Corrispondenze da un mondo increato

Accade — ed è sempre accaduto — che due poeti scambino delle corrispondenze, che il proprio percorso umano e poetico s’incontri su un crocevia di parole e sensazioni non solo propri. Così è accaduto tra Giorgio Bolla e me. Un giorno qualcosa di inspiegabile ha dato l’avvio, non alla telefonata, non a una semplice e-mail o lettera, ma a una necessità umana tra le più antiche, quella di comunicare in assoluta libertà, quella di «trovare le parole esatte o, in ogni caso, le meno inesatte e portare alla luce un fardello opprimente per provare sollievo» come scrive Thomas Stearns Eliot in Le tre voci della poesia. *

Un orfismo lirico che tende alla prima delle tre voci descritte da Eliot dà così l’avvio alle nostre corrispondenze e prosegue verso l’interlocutore (seconda voce) che è, sì, l’altro poeta, ma anche “l’altro” inteso come destinatario sconosciuto di una missiva che sorge da voce spontanea, a tratti incontrollata e fluente come scroscio d’acqua. La scomparsa di un poeta amatissimo, Pierluigi Cappello,  è l’input su cui si regge la corrispondenza tra le nostre voci poetiche ed è anche ciò che, inconsapevolmente, ha trainato la mia poesia, la nostra poesia, da un presente spinto a farsi passato incipiente: quello delle “parole povere” di Pierluigi Cappello,  che per nessun motivo si volevano lasciare andare, tanto più vive oggi, in questo libro-suggello che raccoglie il nostro ricordo, il nostro smarrimento, il nostro dolore, ma anche la nostra infinita gratitudine per una poesia che è già parte della tradizione.

Francine Van Hove

dipinto di Francine de Van Hove

Sempre Eliot in The Sacred Wood definisce, in un saggio importantissimo intitolato La tradizione e il talento individuale, qual è la posizione del poeta riguardo alla tradizione. Egli afferma che la tradizione è l’insieme vivente delle opere valide che sono state scritte, da Omero fino ai giorni nostri, e che questo passato agisce su ogni scrittore sensibile. Afferma, anzi, che lo scrittore sensibile deve “prendere” da questo passato, ma non in una maniera servile o meccanica: deve far rivivere in sé i grandi del passato, che sono anagraficamente morti, ma che, come poesia, come validità di quanto hanno conosciuto e insegnato, sono sempre vivi, molto più vivi di tanti vivi “anagrafici”. L’affermazione di Eliot — come scrive Margherita Guidacci nel suo saggio del 1988 — era di una novità straordinaria per quel tempo (1920) e conserva intatto il suo valore anche oggi perché se nelle poetiche, in genere, si cerca di mettere in risalto quello che distingue un singolo autore e l’originalità è considerata una virtù, per Eliot, invece, la virtù sta nell’inserirsi armoniosamente nel “vivente insieme” di tutte le opere da Omero in poi. Egli arriva a dire che l’arte deve essere non affermazione della personalità ma “spersonalizzazione”, proprio nel senso di sentirsi parte di un tutto più vasto.

 

Ecco che se dovessi descrivere la sensazione che ci ha pervasi durante la stesura delle nostre corrispondenze userei proprio queste ultime parole della Guidacci nel far emergere la visione di Eliot: sentirsi parte di un tutto più vasto.

Così è stato tra noi, perché così doveva essere. (dalla Premessa)

«Il poeta che un pomeriggio di inizio ottobre 2017 parte da Padova e giunge alla pieve di Cassacco, paesino della periferia udinese è Giorgio Bolla. Si reca al funerale di Pierluigi Cappello, una delle voci poetiche più amate degli ultimi vent’anni, poi si sposta a Casarsa, alla tomba di Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali e dei poeti più importanti del secolo scorso, quindi, di ritorno, decide di chiamare l’amica e poetessa perugina Valentina Meloni; c’è andato anche per lei, a quel funerale, ha portato con sé anche il dolore di Valentina, che non può essere presente.
[…] nasce un dialogo in poesia fra due anime affini, questa corrispondenza – che non rispetta sempre l’alternanza e perciò libera dai vincoli del do ut des, nel suo rapporto e nella sua forma, increato in un certo senso, e perciò ancora più “umano”– fra due poeti che sentono lo slittamento in atto in una società, intendasi mondo, sempre imperfetto, mai concluso, creato sì, ma come lasciato da finire, per noia o profezia – e cercano di colmare i vuoti rimasti aperti, le ferite mai suturate in questa nostra terra martoriata da guerre e miseria, ingiustizia e tragedie, con gli stessi materiali dei due più importanti poeti friulani degli ultimi decenni: da una parte con lo stucco, la malta dell’accorata denuncia e della fame d’amore e giustizia di Pasolini, dall’altra col cotone, candido e così simile a «questa neve lieve/ che imbianca le ombre» (V.M.) della limpida “naturalità” di Cappello.»

dalla prefazione di Fabio Franzin

GB

03/10/2017 ore 21.25

Che strana terra
è la tua
anche quando la neve
riempie i confini
dei prati
ogni volta perde tutto
la Signora nostra
ma sempre il fiore
sulla pietra
vince il tempo
e le ore
della notte.

***

VM

3/10/2017 ore 22.18

Che strana terra
la nostra
quando – arresi –
ci disorientano
i crocicchi di voci
e finiamo col mettere radici
nel vento
ci si aggrovigliano le parole
ma non temiamo
il silenzio del fiore che arriva
più bianco a toccare l’aurora.

Buona lettura


*Leggo la citazione dalla bacheca della fine poetessa e critica Adriana Gloria Marigo, a sua volta condivisa da altro autore; la riprendo e la faccio mia in questo contesto, perché credo che chiarisca la condizione del poeta sulla necessità del dire poetico. La citazione per esteso è così riportata:

La prima voce è quella del poeta che parla a sé stesso, ovvero a nessuno. La seconda è la voce del poeta che si rivolge a un uditorio, grande o piccolo che sia. La terza è la voce del poeta quando tenta di creare un personaggio drammatico che s’esprima in versi. […]
In una poesia né didattica né narrativa, e non animata da uno scopo sociale estrinseco, il poeta può solamente preoccuparsi di esprimere in versi questo oscuro impulso. Egli non sa ciò che ha da dire finché non l’abbia detto; e, nello sforzo di dirlo, non si preoccupa di rendere alcunché comprensibile agli altri. In questo stadio del suo lavoro egli non ha impegni di sorta con nessuno; la sua cura è soltanto di trovare le parole esatte o, in ogni caso, le meno inesatte. Non è affar suo preoccuparsi se mai qualcun altro le ascolterà o no, o se mai potrà capirle: è oppresso da un fardello che deve portare alla luce per provare sollievo. […] E allora egli può dire alla poesia: Va’! Trovati un posto in un libro; e non aspettarti ch’io m’interessi più a te.

sconti15

 

Corrispondenze da un mondo increato è in promozione sul sito editore La Vita Felice fino al 31 maggio 2019.  Buona Poesia!

 


 

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