Aveva nidi nei capelli…

Illustrazione Graham Francios

Illustrazione Graham Franciose

“La sua mente era sempre stata accogliente,

c’era spazio per chiunque… era una casa piena di

vite, di canti, di piume e sorrisi.

Aveva nidi nei capelli e pensieri

cinguettanti come voli di primavera”.

(Valentina Nanita)

175 autori per Alda: Buon compleanno Poesia!

alda

La primavera inizia con la Giornata Mondiale della Poesia.

Oggi 21 marzo compleanno della grande poetessa Alda Merini

festeggiamo con l’e-book creato da Matteo Cotugno

dal titolo:”Alda nel cuore 2014

Anche quest’anno ho partecipato

 con una poesia inedita dal titolo “Metempsicosi

che potete leggere a pag. 101 dell’e-book 

175 poesie per altrettanti autori,

prefazione di Emanuela Carniti primogenita di Alda

Buona lettura!

Presentazione:”La cucina arancione”


cucina arancione loc

 

 

Il mese scorso vi ho presentato “La cucina arancione”. Oggi sono lieta di invitarvi alla presentazione che avverrà a Perugia il prossimo 26 marzo. L’autore sarà presente e ci sarà anche un mio intervento. L’evento si terrà presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni, poco distante dal Tempietto di San Michele Arcangelo. Una scusa per visitare Perugia e le sue antichità. Vi aspetto!

(Valentina Meloni)

Cercavo la primavera…

Illustrazione di Graham Franciose

Illustrazione di Graham Franciose

“Cercavo la primavera…

ed era già dentro di me,

ero come un nascosto germoglio

pronto a fiorire all’improvviso”.

(Valentina Nanita)

Viaggi reali e viaggi fantastici…

fiat 500
Immaginavo così i miei viaggi, a bordo di una 500 modificata, ovviamente rosa e con roulotte al seguito. Viaggiare e fermarsi poche ore dove il paesaggio chiama, dove la ragione vuole. Ma viaggiare a cosa serve? Possiamo continuare a vedere città e paesaggi senza mai ricondurli al nostro cuore? A cosa ci serve viaggiare? Quale ragione ci muove? Ho visto pochi luoghi io e chissà poi se li ho davvero guardati …e cosa mi ricordo di questi viaggi? Grazie ad alcuni paesaggi è nata una poesia, di altri ricordo poco solo grazie alle fotografie. A viaggiare interiormente invece ho iniziato tardi, molto tardi e ho scoperto universi interi… Da quando viaggio dentro di me è cambiato pure il paesaggio e a volte un piccolo spostamento per me, diventa un viaggio inaspettato e ricco di sorprese…
“Volgi il tuo occhio all’interno, e scoprirai migliaia di regioni, nel tuo cuore, vergini ancora.
Viaggiale tutte, e fatti esperto di cosmografia interiore„

Henry David ThoreauHenry David Thoreau

“Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso.
Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire.„
Lucio Anneo SenecaLucio Anneo Seneca
LOGO COLORI euterpe
Sul tema del viaggio la rivista di letteratura Euterpe ha impostato il numero di marzo, la potete leggere insieme a due mie poesie sul tema “Viaggi reali e viaggi fantastici” … qui
Le due poesie che trovate nella rivista sono:
“Au Marchè aux Puces de Montreuil”
Un viaggio reale e allo stesso tempo metaforico perché mai del tutto attuato. Questa lirica narra dell’incompiuto, delle possibilità perse, di un appuntamento che, partendo da un viaggio, anelava a qualcosa di più grande e, invece, si trasforma in un addio accompagnato dal paesaggio e da immagini che diventano nostalgia.
Inedita. La poesia è nata in francese, Parigi, la città dell’incontro e del viaggio immaginario, il mercato delle Pulci di Montreuil il luogo dell’appuntamento amoroso mai vissuto.
“La via delle Crete” 
 Un viaggio tra il reale e il fantastico. Il paesaggio della via delle Crete tra Siena e Saturnia è stato lo spunto anche per un viaggio interiore e per esplorare l’inquietudine personale che si fonde al paesaggio. Edita nel volume “Senza trucchi nè ritocchi” della Cassandra Edizioni.
(Valentina Meloni)

Haiku- Impermanenza-

petali di ciliegio sakura

Volano lievi
petali di ciliegio.
Impermanenza.

(Valentina Meloni)

I luoghi li fanno le persone

 

Valentina Cervi dal film "Artemisia passione estrema"

Valentina Cervi dal film “Artemisia passione estrema”

Quando dico che i luoghi li fanno persone, non i tramonti, non i paesaggi… i luoghi li fanno i sorrisi, le gesta, l’umanità. Non i laghi, i fiumi, gli alberi, non le case, le piazze, le città. I luoghi li fa chi li vive, li fa chi pianta un albero, chi non lo taglia, chi semina, chi raccoglie, chi costruisce, chi ha una parola buona, chi vive con semplicità. Quando dico che i luoghi li fanno le persone voglio dire che una grande ricchezza di paesaggio e una povertà di genuina bellezza sono come una bella cornice priva di tela. Come si fa a guardare una cornice vuota? Se l’immaginazione ci è d’aiuto comunque non ci soddisfa, abbiamo bisogno di tela, colori e pennelli e almeno la mano di un ottimo pittore…

( n a n i t a)

La cucina arancione di Lorenzo Spurio

La cucina arancione

recensione a cura di Valentina Meloni

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Vorrei parlare di questa raccolta partendo dalla copertina, perché quando si prende in mano un libro la copertina è la prima cosa che vediamo ed essendo un “contenitore” di un contenuto non ancora conosciuto deve suggerire al lettore cosa si “cela sotto il vestito” con un appeal immediato che incuriosisca, senza troppo svelare. La copertina innesca un processo seduttivo che non dovrebbe esaurirsi con la lettura, ma dovrebbe continuare con e nella lettura. Nel caso de La cucina arancione questo processo, a mio avviso, è più che avvenuto e non si può certo dire che la copertina passi inosservata. Quando ho conosciuto di persona Lorenzo Spurio alla cabina teatrale a Firenze in occasione della presentazione del saggio “La metafora del giardino in letteratura” (di cui pubblicherò recensione) scritto con Massimo Acciai, fui molto incuriosita da “La cucina arancione” pur non conoscendo molto del suo contenuto. Sapevo che trattava di dinamiche sociali a livello psicologico e avevo intravisto la copertina. Ho subito pensato che avrei voluto leggerlo perché m’interessava molto a livello di esperimento letterario, per come Lorenzo Spurio avrebbe potuto usare il linguaggio e la costruzione di una narrazione così scomoda nelle tematiche trattate, per di più in una forma letteraria, il racconto, che per la brevità di narrazione rende difficile creare un “humus di atterraggio” che possa accogliere l’emozione del lettore con adeguata cura. Inoltre quella cucina arancione sullo sfondo scuro mi suggeriva un luogo reale, di attualità, vivo dinamico, anche drammatico se vogliamo, senza troppe sottigliezze e ne fui subito incuriosita.

La cucina, infatti, è il cuore pulsante e vivo della casa, è il luogo familiare per eccellenza, di riunione e convivialità, di riti e di calore, ma anche il luogo delle abitudini, degli eccessi di gola, dei litigi e dei pensieri fantasiosi. Il termine cucina deriva dal latino volgare cocina, a sua volta derivato dal latino coquĕre cioè “cuocere” che probabilmente ha origini greche, Kak-kàbe stava ad indicare la pentola, il vaso per cuocere.

Prendo in mano il libro e mi viene da pensare a una grande pentola arancione. Nella pentola e in cucina mescoliamo vari ingredienti e non siamo sempre sicuri del risultato che potremo ottenere. Possiamo accostare i venticinque racconti di cui si compone “La cucina arancione” ad altrettanti ingredienti, che si mescolano in questo pentolone alchemico, la maggior parte dei quali sono probabilmente sgraditi al palato della società benpensante e a quegli individui abituati solo a un certo tipo di sapori, che evitano qualsiasi esperimento culinario più per paura delle sorprese che per reale volontà di scelta. Per scoprire nuovi sapori, infatti, si deve poter assaggiare, se si sta a osservare non sapremo mai se quel gusto ci piace o meno. Questo è il motivo per cui se volete stare al riparo da delusioni, se non volete mescolare un po’ di amaro e di speziato alle vostre pietanze, resterete fuori da “La cucina arancione”.

La cucina è il luogo alchemico per eccellenza, crogiolo di metamorfosi, trasformazioni, mutamenti, e proprio perchè rappresenta il regno delle trasformazioni è  metafora di vita: in cucina il freddo si trasforma in caldo, il crudo in cotto, il duro in tenero, il secco in morbido, l’insipido in saporito…E’ un luogo incontrollabile, così come incontrollabile è la vita.

 E’ certo, infatti, che la vita per quanto si pianifichi ci riserva sempre qualche sorpresa… come dice ironicamente Irene Frain: “Per quanto si sorvegli la vita come il latte sul fuoco, appena ti distrai un attimo, uscirà subito dallo stampo”. E’ proprio quello che accade nella cucina arancione.

In questa stanza alchemica che è il nuovo libro di racconti di Lorenzo Spurio, il latte fuoriesce più volte a tal punto che per certi versi è impossibile berlo, ossia immedesimarsi del tutto nei personaggi. “La cucina arancione” potrebbe essere vista anche in un’ottica di trasformazione personale del lettore che può, interagendo con le sue paure, trovare gli strumenti per stanarle e sconfiggerle.

 la-cucina-arancioneLa cucina di Lorenzo Spurio è un po’ un laboratorio sperimentale, ci appare  come un luogo della psiche in cui si mescolano sogni, emozioni, fantasie,  vissuti, ossessioni, paranoie, aberrazioni e stranezze unite dal filo sottile  della follia, attraverso cui si narra il perturbante, il deviato e la  degenerazione di alcuni atteggiamenti frutto di una psiche malata. Temi  questi trattati spesso dallo scrittore britannico Ian McEwan, autore  studiato da Lorenzo Spurio che lo cita come ispiratore e su cui ha scritto anche un saggio[1]. In questa “cucina” possiamo trovare sapori di ogni tipo e la narrazione, che trae certamente spunto dalla vita reale, prende delle strade inusuali attraverso la penna dell’autore… è così che egli dà vita ad una narrazione fantasiosa, avvincente, a tratti audace, a tratti esilarante, a volte misteriosa e sorprendente, altre volte indigesta, spesso amara, deludente e comunque sempre “spinosa”.

 La capacità di Lorenzo di porsi al di fuori dei fatti narrati rende i suoi racconti dei percorsi di lettura  su cui il lettore è chiamato ad intervenire. I personaggi, che Lorenzo, ci tiene a precisare nella prefazione sono personaggi e non persone, sembrano totalmente assorbiti dal loro vivere quotidiano tanto che riusciamo a vederli come se fossero al microscopio. L’autore è l’osservatore e da osservatore riesce a trovare le falle che si insinuano in quel quotidiano. Queste falle sono sostanzialmente falle psicologiche,sono le deviazioni, le malattie, le ossessioni, le pulsioni sessuali, gli istinti incontrollati e tutto quello che difficilmente viene narrato nel quotidiano.

 Le falle. Ecco perché quello de “La Cucina Arancione” di Lorenzo Spurio è un bell’esempio di letteratura contemporanea di riflessione sociale sulla psiche umana nelle sue varie manifestazioni e, aggiungo, in tempi in cui si comincia timidamente a parlare di antipsichiatria e a mettere in dubbio i paradigmi stilati dai vari psichiatri nell’ormai famigerato DSM[2], mi sembra un ottimo spunto per innescare delle sane riflessioni e porre l’attenzione, su qualcosa che riguarda moltissime persone in tutto il mondo.

Vista l’attenzione al sociale, si potrebbe accostare l’opera di Spurio al Naturalismo[3](forse qualcuno lo ha già fatto), tuttavia l’autore operando determinate scelte stilistiche ha già dato un imprinting soggettivo che rende molto personale la narrazione e, quindi, più che di Naturalismo parlerei semmai di Verismo quando, ad esempio, adopera una precisa scelta di tecnica narrativa.

Nel Naturalismo si usa l’impersonalità come distacco scientifico dalla materia analizzata e da quest’analisi il narratore valuta le vicende. Bisogna dire, a ragion del vero che, sebbene l’autore si avvalga di un certo distacco dai contenuti, quella di Spurio non è una narrazione analitica della psiche umana, Lorenzo non indaga le cause di certi atteggiamenti che esulano dal nostro concetto di “normalità” (tutto questo è lasciato alla riflessione del lettore).

E’ il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta[4], dove emerge la figura di una donna che ha nei confronti del protagonista degli atteggiamenti sadomasochisti, che probabilmente ha ereditato dal rapporto con l’ex marito violento, ma al lettore non è dato sapere se questi atteggiamenti esistevano anche prima del suo matrimonio o sono la risultante di una violenza subita nell’arco della vita matrimoniale della donna che è anteriore ai fatti narrati ne “La cucina arancione” (ipotesi probabile). Un certo tipo di rielaborazione e autoanalisi comunque emerge dai personaggi stessi, è il caso ad esempio de “La mezza vita”,[5] racconto in cui il protagonista si rende conto che qualcosa non va e smette di insistere in certi atteggiamenti, come il fatto di credersi e comportarsi come un nano, quando il medico lo manda da uno psichiatra. Oppure di “Tra quattrocento anni[6] in cui il protagonista vuole farsi ibernare ed è talmente preso da questo progetto da non avere più interesse per il presente, e si ricorda di avere una moglie, una famiglia e una vita reale e che sono quelle le cose davvero importanti, solo quando la moglie muore.

Abbiamo visto come non esiste un’analisi della psiche dei personaggi e l’autore d’altro canto non si pone mai come giudice, non interviene a condannare certi comportamenti, a dare un giudizio, anche se naturalmente un giudizio implicito o “indotto”, a mio avviso, esiste…

Nel Verismo l’impersonalità è intesa come “eclisse” del narratore, che non esprime giudizi e non dà spiegazioni. Questo avviene attraverso l’uso del discorso indiretto libero (di cui l’autore fa largo uso, in più della metà dei racconti) che consiste nell’inserire direttamente nel testo le parole e i modi di dire del personaggio stesso, senza distinzione rispetto alla voce narrante; e avviene anche attraverso la regressione del punto di vista in cui i fatti vengono narrati e giudicati secondo il punto di vista e i valori espressi dai personaggi, non secondo la visione dell’autore; si comprende perciò anche la scelta dello stile narrativo e del registro espressivo di narrazione di Lorenzo Spurio che adotta un linguaggio semplice e colloquiale.

L’autore, inoltre, utilizza spesso la tecnica dello straniamento (già usata nella nostra letteratura ad esempio dal Verga nelle sue opere veriste) tecnica che consiste nell’adottare, durante la narrazione di un fatto o la descrizione di una persona, un punto di vista completamente estraneo all’oggetto. Attraverso il narratore noi ci troviamo direttamente nella testa dei protagonisti a volte, ed è qui che, parafrasando Irène Frain, “il latte fuoriesce dallo stampo”, con tutto ciò che questo vuole significare. Come risultato dello straniamento si ottiene quello di far apparire normali cose insolite e incomprensibili, o viceversa, solo perché presentate attraverso un punto di vista estraneo. (Vedasi il racconto dal titolo: “Alfabeto numerico[7])

Spurio, per rafforzare questo contrasto tra iniziale “normalità” del protagonista e improvvisa “alterazione mentale” si avvale dell’uso della focalizzazione esterna[8] in cui il punto di vista estraneo, in questo caso, è rappresentato dall’io narrante dei protagonisti o coprotagonisti che sono affetti da manie e patologie varie. Estranei, diversi e non assimilabili a noi, soggetti “sani”, in quanto “malati”. E’ qui, a mio avviso, che si esprime il “giudizio implicito” dell’autore sui suoi personaggi. L’autore non intende esprimere direttamente un giudizio ma invita il lettore a “provare” l’immedesimazione con i personaggi innescando comunque un processo di “valutazione”. A volte riusciamo a immedesimarci, magari guardandoci nella psiche –specchio del personaggio, altre volte sicuramente no, quando, ad esempio, l’effetto sorpresa ci coglie impreparati.

Questo accade probabilmente a causa della tecnica narrativa usata da Spurio il quale adotta spesso l’uso di contraddizioni, accenti e contrasti così forti, nella psiche dei vari personaggi, da lasciarci spiazzati. Stilema di questa sua narrazione è una sorta di -oserei chiamarlo- “ossimoro narrativo[9]”, se mi fosse lecito prendere in prestito questa figura retorica, usandola in senso di più ampio respiro. Un “buco nero” dell’intreccio fatto di contrasti che sta ad indicare l’imprevedibile, una realtà che non possiede nome, un non luogo, qualcosa di ancora inesplorato che culmina con un momento di agnizione[10] di grande intensità ed impatto emotivo.

 In “Questioni di uguaglianza”,[11]ad esempio, il ragazzo protagonista esordisce nell’incipit attraverso il narratore così:

“La prima cosa a cui aveva pensavo era stato che tutto si sarebbe risistemato. […]. Suo padre, infatti, lo aveva sempre esortato a credere con convinzione a tutto ciò che desiderava e da bambino tutte le cose che aveva sperato, si erano poi realizzate. Niente di fantastico o di particolarmente bizzarro. Gli ingredienti per andare avanti nella vita erano il senso di responsabilità, l’indipendenza e la fiducia in se stessi.”

Sembriamo trovarci di fronte ad un bravo ragazzo, non immaginiamo minimamente che alla fine del racconto, il bravo ragazzo si trasformerà in poche battute in un omicida di inaudita violenza. “L’ossimoro narrativo” (passatemi la locuzione impropria) sta a indicare quel momento di interruzione di normalità, quel “black out emozionale” apparentemente inspiegabile che porta a compiere gesti folli.

Il lettore quindi sente la necessità di distaccarsi da tutto ciò anche a causa delle tematiche di grande impatto emotivo, di cui ogni racconto tratta e in cui il lettore non vuole immedesimarsi, per paura. Tuttavia essendo la narrazione priva di qualsiasi giudizio, il lettore non può distrarsi ed è “obbligato” in un certo senso a prendere parte agli eventi.

Nell’introduzione Spurio ci dice che il filo rosso che lega i vari racconti è quello del disagio psicologico, anche se, ci tiene a precisare, la sua narrazione non ha, chiaramente, un intento di tipo scientifico e il riferimento ad alcuni casi patologici gli serve per “affondare il bisturi nella materia”. Io da lettrice potrei anche “correggere ulteriormente il tiro” e dire che il filo rosso de “La cucina arancione” è in realtà la “tragedia umana”. Laddove per tragedia[12] s’intende sia la narrazione dei fatti del personaggio, inteso come “capro espiatorio”, autore di atti deplorevoli di cui non possiamo e vogliamo assumerci le responsabilità in qualità di attori della società attuali, sia  il tema tragico, che assume la narrazione negli eventi che la caratterizzano e, in certi casi, anche tragi-comico.

La scelta del colore arancione della copertina ha, a mio avviso, un chiaro richiamo alla tipologia di narrazione e alle tematiche trattate nei vari racconti. L’arancione collocandosi appena sotto la scala del rosso indica l’energia che si allontana di un solo passo dalla fonte originaria, il rosso appunto, e quindi potrebbe esotericamente rappresentare l’energia contenuta dall’equilibrio interiore. L’arancione è fuoco mantenuto entro confini sicuri, come il falò attorno a cui ci si raduna per narrare storie, storie come quelle de “La cucina arancione” è in questo equilibrio, sempre precario e instabile, che si dipana la narrazione.

L’arancione è anche il colore associato al secondo chakra che è situato sotto il ventre al livello del plesso aortico, collocato lungo la spina dorsale vicino agli organi genitali e governa le nostre azioni fisiche e mentali. Questo centro sottile, il cui simbolo è il loto costituito da sei petali è il solo chakra a essere mobile (ricorre l’idea di imprevedibilità). Il suo simbolo, il fiore di loto, sappiamo avere come significato la purificazione, in quanto nasce dal fango ma si eleva sopra il pelo dell’acqua. I principi che sono alla base di questo centro energetico sono l’attitudine alla riproduzione e alla creazione, infatti, le gonadi e l’apparato genitale sono la ghiandola e l’organo di riferimento, il tipo di energia che corrisponde a questo chakra detto anche centro sacrale è di tipo sessuale. Un cattivo funzionamento di questo centro può provocare una smodata brama sessuale, una altrettanto eccessiva repressione, instabilità a livello emotivo, insensibilità. Il suo elemento naturale è l’acqua, ancora l’imprevedibilità mentre il senso a esso associato è il gusto.

E’ quindi interessante vedere come ricorre il tema duale del piacere sessuale e gastronomico, della relazione tra cibo e sesso, che è già stato analizzato sempre da Irene Frain nel suo “La felicità di fare l’amore in cucina e viceversa”. Sentiamo cosa ci racconta a questo proposito: ”Nella mia esperienza personale la cucina è il cuore della casa, ma anche degli affetti. Sono nata in Bretagna dove, nelle case rurali, la cucina è un pezzo originale e spesso unico. Là c’è la parola, là si svolge la vita, tra acqua e fuoco. In cucina, come nell’amore, c’è una forma di abbandono, così come la camera da letto è il luogo del silenzio e del segreto. In cucina si imparano gli usi della vita sociale, per questo diventa il luogo dell’insegnamento e dell’apprendimento. Perché un incontro amoroso è generalmente associato a un preliminare culinario? Perché il termometro della salute di una coppia si misura dalla qualità del tempo trascorso insieme attorno alla tavola? Perché, sostiene Irène Frain, vi è un nesso profondo tra cibo, desiderio e linguaggio; e l’unica stanza della casa dove essi s’incontrano è la cucina. Sin dagli albori della civiltà, attorno al focolare e al cibo la coppia scopre il piacere di parlarsi, prendersi cura dell’altro, amarsi. Non c’è vero amore senza convivialità, come non c’è vera casa senza una cucina, luogo del nutrimento e della quotidiana condivisione.”

Nel racconto che dà il titolo al libro “La cucina arancione” esiste proprio l’analisi del confine, del limite tra piacere e dolore, lecito e illecito, dominazione e sudditanza, lascivia sessuale e anoressia sentimentale, sadismo e masochismo, al centro di una cucina che in questo racconto si svuota totalmente della sua funzione conviviale e aggregativa e diventa, un centro oscuro delle pulsioni più aberranti.

Interessante notare come al protagonista quella cucina arancione non piaccia per niente questo colore, ma anzi lo metta in soggezione. ”Le pareti erano pitturate di color arancione. Dava un effetto di oppressione e di ridondanza che per poco non mi misi a vomitare” e più avanti: “Avrei dovuto scoparmela tutte le sere? Sarei dovuto andare su e giù per le scale del suo condominio? Avrei dovuto continuare a sentirmi oppresso nella cucina arancione?”[13]

Vorrei riportare, a tale proposito, cosa ho trovato sul colore arancione:

Chi rifiuta l’arancione in genere tende a controllare costantemente la propria emotività. Sovente trova difficoltà nel rapportarsi con il prossimo e, di solito non pondera le decisioni e agisce d’impulso, inoltre trova molta difficoltà sia nella sfera sessuale che sentimentale non abbandonandosi mai del tutto con fiducia, ma delegando alla ragione qualsiasi tipo di mossa. 

E poi ancora:

Questo colore posto tra il rosso e il giallo, rappresenta il punto di equilibrio tra le forze simboliche, tra desiderio spirituale e libidine. Essendo un equilibrio instabile, difficile da trovare, prova ardua anche per un eccellente perito tintore, si ha una continua oscillazione o verso il rosso o verso il giallo. L’arancione sempre per quest’ambivalenza tra influenze benefiche e perverse, simboleggia ad un tempo fedeltà e infedeltà. Infedeltà e lussuria, dovute all’aspetto negativo del colore, erano presenti nei culti della Dea Madre dove si cercava di raggiungere tale equilibrio e si pensava che esso coincidesse con la rivelazione e la sublimazione iniziatica.[14]

La cucina che è un luogo di trasmutazioni alchemiche, di trasformazioni psichiche, rappresenta il momento dell’evoluzione interiore, perché fa riferimento anche a un bisogno di “nutrimento” interiore, oltre che di nutrimento corporeo. Il cibo ha infatti un valore simbolico: noi ci nutriamo di cibi materiali, ma anche di affetti e di alimenti per lo spirito. Si può tranquillamente dire che la cucina rappresenta il luogo iniziatico dell’essere umano, che si trova nella sua maturazione personale, a dover affrontare i propri incubi, le proprie paure.

E il sentimento è, ne “La cucina arancione”, il grande assente, che con la sua non presenza  riesce ancora di più a fare emergere la tragedia umana. In questa tragedia corale manca l’attore protagonista dell’umana recitazione, la consapevolezza che appartiene alla sfera emotiva. Specchio e grande accusatrice della società è quindi questa narrazione che “sfida” i limiti della “normalità” facendo sfilare davanti agli occhi del lettore, pulsioni e paure: luoghi in cui i sentimenti sono reclusi a margine. La drammaticità corale del tema della tragedia umana sarebbe stata ancora più coesa e presente se in questa raccolta fosse stato possibile prendere in esame un racconto che, per scelta editoriale, è stato escluso dalla pubblicazione[15]. Racconto che io ho potuto leggere e che mi ha dato la chiave di comprensione del messaggio che Lorenzo Spurio vorrebbe trasferire al lettore.

E su questo bisogna aprire una parentesi perché quando si prende in esame una raccolta di racconti che fa del disagio psicologico il suo filo rosso, ci si dovrà necessariamente confrontare anche con la parte psicologica del lettore.

In questo racconto, escluso dalla raccolta, la diegesi contiene due forti tematiche: pedofilia e abuso minorile, temi che sono comunque già presenti nella raccolta in due racconti intitolati ”Software di base[16] e “La casa al mare[17]. Tuttavia la forza narrativa de “Il codirosso e la bambina” si staglia con prepotenza sugli altri due racconti per la crudezza del linguaggio e per la tecnica narrativa che porta il lettore a vivere l’abuso sessuale subìto dalla bambina  attraverso gli occhi del protagonista pedofilo.

In realtà a mio avviso nella narrazione esclusa non c’è nulla di osceno, perché in letteratura si può parlare di tutto e poi perché mai tacere su avvenimenti così attuali proprio oggi che il tema degli abusi è così caldo? Oggi che le vittime di abuso e pedofilia si aspettano un risarcimento (almeno) morale da quella parte di società “cattolicheggiante” e “perbenista” che riesce persino a coprire dei reati (perché ricordiamoci che di reati penali si tratta e non di comportamento amorale) e a umiliare ulteriormente chi dell’abuso ha sofferto il dolore, l’omertà e a volte anche il dileggio. Non amo la censura e avrei preferito che se ne parlasse e che se ne parlasse con un racconto altrettanto forte e diretto rispetto agli altri, però capisco anche che alcune letture non sono adatte a tutti i lettori e che nello spirito del filo sottile su cui cammina la narrazione de “La cucina arancione”, non è possibile lanciarsi troppo al di là di certi limiti. Non è giusto per il lettore, perché se partiamo dal presupposto che il filo rosso de “La cucina arancione” è la tragedia umana, dobbiamo fare i conti con ciò che la tragedia opera nello spettatore a livello inconscio e cioè la catarsi[18], la purificazione (di nuovo ricorre l’elemento iniziatico). E perché la catarsi (ovviamente parliamo di catarsi aristotelica[19]) si possa verificare sono necessari oltre alla mimesi, due elementi: la pietà e la paura. La pietà (ελεος) e il terrore (φοβος) sono il veicolo principale della catarsi tragica.

Questi due elementi si verificano attraverso la mimesi operata dal lettore medesimo durante il patto finzionale[20]. L’incomprensione tra lettore e autore può ingenerarsi proprio in questa fase delicata, infatti, il lettore non deve commettere l’errore di sovrapporre l’autore al narratore, (che a sua volta in molti racconti si sovrappone al protagonista), altrimenti l’azione della mimesi[21] non si realizza e il lettore non riesce a immedesimarsi del tutto nella lettura “disturbato” dal giudizio sull’autore che scaturisce dalla lettura stessa.

 Ciò che turba il lettore e lo porta a confrontarsi con ελεος e φοβος ne “La cucina arancione” è la sorpresa, la scoperta di quell’”ossimoro narrativo” di cui parlavo prima, di ciò che può accadere da un pensiero che in sé contiene già un seme di patologia. Ecco cosa turba il lettore, questo stare sulla soglia, questo scrivere restando sul filo di un pensiero che c’è ma non c’è, di un giudizio che non si esprime compiutamente nella narrazione ma solo nella sottile trasmutazione di sentimenti che portano alla comprensione e al disconoscimento di emozioni non proprie. Se il lettore non è in grado di operare questa trasmutazione, la lettura risulta indigesta. L’autore, tuttavia, non può farsi psicologo del lettore… L’autore ha una missione ecco perché è importante definire il pubblico al quale ci si rivolge.[22] La tragedia contenuta nel racconto, in quanto mimesi, lascia da parte la considerazione morale (valutazione dei personaggi), per concen­trarsi su quella legata al piacere della rappresentazione dell’azione. Considerando, infatti, che la psiche umana ha enormi difficoltà nell’accettare certe aberrazioni fino ad arrivare al negazionismo, se la narrazione si concentrasse nel giudizio non avremmo modo di dare il giusto spazio ai fatti e di attuare il nostro personale processo di comprensione. Infatti se nelle società antiche (e da questo punto di vista più evolute) in cui esistevano rappresentazioni tragiche di quel che poteva accadere, c’era un’educazione a questa trasmutazione dei sentimenti negativi attraverso la catarsi, oggi questa educazione “civica” non esiste più ed è tutto lasciato al libero arbitrio del singolo individuo che sceglie o meno di “prepararsi” alla vita con letture consapevoli  oppure di “restare sulla soglia” a guardare quel che accade senza dare un giudizio. Purtroppo però l’empatia, il processo di immedesimazione, è l’unico modo per comprendere le cause e gli effetti di determinate azioni sulla psiche umana e su noi stessi. La catarsi, la trasmutazione è sempre un processo di crescita, il lettore impreparato avrà difficoltà a entrare in relazione con personaggi tragici (che attengono alla tragedia umana) se non attraverso la partecipazione alla sofferenza altrui (che è la pietà catartica), e la partecipazione estetica al male (che è la paura).

Ecco perché ritengo la lettura de “La cucina arancione” un esercizio utile alla rieducazione del processo catartico di comprensione della Psiche e della Tragedia umana.

Secondo Aristotele, infatti “Come ac­cade nelle rappresentazioni pittoriche di animali ripugnanti, così nella rap­presentazione tragica degli errori e delle mostruosità della vita umana si rie­sce a neutralizzare l’aspetto ripugnante delle azioni, cogliendo ciò che in es­se vi è di catartico, per cui lo spettatore è in grado di partecipare ai destini tra­gici dei personaggi senza soffrire e senza fuggire.”[23]

 

Se il lettore fugge dinanzi a determinate rappresentazioni della realtà probabilmente non è pronto per questa lettura. Come ho detto prima l’impreparazione alla mimesi, cioè alla rappresentazione di ciò che potrebbe avvenire nella realtà, turba a tal punto il lettore da farlo desistere dal processo di  trasmutazione dei sentimenti di pietà e terrore in catarsi. Ovviamente l’ipotetico lettore perderebbe anche una grande occasione di crescita personale, perchè il modo di affrontare la tragedia umana in Lorenzo Spurio, è originale…il suo stile ha un andamento che cammina sul filo della tragicomicità. L’autore vuole dare enfasi e, nel medesimo tempo, sdrammatizzare la tragedia umana, come a dire che l’imprevedibilità, non deve toglierci il gusto della vita. Semmai siamo noi a dover esorcizzare “la variabile impazzita” attraverso la preparazione personale e l’accettazione dell’esistenza nella sua complessità, ricordandoci di quel detto africano che dice: “Un ramo di pazzia abbellisce l’albero della saggezza”. Prepariamoci alla lettura di questi venticinque racconti come se stessimo davanti a degli specchi deformanti, allora vedremo una realtà che, seppure sappiamo non appartenerci del tutto, coesiste nel futuribile delle infinite possibilità. Lorenzo Spurio, in accordo con le finalità di comunicazione sociale che egli stesso si è prefisso scegliendo di dare spazio alla tragedia umana, attraverso la finzione narrativa ci ha dotati, con questa raccolta di storie non ordinarie, di uno strumento di trasmutazione dalla grande forza psicacogica,[24] che può condurre il lettore attraverso un processo cognitivo di scoperta, valutazione ed esorcizzazione delle sue stesse paure. Consiglio la lettura de “La cucina arancione” non solo a coloro i quali desiderino cimentarsi in questa sfida con sé stessi ma anche e soprattutto a quanti vogliano sottrarsi alla noia di letture banali saggiando un pizzico di ordinaria follia.

La cucina arancione sarà presentata a Perugia il 26 marzo prossimo presso la Biblioteca degli Armeni.

Scarica la locandina per info  La cucina arancione a Perugia

lorenzo-spurioLORENZO SPURIO è nato a Jesi (AN) nel 1985. Nel 2011 ha conseguito la Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia con una tesi di letteratura inglese. Ha pubblicato racconti e saggi di critica letteraria su riviste, antologie e in volume. Collabora con le riviste di letteratura SilarusLa BallataSagaranaInverso,AeoloReti di Dedalus ed altre.

Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti La cucina arancione (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) eRitorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate, 2012, co-autrice Sandra Carresi). Per la critica letteraria ha pubblicato Ian McEwan: sesso e perversione (Photocity, 2013), Flyte & Tallis (Photocity, 2012), La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011, co-autore Massimo Acciai) e Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu, 2011). Ha curato varie raccolte antologiche pubblicate all’interno di concorsi letterari e Obsession – Raccolta di racconti a tema “Fobie, manie e perversioni” (Limina Mentis, 2012). Recentemente si è dedicato anche alla poesia con varie pubblicazioni in riviste e antologie.

E’ autore di Blogletteratura e cultura dove pubblica testi critici, recensioni, interviste ad autori esordienti, articoli di cultura, segnalazioni e analisi di opere letterarie della letteratura mondiale e direttore della rivista di letteratura Euterpefondata nell’ottobre del 2011. E’ socio fondatore dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta (www.tracceperlameta.org), nata nel Gennaio del 2012 all’interno della quale è Direttore delle Collane dell’omonima casa editrice. Partecipa a concorsi letterari nazionali per la sezione narrativa riportando lusinghiere segnalazioni e attestazione. E’ membro di giuria in vari concorsi letterari. Presiede il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”.

NOTE


[1] “Ian McEwan: sesso e perversione” Lorenzo Spurio, Photocity Edizioni
[2] Sigla che indica il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.Uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella pratica clinica che nell’ambito della ricerca.
[3] Il Naturalismo è una corrente letteraria in cui lo scrittore deve analizzare la realtà nel modo più oggettivo ed impersonale possibile, lasciando ai fatti stessi narrati il compito di denunciare lo stato della situazione sociale e di evidenziare il degrado e le ingiustizie della società.
[4] Il racconto che dà il titolo al libro è “La cucina arancione” pag.113.
[5] Pag. 15 de “La cucina arancione”
[6] Pag.168 de “La cucina arancione”
[7] Pag.60 de “La cucina arancione”
[8] La focalizzazione esterna si attua quando il narratore è , interno alla storia (omodiegetico), protagonista o personaggio secondario e  non onnisciente. Con l’uso  della focalizzazione zero, invece, lo spettatore è messo nelle condizioni di dominare tutta la narrazione, essendo informato di tutto da un narratore onnisciente (a volte eterodiegetico, altre omodiegetico) che penetra nei pensieri dei personaggi e si trova in più posti diversi contemporaneamente.
[9] L’ossimoro (dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς, «acuto» e μωρός, «ottuso») è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro. Qui usato, accostandolo all’aggettivo “narrativo”,  ad indicare anziché la singola parola l’intera narrazione o parti di essa.
[10] Agnizione. Momento topico delle narrazioni, in cui viene svelata l’identità dei personaggi, con conseguente sconvolgimento degli equilibri interpersonali. Di solito collocata alla fine di una commedia, di una tragedia o di un racconto, l’agnizione costituisce il momento risolutivo, in cui si sciolgono i nodi della trama o si rivela l’entità della catastrofe.
[11] Pag. 224 de “La cucina arancione”
[12] è interessante notare come la radice trag- (τραγ-), anche prima di riferirsi al dramma tragico, fu utilizzata per significare l’essere “simile ad un capro”, ma anche la selvatichezza, la libidine, il piacere del cibo, in una serie di parole derivate che gravitano intorno alla «zona» linguistica del rito dionisiaco.
[13] Pag.121 e122 del racconto  intitolato “La cucina arancione”.
[14] Tratto da “Coloremania, Manuale di cromoutilizzo: i colori giusti per ogni cosa, per ogni momento” di Michele Scapino. Edizioni Horus
[15] “Il codirosso e la bambina” inizialmente pubblicato sulla rivista di letteratura online “Sagarana”
[16] Pag. 89 de “La cucina arancione”
[17] Pag. 195 de “La cucina arancione”
[18] Catarsi (dal greco katharsis κἁθαρσις, “purificazione”) è un termine utilizzato per indicare la cerimonia di purificazione che si ritrova in diverse concezioni religiose ed in rituali magici che prescrivevano di solito il sacrificio di un capro espiatorio.
[19] Catarsi. Secondo il filosofo greco Aristotele (iv secolo a.C.), la purificazione delle passioni umane prodotta dall’opera d’arte in conseguenza di una forte emozione. Essa può indurre lo spettatore di un dramma o il lettore di un testo poetico o narrativo a meditare sugli insegnamenti morali dell’opera.
[20] Patto finzionale o  Sospensione dell’incredulità: sorta di accordo – implicito a ogni testo narrativo – che il lettore stringe con lo scrittore, quando si accinge a leggere una sua opera, e che consiste in una sospensione dell’incredulità: in pratica, per trarre il massimo piacere dal testo, il lettore finge di credere che quanto sta leggendo sia vero e accada nel momento stesso della lettura. Ne deriva che la distinzione tra fatti reali e immaginari o fantastici è irrilevante nel momento della ricezione di un’opera letteraria.
[21] Aristotele considerava il dramma come “l’imitazione di un’azione” e distingueva tre forme di imitazione: come le cose sono, come vengono descritte e come dovrebbero essere. Per lui i personaggi della tragedia sono migliori della media degli esseri umani, quelli della commedia peggiori. (Poetica)
[22] Sarebbe interessante conoscere qual è, secondo la percezione dell’autore, il lettore implicito de “La cucina arancione” e se corrisponde al lettore reale. Non è detto infatti che il destinatario presupposto dallo scrittore (il cosiddetto lettore implicito) sia quello che poi leggerà realmente l’opera (lettore reale).

[23] Tratto da “ Il senso antropologico dell’azione: paradigmi e prospettive” di Antonio Malo.

[24] Che suggestiona, guida e modifica la mente e lo spirito dal greco: (ψυχή) psyche, anima e (ἀγωγός) agogos, conduttore. Che guida l’anima.

Sull’essenziale ¿Qué es poesía?

¿Qué es poesía?

576401_472509539445981_974112959_n“Io non so cosa sia la Poesia , ma la riconosco quando la sento.”

(Alfred Edward Housman)

Sull’Essenziale

Nel 1872 la poetessa americana Emily Dickinson scriveva in una lettera a Louise Norcross una poesia[2] che sarebbe poi, a sua insaputa, divenuta celebre.

Una parola è morta, quando è detta

Taluni dicono –

Io dico invece che inizia a vivere

Quel giorno.

 Per Emily la parola vive,  ha vita propria, non appena nasce. Così è l’istante fermato da un fotogramma. Così un’immagine descritta dentro a una poesia. Quell’istante nasce, vive e continua a vivere dentro a uno spazio simbolico rappresentato, da parole, pause e silenzi. E in quello spazio sacro sta l’Essenzialità che prende forma: il Sostanziale. Ma come si fa a spiegare l’Essenziale? E soprattutto come si fa a coglierne il lampo fulmineo che sfugge ancor prima d’essere visto? La poesia è saper cogliere l’essenza delle emozioni, è saper scrivere andando al cuore delle cose, come fa un fotoreporter con la fotografia.

”Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.” [3]

Ho fotografato per non dimenticare. Per non dimenticare cosa? Per non dimenticare il linguaggio del cuore, cos’altro? E qual è il linguaggio del cuore? E’ L’emozione. L’emozione che, in un lampo, passa dal cuore agli occhi, e dagli occhi al cuore di chi l’ ascolta…

Emozioni/ Fragili come un battito d’ali/ Leggere come l’aria/ Limpide come lacrime/ Salate come il mare.[4]

 Emozioni fragili come un battito d’ali, fugaci come farfalle… Possiamo, forse, raccoglierle nel retino delle parole? Magari qualcuna qua e là ma non tutte… La poesia ci viene in aiuto, con la poesia possiamo fermare le emozioni e aggregarle intorno alla parola. Poesia è il fotogramma dell’essenzialità.

 Ci vuole abilità per coglierla. Pensate che oltre l’ottanta per cento circa della comunicazione è non verbale, fatta di gesti, atteggiamenti, espressioni e pose. Mentre la comunicazione verbale per essere compresa deve essere prima appresa a livelli cognitivi la comunicazione non verbale non ha bisogno della consapevolezza perché è dentro di noi, tutti la utilizzano in modo automatico senza prestare troppa importanza a ciò che passa attraverso questo canale. In questa comunicazione vive l’Essenziale e i poeti tentano di immortalarlo. Allora, mi chiedo, come si fa a spiegare l’Essenziale? Come si fa a fermarlo a renderlo manifesto con le parole?

Le parole sono un’invenzione dell’uomo che ha voluto assegnare un nome e un ordine a tutte le cose e poi, invece, le confonde con le parole stesse. Le parole non bastano a comunicare. A volte sono necessari i silenzi. Silenzi che sigillino le labbra per penetrare fino in fondo all’anima, lì dove giacciono le parole non dette, le più belle.

I silenzi in poesia sono le pause. Come in musica. La Poesia infatti nasce con la musica. Non dimenticate che la pausa contiene quello spazio che permette di dar voce alla comunicazione non verbale, alla mediazione, alla rielaborazione della lettura. La pausa permette di prendere fiato dalla parola, di togliere e mettere gli accenti sulle immagini, di sospendere un concetto, una capriola di emozioni, di colpire come freccia l’interlocutore. La pausa è quello spazio bianco entro cui tutto è concesso, è una sospensione di pensiero, il ribaltamento della focalizzazione, il luogo della possibilità.

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Le parole sono nere come la notte, non hanno un’anima che riesca a tenerle vive per lungo tempo. Hanno bisogno di memoria, di qualcuno che le tramandi, di qualcuno che le scriva o che le reciti davanti a una platea … Di qualcuno che le legga lungo le righe di un libro, sullo schermo di un computer. I silenzi invece sono bianchi [5]come un foglio ancora da scrivere, come le nuvole quando non piove, come una pellicola ancora da impressionare. Bianchi come la pupilla dentro cui galleggia splendida un’iride arcobaleno. Il foglio bianco è matrice d’invenzione, è infinito sussulto che anela esser trovato.

Ivan Tresoldi il poeta di strada di cui trovate scritte  e motti in giro per le città nel “Manifesto per la poesia di strada e l’assalto poetico” scrive:

La poesia di strada nasce gettando parole tra le vie, pugni di semi nel vento […] Versi come pioggia tra le genti, inzuppate fin oltre l’orlo dell’attenzione, senza corte di dotti ne corona, perché d’ovunque e da sempre, una pagina bianca è una poesia nascosta…[6]

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Una pagina bianca è una poesia nascosta e i fogli bianchi come scriveva la nostra Alda Merini sono la dismisura dell’anima…:

I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima /e io su questo sapore agrodolce /vorrò un giorno morire, /perché il foglio bianco è violento./Violento come una bandiera, /una voragine di fuoco,/e così io mi compongo /lettera su lettera all’infinito /affinché uno mi legga /ma nessuno impari nulla /perché la vita è sorso, e sorso /di vita i fogli bianchi/ dismisura dell’anima.[7]

 I fogli bianchi, i silenzi, dismisura dell’anima, sono musica che non necessita spartito. Una musica il cui strumento ha corde invisibili nascoste nella quiete. I silenzi sono intervalli tra parole e gesti, spazi in cui si annida l’Anima segreta delle cose, il sacro luogo dell’Essenziale.

L’uomo continuamente va in cerca di quel luogo e magari si stordisce nell’utilità delle parole, si perde nella vanità delle forme…ma il silenzio dell’Anima, quello che parla a tutte le cose e che di tutte le cose è permeato, ha un controcanto di bellezza che muove dagli occhi. Trasparenze liquide, mutabili, le pupille risuonano di musica per chi vi sa annegare. Lì, nelle parentesi delle sopracciglia, nei solchi delle rughe che raccontano la gioia e la sofferenza, negli intervalli tra battiti di ciglia, nei lampi che luccicano fulminei prima di svanire, nelle carezze delle palpebre, negli occhi stupiti dei bambini…E’ lì che prende vita l’Essenziale.

I bambini. I loro sguardi sono concerti di silenzi che non hanno spettatori ad applaudire …concerti di silenzi sì, di quelli che non si possono trascrivere in alcuna forma, né circoscrivere dentro la parola. Le parole hanno punti e paragrafi, margini e spazi dentro cui rigare dritte, finché non trovano una via di fuga nella mente di chi le legge.

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La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori grammaticali. Gli sguardi sono frasi perfette. [8]

Osservate, osservate tutto questo, osservate il silenzio, siate dei mistici, scrivete come se quel che vedete fosse una preghiera. Il poeta è osservatore e deve farsi portavoce attraverso le parole delle sfumature, delle trasparenze, dei gesti che si perdono nel caos del vivere . Le parole, quelle che s’inceppano dentro a significati retorici, dovremmo ucciderle tutte con i silenzi per dare spazio all’indicibile, all’inclassificabile, all’inenarrabile, all’intangibile, a tutto quello che non si svela, a tutto quello che non si lascia raccontare.

Giace in fondo agli occhi il porto sepolto[9] e non vede la luce con l’incanto della parola. Nascosto, come in uno scrigno magico di cui possiedono la chiave solo l’attenzione e l’immaginazione, l’Essenziale sfugge al lettore disattento, all’ascoltatore distratto, allo spettatore superficiale che non apre il cuore alla comprensione dell’ignoto, sfugge al poeta egocentrico che non si confronta, che non legge, che non ascolta l’altro, che  con la sua voce aulica, non si fa portavoce di un disagio condiviso, ma si trincera dentro al suo dolore.

Le parole, tutte, anche le mie parole, ora, dimenticatele perché possiate uscire dai binari e camminare su percorsi mai battuti dalla vostra comprensione…Osservate e guardate veramente.

E così ora guardo nei tuoi occhi
Ma proprio dentro in fondo ai tuoi occhi
Poi all’improvviso levo la parola occhi
E sono in un nuovo spazio immenso
E ora prova solo un momento
A far saltare tutte le parole
Sarà un’esplosione come il sole
Come trovare la luce e la purezza

Perché le parole sono un trucco[10]

La volpe e il Piccolo principe

Le parole, a volte, sono un trucco dentro cui ci si perde, sono una maschera  di segni che nasconde l’Essenziale.  Le parole, diceva la volpe al Piccolo Principe: sono una fonte di malintesi. Non si vede bene che col cuore. L’Essenziale è invisibile agli occhi[11]

Per fare poesia dovete tornare bambini. La poesia dovete averla prima che nella bocca dentro al cuore, prima che nella mente dentro agli occhi perché l’Essenziale è invisibile agli occhi… ma è visibile in fondo agli occhi.

Ed è negli occhi del bimbo,

nei suoi occhi scuri e profondi,

come notti in bianco,

che la luce prende vita.[12]

Note

[1] Testo di Valentina Meloni scritto per la presentazione della mostra fotografica di Annalisa Marino

[2] frammento 374 (1872?)  Louise Norcross

[3] Da “Il paradiso degli orchi” di Daniel Pennac

[4] “Emozioni” poesia di Valentina Meloni

[5] citazione  dal romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia

[6] (Milano, 2001)

[7] I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima, da “Fogli bianchi” di Alda Merini

[8] Citazione di A. Sorge

[9] Riferimento a Il porto sepolto (Giuseppe Ungaretti, Mariano il 29 giugno 1916.)

Vi arriva il poeta/e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde/Di questa poesia/mi resta/quel nulla /d’inesauribile segreto.

[10] Testo della canzone “La pesca” di Francesco Tricarico

[11] Riferimento al “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, cap. XXI

[12] Citazione di Paul Eluard

I grandi alberi sono come nonni…

illustrazione di Graham-Franciose

illustrazione di Graham-Franciose

La morte di un patriarca è una grande perdita per la terra,

assieme a un grande albero se ne vanno secoli di saggezza …

Per gli animali della foresta o di un bosco

perdere un albero tanto vecchio equivale a perdere un antenato.

Anche la foresta ha i propri nonni.

E una casa senza i propri nonni non è più la stessa.

(Valentina Nanita  Meloni)