Nei giardini di Suzhou recensito da Susanna Polimanti

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Tra gli haiku
un petalo di rosa
per segnalibro

Risulterà impresa molto difficile l’inserimento di un solo segnalibro tra gli haiku di Valentina Meloni, poiché in ogni pagina della raccolta “Nei giardini di Suzhou” (impressa da FusibiliaLibri nel 2015), si respira il cosiddetto “hosomi”. La sottile quiddità contemplativa che dovrebbe appartenere a ogni haijin che si rispetti è qui costantemente presente e ritengo che lo haiku che leggiamo in apertura della silloge: “Volano lievi/petali di ciliegio/Impermanenza” sia una delicata e filosofica sintesi di tale essenza-essenzialità che coordina per forma e stile l’effettivo valore connotativo di affettività e vicinanza emotiva della poetessa all’oggetto o paesaggio citato.
Con estrema eleganza e abilità, dalla sua “veranda” lei ci guida nei suoi “giardini”, correda questa sua opera di immagini pittoriche Sumi-e di Santo Previtera, finemente disegnate con inchiostro su carta di riso, oltre che di una prefazione di Giovanna Iorio, di personali introduzione e premessa nonché di note ai testi di assoluta importanza per l’effettiva comprensione dei vari riferimenti stagionali(kigo) e dei momenti particolari della giornata (piccolo kigo).
Una fortunata scelta editoriale esplicita la sua funzione di accompagnamento a un’esperienza che investe un ciclo poetico in continua evoluzione, lasciando spazio alla ricchezza di suggestioni e immaginazione di una breve e brillante gemma della poesia giapponese, che riesce a suscitare così tanto interesse anche nel nostro panorama letterario contemporaneo.
Purezza e graziosità dei versi donano calore e profondità a una tumultuosa, lampeggiante e varia effervescenza di pensiero, rivelandone una vitalità intellettuale di prim’ordine e di un vissuto che s’intreccia con un humus predominante di quel gusto squisito e ricco di molteplici sfumature, che non a caso nascono da una sensibilità dolce e melanconica, celano un pathos vibrante, modeste gioie e reconditi dolori “Buchi s’aprono/neri nell’universo/mangiando sogni”
L’immagine delle nuvole è la voce che ricorre in vari haiku, “Nuvole-nodo” come la Nostra scrive, un punto di congiunzione tra cielo e terra e ancora di origine della vita, in cui due energie sostanzialmente differenti, moto di dialogo tra l’alto e il basso, s’incontrano e s’intrecciano, modificando ogni cosa, nel giro di un breve lasso di tempo.
Con uno stile molto espressivo che lascia intravedere l’accoglienza di un lieve diversivo come evasione da un pesante rigorismo dettato dalla vita quotidiana “Fiori di pesco/Nei giardini di Suzhou/cerco la quiete”, i componimenti di Valentina Meloni sorprendono piacevolmente il lettore con le idee più eleganti e raffinate, dando ampio respiro anche alle restrizioni più intollerabili del genere haiku.
Un giardino geomantico, un vero e proprio Feng Shui, un flusso di energia armonico che rigenera e ispira ciò che poi diviene verso breve in una propria unicità e peculiarità, una via di liberazione dove l’ascolto di noi “lettori-ospiti” progredisce in quell’unica verità che dall’esterno si riflette in noi stessi. La stessa natura si presenta quale sinfonia nascosta dietro il suo stesso sipario e si manifesta in schegge purificate dalla realtà, in fatti segnici e fonetici posti a disposizione di tutti, tramite l’energia creatrice di ogni suo elemento; a disegnarne la variabilità ecco che arriva, complice, anche il vento, altra forza fisica amata dalla poetessa.
I suoi versi non dicono, non descrivono i moti dell’animo ma li suggeriscono indirettamente con la loro forza di simboli. Il talento della poetessa sta appunto nella scelta accorta di questi simboli evocativi, in modo che essi non restino isolati ma producano l’effetto voluto, quello di riecheggiare
oltre un tempo fugace tanto da trasformarsi sempre in eventi nuovi, da non perdere. Spazio e spazialità dunque, non solo impressioni visive e immediate, soprattutto volontà e desiderio di tradurre un’autentica espressione di concetto spirituale.
Sono più che certa che prima ancora di avventurarsi nella composizione degli haiku è fondamentale abbracciare e compenetrare quello stile artistico improntato su attitudine interiore ed essenza della bellezza, proprie della cultura giapponese; pertanto credo fermamente che Valentina Meloni sia realmente entrata a far parte di quello spirito zen di meditazione contemplativa, che la rende amica-figlia di un processo di trasformazione e di accettazione verso una leggiadria dell’anima: “Mare d’inverno/onde più alte di me/Non ho timore”
Leggendo questi versi ho ricordato le parole di Maxence Fermine, il quale così scrive nel suo “Neve”:
“E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita…”
Non solo haiku dunque, ma vere e proprie perle di saggezza spiccano per il loro pregio nell’intera silloge.

Susanna Polimanti da La Biblioteca di Susy


Ringrazio di cuore Susanna Polimanti per questa bella lettura approfondita e attenta di Nei giardini di Suzhou


Susanna-Polimanti-150x150Susanna Polimanti è autrice di “Lettere mai lette” (Kimerik edizioni), “Due cuori…una cuccia!!” (Lulu edizioni), “Penne d’aquila” (Kimerik edizioni). Scrittrice e recensionista, haijin e appassionata cultrice del genere haiku, è curatrice della bellissima rubrica di narrativa, poesie, recensioni, cultura generale: La Biblioteca di Susy.

Migrazioni

giapponese-gyoshu-hayami-

Gyoshu Hayami (1894-1935)

Fiori di tiglio

Tiglio_in_primavera_1c7542_c - Copia

In treno

 

il paesaggio
corre -velocemente
verso l’estate

[n a n i t a]

Sorridere al vento

meraviglioso
sorridere al vento-
i fiori volano

Geisha allo specchio

fotografia‬ vintage di geisha allo specchio

fotografia‬ vintage di geisha allo specchio

Landai (Silvana Sonno)

“Scrivo versi nell’ombra

e vado in cerca della lingua perduta delle donne”

landai

Recita così la quarta di copertina di Landai, libricino edito da EraNuova per la collana Melete di Poesia. Autrice di questa plaquette Silvana Sonno che si appropria della forma poetica di ribellione delle donne afgane e ne fa voce nuova.

Landai è il titolo della raccolta e contiene sessantatré composizioni landai in distici di ventidue sillabe: il primo verso di nove, il secondo di tredici. In lingua Pastho landai significa “piccolo serpente velenoso” ed è una definizione che già da sola ci fa comprendere la caratterizzazione di questo versificare.

La poesia pasthun ha una lunga storia come forma di ribellione delle donne afgane e, il landai, che è un genere prettamente femminile, è una poesia popolare dai toni arrabbiati, irriverenti, diretti, tragici o buffi, sensuali, molto concreti, a volte persino sboccati ma che arrivano subito a segno.

Nell’introduzione tratta da Plurale femminile M.G. Di Rienzo spiega come un landai, essendo poesia di rivolta, perda la sua origine non appena è recitato: esso non appartiene neppure a chi lo crea, le donne dicono di “ripeterlo” o di “condividerlo” anche quando ne sono le autrici.

Ed ecco che la lingua perduta non è perduta. A Kabul esiste un’associazione di cui fanno parte intellettuali e insegnanti che hanno una vita pubblica, ma le restanti socie sono a tutti gli effetti membri di un’organizzazione che somiglia a una setta segreta… Esse recitano le poesie che non hanno il permesso di creare e una volontaria che aspetta le chiamate in orari concordati, anch’ella poeta, trascrive i versi dettati al telefono.

Silvana Sonno recupera, attraverso i suoi distici, non solo la metrica e lo stile del landai, ma anche la finalità, in un certo senso. “Una scrittura che è atto cospirativo contro società -la loro, ma anche la nostra, pur con le dovute differenze- che negano alle donne l’esperienza dell’amore, della bellezza, del desiderio, nella libertà.” scrive ad apertura dei componimenti.

Alcune di queste poesie fanno riferimento alle vittime di femminicidio della cronaca italiana, e seppure sono poche, non potevo non aspettarmi una poesia come atto di denuncia da una delle socie fondatrici della Rete donne AntiViolenza onlus di Perugia.

A circa metà libro troviamo i distici dedicati a Elisa Klapps, Simonetta Cesaroni, Lucia Annibali. Quest’ultimo in particolare mi ha colpito per il messaggio di speranza che porta ed è tristemente attuale a causa dei fatti di cronaca tornati alla ribalta tramite la giornalista Franca Leosini che si è occupata del caso sollevando molte polemiche.

“Sfigurata dall’acido

sei ancor bella, mentre sfidi il dolore col sorriso.”

Silvana Sonno però non desidera indulgere su questo versante e ci tiene a precisare che nella poesia deve potersi ritrovare lo stato e la “sorte” dei viventi, e così è.

I distici di Landai sono frammenti di specchio che ci rimandano piccoli squarci di vissuto: di sentimento, di rabbia, d’ironia, di passione, di malinconia, di speranza, di tutte quelle cose che compongono il disegno grande dell’esistenza di una donna, disegno che lega a filo stretto gli uomini, bersagli o protagonisti, compagni o nemici, ma anche altre figure femminili di sorellanza.

“Lui ha preso il mio corpo.

Sorelle, la mia anima nuda chiede asilo.”

I versi conservano tutte le caratteristiche di un morso avvelenato: sono brevi, taglienti, a volte contradditori, sorprendono nel finale. Spesso tra il primo e il secondo verso c’è un ribaltamento di senso o una cesura che spezza la continuità della lettura. Il morso, che possiede la duplice caratteristica- può essere dolce ma anche avvelenato- suggerisce la dualità di questa poesia che, come un lampo, intende illuminare una realtà taciuta o clandestina.

“Amato, tra le tue braccia

libero in spire i miei versi. Veleno e miele.”

La poesia è un atto civile che si muove nelle cose del mondo e leggendo questi morsi velenosi si avverte un risveglio di coscienza che fa del verso una dichiarazione di presenza attiva, un po’ assopita forse nel nostro modo di poetare, soprattutto al femminile a mio avviso, e invece qui riscoperta, ritrovata, come una lingua madre da adottare per fare strada al cambiamento che vogliamo essere.

“La poesia mi salverà

mi solleverò innanzi a te vestita di parole”

Questo piccolo libro, corredato dalle delicate illustrazioni di Iolida Tizzi su ogni pagina, è poesia viva, una poesia orale, qui riscattata in veste grafica, ma essenzialmente orale, e quindi ancora più importante perché ritorna alle funzioni antiche della recitazione, del mandare a memoria, della condivisione e trasmissione non di un sapere ma di un essere che si esplicita nella parola.

Landai ci ricorda quanto importante sia fare poesia, in tempi in cui possiamo aver acquisito la libertà di scrivere e leggere -oppure no- la poesia manifesta ciò che siamo e ci fa esistere, anche nell’anonimato se c’è bisogno…

La brevità di questi versi è bellezza pura, laddove la poesia è sintesi del pensiero, questi distici sono frecce scagliate da lontano; il landai è fatto di un’espressività intensa che non indulge a poetismi o a figure retoriche ricercate, ma che trattiene al suo interno una potenza lirica che scuote profondamente.

“Uccelli felici tra i rami.

Salirò sopra un albero e vi farò il mio nido”

[ n a n i t a ]


Questa recensione è stata pubblicata originariamente sul num. 19 della rivista di Letteratura Euterpe. Per leggere tutto il numero clicca sull’immagine

Ryu, nuvola nera

bijin-ga by Ishikawa Toraji

bijin-ga by Ishikawa Toraji

Giardini di Sabbia (Angela Fabbri)

giardini di sabbia cope

 

In giardini di Sabbia Angela Fabbri ha fatto suo l’insegnamento dei maestri di haiku. Il poeta si fa natura e ascolta le voci del mondo.

Il libro si apre in cinque sezioni che sono unite le une alle altre da questo fitto dialogo a più voci.

Lo spirito zen di questa raccolta si rivela in Giardini di sabbia, in cui la poesia del cinquesettecinque ha preminenza senza però legare a questo vincolo l’ispirazione poetica. I versi infatti esulano dai recinti della metrica senza per questo perdere lo spirito vitale che permea la raccolta. Questa vitalità si muove anche entro i confini figurativi delle illustrazioni sumi-e che corredano le pagine e impreziosiscono i versi di naturalità.

Sono versi velati di malinconia, quello stato d’animo tra nostalgia e tristezza dello  Sabishisa una tristezza appena accennata che permea la vita.

non lo guardare

il giardino d’inverno

ha chiuso gli occhi

***

nel bambù verde

il suono della pioggia

-addormentarsi

***

quando la sera

si lecca come un gatto

la luna è l’occhio

***

dentro la tazza

galleggiano i miei occhi

tè del mattino

***

la tazza rotta

mi mostra con orgoglio

ferite d’oro

***

il gelsomino

profuma nei pensieri

anche d’inverno

***

quella pietruzza

che scansi con il piede

era montagna

***

In Nuvole la poesia è rarefatta ma  l’immobilità è ancora vita e la voce piccola piccola di una foglia riesce a sussurrare ai sensi del poeta dettando la propria voce.

gli alberi immobili

aspettano

i decreti del cielo-

sognano

di essere pietre

Schegge di tempo è la parte più ampia e corposa di questa raccolta: riflessioni che custodiscono rivelazioni e piccole filosofie alla portata di tutti.

le mie piccole schegge di tempo

non voglio dormire

e se il mondo domani

fosse sparito?

Il tempo che passa, la transitorietà è Aware, non c’è sofferenza ma comprensione e accettazione in sintonia con l’universo.

un grillo

in ottobre

fuori tempo

come me

E poi l’inatteso, il senso di meraviglia Wabi e Yugen il mistero inafferrabile della vita, ancora Aware, la transitorietà: tutti assieme in piccoli versi scorrono come sabbia in una clessidra.

ossa

di animali

preistorici

le conchiglie

sulla spiaggia

In Petali di ciliegio pochi versi permeati dal silenzio, Sabi, la grande quiete che trasfigura.

nel canto delle cicale

gli alberi immobili

come statue antiche

ascoltano

Ed eccoci arrivati alla fine, Pietre e acque: dall’immobilità parla il mondo. Nella migliore tradizione del giardino zen le pietre insegnano, sono grandi maestri. E io vorrei ricordare con i versi di Angela uno dei nostri da poco scomparso: Pino Sciola, maestro delle pietre sonore che ci ha insegnato ad ascoltare e a guardare con occhi diversi il mondo immobile di rocce e pietre.

la statua

mi guarda

con i suoi occhi

millenari

e mi chiede

se sono

viva

***

lavo

la pietra da inchiostro

come se fosse

 la mia anima

***

urlano

contorte

le scogliere

impietrite

dalla luce

le consolano

deboli

strida

di gabbiani

***

sul fondo del mare

i sassi aspettano

che venga la marea

***

a lungo

 la pietra ricorda

la mano

che l’ha toccata

***

le pietre

gioiscono

dell’aria

come la terra

della neve

****

insegnami

pietra

insegnami

l’immobile

pazienza

***

Yugen, l’energia del mondo che palpita ovunque è qui magistralmente espressa. Non desidero sciupare con la parola la suggestione di questi versi, sarebbe facile volersi inoltrare ancora nelle decifrazioni statiche del pensiero. Lasciarsi andare al canto delle pietre, solo questo. Ascoltare il mondo.

[n a n i t a ]


Angela Fabbri è nata a Cesena nel 1962. Ha pubblicato i libri di poesia Cipria (Forum/Quinta Generazione) e L’airone dell’oblio (Nuova Compagnia Editrice), Giardini di sabbia (Il Vicolo, 2016). Suoi racconti e poesie sono inoltre usciti sulle riviste Forum/Quinta Generazione, Tratti, La Rosa, Graphie e nelle antologie Voce Donna (Il Vicolo 1995 e 1998).

Già primavera?

"Short Sleeve Kimono", Shimura Tatsumi (1907-1980)

“Short Sleeve Kimono”, Shimura Tatsumi (1907-1980)