermi” anche io dentro la rete. Ci sono farfalle più veloci di qualsiasi retino… La morale di tutto ciò è che la mia conclusione a questo articolo resterà un punto interrogativo, non posso concludere, perché qualsiasi pensiero ponessi a sigillo di questo scritto-meteora sarebbe già fuori-tempo.

Ου λέγειν τυγ’εσσί δεινός, αλλά σιγάν αδύνατος[5] Tu non sei abile a parlare, ma incapace di tacere. Lo scriveva Epicarmo, commediografo e poeta greco, ben 400 anni prima di Cristo... Una citazione quanto mai attuale. La pagina bianca resta aperta, come il cambiamento e il cambiamento esige tempo e silenzio… Non un tempo qualsiasi, non un silenzio qualsiasi. Quello che manca oggi alla poesia (e non solo!) si può riassumere in due concetti classici: καιρός e σιγάν.

Il tempo buono dei Greci, καιρός, il tempo “consapevole” di natura qualitativa e non quantitativa, che fornisce le intuizioni, che fotografa ed eterna gli istanti focali di ogni era, gli attimi scrittori della storia vera, quella “storia nella storia” fuori dai libri di testo, di cui poeti, e artisti di ogni tempo si sono fatti e si fanno portavoce e, al medesimo tempo,  testimoni.

Silenzio. Il grande assente dell’era moderna. Quello stato mentale e fisico cui i greci attribuivano significati di ordine divino o sacrale, σιγάν (letteralmente fare silenzio), il silenzio mistico in grado di annunciare la nascita così come la fine, quel silenzio meditativo che “scrive” noi stessi e di cui, solo in silenzio, noi stessi possiamo scrivere. E allora mi chiedo, rubando la parola poetica a un’altra cacciatrice di farfalle, che voi ben conoscete:

                                                                                               “ come si fa

                                                     a fare quel silenzio che prevede parole

                                                     prima (però) del quale

                                                     è assoluto divieto

                                                     salire la parola e le sue scale?”[6]

Esisterà un concetto di diminuzione applicabile all’era moderna? Una “decrescita felice” (anche) per la poesia? Un futuro in cui si dia maggior valore al tempo e al silenzio (quel tempo e quel silenzio che vanno oltre le parole…)?

(Valentina Meloni)

copertina area broca 2014

[articolo pubblicato sul n.98/99 de L’area di Broca- semestrale di letteratura e conoscenza (già Salvo Imprevisti)]

In questo numero presente anche un racconto dal titolo “Fuga da fb, ovvero il passato che ritorna” scritto con Massimo Acciai

Note


[1] Joe R. Lansdale, da un’intervista al magazine XL, ottobre 2005

[2] L’ economia delle esperienze. Oltre il servizio, Pine Joseph B.; Gilmore James H.

[3] Lo scrive la poetessa Maria Grazia Calandrone, in un suo  articolo apparso su  Il Manifesto del 13 luglio 2011, intitolato: “Fare poesia è un’azione politica”.

 [4] Pina de Luca nella prefazione di “Filosofia e Poesia” di Maria Zambrano

[5] Frammento 272 Kaibel di Epicarmo (524 a.C. circa – 435 a.C. circa)

[6] Mariella Bettarini, Il silenzio scritto, 26

 

Le ali dei bambini

Kathy Hare

Illustrazione di Kathy Hare

Sfiorare le ali dei bambini
percorrerne le traiettorie
ignorandone la direzione,
deltaplani in planata
-i loro sogni-
sfidano venti in sospensione.
Non si azzardano a cadere
si lasciano liberi
di esistere o morire
-senza rimpianti-
Solo le scapole
dei ragazzi cresciuti
ne porteranno i segni lì,
dove sono cadute…
in procinto di volare.

(Valentina Meloni)

Didentro

Cara Nicoletta
questo tuo scritto mi ha inchiodato a delle immagini ancora vive e dure da digerire. Ti ringrazio, le parole che scrivi hanno la tua delicata forma, come è naturale e giusto che sia, ma di più…hanno la tua sostanza, che cosa difficile da farsi… da “essere” questa sostanzialità della parola poetica.

“lì ci sono i nomi che ho perso a figliare
dentro un sonno irrevocabile da sirena”

Questo tuo arrivare al centro di ogni cosa con naturalezza e grazia, ma con forza centripeta determinante e aggregante mi sorprende sempre e mi affascina. Mi commuovo a leggere…per chi ? Per me o per te? Per entrambe…

“Se ho bisogno di altre donne per nutrire e sostenere il mio germoglio di essere, non credano di avere dei diritti su di me quelle donne che ancora oggi fanno del proprio essere mogli, madri “perfette” una specie di superiorità o normalità imprescindibile.”

Hai detto, hai il coraggio della parola e anche dell’azione, quanto ho sofferto questa presunta inferiorità, in primo luogo con mia madre e poi con un’intera generazione di donne appese a delle certezze di marzapane. Sono quello che sono, imperfetta e perciò variabile imprescindibile alla sostanza delle cose. La natura si nutre dell’imperfezione per migliorare, così voglio fare anch’io, essere madre di me stessa e più ancora essere figlia dentro un sonno irrevocabile…da sirena.

Valentina

Avatar di Nicoletta NuzzoNicoletta Nuzzo

56_Catrin-Welz-SteinNon prevedo un matrimonio in abito bianco, né un figlio. Ma le donne sposano gli uomini e mettono al mondo i figli. E io che metterò al mondo? Io volevo mettere al mondo un ideale, una rivoluzione, un cambiamento. Io metto al mondo un cambiamento sì, tanto i figli non mancano.”

Così scrive Laura, giovane donna di 28 anni dell’Associazione 8marzo2012 di Tivoli su Laboratorio Donnae. E poi Laura si chiede “Ma sono lo stesso una donna? Anche senza un marito, un figlio? E che donna sono? Una femminista?”

E che donna sono? Quante volte me lo sono chiesta…sono una donna che ha accettato di perdere allontanandosi dagli stereotipi e da questa perdita  si è curata con le parole, dentro un linguaggio che è costruzione di doni… il figliare è stato per me  trasformare significati, accogliere le immagini che emergono quando riesco a fare il…

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Neoplasie civili

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Recensione a cura di Valentina Meloni

cover front (1)

Neoplasie civili” si presenta come un affresco moderno  della sostanza civile contemporanea: “piccoli colpi di pennello di un impressionista”, come definisce Corrado Calabrò le immagini poetiche di Lorenzo Spurio, e un’attenzione al reale, precisa  Iuri Lombardi  nei risvolti di copertina, che fanno di queste poesie un “flash rapido, quasi fossero una fotografia, delle vicissitudini umane e del dolore”.            Le pagine si tingono di tinte accese, colpi d’occhio e squarci quotidiani nitidi e sfrontati, sventolanti come panni tesi al sole. Non ci sono fingimenti, persino i vicoli vengono smascherati da una “ipocrita cucina casereccia” [1]; l’io poetico qui dichiara guerra ad ogni ipocrisia “L’inchiostro strillava indomito/ l’indomani del velato non detto” [2] e poiché “la battaglia  si vince solo intentandola” [3] Spurio si arma di parola e sdegno e reagisce alla storia, alla cronaca, alle tragedie di ogni giorno senza spazi circoscritti, balenando con irruenza e patimento da un luogo all’altro, da un avvenimento a un altro, da se stesso all’altrui persona con la perizia dell’acuto osservatore.

Geograficamente si spazia dal Canale di Sicilia[4]  all’Oceano Pacifico[5], da Cosenza[6] a Istanbul[7], dalla fumata bianca di Roma ai fumi neri delle favelas di San Paolo[8], dalle corridas de toros di Pamplona[9] alla tomba di lady Diana presso Althor House nel Northamptonshire[10].   La poesia civile deve partire dalla propria identità più autentica, che è quella con la propria terra, eppure Spurio non s’identifica “nel pavido paese in usufrutto”[11] e qui sta, forse, la modernità di questa raccolta, dove non esistono confini d’identità, ma ogni luogo è accomunato dallo stesso senso d’impotenza, di rabbia e indignazione che fanno l’uomo (e il poeta) cittadino del mondo.

   Ne esce un ritratto di un’Europa indifferente alle sue stesse tragedie, dove i fatti della storia sembrerebbero perdersi nella memoria del tempo, se non ci fosse la parola del poeta a fotografarne gli istanti; fotografia di un mondo intorpidito da illusioni sempre nuove “Il mondo si mascherava/ e donava meschina illusione/ nella convinzione di un nulla convinto”. [12] Eppure vecchie come i mali peggiori che da sempre affliggono la storia, metastasi di una civiltà cancerosa. ”Quelle pietre perfette/ assorbivano sangue/ diventando tumori in metastasi.”[13]

 Luogo fisico e luogo interiore, dunque, a esplorazione di un vissuto remoto le cui radici, però, succhiano il nettare presente. Il tempo poetico, infatti, è espresso da Spurio, il più delle volte, con l’imperfetto o con declinazioni al passato, a documentare un percorso interiore e storico che incide sul vissuto, sulla poesia e sulla propria pelle “una pioggia acuminata/ m’infilzò dappertutto/ e mi rigenerò”[14]a farsi testimone di un progresso di regressione che coincide il presente nello “ieri”, statico e privo di una reale crescita proporzionale al tempo. La civiltà e il progresso non sono direttamente proporzionali alla progressione temporale e così “la Terra continua(va) a defecare/ luride esistenze, come te […] e Dio piangeva a fiumi, /genuflesso sui carboni ardenti”.[15]

Il senso civico emerge da una rabbia inespressa, taciuta non troppo a lungo, da bagni di parole acuminate come spade, in cui, il lezzo della società, sale alle narici del lettore senza possibilità di occultamenti. “E le oche cignoidi starnazzanti/ spargevano merda/ sul prato” [16]. Un colpo d’occhio che spazia da “la folla carogna” di “Outside” alla folla turca che si mobilita in favore degli alberi, ”(…)alle soglie dell’Europa/ e le donne denunciavano stupri/ mentre piazza Kizilay/ veniva sgomberata con la forza[17]”.

Il poeta sembra voler cercare l’estraniamento “Mi fingevo altro da me/ in pretestuosi inganni d’immagine”[18]  “serravo i pugni con sovrumana forza/con la speranza di polverizzarmi” [19]sconvolto egli stesso da ciò che descrive con pathos “Un Golgota di cartapesta/ con vergini sgolate”;[20] “Sconvolto correvo per le vie”[21] e sembra volersi coprire, anche lui, gli occhi quando, come “Gea si occulta la vista/ e corre a occhi serrati/ verso rovi e sterpi acuminati/ per accecarsi”[22]… ma non pare riuscirvi, come afferma Cinzia Demi nella sua accurata postfazione, e anzi, sembra che la sua voce si accosti maggiormente a una cauta osservazione, offuscata, spesso, dal senso di impotenza: “Contemplavo quel lento turbinare/ di dietro a un misero vetro appannato”[23] ma ferma, puntuale, senza scappatoie “Ho guardato la Terra e / le ho chiesto dove andasse/ usando un linguaggio di vergogna”[24] con pena e giudizio severo e roboante “Ay! […] Malditos sean los hombres!”[25]

Spurio dà voce a chi non ne ha (più) “le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna” [26] e si fa voce e memoria del mondo, concedendosi, senza rimorso, persino alla prosopopea “M’inginocchiai e baciai la terra/ chiedendole scusa”[27] ”trovai trucioli incastrati/ nella suola di gomma ormai ferita/ e mi ricordai delle bombe a Port Stanley”.[28]

A volte i toni si fanno altisonanti “In cattedrale/ s’incorona un re/ […] per sdegnare il tormento di […] disoneste leggi/ contro natura/ che spaccano/ la Sacra Famiglia/ […] riducendo tutto in burletta”[29] con versi sincopati che accentuano un ritmo di andatura e pause di confine, senza rime o assonanze che ne addolciscano la parola.

Parola che non si adegua mai alla lirica, ma si lascia andare a una prosa poetica ricca di metafore taglienti, struggenti a volte “I bambini rubavano il mare con gli occhi bagnati”,[30] a vivide metonimie “il borbonico scudo stinto/ volteggiava depresso/ e costernato”,[31] a iperboli inconsuete “il sole sveniva”,[32] a sinestesie d’effetto “Ho odorato ancora il fiore/ accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore”,[33] a efficaci allegorie “Ho visto un bambino/ con strani lividi al volto/ e ho compreso perché il mare/ fosse purpureo”.[34]

Ne risulta un linguaggio “moderno e asciutto”, come scrive Ninnj Di Stefano Busà nella prefazione, un linguaggio che si adegua alla moderna denuncia poetica, senza confini d’immagine, ma d’immagine viva e riflessiva, commossa, ma senza affettazione, d’intensità esplicita e a volte dissonante, sempre comunque consona a un movimento interiore  mosso da una sapiente alternanza di improvvisi slanci di sdegno e contrazioni descrittive, nello sperimentare per la primissima volta il proprio percorso poetico di maturazione civile.

Valentina Meloni

Note


[1] “Verità talmente vere da non credere realmente” Pag.31

[2] “Senza titolo” pag. 48

[3] “L’aiuto non dato (Maidan) pag.26

[4] “Ora qui, ora là” pag.40

[5] “Il laido timoniere” pag.41

[6] “Ritornato sei” pag.38

[7] “Non abbattete quegli alberi” pag.39

[8] “Fumo bianco e fumo nero” pag.32

[9] “Alla piazza di sangue” pag.46

[10] “Verde per sempre” pag.20

[11] “Prima e dopo” pag.36

[12] “prima e dopo” pag.36

[13] “Polvere e sangue” pag.35

[14] “Colloquio” pag.53

[15] “Ritornato sei” pag.38

[16] “Verde per sempre” pag.21

[17] ““Non abbattete quegli alberi” pag.39

[18] “prima e dopo” pag.36

[19] “Polvere e sangue” pag.35

[20] “Senza titolo” pag.48

[21] “Fucsia” pag.50

[22] “A una madre” pag.15

[23] “Giù la serranda” pag.13

[24] “Colloquio” pag.52

[25] “Alla piazza di sangue” pag.46

[26] “Ritornato sei” pag.38

[27] “Colloquio” pag.52

[28] “Trucioli” pag.37

[29] “Notre- Dame de Paris” pag.22

[30] “Piazza Tahrir” pag.23

[31] “Alla piazza di sangue” pag.47

[32] “Outside” pag.45

[33] “Il fiore giallo” pag.33

[34] “Ho compreso perché” pag.30

Liquefazione

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Sentirsi goccia

nell’immensità

di un vasto oceano…

abbandonarsi

-nuda rugiada-

sul ciglio dell’infinito

e lì giacere

-liquida-

sino a tornare nuvola.

(Nanita)

 

 

 

Scarpette rosse

Volevo le mie scarpette rosse

                      -da bambina-

pensavo a quanto avrei ballato

e corso e camminato

                    per viali d’alberi fioriti

    mano nella mano con la vita.

                          Volevo anch’io

le mie scarpette rosse…

          e quando le ho indossate

                 non sapevo

che avrei smesso di brillare

                       che avrei pagato

  a caro prezzo

il mio sogno di libertà…

                             con la libertà.

Volevo anch’io le mie scarpette

                rosse e… le ho avute

e quando le ho indossate

non ho più smesso di ballare

e ho visto migliaia di piume

                    scendere dal cielo:

erano le ali degli angeli

                 che cadevano a terra

(e sopra ogni cosa)

                                  come la neve

come un pianto che voglia

                 rendere all’innocenza

la propria purezza come

                                    una carezza

scesa dall’immensità.

  (Valentina Meloni)

Dedicata alle donne…

Canto d’autunno

Canto d'autunno

A volte amo cadere 
-come le foglie-
e non c’è ramo che tenga le redini
del mio autunno impaziente…
rosseggiare sulle cime degli alberi
e poi scivolare via su ali di vento,
è tutto quel che chiedo 
-alla poesia-
alla stagione del verbo sfrondato…
E’ un battito e levare di tormenti
-il mio canto-
che si adagia (timido)
sul ciglio del foglio bianco 
– facendolo appassire-.

(Valentina Meloni)

Ophelia

Ophelia guardava
quei gigli nell’acqua e

                -fragile lei-
li voleva sfiorare…

                  Cadevano petali
dagli occhi di pianto

                     (e solo la Luna
poteva ascoltare)

                 cadevano stelle
dal cielo ormai spento,

                      di Ophelia
era il canto

il suo canto d’amore.
Ophelia guardava

i suoi fiori nell’acqua
e l’acqua i suoi fiori

voleva rubare…
Ophelia

-dal corpo di giunco-
dormiva… Ophelia

                         dei gigli
rubasti il chiarore…

(Valentina Meloni)

L’ombra di θάνατος

Fotografia di Alberto Clapis

Fotografia di Alberto Clapis

Ombre-rami

         -come lunghe dita-

a presagire l’imminente fine.

    Istanti densi e fragili,

           -tremuli-

su antenne di farfalla.

            Si contano a battiti.

La stessa consistenza

        della polvere

che cade a

                     p

                         i

                             o

                                 g

                                     g

                                          i

                                               a

                                                   dalle ali…

                                                                   (Nanita)

Agilla e Trasimeno- Euterpe n.13-

John Collier Ninfa d'acqua

John Collier Ninfa d’acqua

Il mio contributo a questo numero della rivista è una poesia intitolata “Il pianto di Agilla”.

Questa poesia si rifà alla leggenda del Trasimeno che narra le vicende della ninfa Agilla e del principe Trasimeno, figlio del dio Tirreno. La leggenda, almeno nella versione più popolare,  narra del viaggio del principe Trasimeno si trova a passare nelle terre del centro Italia, l’antica Etruria. Durante il percorso giunge in riva ad un lago, ampio e con le rive coperte di alberi. Si ferma sulla riva e, dato il caldo estivo, decide di fare un bagno.  La ninfa Agilla lo scorge e rimane colpita dalla bellezza del giovane; decide di sedurlo e con il proprio canto lo attira al centro del lago. Ma questo causa un tale stordimento nel giovane che, sopraffatto dall’emozione, annega.    Narra ancora la leggenda che il corpo non fu stato mai trovato e che in suo ricordo il lago venne chiamato Trasimeno.

Da allora, nelle serate di agosto, quando una brezza leggera vola sulle acque del lago e fa stormire le foglie, si dice che è il lamento della ninfa Agilla, alla ricerca del bellissimo principe. La leggenda viene citata da Matteo dall’Isola ne La Trasimenide (libro I, versi 156-166).

Leggi la rivista

 


Nella mitologia classica, le Ninfe stavano a metà tra gli dei e gli uomini, come i demoni, a cui assomigliavano tanto. Non salivano sull’Olimpo. Non avevano templi, ma soltanto altari. Non erano immortali; e Esiodo ci assicura che la loro vita non superava “la durata di dieci vite di palma”. Nelle loro figure sorridenti e graziose, che coprivano di danze la superficie del mondo, si raccoglieva tutta la vita acquatica della natura: loro erano i ruscelli, le fonti, i fiumi, i torrenti, i laghi, le paludi, le grotte montane grondanti d’acqua. Attratti dalla loro grazia, molti uomini entravano nel loro regno, accanto ai Sileni e ai Satiri. Era un rischio tremendo. Chi vedeva le ninfe: chi riceveva dalle ninfe il dono della ispirazione e della chiaroveggenza: chi amava le ninfe, spesso sprofondava nella follia e perdeva sé stesso.
(Pietro Citati)