Haiku dell’inquietudine (Giovanna Iorio)

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«Vivere è morire, perché non abbiamo un giorno in più nella nostra vita

senza avere, al contempo, un giorno in meno.»

(F. Pessoa, Il Libro dell’Inquietudine)

Quale il paradosso che si cela nel titolo Haiku dell’inquietudine? Con questa domanda termina «La forma attenta del pensiero» nota critica di apertura di Luca Cenisi all’ultima raccolta di haiku di Giovanna Iorio per la collana Essenze di FusibiliaLibri.

Da tale domanda io, invece, vorrei partire perché contiene il nucleo–pensiero di questi versi. Ispirati al Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa i componimenti di Giovanna Iorio sono microcosmi di esistenza in cui convivono luci e ombre, oscurità e improvvise illuminazioni; ma è soprattutto il sentimento delle cose ombrose, lo Shiori, a incasellare l’immaginazione pensante entro quella linea di confine mai del tutto netta che separa il giorno dalla notte, il visibile dal percettibile. Questo confine d’ombra è sottolineato e reso ancora più suggestivo dalle opere a corredo di Eliana Petrizzi che dell’ombra ha fatto materia plasmabile nei suoi oli. L’olio ha, di per sé, la caratteristica di trattenere la luce e la possibilità di creare quelle velature che suggeriscono la mescolanza soffusa dei paesaggi cromatici di confine.

Su questo confine insistono i versi stratificati sulle infinite possibilità del transitorio e sulla pluralità dell’essere. «Sono come me/le nuvole – passaggio/fra cielo e terra.»

L’ineluttabilità dell’esistenza che si manifesta nelle cose del mondo è quell’essere altro che passa dall’identità plurale come dal naturalismo lirico di Bernardo Soares: «Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia.» (F. Pessoa, Libro dell’inquietudine)

Gli opposti conviventi che abitano la corporalità di Pessoa – e che inevitabilmente immalinconiscono l’esistenza e la rendono inquieta – traslati in diciassette sillabe: «Vivono insieme/ in un unico corpo/ il re e il suo schiavo»; «Solo le nuvole/ sono reali oggi e il cielo/ inesistente.»; «Vivere è essere/ un altro. Essere nuovo/a ogni alba nuova.»

Sono moltissimi i richiami diretti e indiretti ai frammenti dell’inquietudine di Pessoa, per la Poeta haijin andare a scovarli è anche una ricerca all’interno di se stessa, in quelle cantine dell’animo (p.45) percorse da ombra e dimenticanza. L’ordinarietà delle cose del mondo che non stupiscono più muove, invece, sia l’animo inquieto del Poeta portoghese: «All’improvviso ho sentito per quell’uomo qualcosa di simile alla tenerezza. Ho sentito in lui la tenerezza che si prova per la comune normalità umana…» (ibidem) sia quello della Nostra haijin: «Spalle comuni/ di un uomo nella folla/ la tenerezza.»  E ancora: «Assurda e fredda/ la tenerezza che provo/ per un passante.»

Nell’ultima parte, Malinconia, i toni crepuscolari si fanno più accesi, più intensi e immediati i rimandi A F. Pessoa: «La malattia/ del mestier di vivere/ è la nostalgia»; «Sono le nuvole/ lontane dal rumore/ una finzione»; «Cena fra gli orti/ all’ombra di una pergola/ se io fossi un altro»; «Ci sono giorni/ che sono filosofie/ note a margine.»

Il sentimento delle cose ombrose (Sabishisa) e lo stato d’animo malinconico (Shiori) sono due dei quattro principi estetici che caratterizzano i componimenti haiku e che qui percorrono tutta la raccolta, suddivisa in quattro letture, ognuna con dedica: Anima, Inquietudine, Conflagrazione, Malinconia. Questi due principi, che si trovano meno frequentemente, rappresentano i sentimenti più oscuri, più tormentati, propri dell’animo inquieto,  in contrapposizione ai principi di serenità, meraviglia e pace, che fanno parte di quella leggerezza Karumi a cui lo Haiku nella tradizione di Basho ci ha abituati. Anche Sabishisa e Shiori, però, fanno parte della natura e del vivere umano, in special modo dell’animo inquieto, che s’interroga e che, pur aspirando alla quiete, in un certo qual modo la rifugge. «Ho grandi stasi/perfino nell’anima periodi/ d’ombra.»

Certo la ricerca di serenità che contraddistingue la scrittura Haiku sembra cozzare con il sentimento di inquietudine, ma proprio qui si snoda  il paradosso da cui siamo partiti.

L’inquietudine deriva dalla parte più oscura di noi stessi. Risposta alla stasi, alla morte e alla fissità. Quando il nostro io più profondo e fecondo necessita di stimoli, l’inquietudine arriva con i suoi pungoli e i suoi fuochi che svelano forme e sostanza. E quando si muove, senza alcuna coerenza apparente e necessaria, mettendo in moto stimoli e nuove spinte esistenziali, allora l’anima diventa «Un gallo ignaro/ che canta nella notte / come un bambino» perché come per Pessoa «I fuochi fatui della nostra putredine, sono almeno luci nelle nostre tenebre» e perché «Vivere è non pensare» (ibidem). Lo ricorda Giovanna in una improvvisa luce folgorata di giallo: «Vivere non è/ altro che comprare/ banane al sole.» Forse allora «il segreto» – scrive Franco Arminio nella sua nota di lettura –  «è proprio accordare sguardo e pensiero […]. Il segreto è intrecciare il dentro e il fuori, farlo quietamente.»

Tuttavia l’anima necessita di una Conflagrazione, necessita tornare al suo fuoco originario. L’inquietudine esistenziale è il segno di un’ intensa vitalità dell’anima, che non si accontenta di ciò che vede ma va alla ricerca di ciò che la muove poiché aspira a una meta degna dei suoi sforzi, dei suoi ardori.  L’inquietudine è «Il vecchio cielo/dove tutte le stelle/ ricominciano». È, per estensione, il medesimo principio del Ki facente parte dell’estetica – cinese prima, giapponese poi – che muove nascostamente e in silenzio la vita stessa.

La consapevolezza di questo mistero fecondo, appartenente ai luoghi inaccessibili dell’anima, porta la Poeta a cercare e a cercarsi sull’orlo dell’abisso: «Senza volerlo/ su quale segreto ora/ mi sto affacciando?». Quella dell’inquietudine è una necessità che non domanda di esistere ma si manifesta,  come si manifestano le ombre sui muri e lo scrivere sul foglio. Perciò la scrittura è ombra della propria esistenza, manifestazione tangibile del luogo senza dimora.  A tal punto che la scrittura va a coincidere con l’esistenza stessa, quasi che, senza questa manifestazione del proprio essere, non sia possibile: «Il cadavere /delle mie sensazioni / sempre insepolto»; «Senza scrittura/ ho trascorso dei mesi/ non esistere.»

E poi si ritorna alla vita dal luogo remoto, quasi una resurrezione innescata da una sorta di metafisica della morte espressa in versi: «Stendo la mano/ verso la penna e rientro/ graficamente.»

Ciò che si vede è ciò che si è, un luogo in cui anche l’invisibile assume la propria forma: «Solo una macchia/ d’inchiostro sul foglio di /carta. Coscienza.», ancora luogo e paesaggio in cui il pensiero plasma la materia e agisce come rappresentazione del Sé-ombra: «Mi paragono/ a una mosca e subito/ sono una mosca.» «L’eco e l’abisso/ sono altro nel mio essere io / pensando mi creo.»;  «Ciò che vediamo/ non è ciò che vediamo/ma ciò che siamo.» Perché per Pessoa «è in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo» (ibidem).

E tuttavia questa manifestazione dell’essere intimo e inquieto che si nasconde in noi è sfuggente, per sua stessa natura mobile e fluttuante, impossibile da fare del tutto proprio: «Ma se mi muovo/ per scrivere parole/ esse scompaiono.» Ecco allora che il paesaggio interiore è mutevole allo stesso modo del paesaggio esteriore mosso da stagioni sempre uguali e tuttavia sempre diverse.

«Il peso del sentire! Il peso del dover sentire!» (ibidem). È sempre l’inquietudine a muovere e a scompigliare quella monade intima di cui si ha nozione (haiku pag.79) a tal punto che si ha voglia di quiete, di una pausa da quell’incessante giogo che è l’esistere: «E ho voglia di/gridare nella testa:/“Fermati anima.”»

La natura non è più soltanto – come nei canoni stilistici classici dello haiku – metafora esistenziale, rappresentazione dei sentimenti umani, viceversa Giovanna Iorio sembra voler ribaltare questa concezione trasferendo i propri sentimenti nella natura: «Un po’ della mia/ inquietudine nelle/ gocce di pioggia.» Eppure non si tratta di una vera e propria umanizzazione, semmai della rappresentazione poetica di quel paesaggio simbolico di confine, quella zona d’ombra di cui abbiamo detto, in cui anche le emozioni trasbordano come nella teoria dei vasi comunicanti.

E, paradossalmente, quella delle ombre è una scrittura indiretta, come indiretta è la scrittura dello haiku che non pronuncia mai la prima persona e che si avvale dell’espressività della natura per dire gli stati d’animo della presenza e dell’osservatore. Il non detto, in poesia, ha sempre una valenza rivelatrice e anche qui l’anima non si pronuncia, forse perché, come scriveva Rainer Maria Rilke: «le sue parole vanno a finire in quel luogo interno che non si conosce e in cui non si sa cosa accada…» (in Anima, cit. esergo) ma, se esiste, Giovanna Iorio in questo libro ha tentato, con la sua poesia, di darcene testimonianza: «Com’è difficile /descrivere l’anima: è/ un’entità reale.»

 

Valentina Meloni

Castiglione del Lago, 10 /02/2017

 

 

articolo precedente pubblicato in Diwali Rivista Contaminata n.XVI

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7 pensieri su “Haiku dell’inquietudine (Giovanna Iorio)

  1. Dovo fare i miei complimenti a Valentina Meloni per questo suo scritto, è molto bello, limpido ed efficace, pone in evidenza considerazioni profonde, per molti aspetti condivisibili e sicuramente centrate con l’intento e con la spinta dell’autrice del libro.

    Rimane, tuttavia, molto evidente che il libro “Haiku dell’inquietudine” rappresenta qualcosa di profondamente distante dalla logica della poetica haiku, rappresenta cioè un “non senso”, una “forzatura” evidente nel voler scrivere haiku (su questa tematica e sganciandosi consapevolmente dalla peculiarità imprescindibile di questa poetica) senza però riuscire a scrivere haiku.

    Perché si vuole chiamare Haiku qualcosa che non è per nulla Haiku?
    Questi scritti di Giovanna Iorio non hanno nulla a che vedere con la raffinata e complessa poetica Haiku.
    Se si vuol fare poesia e/o aforismi e/o filosofia è una cosa, ma non si dovrebbero mai chiamare “queste cose” Haiku.
    Saluti
    Ale

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    • Grazie per essere passato ed aver firmato anche la sua critica a un libro che, oltre ogni definizione, ho amato e continuo ad amare, ed è certamente evidente dal momento che ne ho scritto. Il perché del titolo è ben spiegato nel paradosso di cui Luca Cenisi (http://www.lucacenisi.net) lascia sospesa l’interpretazione alla fine della sua splendida nota introduttiva in cui, tra l’altro, viene annunciata da subito al lettore la questione che lei hai posto in maniera forse un po’ meno rispettosa nei confronti dell’autrice rispetto allo studioso del genere Cenisi, quando chiama “queste cose” i componimenti di Giovanna Iorio. Ad inizio dell’introduzione, che se non ha letto, vorrei invitarla a fare in futuro, Luca scrive: “Gli Haiku dell’inquietudine sono un’opera tanto coinvolgente quanto complessa, distanziandosi in misura sostanziale dall’estetica dello haiku tradizionale in favore di un approccio marcatamente esistenziale e simbolico […] L’impostazione metrica degli scritti, sebbene tenda a seguire il modello tradizionale in diciassette sillabe (proprio di haiku e senryu), se ne discosta in diverse occasioni per permettere all’io poetico di “respirare” , ridefinendo i limiti del paradosso del quale inesorabilmente è parte anche il lettore. […]”. Naturalmente la nota prosegue con gli approfondimenti del caso. La scrittura, quando è vera come in questo caso, non è mai il disegno ambiguo di un impostore, Giovanna non intende illudere il lettore circa la natura dei suoi componimenti, e chi legge il libro lo comprende da subito. Questa scrittura ‘metafisica’ sconcerta? Può darsi. Siamo così abituati ad emulare che un nuovo contenuto — perché mi creda qui il contenuto c’è a differenza di tanti “haiku” di fiori e coccinelle che magari si reputano perfetti formalmente ma nascono a tavolino e non lasciano al lettore neppure l’ombra di un piccolo stupore e/o al contrario lo annichiliscono per povertà– ci spaventa, ci sconcerta e ci punzecchia di presuntuosa saccenteria. Del resto cosa sappiamo davvero di cosa sia un haiku oggi, un genere così lontano da noi nello spazio e nel tempo, così incomprensibile per certi versi per la nostra cultura e proprio per questo del tutto ineguagliabile al di fuori del contesto da cui esso è nato e si è sviluppato? Che, al contrario, il genere si faccia strumento di una nuova forma introspettiva, che scandagli l’intima profondità e l’abisso dell’esistenza, mi sembra meraviglioso e rompendo con la tradizione con un vero contenuto crea un precedente o anche un unicum che ci dona davvero qualcosa. E ancora posso dire che leggendo Giovanna in questo libro, mi piace che i confini, come lei giustamente ha suggerito, non siano netti tra poesia/haiku, aforismi e filosofia, come non lo sono a volte tra haiku e senryu nella scrittura dei maestri del passato, perché le definizioni appartengono alla critica, non alla poesia, non alla pratica della scrittura haiku, le definizioni sono parte della mente, quella che, scrivendo/leggendo haiku, dovrebbe zittirsi, farsi da parte, svuotarsi per lasciare spazio alla vacuità, che è, invece, la vera forza di questa pratica.
      Ovvio che un libro non possa piacere a tutti e certamente questo è anche un bene, che sollevi critiche, che sollevi riflessioni, che muova le coscienze, che comunichi qualcosa di disturbante per le nostre menti assuefatte all’abitudine; andando per iperbole direi con le parole di Emil Cioran: “Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.”
      Se è un pericolo questo libro, mi creda Alessandro, non lo è comunque per il genere haiku e dunque, può stare tranquillo da questo punto di vista. Il pericolo è sempre e solo del lettore e delle sue capacità/ volontà/ desiderio di andare oltre. In questo le sono vicina, io mi sono persa meravigliosamente e lo auguro anche a lei qualora volesse leggerlo con questa visione e senza preconcetti. La invito qualora volesse, a discutere di questo con l’autrice stessa la quale, ne sono certa, non si tirerà indietro.

      Mi scuso se rispondo con estremo ritardo ma sono molto meno assidua di prima nel web per motivi di salute. La saluto e la ringrazio ancora per la sua lettura e la franchezza delle sue sensazioni/ pensieri in merito a ciò che ho scritto sul libro di Giovanna Iorio. Una buona serata.

      Valentina

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      • Gentilissima Valentina,
        non avevo dubbi sul garbo e sulla profondità con la quale ha dettagliato questa sua risposta, ha sostenuto un punto di vista (che ritengo sicuramente discutibile) con un’eleganza assoluta, che evidentemente la contraddistingue.
        Quello che non mi aspettavo è che lei sostenesse e difendesse fino a questo punto un libro come questo (con un titolo come questo).
        Devo intanto dirle che io il libro l’ho letto (mi sembrerebbe assurdo commentare qualcosa che non si è nemmeno letto), l’ho letto e ho letto l’interessante introduzione di Luca Cenisi (interessante per il ruolo che ha avuto Cenisi nella realtà ormai scomparsa di AIH).
        Tale introduzione non la condivido, e non solo non la condivido, non la capisco nemmeno.
        Per inciso: quando dico che non la capisco non intendo dire che non capisco quello che lui ha scritto, intendo dire che non capisco perché si debba “giustificare” evidenti “deragliamenti” che portano fuori da logiche e peculiarità che invece dovrebbero essere difese e protette.
        Noi stiamo vivendo un passaggio interessante: siamo in un periodo storico nel quale una “massa enorme” di nuovi potenziali autori si sono affacciati (si stanno affacciando e si affacceranno) a questa interessante, bellissima, affascinante e complessa poetica, e le responsabilità di chi pubblica (ma anche di chi introduce e commenta) haiku è altissima, perchè in tanti (in troppi) possono pensare e convincersi che tutto ciò che cade in una struttura “5/7/5” (e spesso nemmeno in quella) sia Haiku.
        Giovanna Iorio è una bravissima poetessa (ho letto un paio di suoi libri di poesia e posso dirlo), quando scrive poesia, appunto. Quando scrive haiku, invece, da l’impressione di voler imporre un suo stile che non ha senso, da l’impressione di voler far vedere che “ci sa fare”, che “lei è diversa”, di voler scrivere haiku senza saper scrivere haiku; se lei la conosce, sono certo che sa bene che è così.
        Le scrivo questo perchè sono certo di questo e sono certo di questo perchè non solo ho letto e ho studiato bene la poetica haiku, purtroppo ho letto bene anche l’opera di Giovanna Iorio (quando scrivo “purtroppo” mi riferisco agli haiku, non alla sua poesia).
        La Iorio ce l’ha di vizio, proprio perchè non riesce a scrivere haiku (o non vuole scrivere haiku); si legga (o si rilegga) le raccolte di haiku della Iorio precedenti (come “Al cappero piace soffrire” e “lucciole e lanterne” per esempio) e troverà la stessa “mancanza”, lo stesso “vuoto”, la stessa volontà nel voler forzatamente uscire da logiche e peculiarità preziose perchè (evidentemente) non riesce ad arrivare a quell’essenza e a quella magia che uno haiku vero sa trasmettere.
        Non demonizziamo “fiori” o “foglioline” perchè solo perchè lo si vuole “scrivere strano”, l’emozione di un momento può scaturire dalle cose più semplici, ma se chiamiamo un nostro componimento haiku deve rispettare peculiarità importanti, anche solo per un rispetto che si deve a una cultura secolare, altrimenti chiamiamola semplicemente poesia (non c’è niente di male).
        Prima parlavo del titolo, spero che ora sia chiaro quello che intendo dire con “queste cose”; se “queste cose” fossero all’interno di un libro con un titolo come “pensieri, aforismi e poesie sull’inquietudine” le avrei trovate forse profonde e interessanti, ma se si vuole chiamare “queste cose” haiku, quando haiku non sono per nulla e quando non hanno neppure la dignità di partire da un “quì e ora” che è forse l’unico dato di base (assoluto e imprescindibile) dal quale deve deve inequivocabilmente e assolutamente “partire” lo Haiku, allora non solo trovo “terribile” il libro, ma non capisco neppure chi, con tanta enfasi, lo sostiene e lo difende.
        Lei ha scritto il primo libro (Nei giardini di Suzhou) di questa collana (questo della Iorio è il secondo), le faccio i miei più vivi complimenti per quel suo testo (raccolte così, in Italia se ne trova un numero limitatissimo, che sta nelle dita di una mano) e la differenza tra le due raccolte di haiku (quello della Meloni e quello della Iorio) è abissale, chi conosce la poetica haiku sa bene che è così, proprio per questo mi ha sorpreso molto la sua risposta.
        Con sincera stima
        Ale

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      • Alessandro lei ha portato all’attenzione mia e di chi legge molti argomenti, tutti validi, mi creda e una critica che ha una sua fondatezza, se sia giusto o meno usare nel titolo la parola haiku. Non condivido, invece, il fatto di voler mettere a confronto due libri e due autrici comunque molto diverse, per studi, vissuto, stile, esperienze etc eppure incredibilmente vicine: Giovanna Iorio e me. Vorrei raccontarle un aneddoto che mi riguarda se lei ha tempo di leggere.
        Nei giardini di Suzhou è stato il mio esordio poetico sebbene io scrivessi poesia già da diversi anni e non mi occupassi affatto di haiku se non come lettrice. Scrissi quel libro con una grandissima urgenza come se tutti i miei anni trascorsi a contatto con la natura stessero premendo per manifestarsi su di un piano concreto ma, allo stesso tempo più metafisico, quasi spirituale. Un libro che creò subito una spaccatura nella casa editrice e che fu sottilmente criticato nelle prime recensioni e alla prima apparizione in un festival di letteratura. In sostanza mi si disse che quelli non erano haiku, perché solo pochissime anime rarefatte riuscivano nel creare qualcosa di davvero sublime, mi si disse che la mia visione della natura era edulcorata, era finzione, irrealtà, quasi fiaba oserei dire, molto probabilmente suscitò altre critiche che non sono mai arrivate al mio orecchio. Ebbene io ho scritto quel libro per portare la mia visione a una manifestazione di realtà ma è una poesia così semplice che davvero mi sconcerta sentirne tessere le lodi a distanza di quasi tre anni. Di quei duecento componimenti, in realtà, salverei, forse due o tre buoni haiku, le sto parlando con sincerità. Eppure non ero d’accordo con la critica sulla mia visione perché nel libro la natura scrive già il suo linguaggio che io mi sono limitata a riportare. Sul piano stilistico e letterario non ho apportato nessuna innovazione al genere, niente di così davvero sublime, ma resta un libro importantissimo per me stessa, e sottolineo per me stessa. Il titolo ad esempio è fuorviante, parla di un luogo della Cina antica che viene menzionato solo una volta in tutto il libro e dove io non sono mai stata ma che ho desiderio di vedere e che dentro di me ho mitizzato e assunto come luogo interiore. Ero pronta a sostenere una critica su questo, invece, mi si criticava una visione “Karumi”, a questo non fui pronta, mi limitai a far notare che anche un evento disastroso mi avrebbe riappacificato con me stessa e il mio grande bisogno di radicamento ridimensionando i miei mali interiori così piccoli di fronte alle grandi manifestazioni (anche distruttive) della natura. Che i miei componimenti siano in linea con lo zen o la poetica haiku è forse un caso dettato dal fatto che per anni sono stata un’osservatrice della natura e ho vissuto sempre a strettissimo contatto con essa fino al punto di fare scelte radicali sulla mia vita pur di continuare questo contatto diretto. Era naturale che scaturisse un libro del genere. Come è stato naturale per Giovanna che abbia scritto un libro come questo, lei che vive di letteratura ma anche nella letteratura, con una visione del mondo e delle cose profonda a tal punto da stravolgerle, con un coraggio espressivo senza limiti, con la volontà di rompere con la tradizione disobbedendo manifestamente a regole che non appartengono alla nostra cultura. Mi sarei stupita se avesse scritto un libro diverso e io non sarei mai stata in grado di scrivere un libro come il suo. Eppure alcuni suo haiku, pochi ma significativi, li ricordo a memoria (io che soffro di vuoti di memoria e non ricordo a volte neppure il nome di mio figlio). Bene mi sono sorpresa io stessa di questo e ancora mi sorprendo, perciò le dico, il libro di Giovanna non ha bisogno della mia difesa, né di quella di nessun altro. Sarà il tempo, saranno i lettori, sarà Giovanna stessa con la sua aderenza a ciò che ha scritto o meno, con il suo voler ribadire una visione, un’ essenza propria a decretarne la funzione. Io mi meraviglio, mi creda, di questo accanimento, perché anche alla sua presentazione abbiamo parlato di queste critiche e legittimità sull’uso della parola haiku. La collana essenze di FusibiliaLibri è una collana di poesia breve che si ispira alla poesia giapponese di Elpidio Jenco, non necessariamente di haiku, che io abbia aperto la collana con degli haiku è stato forse un caso, credo però che Giovanna sia stata ispirata dalla profondità della poesia haiku e quindi ha ragione di essere nel titolo che è anche un ossimoro, può infatti un haiku indicare inquietudine? Al lettore si richiede un minimo di conoscenza, ma un libro può lo stesso essere letto senza doverlo inserire in un genere specifico, il lettore più preparato potrà porsi i quesiti che lei ha proposto ed eventualmente cercarne una risoluzione.
        Io però non sono d’accoro quando lei dice di Giovanna: “Quando scrive haiku, invece, da l’impressione di voler imporre un suo stile che non ha senso, da l’impressione di voler far vedere che “ci sa fare”, che “lei è diversa”, di voler scrivere haiku senza saper scrivere haiku; se lei la conosce, sono certo che sa bene che è così.”
        Sì io conosco Giovanna (e la sua scrittura) molto bene da quando ha introdotto il mio libro e a me non ha dato per niente l’impressione di voler imporre un suo stile e far vedere la sua “bravura” o che ci sa fare, mi ha dato invece l’impressione di una persona timida, insicura del suo mondo fragilissimo e profondo, nel quale vorrebbe far entrare chiunque lasciando una porta aperta alla sua visione, che lei sa benissimo, con dolore, non essere condivisa. Eppure la scrittura richiede questo coraggio di manifestarsi a livello fisico e di rendere manifesto anche ciò che non si vede, che nel suo caso è visione interiore ma anche corrispondenza con autori e libri che nutrono la sua interiorità, come nel caso di Pessoa.

        Di Luca Cenisi posso dire che è un grande cultore della materia ma è anche, a quanto mi risulta, un filosofo, poeta esistenzialista, teorizzatore e fondatore del genere dai toni metafisico-esistenzialistici e filosofici denominato keiryū che mi pare desideri accompagnare il lettore verso una profonda riflessione intimistica. Questo ha senz’altro contribuito al formarsi di un’opinione non cassante su gli Haiku dell’inquietudine ma che accompagnasse il lettore a una comprensione del testo (a questo dovrebbe servire di solito una prefazione). Sulla responsabilità della parola non posso pronunciarmi in così poco spazio ma posso dire che in un genere così altamente vivo e fervido (ma anche giovane nella nostra cultura) come quello dello haiku è davvero difficile voler fissare le regole di un genere che soltanto ora si sta manifestando con questa intensità. Mi si perdoni se ritengo che gli anni sono davvero troppo pochi per voler tirare le somme criticamente, almeno in Italia, dando una connotazione a un genere che fino a ora non è neppure entrato nella letteratura in maniera davvero ufficiale. Possiamo come già stiamo facendo, discuterne, essere in sintonia oppure no, convergere su una visione o discostarsene. Nel caso di Giovanna che ha un proprio stile che non desidera tradire perché dettato dalla sua personalità possiamo accettare oppure no la sua scrittura. Io qui mi sono limitata a riportare quello che ho compreso o creduto di comprendere di questo libro, non necessariamente il mio punto di vista deve essere condiviso ma anche io devo essere sincera con ciò che ho sentito senza lasciarmi deviare da condizionamenti esterni.
        Per quanto riguarda“fiori” o “foglioline”, ebbene non ho mai demonizzato la semplicità in favore di chi vuole scrivere strano, tutt’altro, forse mi sono spiegata male ma credo di poter dire che molti di quelli che leggo giornalmente possono ricevere la medesima critica di non essere considerati haiku… eppure lasciamo a ognuno il diritto di esprimersi pubblicando come e dove si vuole.

        Con le parole
        sorridendo io scrivo ma
        il cuore in cocci.
        (G. Iorio)

        (spero di aver risposto almeno in parte alla sua)
        La saluto non conoscendo ancora il suo nome, ho continuato a chiamarla Alessandro, come mio figlio.

        Valentina

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  2. Gent.ma Valentina,
    mi fa piacere risponderle perchè mi sembra che le stia veramente a cuore sia l’argomento, sia il libro di Giovanna Iorio, rimane comunque il fatto che non è ne necessario, ne importante che noi due dobbiamo arrivare a pensarla allo stesso modo. Sono certo che alla fine di questo garbato scambio di opinioni ognuno rimarrà della propria idea, com’è giusto che sia.
    Vorrei partire dal suo dissenso quando accosto il suo libro a quello della Iorio, è una cosa che viene quasi naturale quando casualmente una casa editrice come “Fusibilia” che si occupa (tra le altre cose) molto di Haiku, che sta editando il 4° volume di “Haiku tra meridiani e paralleli, che è il 5° volume della collana “Collegamenti” (tutti di haiku), ha aperto una nuova collana “Essenze” con il suo “Nei giardini di Suzhou” e come secondo volume esce “Haiku dell’inquietudine”.
    Sono due libri di “haiku” (se permette, visto che c’è in mezzo quello della Iorio, metto “Haiku” tra virgolette), della stessa casa editrice. Letto il primo (per il mio parere molto molto bello), si acquista il secondo e, se si rimane delusi è anche perchè non si può fare a meno di notare la differenza con il primo.
    Il primo poi, non ha la parola haiku nel titolo (ma si tratta senza dubbio di haiku), il secondo invece, con la certa consapevolezza che siamo abbondantemente “fuori dal solco”, specifica bene, proprio a partire dal titolo il fatto che i componimenti vengono considerati dall’autrice (ed evidentemente anche dalla case editrice) proprio haiku (invece haiku non sono per niente, almenno per la maggior parte dei componimenti). Questo Valentina indica “ostentazione”, questo riporta a una volontà esplicita di “(l)o famo strano”, e questo non va bene, soprattutto per quella “responsabilità” che le ho descritto nel mio messaggio precedente.
    Parlando del suo libro mi dice non me ne ricordo molti e ne salverei solo due o tre. Io invece me ne ricordo a memoria almeno cinque e li trovo tutti e cinque bellissimi: a memoria (senza leggere):

    un ramo secco
    in cima il vento soffia
    melodia triste

    pomi arancioni
    il kaki nella piazza
    rallegra l’aria

    bianchi silenzi
    schiere d’ippocastani
    come soldati

    mare d’inverno
    onde più alte di me
    non ho timore

    alberi soli
    sul finire del giorno
    ombre sospese

    chiedo scusa se, scrivendoli a memoria, non sono certo di dove lei ha posto il kireji, ma volevo scriverli a memoria senza andare a prendere il libro.
    Se poi dovessi davvero prendere il libro sarei in grado di citarne almeno 25 che ho trovato davvero belli e profondi.
    Lei dice “davvero mi sconcerta sentirne tessere le lodi a distanza di quasi tre anni”, io le rispondo: non sottovaluti i lettori Valentina, talvolta sono molto più attenti di quanto si possa credere. Senza dilungarmi troppo sulla sua opera posso dirle (senza timore di essere smentito) che ognuno di questi cinque haiku che le ho riportato a memoria è carico di una forza notevole, ognuno parte da un “quì e ora” (forse reale o forse immaginato, ma sempre da un “quì e ora”) e trascina il lettore all’interno della propria coscienza, in ognuno è nascosta una metafora (nascosta e non esplicita proprio come negli haiku davvero riusciti) che muove l’anima.
    Lei mi dice che era pronta a una critica sul luogo, sul fatto di esserci o non esserci stata ecc. io le rispondo che dal mio punto di vista ogni haiku dovrebbe nascere a valle di un’esperienza diretta (la fantasia e l’immaginazione non appartengono al mondo haiku), ma questo è un suo problema, che deve affrontate tra lei e la sua coscienza, tra lei e le motivazioni per le quali scrive.
    Il lettore, quando gli haiku sono credibili non sa se sono frutto di un’esperienza o frutto di una fantasia, quindi la critica, semmai può arrivare su quelli palesemente non credibili.
    A questo proposito, visto che ho citato la “non credibilità” e visto che ho citato qualche suo haiku, non posso non citare qualche “non haiku” di Giovanna Iorio:

    è terribile
    ma solo in apparenza
    la monotonia

    E’ la civiltà
    dare a qualcosa un nome
    che non è il suo

    saggio è colui
    che rende monotona
    la sua esistenza

    ecco la vera
    intelligenza: agire
    sarò chi vorrò

    In noi c’è tutto.
    Della sensibilità
    l’erudizione

    Mi dispiace Valentina, ma “queste cose” NON sono haiku, sono delle massime, degli aforismi, dei pensieri filosofici, se proprio vuole possimo provare a chiamarle (forzatamente) poesie, ma di certo non sono haiku.

    Lei mi ha scritto che si meraviglia di questo “accanimento”, mi ha scritto “perché anche alla sua presentazione abbiamo parlato di queste critiche e legittimità sull’uso della parola haiku”, io non sapevo di tutto questo e non ero presente alla presentazione, ma queste sue affermazioni mi fanno pensare che qualcun altro ha rilevato questo problema.
    Se questa critica è stata sollevata anche da altri non deve persare a un “accanimento”, deve vederla come una semplice “constatazione di fatto” e la prova l’ha data lei stessa quando ha scritto che questa è una collana di poesia breve. Ottimo! Bastava semplicemente non dichiararli volutamente haiku ostentando il fatto che devono essere considerati haiku. Tutto qui.
    Lei dice che conoscendo Giovanna Iorio:

    “a me non ha dato per niente l’impressione di voler imporre un suo stile e far vedere la sua “bravura” o che ci sa fare, mi ha dato invece l’impressione di una persona timida, insicura del suo mondo fragilissimo e profondo, nel quale vorrebbe far entrare chiunque lasciando una porta aperta alla sua visione, che lei sa benissimo, con dolore, non essere condivisa. Eppure la scrittura richiede questo coraggio di manifestarsi a livello fisico e di rendere manifesto anche ciò che non si vede, che nel suo caso è visione interiore ma anche corrispondenza con autori e libri che nutrono la sua interiorità, come nel caso di Pessoa.”

    Bene, perchè non fa tutto questo con la poesia (ha scritto poesie bellissime!)? Perchè con non lo fa con poesie brevi, se vuole? Oppure: perchè non rispetta la peculiarità di base della poetica haiku (il “quì e ora”, per esempio) se vuole scrivere Haiku?
    Comunque si giri la questione, il “quadro” non torna.
    Concludo infine riprendendo una sua frase:
    “Mi sarei stupita se avesse scritto un libro diverso e io non sarei mai stata in grado di scrivere un libro come il suo”

    Su “Mi sarei stupita se avesse scritto un libro diverso”, le rispondo: bastava chiamarlo “pensieri e poesie sull’inquietudine” (o un titolo di questo genere).

    Su “io non sarei mai stata in grado di scrivere un libro come il suo”, le rispondo: è normale, lei è lei e la Iorio è la Iorio, solo che Valentina Meloni ha scritto Haiku, Giovanna Iorio ha scritto “qualcos’altro”.
    Un saluto con rinnovata stima.
    Ale

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    • Gentile Alessandro, mi sta molto a cuore la Poesia e vedo che lei è molto partecipe. Credo che se andassimo avanti di questo passo potremmo finire con lo scriverci su un saggio di cento pagine. Certamente Giovanna scrive poesie molto belle e per quel che ho potuto leggere mai banali, profonde, ricche di rimandi interni ma dirette all’uomo, semplici per scelta di linguaggio e stile anche se l’autrice ha una vastissima cultura; se ha avuto modo di colloquiare con lei se ne sarà reso conto. In Haiku dell’inquietudine ci saranno stati componimenti che mi sono piaciuti meno degli altri, che reputo inferiori per livello qualitativo e che si discostano in maniera quasi definitiva dalla Poesia Haiku di tradizione, ma quello a cui ho voluto dare risalto era la visione, l’accostamento alla poesia di Pessoa, la relazione profonda che l’autrice ha instaurato con la parte invisibile dell’uomo e anche il volersi distaccare da una certa monotonia della tradizione che comunque non viene contestata ma inserita all’interno della visione. Sicuramente una scelta coraggiosa, probabilmente non condivisa da alcuni, come sempre le rotture finiscono per dividere, il loro ruolo è la scissione per prendere le distanze da qualcosa.Non posso approfondire con chi direttamente si è occupato delle scelte editoriali, vale a dire titolo e inserimento in collana, prefazione etc., come lettrice posso solo accettare il libro così come mi viene presentato e cercare di comprendere con i miei limiti una scrittura complessa e certamente non in linea con lo stile a cui sono abituata; solo così posso entrare in sintonia con l’autrice, non vi è altro modo, e questo ho fatto quando mi sono trovata in mano il libro. Io desideravo prima di tutto incontrare l’autrice nelle parole, forse non mi sono neppure posta il problema del titolo, ho trovato che la contraddizione interna al titolo fosse coerente con il lavoro finito, coerente proprio perché si discosta dalla tradizione già nel titolo stesso. Naturalmente rispetto il suo punto di vista, ci mancherebbe altro, stiamo comunque parlando di un libro che non ho scritto io e dunque posso dare delle risposte sempre insufficienti alle sue richieste.
      Certamente se parlo di poesia non distinguo più da poesia e haiku. Se leggo un haiku che è poesia è automaticamente inscritto nel genere come lo sarebbe un sonetto, un madrigale, una gazelas, una canzone etc… Questo è il concetto base su cui mi muovo.
      Per quanto riguarda i miei haiku e le sono grata per le sue citazioni a memoria, desidero specificare che, in questo libro, passano tutti da un’esperienza personale però molto dilatata nel tempo, ossia attengono tutti a fasi temporali lontanissime tra loro e però sono stati scritti tutti in un lasso di tempo limitato. Ossia molti di quegli haiku, anche da lei citati, fanno parte della memoria che però riesce a rivivere nella poesia. Li ho scritti in un momento in cui non potevo più godere di quelle esperienze per gravi motivi di salute e la scrittura mi ha aiutata a riportare in vita le emozioni, per me grandissime e profonde, che la natura e quelle vicende vissute, mi avevano evocato. Certamente la scrittura è sempre fatta da un reale e da un immaginario, anche nello haiku, ciò che attiene alla poesia è proprio l’immaginario, non solo il proprio, più di tutti l’immaginario collettivo… Ebbene non desidero qui accingermi a esaminare i componimenti da lei proposti uno per uno, né mettermi a fare una critica dettagliata, non sarebbe giusto nei confronti dell’autrice non presente alla discussione e soprattutto, non credo di possedere l’autorità e l’esperienza per fare critica su di un’autrice che ha molta più competenza di me in materia letteraria.
      Posso dire che lei mi ha offerto un’occasione per riflettere ancora su determinati argomenti che sono spesso oggetto di dibattito in un genere, quello dello haiku, che gode di grandissimo fermento a testimonianza della sua vitalità e della sua eco e influenza che tocca molti rami dell’albero letterario. Il nostro dibattito ne è la conferma.

      Le auguro una buona serata

      Valentina

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  3. Gentilissima Valentina,
    penso che siamo arrivati alla fine di questo nostro scambio di opinioni sul libro della Iorio, il mio primo commento non aveva certo la pretesa di farle cambiare idea, il suo scritto non lasciava dubbi sul fatto che a lei il libro è piaciuto molto.
    Il mio primo commento, tuttavia, poneva una domanda che è rimasta senza risposta, una domanda alla quale neppure la stessa Iorio saprebbe dare una risposta logica e plausibile.
    “Perché si vuole chiamare haiku qualcosa che non è per nulla haiku?”
    Se permette le dettaglio io la risposta che appare la più plausibile.
    Giovanna Iorio scrive poesie, ma già da anni si cimenta con lo haiku, il problema è che scrivere haiku è molto difficile; come molti autori che dopo essersi incastrati nelle difficoltà di una poetica così complessa (perché lei sa bene che la poetica haiku sembra semplice ma è decisamente complessa), si rendono conto di tali difficoltà e non riescono (o non vogliono) tarare la propria sensibilità nel rispetto di quella poetica, non trovano quindi di meglio che cercare scorciatoie.
    Molti fanno sparire il kigo (giustificando questa scelta in mille modi), altri scelgono una “sillabazione libera” (tanto tutto è opinabile), altri ancora cancellano ogni riferimento alla natura (tanto siamo “occidentali”) ecc. Per ognuna di queste “finte libertà” si potrebbe discutere e discutere ancora, il problema, in questo specifico caso, è che la Iorio, per scelta, va oltre e somma a tutte queste “illogiche” libertà di espressione (scrivo somma perche anche diversi suoi haiku escono dallo schema 5/7/5, sia leggendoli con il sistema ortografico che con quello metrico) un errore ancora più importante, sceglie una “scorciatoia” ancora più “illogica” e inaccettabile, togliendo il “qui e ora”, che è la peculiarità d base, assoluta e imprescindibile dello haiku (cercando di cancellare qualcosa che non è cancellabile).
    Nessuno riesce a difendere una scelta che per logica, e caratteristica di base è forse l’unico elemento vitale (o almeno è il più importante) di questa poetica, nemmeno Valentina Meloni o Luca Cenisi.
    La Iorio ha voluto dunque “tagliare” tutte le regole, ha scelto di farlo per arrivare a “stupire”, non le piace “stupire”? Allora per arrivare a “personalizzare”, non concorda con “personalizzare”? Allora per appropriarsi di una deroga per dire (o far dire a qualcuno) che le regole esistono per essere infrante o per mostrare che la sua scrittura va “oltre le regole”, ostentando volutamente la parola Haiku nel titolo di un libro che (dal mio punto di vista) manca di rispetto a questa fantastica poetica.
    Dal momento poi, come le ho già scritto, che non è nemmeno la prima volta (le ho portato l’esempio di “al cappero piace soffrire” e di “lucciole & lanterne”) non posso non notare che in tre libri il problema è sempre lo stesso; in tre libri (quasi 350 haiku) si fa fatica a trovare qualche haiku che sia veramente haiku, figuriamoci poi trovare qualche haiku “buono”.
    Per quanto mi riguarda abbiamo speso anche troppo del nostro tempo su un libro che trovo “terribile” (non posso leggerlo come “massime”, come “pensieri filosofici” né come “aforismi” perché sono dichiarati “haiku” e come haiku sono terribili); ho fatto volentieri questo scambio con lei perché la stimo come autrice e so che, nonostante la sua modestia, la sua competenza sul mondo haiku è certamente elevata; se dovessimo incrociarci per qualche altro commento spero che sia per libri di haiku di autori più interessanti, perché il prossimo della Iorio io non lo leggerò.
    Dopo tre libri di Giovanna Iorio così, un quarto me lo risparmio volentieri.
    Un saluto
    Ale

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