Numeri a perdere- un libro sospeso-

“Numeri a perdere” di Riccardo Gavioso

recensione a cura di Valentina Meloni

Qualche settimana fa ho ricevuto un libro sospeso, interessante iniziativa dell’editore  Fabio Dessole per Arpeggio Libero  piccola, indipendente casa editrice di cui ho già avuto modo di leggere e parlare. A Napoli si usa lasciare un caffè sospeso e siccome io il caffè non posso berlo, ho scelto un libro che mi aveva incuriosito e che, non solo non ha deluso le mie aspettative, ma mi ha lasciato dentro un bel po’ di cose.

Scrivere un racconto è senz’altro più difficile che scrivere una recensione. Scrivere in un linguaggio che non risulti noioso al lettore, che lo imprigioni dentro alle parole e gli infilzi lì sulla pagina, gli occhi, incapaci di scollarsi dall’intreccio, dai personaggi, dalla storia, è ancora più difficile.

Flannery O’Connor (25 marzo 1925 – 3 agosto 1964), la scrittrice che a sei anni insegnò a un pollo a camminare all’indietro,  affermava nella sua raccolta di saggi Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere,  che la narrativa opera tramite i sensi e procede per particolari, particolari che devono rientrare in un disegno complessivo al servizio dell’intento del narratore. Lei stessa scrisse più di cento recensioni di libri e solo trentadue racconti. Le immagini della piccola Flannery con il pollo fecero il giro del paese e in seguito ella affermò:

«C’ero anch’io con il pollo. Ero là solo per assisterlo, ma fu il momento culminante della mia vita. Tutto quello che è accaduto dopo, è stato solo un anticlimax.»

Un evento, un particolare, che potrebbe essere insignificante — come il pollo che cammina all’indietro — di fatto costruisce una storia.

«I narratori che non danno importanza a questi particolari concreti peccano di quella che Henry James definiva “specificazione fiacca”. L’occhio scivola via sulle parole e l’attenzione si assopisce» 

continua a suggerire la scrittrice.

Cosa c’entra il pollo direte voi? Il fatto è che da quando ho iniziato a leggere Numeri a perdere di Riccardo Gavioso ho cominciato a fare attenzione pure ai polli. Ho iniziato a guardare le cose in maniera diversa e a riconoscere all’occhio il suo potere descrittivo. Come si racconta una storia? Si racconta osservando. Se non osservi non entri nelle cose e se non entri nelle cose non le sai narrare.

Come si fa ad accorgersi dei numeri mancanti? Di quei vuoti a perdere che passano inosservati, che non hanno nome, vita, identità? Bisogna vederli. E Riccardo Gavioso acuisce la vista da giornalista per dare una voce, un volto, un’identità e quindi una dignità di essere vivente, a quei numeri che l’hanno persa a causa di un cattivo giornalismo, dell’indifferenza, a causa di un climax discendente della modernità che ci fa considerare un pollo che cammina all’indietro più importante ai nostri occhi (e alla nostra attenzione) di storie che, a volte, sono conosciute solo dai mattoni. E Gavioso riesce a far parlare pure quelli, a far narrare a quei mattoni che le donne dai capelli bianchi, nascosti da panuelos, le vecchie madri di Plaza de Mayo che si appoggiano ai muri, hanno gli occhi asciutti a causa di una vita che  è stata loro rubata, quella dei Desaparecidos, dei loro figli, che ora, grazie alle proteste pacifiche, alla perseveranza nel portarle avanti, sono i figli di tutti.

Ma i Numeri a perdere non sono solo quelli delle dittature, Gavioso mette in questo contenitore-libro tante storie: cani, clochard, donne vittime di femminicidio, bambini soldato, sopravvissuti e  vittime di Hiroshima (entrambi numeri a perdere), l’olocausto animale delle pellicce e d’altro, l’olocausto umano delle favelas, dei Meninos de rua, delle vittime di abusi sessuali, dei cadaveri in cerca di riposo, dei resistenti che sfidano le dittature per l’ideale e per la sopravvivenza della voce dissidente, della democrazia e molto, molto altro.

Non vi riporterò citazioni come faccio di solito. Ogni storia, ogni racconto, ogni numero di questa raccolta merita la vostra attenzione. Cosa c’entrava il pollo? Vi starete ancora domandando…

Ebbene il pollo era un’espediente per tenervi incollati allo schermo. Immagino di avervi deluso, ma spero di aver acceso un po’ del vostro interesse per quei numeri a perdere di cui continuate a non sapere nulla, quei numeri di cui Gavioso, armato della più nobile delle armi bianche (la penna),  ha raccolto il particolare che ve li farà ricordare, spero, per sempre.

 

Valentina Meloni


Riccardo Gavioso è nato a Torino dove tutt’ora risiede. Laureato in Giurisprudenza, ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Si è occupato di giornalismo web collaborando con diverse testate e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “Il Prione”.

Filatura- Euterpe n.15-

Filatura tradizionale con arcolaio

Invito a leggere il nuovo numero della rivista di letteratura Euterpe avente come tema “Echi e immagini del passato”. In questo numero è presente, tra i molti interventi, tutti molto interessanti, una mia poesia Tanka ispirata al ciclo della lana, in particolare della filatura, che fa parte di una raccolta più ampia di cento Tanka legata ai temi della terra e delle tradizioni.

Farsi luce

fotografia elaborata da Alberto Clapis

fotografia elaborata da Alberto Clapis

La mia bambina
è un’immagine sfocata
ma così viva dentro
che scolora
in lampi d’estasi
e accende fuochi di linfa
nei datteri dei giorni

nessun battito di ciglia
nessuna ruga nuova
s’imprimono al riaffiorare
di un sorriso,
di un segno d’esistenza
sui sacri rotoli dei nadii

ogni foglia, ogni cosa è polvere

eppure persiste -caparbia-
a farsi luce.

(Valentina Meloni)

I Shastra Naadi  si possono considerare dei “trattati di energia canalizzata”. Si tratta di un  sistema di predizione usato, per molti secoli, risalente a migliaia di anni fa, almeno 4000 anni, depositato da uomini santi, i Rishi, che hanno raccolto, su rotoli di foglie di palma, le conoscenze riguardanti eventi futuri del mondo. Tali rotoli sono stati redatti in sanscrito, lingua in uso nell’antica India. Quando, con il passare del tempo e l’usura, le foglie hanno iniziato a rompersi, i governanti Tanjore hanno incaricato una serie di studiosi di trascrivere i testi su nuove foglie di palma le “ola” .

Questa pratica di divinazione o di antica astrologia,  che si basa su complesse procedure, si svolge ancora adesso, in particolare nel Vaitheeswarankoil, nei pressi di Chidambaram nel Tamil Nadu, uno stato nel sud dell’India.

Nella povertà della parola, intervista a Ida Travi

“Ho poche parole e m’arrangio con quelle
non voglio far torto a nessuno
non voglio incantare nessuno
volevo solo imparare dalla rondine.”
I.T.

Avatar di .perìgeion

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a cura di Evangelia Polymou

 

“Datemi il nastro rosso
e poi… seguite il fiume, e poi…
Fino al ramo nell’acqua
fino al ceppo bruciato, più avanti
più avanti… fino all’ultima siepe di rovo
Usciremo da questa storia
– credetemi –”

*

In L’aspetto orale della poesia e in molti altri Suoi testi è evidente lo studio e l’amore per la storia della filosofia. Se ne avverte un lontano richiamo e a tratti sembra che strani nessi si vengano a creare tra la contemporaneità della Sua poesia e certe forme della poesia epica antica. Quali sono, e quanto sono stretti, questi nessi?

 Mi sono occupata di filosofia per molti anni ma in maniera assolutamente irregolare, disordinata. Me ne sono occupata perchè la filosofia mi sorreggesse in poesia, non per altro. Volevo che mi sorreggesse in poesia anche se per poco, anche se solo per un grammo: parlo della filosofia greca…

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Zoom: la poesia digitale

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Oggi c’è stata una piccola rivoluzione nel mondo poetico. Feltrinelli torna a pubblicare dopo trent’anni poesia contemporanea di autori viventi e lo fa utilizzando i nuovi supporti tecnologici digitali.

Gianni Marchetti con “La voce dei grandi edifici” e Tiziano Fratus con “Un quaderno di radici”  hanno lanciato la nuova collana con dei videoclip poetici: la poesia scende in strada letta dagli stessi autori. Finalmente!

La collana Zoom Poesia di Giangiacomo Feltrinelli Editore viene presentata questa sera a Torino, l’appuntamento è alle 21 al Circolo dei Lettori con La Nuova Poesia Feltrinelli.

La considero una rivoluzione perché un grande editore che decide di “puntare” sulla poesia lo fa rendendola fruibile ad un grande pubblico e a un prezzo accessibile. La porta in mezzo alla gente che la consumerà su supporti digitali in ogni luogo: la poesia torna a circolare liberamente? A me sembra un ottimo inizio e naturalmente ho acquistato subito il mio primo zoom: lo leggerò con la dovuta calma e ve lo presenterò.

I libri della nuova collana sono acquistabili  su La Feltrinelli, iTunes Libri e Book Republik. A breve anche su Ibs eBooks. I supporti digitali prevedono Kobo, Kindle e lettori e-pub per telefono, pc, tablet scaricabili gratuitamente dalla piattaforma Feltrinelli Zoom. La poesia scende in strada. Voi che fate?… Andategli incontro.

Ci sono poesie che nascono dal dito indice scrive Fratus,* e ci sono poesie che nascono e scivolano fuori da un clic…

A breve la mia recensione su queste pagine.

Di qualunque cosa parli (Gianni Marchetti, La voce dei grandi edifici)

Dunque nessuno sa niente di preciso
Tantomeno gli astronomici poeti della domenica

Ma è comunque davvero spassoso
Veder volteggiare come stelle cadenti
Certe parole che cascano improvvisamente
Come dalle ripide scale una vanitosa soubrette
D’avanspettacolo
Circondata da fuggevoli boys

E’ per questo che alla fine di ogni poesia
Mi viene immancabilmente da ridere

Detto tra noi
Di qualsiasi cosa parli
Che siano stelle, lupi o buoi
Poetry
Is a sex toy

n a n i t a

Chi sono gli autori?

Tiziano Fratus (Bergamo, 1975) ha diretto per cinque anni il festival e le edizioni Torino Poesia. Ha pubblicato libri dedicati ai concetti di Homo Radix e alberografia concepiti in California, fra i quali Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Kowalski/Feltrinelli), L’Italia è un bosco (Laterza), Il sussurro degli alberi (Ediciclo) e l’imminente Il libro delle foreste scolpite (Laterza). Cura da tre anni la rubrica Il cercatore di alberi sul quotidiano «La Stampa». Fra i suoi precedenti libri di poesia Il molosso, La staticità dei pesci martello, Poesie luterane, Gli scorpioni delle Langhe e all’estero A Room in Jerusalem (New York), Creaturing (Detroit), Double Skin (Singapore). Sue poesie sono tradotte in sette lingue e pubblicate in varie riviste e antologie.

Gianni Marchetti (Novara, 1956) è laureato in filosofia e insegna in un liceo di Novara. Ha pubblicato la raccolta di racconti Francese alle medie (2006), mentre per le Edizioni Torino Poesia ha pubblicato due raccolte di poesie, Una donna così (2008) e Per nessuna ragione al mondo (2009), nonché curato l’antologia Documenti di viaggio, Dodici poeti novaresi (2008). Sue poesie sono state tradotte in lingue inglese e francese e pubblicate su riviste e in volume in Stati Uniti, Francia, Svizzera e Singapore.

 

* poesia con una macchia di caffè

Amata Voce di Nicoletta Nuzzo

Amata Voce di Nicoletta Nuzzo

Come uscire dall’indistinto

recensione a cura di Valentina Meloni

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Che sarà di noi/ che siamo scappati dal guscio

Inizia con questi primi versi l’ultima raccolta di poesie di Nicoletta Nuzzo che in queste sessantaquattro liriche edite da Rupe Mutevole tratteggia la condizione del poeta tessendo un filo di radici e di connessioni entro voci poetiche di sorellanza.

Che sarà di noi/ che siamo scappati dal guscio/ per diventare vivi/ [1]

 E che sarà di noi parole uscite dal respiro per diventare carne?

La poeta affronta il processo di scrittura facendosi voce della sua stessa voce e descrive il suo prendere forma come una caduta, uno stato d’essere doloroso, di rigetto, che passa da una condizione di presunta grazia ad un rifiuto protettivo e schivo che vorrebbe trattenere nel guscio, lasciare in attesa in un sonno dentro al mio gomito[2].    Il principio è

essere gettata fuori dal Cielo,/ stare come un sonoro che geme.[3]

Un volo inaspettato che sorprende, che non lascia tempo:

Quello che mi accade è tanto veloce/ che io devo inseguirlo/ ma arrivo tardi[4]

mai nessuno ha saputo descrivere con così tanta precisione, con così minuta descrizione e profonda bellezza la vacuità del cogliersi, dell’ accalappiare le sensazioni, le parole, le immagini del proprio essere altro per poi racchiudersi, accucciarsi,[5] rinchiudersi nella meditazione, nella solitudine.

vivo in una casa non casa/ ho l’anima casta e macchiata di chi è predata/ il manto animale della solitudine[6]

Questa lirica, tra le più belle che ho mai letto sulla condizione del poeta racchiude l’essenza di questo percorso a due voci.

Non chiedere a me come devi stare/ a me che raccolgo grammi di energia/ per portarmi nel giorno / Nicoletta parla con questo suo  dáimōn[7] che la spinge a seguirsi, a seguire l’amata voce, e si confronta e si sdoppia e si fa veicolo di qualcosa più grande di lei.

quando la vita diventa troppo/ ho sempre paura di non bastare io

Il poeta è un mezzo che si fa veicolo di altre voci, non solo sue, si fa transito di memorie di cui non è consapevole  ma lo riguardano.[8] E questa condizione scava i pori della pelle come tempesta uscita dal bicchiere  che è rumore di vento delle vene,[9] condizione che si fa scissione con cui guardarsi dentro. Non c’è modo di separarsi, due vite nello stesso corpo. [10]

Solo qui interviene il maschile a scindere la forma, unica dedica a uno scrittore di sesso opposto Franz Kafka, che dà voce a questa condizione necessaria perché le parole prendano vita  Che tu sia per me il coltello, un coltello, una lama sacra con cui frugare la radice che penetra nell’oscurità.

 Lei, la poesia, Amata Voce, accarezzerà solo l’ombra e il poeta scenderà a patti con lei senza rispettarli perché non è voce univoca. Il poeta muta e muta anche la parola laddove  però concretizza strascichi nel corpo e nell’esistenza, perché la voce vive quando chiede vita.

La parola è flusso che transita, incontenibile, dopo che il vuoto s’è fatto slabbro non ci si può più racchiudere.[11] Ed è così che ha inizio lo svelamento della parola, la messa in forma, e il conseguente riconoscimento di un Doppelgänger [12]che chiede di esistere e di essere amato. Il Doppelgänger, studiato da Hillman, generato dalla paura è presenza che non può cessare, esso indica il processo di bilocazione cognitiva che consente al poeta, allo scrittore di entrare ed uscire dalla propria storia di vita. E’ un procedimento di estrapolazione della poesia, ma della narrazione in generale, che  comporta una presa di distanza, che si attua nel leggere la propria storia con occhi diversi, con lo sguardo altrui, rappresentato qui da Amata Voce, una voce che non sembra appartenere al legittimo autore, e che offre un decentramento delle prospettive ermeneutiche, laddove ci si prende cura direttamente di quell’essere altro, e del racconto diretto e indiretto (veicolato qui dalle altre voci femminili e nei precedenti libri di Nicoletta dalla figura felina) che riguardano il percorso di costruzione di sé, del prendersi cura, del darsi forma.

Eppure questo processo in qualche modo genera una scissione dolorosa dell’essere che ci allontana da tutto quello che siamo stati, da tutto ciò che il poeta conosce e ha imparato fino a quel momento:

Non riesco a perdonare questo mio mancare l’essere [13] scrive Nicoletta, quando il nulla mi prende sorelle/ lasciate che stia qui[14]

e in questo qui, in questa condizione esistenziale si genera la rabbia, che si fa forza propulsiva in una esplosione di ricongiunzione necessaria al proprio essere, un sé che si sente apolide, e allo stesso tempo appartenente a una condizione indefinibile, sottile e precaria

se non fossi l’uccellino che sono/ poggiato di pena e oblio su zampe filiformi/ ti griderei in faccia la mia rabbia/ con un solo nome io io io[15]

Questo mare esistenziale, sconfinato e ignoto che genera smarrimento lascia il poeta in una condizione esausta, di confusione, in cui manca il respiro, manca il verbo che deve ricucire i margini di questa ferita, di questa profonda scissione matrice e generatrice di parola

sono in apnea/ adesso devo riunire i miei spicchi/ e sorgere piena come luna sopra questo mare.[16]

L’attesa è utile strumento di cura che sul far della sera toglie forza anche al dolore per trovare gli occhi di questo nulla.[17]

La poesia adesso comincia  a farsi risalita, anelito al divino

questa vastità senza ali e senza radici/mi inghiotte/ vorrei un canto che piangesse me/che pregasse per me.[18]

e anche il tempo muta forma e la circolarità dell’essere, del tutto, riporta la voce in accordo con il poeta, esso stesso orologio vivente, mutabile e immutabile al medesimo tempo. E’ la poesia come albero, imitazione della natura, in cui la relazione tra poeta e poesia diventa viva, organica, materica, il logos da seme lentamente mette radici e diventa albero-poeta. Questa metafora così meravigliosamente espressa da Margherita Guidacci  nella sua conferenza tenuta nel 1987 al Convegno Nazionale di Bari sulla poesia femminile, riporta la poeta e, in questo caso Nicoletta Nuzzo, ad una ricongiunzione al semplice scorrere delle cose, al flusso poetico.

Ascolta mio tempo, mio albero, mia poesia/ fa’ che sia io il verde illuminato dopo questa pioggia[19]

In questa seconda parte della raccolta ricorre ancora il dolore, l’attesa e il rinchiudersi nel gomito, in quell’angolo di oscura quiete, nel risuonare di vuoto e silenzio adorabile,[20] ma illuminato adesso di uno spicchio di luce, in mezza ombra, come qualcosa di sacro entro un tempio che è conchiglia per la parola-perla:

tieni al sicuro il mio niente/non distogliere lo sguardo/ mentre m’incurvo nel guscio,/ assaggia il sale dell’appena nato[21]

e come pianta grassa che cresce in silenzio e diventa forma [22] così la poesia, Amata Voce,  riprende la cura[23] e il poeta è di nuovo investito del soffio,[24] dell’informe che preme sulle nostre vite[25] di un destino comune a molte altre donne: tanti i richiami al femminile da Virginia Woolf in Non è solo il mio destino, alla stanza antica e sempre  nuova di Emily Dickinson, all’oscuro misticismo di Alda Merini e Etty Hillesum che sono invocate e cucite alla voce narrante con materno accudimento

 e se l’oscuro del nascere è cavità di parola[26]/ per questo filo da non spezzare di donna in donna[27]/

madre ti chiedo di invocare per tutti altro tempo altra quiete.[28]

La quiete è ritorno, cibo che si affaccia sugli occhi, [29] luogo senza nome, quello in cui la poeta scende, una stanza che ha solo intravisto, nella fatica di uscire dall’indistinto[30] ma che la mette in condizione, attraverso una luce mai piena, di guardarsi dritto negli occhi[31] e, metaforicamente, dentro, di fissarsi in questa invocazione della parola: la poesia.

Ancora posso sognare un sapere tremolante/ e minuscolo ma tutto mio/che tengo protetto in un nido segreto,/ è da questo posto intrigato che parte il filo/ con cui non mi perderò nel morire,/ è su questa piccola corona di rami e pagliuzze/ che si infrange la fitta del vuoto[32]

 

Sentitamente ringrazio Nicoletta, una voce poetica dal fortissimo richiamo che unisce l’antica saggezza femminile a un linguaggio nuovo e di spessore, per questo suo dono condiviso al mondo che è la sua ricerca e la sua preziosa scrittura.

(Valentina Meloni)

 


N
ote


 

 

[1] Che sarà di noi pag. 13

[2] In attesa Pag. 53

[3] il Principio pag. 14

[4] Presente pag.22

[5] Presente pag. 22

[6] Solitudine pag.23

[7]  Dal greco antico δαίμων, «essere divino» è, nella cultura religiosa e nella filosofia greca, un essere che si pone a metà strada fra ciò che è Divino e ciò che è umano, con la funzione di intermediare tra queste due dimensioni.

[8] Transito pag. 15

[9] La caduta pag. 16

[10] Che tu sia per me il coltello pag. 17

[11] Mi dissolvo pag.19

[12] Vedi Il codice dell’anima di Hillman

[13] Lontana pag.21

[14] Lasciate che sia pag.26

[15] In faccia pag. 28

[16] Confusa pag. 30

[17] Spirale pag.32

[18] Spirale pag.32

[19] Poesia in verde pag. 55

[20] A Etty Hillesum pag. 82

[21] Ascolta pag.69

[22] Pianta grassa pag.61

[23] Amata voce pag.45

[24] Due pag.47

[25] Alla poesia pag.50

[26] A Etty Hillesum pag.82

[27] Madre ti chiedo pag.83

[28] Madre ti chiedo pag.83

[29] Ritorno pag.65

[30] Rito pag. 58

[31] Quando scrivo pag.60

[32] Il filo pag.76

Segreti

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Tenete per voi i vostri sogni, le cose belle e pulite vanno conservate come si fa con una cosa preziosa, fragile. Un pensiero si sciupa con la parola, un desiderio si scioglie se diventa reale, così il luccichio dell’anima si spegne negli occhi di un uomo incauto se viene scovato. Andatevene zitti col vostro segreto e fatene tesoro.

n a n i t a

Scrittura d’ambiente

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foto: Cipresso calvo di Castiglione del Lago(Pg), Valentina Meloni

In Italia 4 fiumi su 30 sono malati a causa dell’incuria, della eccessiva cementificazione,  e per colpa di chi conduce attività abusive, usando i corsi d’acqua come discariche in cui liberare sostanze chimiche o rifiuti di vario tipo. Tutto scorre, anche se mi trovo in cima al monte, l’acqua di quel fiume andrà in un lago, nel mare, il mare evaporando sarà nuvola e poi pioggia e pioggia sarà acqua, ancora acqua e veleno… Dalle nuvole alla terra, dalla terra all’acqua e al cibo sulla mia tavola. Il mio pranzo oggi è stata l’acqua dei nostri fiumi, anche se il fiume sgorga dalla montagna e mi trovo al di sopra della fonte.

“Hai mai visto il Bormida? Ha l’acqua color sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte, sotto la luna”.

Così scriveva Beppe Fenoglio nei suoi racconti autobiografici Un giorno di fuoco a metà degli anni Sessanta; appena un paio di stagioni prima era stato Augusto Monti a testimoniare il vissuto sulla propria pelle nei Sansossi:

E giù dal Cengio il dinamitificio ti fotte in Bormida di quattro in sette tutta questa peste, e le acque vengon giù livide come ranno, una schiuma verde, pesci morti a pancia in sù, le bestie la rifiutano: un malefizio ti dico… e per far che cosa? Esplosivi dinamite balistite, per ammazzar della gente

Ma finalmente c’è una buona notizia: torna a vivere il fiume Bormida. Con gli ambasciatori del verdeFrancesco Erbani giornalista e scrittore,  Franco Arminio scrittore, paesologo e insegnante elementare e con Tiziano Fratus, poeta e scrittore, discutiamo di come la letteratura e l’impegno degli scrittori, possano salvare l’ambiente.

Ho apprezzato molto questa discussione propositiva e voglio condividerla, bravo l’Homo Radix  Tiziano Fratus che propone una via possibilista e alternativa per una nuova coscienza ambientale e ricorda che esiste una letteratura, anche in Italia, che parla e si occupa di natura e della questione ecologica, del cammino e della riscoperta di luoghi e territori e che sta nascendo uno slow writing, ancora un po’ snobbato a dire il vero, che dovrebbe farsi esercizio di continuità per ricongiungersi ai luoghi e tentare di scoprire i piccoli tesori sepolti da una situazione che gravita ogni problema presente sull’urgenza, senza tenere conto che abbiamo tutti un piede nel futuro e nel nostro paesaggio.

Ascolta il podcast di Fahrenheit

n a n i t a

A s s e n z e

foto: Assenze di Alberto Clapis

foto: A s s e n z e di Alberto Clapis

Le assenze traspaiono anche dalla forma. L’immaginazione di quel che sarà è assenza e presenza allo stesso momento, ma con la poesia della trascendenza, che allude a qualcosa di più elevato.

(N a n i t a )

Je suis Charlie!

Place de La Republique, Parigi

Place de La Republique, Parigi

Si leva un coro
di voci bianche e nere:
Je suis Charlie!

Siamo tutti uniti
contro ogni violenza?

(07/01/2015)

Valentina Meloni