Seduzione e sesso nella letteratura-Euterpe n.18

Jean Jacques Henner-La liseuse

Jean Jacques Henner-La liseuse

On line il nuovo numero di Euterpe a tema :”Seduzione e sesso nella letteratura” partecipo a questo numero con l’intervista a Dona Amati (Emancipazione nella scrittura femminile tra Eros e Logos pag.108), la recensione a “Due amanti noi” di Yuleisy Cruz Lezcano (pag. 100) e due Tanka erotici (pag.23). All’interno numerosi e interessanti interventi di pregevoli rappresentanti del panorama letterario nazionale.

Buona lettura!

Elegia del silenzio

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“Mio nonno si erge nudo tutti i giorni,
senza essere messo al bando, senza divina creazione…
sono sempre stato resuscitato senza un soffio di un dio a mia immagine.
io sono l’esperienza dell’inferno sulla terra…
la terra
è l’inferno previsto per i rifugiati.”

[Ashraf Fayadh]

Abito il silenzio, l’assenza

l’oscura notte in cui una luna di polvere

avvolge di sgomento ogni cosa.

La notte è un mantello triste

che soffoca il grido d’avorio

di mille labbra ammutolite.

Abito il silenzio, la possibilità

abito il luogo in cui ancora nasce

il fiore della speranza, della libertà.

Lì, nel tuo cuore di pianto Ashraf

giace sconfitta la giustizia.

Quando un poeta grida la sua presenza

ogni assassino diventa poeta, suo malgrado,

ed è poesia anche la morte

-che lo vogliate o no- quando

un poeta muore perisce assieme a lui

il cuore di ogni uomo che sa la fatica

del silenzio per gli occhi dei figli coraggiosi.

Quando un poeta muore

cade un pezzo di cielo in terra

ma la sua stella non smette di brillare…

Quando un poeta muore splende

ancora più forte; tra i piedi dei viventi

traccia il suo sentiero luminoso

di pace e di rispetto, di verità.

Quando un poeta muore per mano

della vigliacca ignoranza degli empi

il suo corpo non muore mai davvero,

sopravvive alle spade dell’umiliazione.

Quando un poeta muore il suo corpo

fattosi parola lo si prende di bocca

in bocca come un sacramento

e il suo nome, in questa lunga notte,

è una fiaccola accesa che arde dentro il petto;

il suo nome è una stella che esplode tra i denti

del silenzio e appicca il fuoco del coraggio.

Il suo nome illumina a giorno questa notte

violenta, la lunga notte dell’anima, Ashraf …

Quando un poeta muore

ucciso dalla superbia di un dio nefasto

la sua poesia vive ancora di più sulla stele

del tempo e sopravvive, immortale,

a ogni lamento; non dentro un libro, no

ma sulla bocca del silenzio

sulle dita della libertà, Ashraf Fayadh!

n a n i t a

testo pubblicato su La Recherche

firma la petizione Sottoscrivi l’appello dell’ONU a favore di Ashraf Fayadh

Arrivederci uomo delle stelle

Starman brillerai
ancora di più- lassù
tra mille stelle

Le regole del controdolore

illustrazione originale dell'autrice

illustrazione originale dell’autrice

Un nuovo libro prende vita…

progetto che richiede la vostra presenza, perché il poeta senza voce non può esistere ma la poesia esiste anche contro la volontà del poeta ed è il lettore che, con la sua attenzione, fa sì che la poesia viva.

Le regole del controdolore obbedisce a quel bisogno connaturato in ogni individuo di trovare un antidoto alla sofferenza. Una necessità che si perpetua attraverso i secoli ma che trova proprio nella sua impossibilità di accoglienza la vera forza. Non esiste, infatti, un antidoto al dolore e l’idea di poter stilare una lista di regole per disfarsene è un artificio letterario che consente all’autrice di inoltrarsi con delicatezza in quelle profondità mai dette dove, il dolore, ama nascondersi. In quegli spazi fanno capolino personaggi fantastici e passaggi di vita vissuta in una mescolanza di fantasia e realtà che sconcerta per l’apparente semplicità di contenuto e linguaggio. Quest’ultimo si adatta, infatti, ai personaggi naïf, a volte fiabeschi, che popolano i versi e le visioni di questo “mondo altro” in cui cercare una via di redenzione. In questo viaggio metaforico circolare alla ricerca di una risoluzione la poesia diventa un potente strumento di riflessione che lascia costantemente a mani vuote. Ma è un’ inutilità solo apparente che mette radici fittissime attraverso il fiorire di continui punti di domanda. Del resto, già dopo poche righe, si arriva alla conclusione che la poesia non dà risposte e non intende farlo, non offre soluzioni e neppure è in grado di salvarci.

La meta di questo viaggio è l’incontro con Dio, un dio con la d minuscola però, che ruba il nome a Gianni Rodari, l’aspetto al Piccolo Principe e l’identità a quel dio che Palazzeschi ebbe l’ardire di dipingere con ironia. Il desiderio di raggiungere una divinità che non è in grado di dare conforto è, in realtà, una molla che spinge la psiche a inoltrarsi nei territori della sofferenza. Luoghi entro cui possono affiorare, inaspettatamente, l’unicità del mondo e la sua bellezza, cose che, sebbene non ci appartengano, sono le sole in grado di proiettarci nel futuro. Una contraddizione che si percepisce con difficoltà perché gli eventi drammatici sono solo sfiorati con la parola. L’autrice non intende soffermarsi sulla sua vita privata ma se ne serve per scandagliare, attraverso la propria esperienza, quei luoghi interiori comuni a ogni uomo che, per riservatezza, vengono ignorati o, all’opposto, affidati a parole che ne amplificano l’importanza e la sofferenza. A completare il linguaggio simbolico alcune illustrazioni tra l’ironico e il surreale accompagnano il lettore entro i confini di un mondo onirico difficilmente decifrabile senza l’ausilio dell’ immaginazione. Le stelle, la luna, i sogni, pianeti e poesie erranti, bambine fantasma che ci invitano a giocare, un omino dei sogni che si prende cura di noi, distratto e molto lunatico, proprio come quell’essere che ci abita e che giornalmente tentiamo di avvicinare senza mai davvero riuscirvi.
Questa è una poesia che fa dell’ingenuità la sua forza motrice, una poesia che non tocca il cielo, fatta di versi piccolissimi che potrebbero fare concorrenza a una formica; che dialoga costantemente con poeti, pittori, persone, luoghi, libri; una poesia che l’autrice non ha neppure il coraggio di definire tale ma che riesce a esistere oltre ogni definizione, persino contro la stessa volontà del poeta che qui appare come puro strumento di trasmissione…
Versi che hanno ali e piedi per andare lontano… ma lontano dove? A questa domanda ogni lettore sarà chiamato a dare la propria risposta perché se anche una sola, minuscola, tra queste poesie, si appunterà sul cuore di qualcuno, persino il dolore, allora, avrà avuto motivo di esistere.

Grazie di cuore a chi vorrà leggermi
n a n i t a

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 pagina fb  di Le regole del controdolore

 

La poesia e il vento

Un haiku che evoca la suggestione del vento. Ho scelto di abbinarlo a “La raffica di vento nella risaia di Ejiri”, una stampa di uno dei più grandi artisti giapponesi, Hokusai (1760-1849).
L’incantevole paesaggio alle pendici del Fujiyama incornicia la scena: fogli bianchi che volano tra le risaie, contadini giapponesi, in chimono e cappelli di paglia. Il vento porta via fogli e cappelli che volano in aria assieme alle foglie.

La raffica di vento nella risaia di Ejiri di Katsushika Hokusai

La raffica di vento nella risaia di Ejiri di Katsushika Hokusai

Katsushika Hokusai (Edo, ottobre o novembre 1760 – Edo, 10 maggio 1849) è stato un pittore e incisore giapponese, conosciuto principalmente per le sue opere in stile ukiyo-e.
Artista eccentrico e meticoloso, deve la sua fama principalmente alle stampe, nonostante rimase attivo nel campo della pittura come in quello della grafica. In una carriera lunga più di sessant’anni esplorò varie forme d’arte cimentandosi nella produzione di xilografie a soggetto teatrale, di stampe augurali a circolazione privata (surimono) e, negli anni trenta dell’Ottocento, di serie paesaggistiche, come dimostrano le opere Vedute di ponti famosi, Cascate famose in varie province, Cento vedute del Monte Fuji e Trentasei vedute del Monte Fuji.
A causa di una serie di problemi famigliari, dovuti soprattutto alla sconsideratezza di figli e nipoti, visse per un certo periodo nella povertà estrema, situazione che lo portò a pubblicare una serie di manuali didattici per principianti e professionisti, quali Brevi lezioni di disegno semplificato e i Manga. La sua passione per il genere letterario, nata probabilmente durante l’adolescenza quando faceva il fattorino per una biblioteca ambulante, lo spinse a scrivere e illustrare uno svariato numero di libri gialli e di racconti per donne e bambini, oltre ad occuparsi dell’illustrazione di grandi classici della letteratura. Fu inoltre un eccellente poeta di haiku.
I suoi lavori furono un’importante fonte di ispirazione per molti impressionisti europei come Claude Monet e post-impressionisti come Vincent Van Gogh e il pittore francese Paul Gauguin. Nei diversi aneddoti relativi alla sua vita si racconta che abbia cambiato residenza più di novanta volte e che avesse l’abitudine di modificare continuamente il nome d’arte.

 

Bere le nuvole

“Siete d’accordo con me che il tè nel bicchiere è la continuazione della nuvola nel cielo? Sì c’è un legame molto stretto tra il tè e la nuvola. La nuvola di ieri può diventare il tè di oggi, e quando io bevo il tè, sto bevendo la nuvola. E anche a voi potrebbe piacere bere le nuvole.”
(Thich Nhat Hanh)

L’unicotratto di Shitao (citazione che apre la raccolta Nei giardini di Suzhou) nello haiku è il filo che collega un verso (ku) all’altro: ribaltamento semantico che, in questo caso, collega le nuvole al tè..

haiku Nei giardini di Suzhou

 

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 5.300 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Sotto l’albero

Augurandovi Buone Feste… che i vostri desideri si schiudano nelle mani e nel cuore come piccoli doni…

[ n a n i t a ]

illustrazione:Ofra Amit, dal libro The Gift of the Magi

illustrazione: Ofra Amit, dal libro The Gift of the Magi

Bijin che guarda la luna

Fiori di lespedeza e campanule alludono all’autunno, la luna piena è quella più bella dell’anno, la donna, una classica bellezza femminile tipica dell’era Kanbun (1661-1713) o Kanbun bijin, contempla assorta la bellezza della serata dall’engawa. In questo dipinto a inchiostro e colori su carta, di autore anonimo, tutto è suggerito. E tutto è sottilmente allusivo.

dipinto: Anonimo, Bijin che guarda la luna, 1670 circa, Museo d'Arte Moderna della Prefettura di Gunma. Fiori di lespedeza e campanule alludono all’autunno, la luna piena è quella più bella dell’anno, la donna, una classica bellezza femminile tipica dell’era Kanbun (1661-1713) o Kanbun bijin, contempla assorta la bellezza della serata dall’engawa. In questo dipinto a inchiostro e colori su carta, di autore anonimo, tutto è suggerito. E tutto è sottilmente allusivo.

dipinto: Anonimo, Bijin che guarda la luna, 1670 circa, Museo d’Arte Moderna della Prefettura di Gunma.

Mille piccole luci

"Donna con lanterna" di Cheng Chong

“Donna con lanterna” di Cheng Chong