il tempo è anche un concetto verbale, e come il verbo si modifica si modifica anche la concezione del tempo… bellissimo articolo
Esagramma 41 di Massimo Acciai
Esagramma 41
Recensione a cura di Valentina Meloni
Apro questa recensione con una citazione tratta dal Tipitaka, il perché lo scoprirete leggendo.
«Sarebbe meglio, o bhikkhu, che una persona ordinaria e non istruita consideri questo corpo, costituito dei quattro grandi elementi, come il proprio sé piuttosto che la mente. Perché questo? [Perché] questo corpo si può constatare durare per un anno, o per due anni, cinque anni, dieci anni, venti anni, cinquant’anni, cent’anni e ancora di più. Ma quello che si chiama mente, che si chiama pensiero, che si chiama coscienza, di continuo un momento sorge e un altro cessa, di giorno come di notte».
(Buddha Saṃyutta Nikāya, 12.61 Tipitaka)
La raccolta poetica di Massimo Acciai edita da Faligi Editore suddivisa in più parti: ”In sinapsi e respiro” “Come chi passa” “Labyrinthi” e “Canzoni”, si apre con una citazione che dà il titolo alla raccolta stessa. La citazione è tratta dal libro de “I Ching”. L’I Ching (secondo un’altra grafia I King) o “Libro dei Mutamenti” è un testo considerato sacro in Cina, utilizzato da più di 4.500 anni per ottenere un consiglio prima di prendere una decisione. Cosa c’entra questo esagramma con la raccolta? Me lo sono subito chiesta, e poi leggendo la raccolta ho avuto immediatamente la risposta.
Intanto vediamo cosa dice:
“Diminuzione unita a veracità opera sublime riuscita senza macchia. Si può essere perseveranti nel farlo. Propizio è intraprendere qualche cosa. Come si può riuscirvi? Si adoperino pure due ciotoline per il sacrificio. Alle falde del monte sta il lago: l’immagine della diminuzione. Così il nobile dona la sua ira e raffrena i suoi istinti.” [1]
L’esagramma 41 rappresenta la riduzione cioè il tempo in cui la singolarità è destinata svuotarsi. La riduzione è un periodo che indica il modo corretto di svuotarsi. E’ uno stadio del mutamento interiore che rappresenta un tempo in cui la singolarità viene svuotata dal superfluo, non per propria scelta ma per volontà del cielo. Questa riduzione accresce gli altri, perché andando a diminuire, e quindi a togliere, l’ira e gli istinti, rende, a chi ci sta intorno, la possibilità di comprenderci e di ricevere da noi. Lo svuotamento è il primo stadio della creazione. Così come lo specchio, affinché possa riflettere meglio, deve essere pulito dalla polvere, così in noi per fare spazio al nuovo, dovremo togliere quel qualcosa che ci offusca, che non ci permette di vedere bene. Svuotarsi per poi contenere, questa è la chiave. Perdere una linea dura e guadagnare una linea morbida è in accordo con il tempo. Diminuire e aumentare. Riempire e svuotare: queste azioni si compiono in accordo col tempo. Sono quindi alternate. La diminuzione mostra la cura della virtù. Mostra prima le difficoltà e poi ciò che è facile. E’ così che l’uomo può tenere lontano il danno e vivere armonicamente con il Tutto.
L’immagine di questo esagramma è rappresentata da un lago che evapora a favore del monte. Non a caso la copertina della raccolta mostra una foto scattata in riva ad un lago con ombre che suggeriscono il concetto di perdita, d’impermanenza e, al medesimo tempo acquisizione.
L’acqua che evapora (salita=difficoltà) riesce a raggiungere la vetta del monte, che altrimenti sarebbe rimasta irraggiungibile. In seguito, in forma di nuvola, in pioggia (discesa=facilità) potrà ridiscendere. Il monte argina l’esuberanza del lago acquistando uno spazio di maggiore visibilità. Ecco come la perdita diventa possibilità e accresce l’altro. Allo stesso modo la montagna riversa nel lago, con lo scioglimento della sua sommità innevata, la sua acqua e attraverso questa diminuzione accresce il lago. Il circolo è infinito e non si chiude mai, come del esto il susseguirsi delle stagioni, ma sempre passa dalla diminuzione. Le parole chiave di questo esagramma sono dunque la perdita, la riduzione, la semplificazione e l’essenziale.
La diminuzione, ossia la perdita come semplificazione, è una delle azioni più importanti che si compiono in poesia: “Fare il vuoto” è azione necessaria alla creazione. Il “fare poesia” (ποίησις in greco significa creazione) necessita di un atteggiamento Yin “il nulla da cui scaturisce la vita”, il silenzio, la notte, l’introversione, l’oscurità, la “morte interiore”. A questo atteggiamento segue, in un tempo successivo, il momento creativo vero e proprio che si esprime in Yang “il tutto si esprime in nulla”, la saggezza, l’estroversione, la sofferenza, la pagina bianca, la pace, la luce, la visione…
Questo “fare il vuoto” ben si evidenzia negli Haiku (in questa raccolta se ne contano cinque)[2] in cui la filosofia buddista zen può trovare la giusta collocazione.
Per cogliere l’essenza dell’Haiku, infatti(e per scriverne di belli), occorre essere capaci di realizzare uno svuotamento mentale. Questa pratica di purificazione tuttavia non può essere il contenuto, per Giangiorgio Pasqualotto “è necessario infatti “fare il vuoto anche del vuoto”, ossia purificarsi anche dell’idea di purificazione“.[3] Spogliarsi dei pensieri, delle idee, dei preconcetti, in una parola abbandonarsi. Per scrivere un Haiku bisogna applicare il sonomama parola giapponese che indica il concetto di saper guardare le cose per quello che realmente sono. Se non ci sono sovrastrutture mentali e ideologiche, se c’è fluidità e semplicità, se si è in uno stato di “grazia” (quello che dallo svuotamento mentale deriva), solo allora riusciamo a vedere le cose nella loro essenza.
Questo stato di grazia produce intorno a noi un “grande silenzio”. Il vuoto mentale e quello fisico si dilatano. In quel vuoto e in quel silenzio straordinario la percezione profonda della realtà si staglia con tutta la sua nitidezza, producendo quella “esplosione di luce” che è il fine ultimo dell’Haiku. Il fare vuoto e il silenzio, le pause e il non detto, sono elementi molto presenti in tutte le poesie di questa raccolta e come, per l’Haiku, nel momento in cui viene “compreso” un intero poema si riversa su di noi, così accade per l’intera raccolta poetica. Alla conclusione del piccolo libro (solo per dimensioni) di Massimo Acciai l’intero poema della sua vita si sarà riversato nei nostri occhi, nella nostra mente, nei nostri pensieri.
Esagramma 41 è una continua alternanza della rappresentazione duale dell’energia che permea l’universo, è metafora di vita. Yin e Yang si susseguono, si riconcorrono, si alternano, diminuiscono e si accrescono a vicenda come il giorno e la notte. E’ il fluire della continua creazione, poiché non esiste giorno senza notte e viceversa…
“Verrà anche domani;/ è questione di ore…/ ma quanto durare potrà/un’ora nell’anima mia?” [4]
L’autore continuamente esamina il tema di questa energia universale, rappresentandola in vari modi. Energia che muove in maniera circolare, proprio come nella simbologia del Tao.
Come ricordare i monti e le valli gli abissi i picchi […]/ le onde che battono da sempre gli scogli/ se il mondo è piatto e l’acqua copre tutto?/ L’acqua calma di lutto è già la fine del mondo/quando sarà del tutto tondo? Quando sarà del tutto tondo.[5]
Alternanza di diminuzione e accrescimento: se non c’è questo continuo movimento è la morte di tutto e, allo stesso tempo, la fine del mondo. La morte di tutto (quando sarà del tutto tondo) è anche la perfezione che regola l’equilibrio energetico che permette la vita. E’ un absurdus che sta alla base del concetto vita-morte-rinascita, del ciclo naturale che regola l’universo.
Massimo Acciai esamina e descrive con la sua poesia ogni momento di questa danza universale, ne esamina persino il confine, il limbo che divide questa sottile alternanza di energia e mutamenti.
Guarda il cielo e una nube gonfia e grigia “come un cervello che scorre nell’atmosfera”[6] disegna il momento “prima della pioggia/l’attimo perfetto, l’effimero istante” contrapponendolo alla sua personale arsura interiore “Sono pesante per l’arsura”. Si aspetta pioggia, si aspetta mutamento e nello stesso istante gode di quel sottile confine che permea l’equilibrio vitale e l’equilibrio interiore. “Potreste credere questo:/la terra ha un buon odore dopo la pioggia.”[7]
Anche l’attesa si fa spazio vuoto in procinto “d’essere altro” “L’attimo/ tra il verbo e il suo soggetto/tra il verde e il rosso/tra una nota e la seguente/tra un bacio e una carezza/ tra la fine di una pagina/ e il rigo successivo/quando cessa un’attesa / e ne inizia un’altra”.[8]
E questo susseguirsi di attese colma i vuoti di attimi di speranza, di feritoie di luce e oscurità, di brividi di emozione, come nella poesia, in cui le pause, i silenzi, si fanno creatori di un mondo altro e diventano “quello spazio della diminuzione” entro cui ogni vita, ogni nuova creazione diventa possibilità. “ E d’improvviso scopri il silenzio, /il suono muto di parole strane,/scopri che esse non sono vane.”[9] E ancora “Tra genziane petali,/ rinnovano l’orbita./Tra gli steli nascono mondi”.[10]
Ecco che quest’alternanza di pieni e di vuoti è il motivo poetico che fa della raccolta “Esagramma 41” un microcosmo di piccole vite, ognuna indipendente dalle altre, ognuna indissolubilmente alle altre legata. La raccolta è un unicum di molteplici esperienze proprio come siamo noi, come lo è la personalità polivalente dell’autore e quindi, secondo il cammino buddhista anche la nostra personalità. Il nostro io, la nostra individualità non è un fatto reale e ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici (dharma) interconnessi e in relazione tra loro – non limitati alla vita presente- ma radicati in esperienze passate e proiettati in quelle future. L’individuo è solo una combinazione di forze o energie psico-fisiche, che mutano continuamente, in alternanza e relazione con il tempo, altro grande tema presente nella raccolta, su cui non mi soffermo per mancanza di spazio, ma verso cui la lettura conduce con grande scorrimento.
“Eppure la vita è senza fine/ tiene in sé il remoto futuro/nel grembo del Cosmo tornerà infine/ come una lumaca nel suo guscio, sul muro.”[11]
Filo conduttore che guida continuamente la motilità d’animo dell’autore è l’acqua che prende forma d’onda quando da bambino l’autore sognò, desiderò e contemplò, l’onda anomala, “simile alle onde innocenti/ ma smisurata/ capace di spazzar via/ in un istante/ questa noia infinita”[12] e forse egli ancora anela questa voglia di “distruzione” per affrancarsi dalla banalità del vivere. E’ il ricorrente motivo della sofferenza, dell’insoddisfazione connaturata alle cose mondane(duḥkha); eppure la stessa onda è rinascita quando si trova “nel frangersi dell’onda/rinnego la mia solitudine”[13].
L’onda rappresenta per l’autore proprio l’energia alternata Yin e Yang anche quando sulle spiagge della contemplazione si avvicendano vita e morte e “Relitti alla mia spiaggia/ di vite ormai trascorse. /In esse leggo la mia sorte”[14].
Onda sognata e anelata ma mai davvero chiamata a sé, quando invece s’insegue con paziente assiduità la calma diminuzione del lago, che colora di stupore l’intuizione “Mi somiglia l’acqua stanca del lago/ nella canicola che lo diminuisce./ E’ normale, eppure stupisce.”[15] La diminuzione colpisce anche la resilienza dell’autore che vive in prima persona l’atto della perdita di sé, senza per altro sembrarne del tutto cosciente, lasciandosi andare, affidandosi alla vita come “foglia che va anch’essa alla deriva/ priva di timone”.[16] Diminuzione che si esprime come atto necessario alla creazione -alla scrittura in questo caso- quando leggendo “intingo la penna al centro del lago/ e scrivo con acqua turchina” si assiste, di fatto, a una creazione in tempo reale. E lì, dove quel turchina rappresenta lo stato d’animo di chiarezza legato all’atto meditativo, si attua la perfezione di creazione e alternanza di Ying e Yang. Perfezione che determina equilibrio, il fluire magico dello scrivere e quindi per estensione dell’energia vitale. E’ l’attuazione buddhica dell’insostanzialità della personalità (anõtman). L’abbandono di sé che agisce per opera della diminuzione.
La calma del lago si alterna al fluire della vita con l’immagine dell’incontro presso “Il fiume antico”, fluire che si trasforma in amore quando il poeta racconta la propria esperienza di vita “Acqua calma che ci portò via/dove tutto scorre, nella scia/ di ricordi dolci e liberi/dentro cieli immensi e umili/siamo noi”[17].
Il fluire della vita che, come “Il mare /ha le sue mani./Prende. /Ha i posti in cui desidero essere./ Il modello della mia vita che fluisce.”[18]
E’ chiaro il desiderio dell’autore di una vita fluida come l’acqua, e la necessità di essere, come l’acqua, in continua trasformazione, prima onda di mare poi “goccia di pioggia che scende il vetro, sa di mare” nel giorno che si consuma[19]. Ritorna il motivo della diminuzione, dell’alternanza di oscurità e luce, diminuzione come cosa necessaria alla creazione. Il giorno deve finire, consumarsi perché la notte possa accadere e far tacere le cose, far riposare la Terra. Atto quello del riposo, del silenzio, necessario alla ri-nascita. “Dolce la notte/non fa rumore./ Un fondersi stupendo col buio/ che arriva quando tu non ci pensi/è l’attimo in cui il sonno ti prende, /mistero quel confine benigno/Dolce la notte/ non fa paura.”[20] Di nuovo l’attesa, la linea di confine tra giorno e notte, tra Yin e Yang, luogo limbico sempre anelato dal poeta. Da notare le bellissime Canzoni nella parte finale del libro che sembrano lontane anni luce dai toni esistenziali e quasi mistici delle altre liriche, qui la dolcezza del sentimento e del tornare bambini come tema di rinascita interiore portati dallo stato d’amore, sono davvero soavi.
Fluire come amore, come vitalità e anche come impermanenza è il πάντα ῥεῖ eracliteo in “se tutto scorre/ e di fiumi antichi non resta che un’ipotesi […]/ perché non s’acquieta/quella preghiera/ per innumerevoli eoni?”[21] che a sua volta fluisce e si trasforma in Anitya[22] il cambiamento, il divenire buddhico, la cui percezione sviluppata e assiduamente praticata, porta all’abbandono delle passioni sensuali, all’abbandono della passione per l’esistenza materiale, all’abbandono della passione per il divenire, all’abbandono dell’ignoranza, all’abbandono e all’annullamento di ogni presunzione circa l'”Io sono”.[23]
L’autore s’interroga sulla sua impossibilità attuale all’abbandono, alla diminuzione e quindi all’annullamento dell’io sono. “Perché esisto? Quale lo scopo?” Si domanda e già in questa domanda risiede la resistenza all’accettazione del divenire, e quindi per estensione, la non accettazione della morte; tuttavia l’interrogazione è già un cammino buddhico su cui l’autore non cessa mai di avanzare. Il tema della morte e della non accettazione si ritrova in “Valles Marineris”[24] poesia del passato trasfigurata in un futuro fantastico a Tharsis, una regione di Marte, in cui l’autore si aggira ancora bambino “nei labirinti” di una realtà materna mai accettata: “ho visto una donna uscire piangendo dal reparto di radiologia” è un chiaro riferimento al ricordo dello shock provato alla comunicazione della grave malattia che ha portato la madre dell’autore a prematura morte. E, ancora, definitivamente, nella conclamata dedica alla madre in “17 luglio”[25] “Solo in casa/alle cinque del pomeriggio/cullo ancora un dolore”.
In questo libro sono presenti le tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza, della vita di ogni “essere senziente”, che formano la base causale della dottrina delle Quattro Nobili Verità e quindi della ricerca spirituale buddhista (ricordiamo che l’autore segue questo cammino di vita). E’ dall’impermanenza, infatti, l’anitya cui accennavo prima, che derivano le altre due caratteristiche dell’esistenza : insostanzialità della personalità (anõtman) e sofferenza intesa come insoddisfazione delle cose mondane(duhkha).
Questa insoddisfazione, insieme a una critica sociale del mondo poetico, dell’Italia, del modo di nutrirsi associato alla spiritualità, dell’indifferenza che permea il vivere quotidiano, si manifesta in diverse poesie.
“Quanta noia/ in questi convegni di poesia!/[…]/gruppi poetici/gli uni contro gli altri/i vivi e i morti7ma sono tutti vivi/(o forse tutti morti)./ma dov’è la poesia?”[26]
“Son forse stato io poeta?/Certo è molto che non sento il “brivido”/ e mi pare che la poesia sia una terra remota/appartenente a un altro pianeta.”[27]
“A volte te ne accorgi oltrepassando la frontiera/non tanto dalla lingua, dal paesaggio o dalla gente/ che non è più l’Italia, è un’Italia differente/quella che ti spacciano per un’Italia vera.”[28]
“Cosa accadeva?/Inscatoli la tua felicità/pranzando da Mc Donald.”[29]
“Un gruppo di passanti/intorno ad un corpo/steso sul marciapiede/coperto da un telo./[…]Il giorno dopo/non un rigo sul giornale: un giorno come un altro.”[30]
Nel complesso questa raccolta è un microcosmo di piccoli mondi come descrive bene la poetessa Mariella Bettarini che ne ha curato la prefazione “Ricco, vivo, mosso da vari “codici” esperienziali e conoscitivi(il libro dell’I Ching; l’humus talora fantascientifico ;la “profezia” maya; le date del Calendario della Rivoluzione francese apposte sotto le poesie; gli haiku; il connubio musica-poesia nelle otto canzoni presenti; il forte interesse e la conoscenza attiva dell’esperanto, ecc…), tuttavia “Esagramma 41” ha come codice principale(e-direi- assoluto) la vita e l’esperienza dell’autore stesso, che di sé scrive, argomenta, narra, espone sentimenti e ricordi, volontà ed emozioni, speranze e rimpianti, e così via.”
Piccoli mondi uniti da una vita, quella dell’autore, che si fa filo conduttore di un percorso duale alternato di pieni e vuoti, di silenzi e canzoni, di amori e rimpianti, di dolore e quiete, di passati e futuri, di presenti mai statici, di fantasie e luoghi entro cui morire e poi rinascere” Chiudo gli occhi ,sì/ma per aprirli/su un altro cosmo.”[31]
Note
[3] ”… Paragonando la coscienza o la mente a uno specchio si potrebbe dire che il vuoto della mente (wu-shin), non corrisponde a uno specchio rotto o inesistente, ma equivale a uno specchio perfettamente pulito, senza segni o polveri che intralcino il rispecchiamento delle immagini. Tuttavia l’idea stessa di purificazione non può, per il Buddismo Zen, costituire il contenuto della mente, né la forma di oggetto di desiderio, né la forma di dovere da compiere: è necessario infatti “fare il vuoto anche del vuoto”, ossia purificarsi anche dell’idea di purificazione”. (Giangiorgio Pasqualotto – L’estetica del vuoto).
[4] Pag. 62 “L’impossibile domani”
[5] Pag. 27” La teoria dell’Adhemar -la Fine del Mondo-“
[6] Pag. 21
[7] Pag. 15 da “canzone d’amore in 7 parti”
[8] Pag. 38 “L’attesa”
[9] Pag. 39
[10] Pag. 26 “Spiaggia verde”
[11] Pag. 45 “2012”
[12] Pag. 28 “Londa anomala”
[13] Pag. 34 “Frammenti da Senigallia”
[14] Pag. 34
[15] Pag. 25 “In riva al lago, ore 14.23”
[16] Pag. 31 “XX da Liriche Sappadine”
[17] Pag. 71 “Io e te” (Mi Kaj vi)
[18] Pag. 14 (Eoni)
[19] Pag. 53 “15 Ventoso”
[20] Pag. 64”La notte”
[21] Pag. 17 (Impermanenza)
[22] Uno dei tre aspetti fondamentali dell’esistenza nella dottrina canonica del buddhismo
[23] Parole del Buddha Shakyamuni, secondo la tradizione del Canone Pāli (testo canonico buddhista)
[24] Pag. 35
[25] Pag. 43
[26] Pag. 18
[27] Pag. 55
[28] Pag. 50 “La bella Italia”
[29] Pag. 51 “La città dalle nove porte”
[30] Pag. 54 “Un giorno come un altro(non un rigo sul giornale)
[31] Pag. 22
Aveva nidi nei capelli…
175 autori per Alda: Buon compleanno Poesia!
La primavera inizia con la Giornata Mondiale della Poesia.
Oggi 21 marzo compleanno della grande poetessa Alda Merini
festeggiamo con l’e-book creato da Matteo Cotugno
dal titolo:”Alda nel cuore 2014“
Anche quest’anno ho partecipato
con una poesia inedita dal titolo “Metempsicosi“
che potete leggere a pag. 101 dell’e-book
175 poesie per altrettanti autori,
prefazione di Emanuela Carniti primogenita di Alda
Buona lettura!
Presentazione:”La cucina arancione”
Il mese scorso vi ho presentato “La cucina arancione”. Oggi sono lieta di invitarvi alla presentazione che avverrà a Perugia il prossimo 26 marzo. L’autore sarà presente e ci sarà anche un mio intervento. L’evento si terrà presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni, poco distante dal Tempietto di San Michele Arcangelo. Una scusa per visitare Perugia e le sue antichità. Vi aspetto!
(Valentina Meloni)
Cercavo la primavera…
Viaggi reali e viaggi fantastici…
Henry David Thoreau
Haiku- Impermanenza-
I luoghi li fanno le persone
Quando dico che i luoghi li fanno persone, non i tramonti, non i paesaggi… i luoghi li fanno i sorrisi, le gesta, l’umanità. Non i laghi, i fiumi, gli alberi, non le case, le piazze, le città. I luoghi li fa chi li vive, li fa chi pianta un albero, chi non lo taglia, chi semina, chi raccoglie, chi costruisce, chi ha una parola buona, chi vive con semplicità. Quando dico che i luoghi li fanno le persone voglio dire che una grande ricchezza di paesaggio e una povertà di genuina bellezza sono come una bella cornice priva di tela. Come si fa a guardare una cornice vuota? Se l’immaginazione ci è d’aiuto comunque non ci soddisfa, abbiamo bisogno di tela, colori e pennelli e almeno la mano di un ottimo pittore…
( n a n i t a)
La cucina arancione di Lorenzo Spurio
La cucina arancione
recensione a cura di Valentina Meloni
Vorrei parlare di questa raccolta partendo dalla copertina, perché quando si prende in mano un libro la copertina è la prima cosa che vediamo ed essendo un “contenitore” di un contenuto non ancora conosciuto deve suggerire al lettore cosa si “cela sotto il vestito” con un appeal immediato che incuriosisca, senza troppo svelare. La copertina innesca un processo seduttivo che non dovrebbe esaurirsi con la lettura, ma dovrebbe continuare con e nella lettura. Nel caso de La cucina arancione questo processo, a mio avviso, è più che avvenuto e non si può certo dire che la copertina passi inosservata. Quando ho conosciuto di persona Lorenzo Spurio alla cabina teatrale a Firenze in occasione della presentazione del saggio “La metafora del giardino in letteratura” (di cui pubblicherò recensione) scritto con Massimo Acciai, fui molto incuriosita da “La cucina arancione” pur non conoscendo molto del suo contenuto. Sapevo che trattava di dinamiche sociali a livello psicologico e avevo intravisto la copertina. Ho subito pensato che avrei voluto leggerlo perché m’interessava molto a livello di esperimento letterario, per come Lorenzo Spurio avrebbe potuto usare il linguaggio e la costruzione di una narrazione così scomoda nelle tematiche trattate, per di più in una forma letteraria, il racconto, che per la brevità di narrazione rende difficile creare un “humus di atterraggio” che possa accogliere l’emozione del lettore con adeguata cura. Inoltre quella cucina arancione sullo sfondo scuro mi suggeriva un luogo reale, di attualità, vivo dinamico, anche drammatico se vogliamo, senza troppe sottigliezze e ne fui subito incuriosita.
La cucina, infatti, è il cuore pulsante e vivo della casa, è il luogo familiare per eccellenza, di riunione e convivialità, di riti e di calore, ma anche il luogo delle abitudini, degli eccessi di gola, dei litigi e dei pensieri fantasiosi. Il termine cucina deriva dal latino volgare cocina, a sua volta derivato dal latino coquĕre cioè “cuocere” che probabilmente ha origini greche, Kak-kàbe stava ad indicare la pentola, il vaso per cuocere.
Prendo in mano il libro e mi viene da pensare a una grande pentola arancione. Nella pentola e in cucina mescoliamo vari ingredienti e non siamo sempre sicuri del risultato che potremo ottenere. Possiamo accostare i venticinque racconti di cui si compone “La cucina arancione” ad altrettanti ingredienti, che si mescolano in questo pentolone alchemico, la maggior parte dei quali sono probabilmente sgraditi al palato della società benpensante e a quegli individui abituati solo a un certo tipo di sapori, che evitano qualsiasi esperimento culinario più per paura delle sorprese che per reale volontà di scelta. Per scoprire nuovi sapori, infatti, si deve poter assaggiare, se si sta a osservare non sapremo mai se quel gusto ci piace o meno. Questo è il motivo per cui se volete stare al riparo da delusioni, se non volete mescolare un po’ di amaro e di speziato alle vostre pietanze, resterete fuori da “La cucina arancione”.
La cucina è il luogo alchemico per eccellenza, crogiolo di metamorfosi, trasformazioni, mutamenti, e proprio perchè rappresenta il regno delle trasformazioni è metafora di vita: in cucina il freddo si trasforma in caldo, il crudo in cotto, il duro in tenero, il secco in morbido, l’insipido in saporito…E’ un luogo incontrollabile, così come incontrollabile è la vita.
E’ certo, infatti, che la vita per quanto si pianifichi ci riserva sempre qualche sorpresa… come dice ironicamente Irene Frain: “Per quanto si sorvegli la vita come il latte sul fuoco, appena ti distrai un attimo, uscirà subito dallo stampo”. E’ proprio quello che accade nella cucina arancione.
In questa stanza alchemica che è il nuovo libro di racconti di Lorenzo Spurio, il latte fuoriesce più volte a tal punto che per certi versi è impossibile berlo, ossia immedesimarsi del tutto nei personaggi. “La cucina arancione” potrebbe essere vista anche in un’ottica di trasformazione personale del lettore che può, interagendo con le sue paure, trovare gli strumenti per stanarle e sconfiggerle.
La cucina di Lorenzo Spurio è un po’ un laboratorio sperimentale, ci appare come un luogo della psiche in cui si mescolano sogni, emozioni, fantasie, vissuti, ossessioni, paranoie, aberrazioni e stranezze unite dal filo sottile della follia, attraverso cui si narra il perturbante, il deviato e la degenerazione di alcuni atteggiamenti frutto di una psiche malata. Temi questi trattati spesso dallo scrittore britannico Ian McEwan, autore studiato da Lorenzo Spurio che lo cita come ispiratore e su cui ha scritto anche un saggio[1]. In questa “cucina” possiamo trovare sapori di ogni tipo e la narrazione, che trae certamente spunto dalla vita reale, prende delle strade inusuali attraverso la penna dell’autore… è così che egli dà vita ad una narrazione fantasiosa, avvincente, a tratti audace, a tratti esilarante, a volte misteriosa e sorprendente, altre volte indigesta, spesso amara, deludente e comunque sempre “spinosa”.
La capacità di Lorenzo di porsi al di fuori dei fatti narrati rende i suoi racconti dei percorsi di lettura su cui il lettore è chiamato ad intervenire. I personaggi, che Lorenzo, ci tiene a precisare nella prefazione sono personaggi e non persone, sembrano totalmente assorbiti dal loro vivere quotidiano tanto che riusciamo a vederli come se fossero al microscopio. L’autore è l’osservatore e da osservatore riesce a trovare le falle che si insinuano in quel quotidiano. Queste falle sono sostanzialmente falle psicologiche,sono le deviazioni, le malattie, le ossessioni, le pulsioni sessuali, gli istinti incontrollati e tutto quello che difficilmente viene narrato nel quotidiano.
Le falle. Ecco perché quello de “La Cucina Arancione” di Lorenzo Spurio è un bell’esempio di letteratura contemporanea di riflessione sociale sulla psiche umana nelle sue varie manifestazioni e, aggiungo, in tempi in cui si comincia timidamente a parlare di antipsichiatria e a mettere in dubbio i paradigmi stilati dai vari psichiatri nell’ormai famigerato DSM[2], mi sembra un ottimo spunto per innescare delle sane riflessioni e porre l’attenzione, su qualcosa che riguarda moltissime persone in tutto il mondo.
Vista l’attenzione al sociale, si potrebbe accostare l’opera di Spurio al Naturalismo[3](forse qualcuno lo ha già fatto), tuttavia l’autore operando determinate scelte stilistiche ha già dato un imprinting soggettivo che rende molto personale la narrazione e, quindi, più che di Naturalismo parlerei semmai di Verismo quando, ad esempio, adopera una precisa scelta di tecnica narrativa.
Nel Naturalismo si usa l’impersonalità come distacco scientifico dalla materia analizzata e da quest’analisi il narratore valuta le vicende. Bisogna dire, a ragion del vero che, sebbene l’autore si avvalga di un certo distacco dai contenuti, quella di Spurio non è una narrazione analitica della psiche umana, Lorenzo non indaga le cause di certi atteggiamenti che esulano dal nostro concetto di “normalità” (tutto questo è lasciato alla riflessione del lettore).
E’ il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta[4], dove emerge la figura di una donna che ha nei confronti del protagonista degli atteggiamenti sadomasochisti, che probabilmente ha ereditato dal rapporto con l’ex marito violento, ma al lettore non è dato sapere se questi atteggiamenti esistevano anche prima del suo matrimonio o sono la risultante di una violenza subita nell’arco della vita matrimoniale della donna che è anteriore ai fatti narrati ne “La cucina arancione” (ipotesi probabile). Un certo tipo di rielaborazione e autoanalisi comunque emerge dai personaggi stessi, è il caso ad esempio de “La mezza vita”,[5] racconto in cui il protagonista si rende conto che qualcosa non va e smette di insistere in certi atteggiamenti, come il fatto di credersi e comportarsi come un nano, quando il medico lo manda da uno psichiatra. Oppure di “Tra quattrocento anni”[6] in cui il protagonista vuole farsi ibernare ed è talmente preso da questo progetto da non avere più interesse per il presente, e si ricorda di avere una moglie, una famiglia e una vita reale e che sono quelle le cose davvero importanti, solo quando la moglie muore.
Abbiamo visto come non esiste un’analisi della psiche dei personaggi e l’autore d’altro canto non si pone mai come giudice, non interviene a condannare certi comportamenti, a dare un giudizio, anche se naturalmente un giudizio implicito o “indotto”, a mio avviso, esiste…
Nel Verismo l’impersonalità è intesa come “eclisse” del narratore, che non esprime giudizi e non dà spiegazioni. Questo avviene attraverso l’uso del discorso indiretto libero (di cui l’autore fa largo uso, in più della metà dei racconti) che consiste nell’inserire direttamente nel testo le parole e i modi di dire del personaggio stesso, senza distinzione rispetto alla voce narrante; e avviene anche attraverso la regressione del punto di vista in cui i fatti vengono narrati e giudicati secondo il punto di vista e i valori espressi dai personaggi, non secondo la visione dell’autore; si comprende perciò anche la scelta dello stile narrativo e del registro espressivo di narrazione di Lorenzo Spurio che adotta un linguaggio semplice e colloquiale.
L’autore, inoltre, utilizza spesso la tecnica dello straniamento (già usata nella nostra letteratura ad esempio dal Verga nelle sue opere veriste) tecnica che consiste nell’adottare, durante la narrazione di un fatto o la descrizione di una persona, un punto di vista completamente estraneo all’oggetto. Attraverso il narratore noi ci troviamo direttamente nella testa dei protagonisti a volte, ed è qui che, parafrasando Irène Frain, “il latte fuoriesce dallo stampo”, con tutto ciò che questo vuole significare. Come risultato dello straniamento si ottiene quello di far apparire normali cose insolite e incomprensibili, o viceversa, solo perché presentate attraverso un punto di vista estraneo. (Vedasi il racconto dal titolo: “Alfabeto numerico”[7])
Spurio, per rafforzare questo contrasto tra iniziale “normalità” del protagonista e improvvisa “alterazione mentale” si avvale dell’uso della focalizzazione esterna[8] in cui il punto di vista estraneo, in questo caso, è rappresentato dall’io narrante dei protagonisti o coprotagonisti che sono affetti da manie e patologie varie. Estranei, diversi e non assimilabili a noi, soggetti “sani”, in quanto “malati”. E’ qui, a mio avviso, che si esprime il “giudizio implicito” dell’autore sui suoi personaggi. L’autore non intende esprimere direttamente un giudizio ma invita il lettore a “provare” l’immedesimazione con i personaggi innescando comunque un processo di “valutazione”. A volte riusciamo a immedesimarci, magari guardandoci nella psiche –specchio del personaggio, altre volte sicuramente no, quando, ad esempio, l’effetto sorpresa ci coglie impreparati.
Questo accade probabilmente a causa della tecnica narrativa usata da Spurio il quale adotta spesso l’uso di contraddizioni, accenti e contrasti così forti, nella psiche dei vari personaggi, da lasciarci spiazzati. Stilema di questa sua narrazione è una sorta di -oserei chiamarlo- “ossimoro narrativo[9]”, se mi fosse lecito prendere in prestito questa figura retorica, usandola in senso di più ampio respiro. Un “buco nero” dell’intreccio fatto di contrasti che sta ad indicare l’imprevedibile, una realtà che non possiede nome, un non luogo, qualcosa di ancora inesplorato che culmina con un momento di agnizione[10] di grande intensità ed impatto emotivo.
In “Questioni di uguaglianza”,[11]ad esempio, il ragazzo protagonista esordisce nell’incipit attraverso il narratore così:
“La prima cosa a cui aveva pensavo era stato che tutto si sarebbe risistemato. […]. Suo padre, infatti, lo aveva sempre esortato a credere con convinzione a tutto ciò che desiderava e da bambino tutte le cose che aveva sperato, si erano poi realizzate. Niente di fantastico o di particolarmente bizzarro. Gli ingredienti per andare avanti nella vita erano il senso di responsabilità, l’indipendenza e la fiducia in se stessi.”
Sembriamo trovarci di fronte ad un bravo ragazzo, non immaginiamo minimamente che alla fine del racconto, il bravo ragazzo si trasformerà in poche battute in un omicida di inaudita violenza. “L’ossimoro narrativo” (passatemi la locuzione impropria) sta a indicare quel momento di interruzione di normalità, quel “black out emozionale” apparentemente inspiegabile che porta a compiere gesti folli.
Il lettore quindi sente la necessità di distaccarsi da tutto ciò anche a causa delle tematiche di grande impatto emotivo, di cui ogni racconto tratta e in cui il lettore non vuole immedesimarsi, per paura. Tuttavia essendo la narrazione priva di qualsiasi giudizio, il lettore non può distrarsi ed è “obbligato” in un certo senso a prendere parte agli eventi.
Nell’introduzione Spurio ci dice che il filo rosso che lega i vari racconti è quello del disagio psicologico, anche se, ci tiene a precisare, la sua narrazione non ha, chiaramente, un intento di tipo scientifico e il riferimento ad alcuni casi patologici gli serve per “affondare il bisturi nella materia”. Io da lettrice potrei anche “correggere ulteriormente il tiro” e dire che il filo rosso de “La cucina arancione” è in realtà la “tragedia umana”. Laddove per tragedia[12] s’intende sia la narrazione dei fatti del personaggio, inteso come “capro espiatorio”, autore di atti deplorevoli di cui non possiamo e vogliamo assumerci le responsabilità in qualità di attori della società attuali, sia il tema tragico, che assume la narrazione negli eventi che la caratterizzano e, in certi casi, anche tragi-comico.
La scelta del colore arancione della copertina ha, a mio avviso, un chiaro richiamo alla tipologia di narrazione e alle tematiche trattate nei vari racconti. L’arancione collocandosi appena sotto la scala del rosso indica l’energia che si allontana di un solo passo dalla fonte originaria, il rosso appunto, e quindi potrebbe esotericamente rappresentare l’energia contenuta dall’equilibrio interiore. L’arancione è fuoco mantenuto entro confini sicuri, come il falò attorno a cui ci si raduna per narrare storie, storie come quelle de “La cucina arancione” è in questo equilibrio, sempre precario e instabile, che si dipana la narrazione.
L’arancione è anche il colore associato al secondo chakra che è situato sotto il ventre al livello del plesso aortico, collocato lungo la spina dorsale vicino agli organi genitali e governa le nostre azioni fisiche e mentali. Questo centro sottile, il cui simbolo è il loto costituito da sei petali è il solo chakra a essere mobile (ricorre l’idea di imprevedibilità). Il suo simbolo, il fiore di loto, sappiamo avere come significato la purificazione, in quanto nasce dal fango ma si eleva sopra il pelo dell’acqua. I principi che sono alla base di questo centro energetico sono l’attitudine alla riproduzione e alla creazione, infatti, le gonadi e l’apparato genitale sono la ghiandola e l’organo di riferimento, il tipo di energia che corrisponde a questo chakra detto anche centro sacrale è di tipo sessuale. Un cattivo funzionamento di questo centro può provocare una smodata brama sessuale, una altrettanto eccessiva repressione, instabilità a livello emotivo, insensibilità. Il suo elemento naturale è l’acqua, ancora l’imprevedibilità mentre il senso a esso associato è il gusto.
E’ quindi interessante vedere come ricorre il tema duale del piacere sessuale e gastronomico, della relazione tra cibo e sesso, che è già stato analizzato sempre da Irene Frain nel suo “La felicità di fare l’amore in cucina e viceversa”. Sentiamo cosa ci racconta a questo proposito: ”Nella mia esperienza personale la cucina è il cuore della casa, ma anche degli affetti. Sono nata in Bretagna dove, nelle case rurali, la cucina è un pezzo originale e spesso unico. Là c’è la parola, là si svolge la vita, tra acqua e fuoco. In cucina, come nell’amore, c’è una forma di abbandono, così come la camera da letto è il luogo del silenzio e del segreto. In cucina si imparano gli usi della vita sociale, per questo diventa il luogo dell’insegnamento e dell’apprendimento. Perché un incontro amoroso è generalmente associato a un preliminare culinario? Perché il termometro della salute di una coppia si misura dalla qualità del tempo trascorso insieme attorno alla tavola? Perché, sostiene Irène Frain, vi è un nesso profondo tra cibo, desiderio e linguaggio; e l’unica stanza della casa dove essi s’incontrano è la cucina. Sin dagli albori della civiltà, attorno al focolare e al cibo la coppia scopre il piacere di parlarsi, prendersi cura dell’altro, amarsi. Non c’è vero amore senza convivialità, come non c’è vera casa senza una cucina, luogo del nutrimento e della quotidiana condivisione.”
Nel racconto che dà il titolo al libro “La cucina arancione” esiste proprio l’analisi del confine, del limite tra piacere e dolore, lecito e illecito, dominazione e sudditanza, lascivia sessuale e anoressia sentimentale, sadismo e masochismo, al centro di una cucina che in questo racconto si svuota totalmente della sua funzione conviviale e aggregativa e diventa, un centro oscuro delle pulsioni più aberranti.
Interessante notare come al protagonista quella cucina arancione non piaccia per niente questo colore, ma anzi lo metta in soggezione. ”Le pareti erano pitturate di color arancione. Dava un effetto di oppressione e di ridondanza che per poco non mi misi a vomitare” e più avanti: “Avrei dovuto scoparmela tutte le sere? Sarei dovuto andare su e giù per le scale del suo condominio? Avrei dovuto continuare a sentirmi oppresso nella cucina arancione?”[13]
Vorrei riportare, a tale proposito, cosa ho trovato sul colore arancione:
Chi rifiuta l’arancione in genere tende a controllare costantemente la propria emotività. Sovente trova difficoltà nel rapportarsi con il prossimo e, di solito non pondera le decisioni e agisce d’impulso, inoltre trova molta difficoltà sia nella sfera sessuale che sentimentale non abbandonandosi mai del tutto con fiducia, ma delegando alla ragione qualsiasi tipo di mossa.
E poi ancora:
Questo colore posto tra il rosso e il giallo, rappresenta il punto di equilibrio tra le forze simboliche, tra desiderio spirituale e libidine. Essendo un equilibrio instabile, difficile da trovare, prova ardua anche per un eccellente perito tintore, si ha una continua oscillazione o verso il rosso o verso il giallo. L’arancione sempre per quest’ambivalenza tra influenze benefiche e perverse, simboleggia ad un tempo fedeltà e infedeltà. Infedeltà e lussuria, dovute all’aspetto negativo del colore, erano presenti nei culti della Dea Madre dove si cercava di raggiungere tale equilibrio e si pensava che esso coincidesse con la rivelazione e la sublimazione iniziatica.[14]
La cucina che è un luogo di trasmutazioni alchemiche, di trasformazioni psichiche, rappresenta il momento dell’evoluzione interiore, perché fa riferimento anche a un bisogno di “nutrimento” interiore, oltre che di nutrimento corporeo. Il cibo ha infatti un valore simbolico: noi ci nutriamo di cibi materiali, ma anche di affetti e di alimenti per lo spirito. Si può tranquillamente dire che la cucina rappresenta il luogo iniziatico dell’essere umano, che si trova nella sua maturazione personale, a dover affrontare i propri incubi, le proprie paure.
E il sentimento è, ne “La cucina arancione”, il grande assente, che con la sua non presenza riesce ancora di più a fare emergere la tragedia umana. In questa tragedia corale manca l’attore protagonista dell’umana recitazione, la consapevolezza che appartiene alla sfera emotiva. Specchio e grande accusatrice della società è quindi questa narrazione che “sfida” i limiti della “normalità” facendo sfilare davanti agli occhi del lettore, pulsioni e paure: luoghi in cui i sentimenti sono reclusi a margine. La drammaticità corale del tema della tragedia umana sarebbe stata ancora più coesa e presente se in questa raccolta fosse stato possibile prendere in esame un racconto che, per scelta editoriale, è stato escluso dalla pubblicazione[15]. Racconto che io ho potuto leggere e che mi ha dato la chiave di comprensione del messaggio che Lorenzo Spurio vorrebbe trasferire al lettore.
E su questo bisogna aprire una parentesi perché quando si prende in esame una raccolta di racconti che fa del disagio psicologico il suo filo rosso, ci si dovrà necessariamente confrontare anche con la parte psicologica del lettore.
In questo racconto, escluso dalla raccolta, la diegesi contiene due forti tematiche: pedofilia e abuso minorile, temi che sono comunque già presenti nella raccolta in due racconti intitolati ”Software di base”[16] e “La casa al mare”[17]. Tuttavia la forza narrativa de “Il codirosso e la bambina” si staglia con prepotenza sugli altri due racconti per la crudezza del linguaggio e per la tecnica narrativa che porta il lettore a vivere l’abuso sessuale subìto dalla bambina attraverso gli occhi del protagonista pedofilo.
In realtà a mio avviso nella narrazione esclusa non c’è nulla di osceno, perché in letteratura si può parlare di tutto e poi perché mai tacere su avvenimenti così attuali proprio oggi che il tema degli abusi è così caldo? Oggi che le vittime di abuso e pedofilia si aspettano un risarcimento (almeno) morale da quella parte di società “cattolicheggiante” e “perbenista” che riesce persino a coprire dei reati (perché ricordiamoci che di reati penali si tratta e non di comportamento amorale) e a umiliare ulteriormente chi dell’abuso ha sofferto il dolore, l’omertà e a volte anche il dileggio. Non amo la censura e avrei preferito che se ne parlasse e che se ne parlasse con un racconto altrettanto forte e diretto rispetto agli altri, però capisco anche che alcune letture non sono adatte a tutti i lettori e che nello spirito del filo sottile su cui cammina la narrazione de “La cucina arancione”, non è possibile lanciarsi troppo al di là di certi limiti. Non è giusto per il lettore, perché se partiamo dal presupposto che il filo rosso de “La cucina arancione” è la tragedia umana, dobbiamo fare i conti con ciò che la tragedia opera nello spettatore a livello inconscio e cioè la catarsi[18], la purificazione (di nuovo ricorre l’elemento iniziatico). E perché la catarsi (ovviamente parliamo di catarsi aristotelica[19]) si possa verificare sono necessari oltre alla mimesi, due elementi: la pietà e la paura. La pietà (ελεος) e il terrore (φοβος) sono il veicolo principale della catarsi tragica.
Questi due elementi si verificano attraverso la mimesi operata dal lettore medesimo durante il patto finzionale[20]. L’incomprensione tra lettore e autore può ingenerarsi proprio in questa fase delicata, infatti, il lettore non deve commettere l’errore di sovrapporre l’autore al narratore, (che a sua volta in molti racconti si sovrappone al protagonista), altrimenti l’azione della mimesi[21] non si realizza e il lettore non riesce a immedesimarsi del tutto nella lettura “disturbato” dal giudizio sull’autore che scaturisce dalla lettura stessa.
Ciò che turba il lettore e lo porta a confrontarsi con ελεος e φοβος ne “La cucina arancione” è la sorpresa, la scoperta di quell’”ossimoro narrativo” di cui parlavo prima, di ciò che può accadere da un pensiero che in sé contiene già un seme di patologia. Ecco cosa turba il lettore, questo stare sulla soglia, questo scrivere restando sul filo di un pensiero che c’è ma non c’è, di un giudizio che non si esprime compiutamente nella narrazione ma solo nella sottile trasmutazione di sentimenti che portano alla comprensione e al disconoscimento di emozioni non proprie. Se il lettore non è in grado di operare questa trasmutazione, la lettura risulta indigesta. L’autore, tuttavia, non può farsi psicologo del lettore… L’autore ha una missione ecco perché è importante definire il pubblico al quale ci si rivolge.[22] La tragedia contenuta nel racconto, in quanto mimesi, lascia da parte la considerazione morale (valutazione dei personaggi), per concentrarsi su quella legata al piacere della rappresentazione dell’azione. Considerando, infatti, che la psiche umana ha enormi difficoltà nell’accettare certe aberrazioni fino ad arrivare al negazionismo, se la narrazione si concentrasse nel giudizio non avremmo modo di dare il giusto spazio ai fatti e di attuare il nostro personale processo di comprensione. Infatti se nelle società antiche (e da questo punto di vista più evolute) in cui esistevano rappresentazioni tragiche di quel che poteva accadere, c’era un’educazione a questa trasmutazione dei sentimenti negativi attraverso la catarsi, oggi questa educazione “civica” non esiste più ed è tutto lasciato al libero arbitrio del singolo individuo che sceglie o meno di “prepararsi” alla vita con letture consapevoli oppure di “restare sulla soglia” a guardare quel che accade senza dare un giudizio. Purtroppo però l’empatia, il processo di immedesimazione, è l’unico modo per comprendere le cause e gli effetti di determinate azioni sulla psiche umana e su noi stessi. La catarsi, la trasmutazione è sempre un processo di crescita, il lettore impreparato avrà difficoltà a entrare in relazione con personaggi tragici (che attengono alla tragedia umana) se non attraverso la partecipazione alla sofferenza altrui (che è la pietà catartica), e la partecipazione estetica al male (che è la paura).
Ecco perché ritengo la lettura de “La cucina arancione” un esercizio utile alla rieducazione del processo catartico di comprensione della Psiche e della Tragedia umana.
Secondo Aristotele, infatti “Come accade nelle rappresentazioni pittoriche di animali ripugnanti, così nella rappresentazione tragica degli errori e delle mostruosità della vita umana si riesce a neutralizzare l’aspetto ripugnante delle azioni, cogliendo ciò che in esse vi è di catartico, per cui lo spettatore è in grado di partecipare ai destini tragici dei personaggi senza soffrire e senza fuggire.”[23]
Se il lettore fugge dinanzi a determinate rappresentazioni della realtà probabilmente non è pronto per questa lettura. Come ho detto prima l’impreparazione alla mimesi, cioè alla rappresentazione di ciò che potrebbe avvenire nella realtà, turba a tal punto il lettore da farlo desistere dal processo di trasmutazione dei sentimenti di pietà e terrore in catarsi. Ovviamente l’ipotetico lettore perderebbe anche una grande occasione di crescita personale, perchè il modo di affrontare la tragedia umana in Lorenzo Spurio, è originale…il suo stile ha un andamento che cammina sul filo della tragicomicità. L’autore vuole dare enfasi e, nel medesimo tempo, sdrammatizzare la tragedia umana, come a dire che l’imprevedibilità, non deve toglierci il gusto della vita. Semmai siamo noi a dover esorcizzare “la variabile impazzita” attraverso la preparazione personale e l’accettazione dell’esistenza nella sua complessità, ricordandoci di quel detto africano che dice: “Un ramo di pazzia abbellisce l’albero della saggezza”. Prepariamoci alla lettura di questi venticinque racconti come se stessimo davanti a degli specchi deformanti, allora vedremo una realtà che, seppure sappiamo non appartenerci del tutto, coesiste nel futuribile delle infinite possibilità. Lorenzo Spurio, in accordo con le finalità di comunicazione sociale che egli stesso si è prefisso scegliendo di dare spazio alla tragedia umana, attraverso la finzione narrativa ci ha dotati, con questa raccolta di storie non ordinarie, di uno strumento di trasmutazione dalla grande forza psicacogica,[24] che può condurre il lettore attraverso un processo cognitivo di scoperta, valutazione ed esorcizzazione delle sue stesse paure. Consiglio la lettura de “La cucina arancione” non solo a coloro i quali desiderino cimentarsi in questa sfida con sé stessi ma anche e soprattutto a quanti vogliano sottrarsi alla noia di letture banali saggiando un pizzico di ordinaria follia.
La cucina arancione sarà presentata a Perugia il 26 marzo prossimo presso la Biblioteca degli Armeni.
Scarica la locandina per info La cucina arancione a Perugia
LORENZO SPURIO è nato a Jesi (AN) nel 1985. Nel 2011 ha conseguito la Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia con una tesi di letteratura inglese. Ha pubblicato racconti e saggi di critica letteraria su riviste, antologie e in volume. Collabora con le riviste di letteratura Silarus, La Ballata, Sagarana, Inverso,Aeolo, Reti di Dedalus ed altre.
Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti La cucina arancione (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) eRitorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate, 2012, co-autrice Sandra Carresi). Per la critica letteraria ha pubblicato Ian McEwan: sesso e perversione (Photocity, 2013), Flyte & Tallis (Photocity, 2012), La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011, co-autore Massimo Acciai) e Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu, 2011). Ha curato varie raccolte antologiche pubblicate all’interno di concorsi letterari e Obsession – Raccolta di racconti a tema “Fobie, manie e perversioni” (Limina Mentis, 2012). Recentemente si è dedicato anche alla poesia con varie pubblicazioni in riviste e antologie.
E’ autore di Blogletteratura e cultura dove pubblica testi critici, recensioni, interviste ad autori esordienti, articoli di cultura, segnalazioni e analisi di opere letterarie della letteratura mondiale e direttore della rivista di letteratura Euterpe, fondata nell’ottobre del 2011. E’ socio fondatore dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta (www.tracceperlameta.org), nata nel Gennaio del 2012 all’interno della quale è Direttore delle Collane dell’omonima casa editrice. Partecipa a concorsi letterari nazionali per la sezione narrativa riportando lusinghiere segnalazioni e attestazione. E’ membro di giuria in vari concorsi letterari. Presiede il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”.
NOTE










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