Poetry Sound Library

Poetry Sound Library è un progetto no- profit di Giovanna Iorio, poeta e artista del suono che vive a Londra e di Alan Bates suo marito.
Nella mappa digitale è segnata la voce del poeta e la sua provenienza. A destra della mappa trovate l’elenco dei poeti inseriti in ordine alfabetico. Cliccando sulle relative voci potrete ascoltarli.
La voce è un patrimonio culturale da preservare. Attraverso la voce trasmettiamo emozioni e vibrazioni, elementi vitali per la Poesia e per ogni tipo di comunicazione culturale e sociale.

ESPLORA IL SITO


“Dobbiamo preservare la voce, tornare alla purezza del suono, togliere il fruscio della carta dalle parole, risvegliare i suoni primordiali del vento, restituire alla poesia la potenza della voce.”

Nel sito esiste anche una sezione dedicata ai ritratti vocali. Una rappresentazione visuale della modulazione della voce. Questo per esempio è il ritratto vocale di Giuseppe Ungaretti

Voice portrait of Giuseppe Ungaretti (Italy)

Poetry Sound Library è un progetto no-profit a cui tutti i poeti possono partecipare. Non è una competizione: per essere aggiunti è necessario inviare una registrazione di buona qualità (mp3) di una propria poesia cliccando il bottone qui sotto e compilando il modulo in ogni sua parte.

Entro alcuni giorni sarete inseriti con la vostra poesia all’interno della mappa.

clicca per aprire il modulo
click the button to send a poem

Poetry Sound Library is a sound project by Giovanna Iorio, poet and sound artist based in London and her husbund Alan Bates.To participate, Become and Ambassador of the Poetry Sound Library: talk to poets about the map and invite them to participate. This is a no-profit sound project, it is not a competition and all the poets will be added if they send a good quality record of one poem exclusively to  poetrysoundlibrary@gmail.comYou will receive an automatic reply and a link to a google form. You can also click the button up to send the file. You will be able to upload all the required info and poem (mp3).
“We must preserve the voice, return to the purity of sound, remove the noise from the words, awaken the primordial sound of the wind, give back to poetry the power of the voice”.


POET VOICE PORTRAITS

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“We must preserve the voice, return to the purity of sound, remove the noise from the words, awaken the primordial sound of the wind, give back to poetry the power of the voice”.

info to: poetrysoundlibrary@gmail.com

Valentina Meloni, Ambasciatrice della voce per l’Umbria

Valentina Meloni, Ambassador of the voice for Umbria

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La couleur d’un poème, IV

promuove e organizza la IV° edizione del Premio Internazionale d’Arte
per Poesia, Vernacolo, Haiku e Pittura 2019

La couleur d’un poème

Iniziativa a sostegno dell’Associazione Nazionale D.i.Re

“Donne in Rete contro la violenza”

L’evento culturale nasce con l’intento di promuovere la poesia contemporanea sia in lingua italiana, straniera che in vernacolo, divulgare la bellezza della natura e dell’universo  in 17 sillabe, quella che gli antichi maestri giapponesi chiamarono haiku, nonché l’estro creativo espresso attraverso la fotografia e la pittura.  Fortemente voluta dalla presidente del Premio Maria Grazia Vai, l’iniziativa di questa quarta edizione è dedicata e volta a sostegno di un importante progetto sociale: l’Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”, la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne, che affronta il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere, collocando le radici di tale violenza nella storica, ma ancora attuale, disparità di potere tra uomini e donne nei diversi ambiti sociali.  Madrina dell’evento Simona Carboni, poetessa e operatore sociale

DI TUTTO QUEL ROSA CHE NON T’HO MAI DETTO…

e che vorrei tu mi donassi sempre nei giorni di vento,

quando le ciocche s’incastrano nell’umido di lacrima,

ed io mi raccolgo ancora come fiore.. “

(S.C.)

LEGGI E SCARICA IL BANDO UFFICIALE

vedi cosa giunge alle cime

vedi cosa giunge alle cime:
foglie, petali, germogli
e le punte dei rami
che solleticano il cielo.
siamo così vicini
ti parlo dal viaggio di un fiore
amore, non so altro
come dirti di ciò che non sono?
conosco appena la notte per come
mi copri di slanci interrati
mentre suggiamo gocce su gocce
abbeverati al medesimo mistero.
se mi chiami allungo un ramo
quasi ti sfioro e so del nero
che coprirà queste nostre bocche.
più mi distendo, orizzontale
più ti so vicino, eppure affondiamo
un fittone d’arsura perché l’acqua
non basta oppure è paura di sapere
che esistiamo l’uno per l’altra.
forse sai. ci siamo detti cose
respirato incensi e profumi
che non arriveranno mai
a toccare una luce piena…
e mi trema anche l’ultima foglia
— prima che cada — per dirti ancora
il silenzioso movimento che ci lega.

[inedito]

n a n i t a

Inediti in lingua araba

Se adesso piovesse il tuo nome
danzerei nuda sotto questo cielo di nuvole


إن أمطرت الآن باسمك
سأرقص عارية
تحت هذه السماء
الملبدة بالغيوم.

Delle rose scelgo le spine
perchè diano parole al mio dolore.

من الورود أنتقي الأشواك
لأنها تمنح الكلام لوجعي .


(Poesie landai da Sottopelle, Landai distici ribelli, raccolta vincitrice del secondo premio per silloge inedita I Fiori sull’acqua 2018)
Traduzione in lingua araba a cura di Nor Eddine Mansouri

pioggia notturna –
un po’ di te un po’ di me
in quelle gocce

مطر ليلي .
القليل مني
القليل منك
و كانت القطرات .

(Da Karumi, piccoli poemi della Leggerezza, raccolta vincitrice del secondo posto al premio Mangiaparole 2017 per la sezione silloge di Haiku) Traduzione in lingua araba a cura di Nor Eddine Mansouri

**********

dicembre

14/01/2019

per sopravvivere
devo pensarti
come una pioggia
che va ad unirsi al fiume
acqua che non torna
ci bagna una sola volta,
goccia dissolta …
come questa lacrima
che bevo per fare mio
soltanto mio
il minuscolo dolore
di un ricordo

لأبقى على قيد الحياة
علي أن أفكر فيك
كالمطر
الذي سيوحدنا عند النهر
ماء لايعود
يبللنا مرة واحدة فقط،
قطرة ذائبة…
كهذه الدمعة
التي أتجرعها
لأستخضر ألما
ألما خفيفا فقط
لإحدى الذكريات.

inedito, 2019, Traduzione in lingua araba a cura di Nor Eddine Mansouri

fumano i comignoli
delle case avvolte dal freddo
scrivono in cielo
le loro poesie decembrine
profumate di legna
di castagne e di vino
nel camino le pigne
sfrigolano aromi di resina
tutti gli alberi silenziosi
abbracciano – stretti – i loro nidi
di piume leggere che il vento
– geloso di un sogno –
vorrebbe disfare.

مداخن البيوت ،الملفوفة بالبرد،
تنفث دخانها اليكتب على صفحة السماء
أشعاره لشهر كانون الأول
أشعار معطرة بحطب الكستنة و النبيذ
في المدفئة حبات السنوبر
تفرقع عبير اللثى*
كل الأشجار- الصامتة
تعانق في صرامة
أعشاشها الريشية الطائشة
التي تهددها الريح الحسود بالإتلاف.

*مادة صمغية ، راتيج

inedito, 2015, Traduzione in lingua araba a cura di Nor Eddine Mansouri

Il sole che nessuno vede

Il sole che nessuno vede-meditare in natura e ricostruire il mondo- Tiziano Fratus- Recensione apparsa in Diwali – Rivista Contaminata

«Sedendo quietamente senza fare nulla, la primavera giunge e l’erba cresce da sé. [Zenrin Kushu]

Entrare nel bosco. Uscirne. Non essere più la stessa persona che vi era entrata. Immergersi nell’acqua di un torrente, di una cascata, lasciarsi lavare dall’acqua limpida, fresca di una sorgente. Le mani a coppa in raccoglimento: dissetarsi attraverso colei che scorre, che segue un sentiero tortuoso, a noi ignoto, per arrivare limpida alla nostra bocca.

copertina Il sole che nessuno vede

La goccia di rugiada pianse, dicendo:
« Chi, oltre il cielo, o Sole,
potrebbe contenere la tua immagine?
Io ti sogno, ma dispero di poterti servire.
Sono troppo piccola per rifletterti,
o grande re, la mia vita è tutta un pianto».

Rispose il Sole:
« Io illumino il cielo sconfinato,
eppure posso concedermi
ad una lieve, piccola goccia di rugiada.
Diventerò una semplice scintilla di luce,
ti riempirò, così la tua piccola vita
sarà una sfera sorridente».

È una bellissima poesia di Rabindranath Tagore da Il paniere di frutta (1915) citata ne L’ascolto delle acque, uno dei capitoli di Il sole che nessuno vede-meditare in natura e ricostruire il mondo- un libro in cammino come l’uomo, il poeta, lo scrittore che lo ha firmato, Tiziano Fratus. In cammino come l’acqua che è in movimento perpetuo, si trasforma e si lascia plasmare da luce, terra, vento. L’ascolto delle acque è già un mantra, noi stessi siamo acqua, in ascolto profondo del mondo ascoltiamo anche noi stessi, cerchiamo di mettere ordine in un “disordine” da crescita selvatica che ha occupato la nostra esistenza in inconsapevole muta, in incessante propagazione radicale e apicale. «Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente. Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente. Sono goccia nella corrente, da ogni pensiero nasce un torrente.» È uno dei mantra che costellano il paesaggio narrativo di questo percorso scaturito dalle meditazioni in natura che Tiziano affronta nel suo cammino interiore. In questo libro, che è solo una delle pagine del suo vasto poema arboreo-filosofico, ritrovo l’amore per i grandi alberi che lo accompagna fin dalla sua prima rinascita in California, l’amore per i boschi narrativi, poetici, filosofici che sono parte integrante della sua scrittura, del suo abitare continenti tra carta e  corteccia, la tessitura di un proprio percorso di vita solitario eppure accomunante di cui ne è fulcro e testimonianza la scrittura.

« Al termine della meditazione, quando la fonte ha scavato, sento le mani umide. Apro. Capisco che mi ha piovuto dentro. Mi alzo e inizio a camminare: non ho più nome, non ho più cognome, sono nessuno, sono uno spirito che cammina.[…] Meditare nel cuore della natura è ridiventare elementi semplici, privi di pensiero» scrive Tiziano.

Meditare non per attuare il distacco dalle cose del mondo, meditare per essere nel mondo, tacitare il pensiero, pacificare la propria esistenza almeno per un momento, diventare semplici uomini tra gli uomini. Che l’acqua si raccolga dalle cime dei monti nelle sponde calme di un lago e che specchi in ritrovata unità ciò che è visibile e ciò che non lo è. Tiziano si lascia percorrere dal paesaggio, s’interroga, si siede, raccoglie il pensiero che tende a sfuggire di mano come quell’acqua sorgiva. Tra i faggi funamboli del bosco del Palanfrè recita la propria preghiera, una bellissima preghiera: «Salute a te o Gran Bosco che mi stai per ospitare nei tuoi frondai.[…] Abbi compassione di me […] accoglimi con la tua grazia, e porgi ai tuoi abitanti la mia richiesta di cittadinanza. Fammi abitare per porzioni dei tuoi anelli la tua stessa pace, la tua anima è chiesa e tempio[…]»

È ancora qui Tiziano a «…tentare di mettere tutto in comunione. Ciò che era mio sarà vostro. Qui nelle mie mani come nelle vostre[i] Il proprio cammino di uomo radice, spirituale e non, le letture, i libri, gli incontri, i silenzi, la propria solitudine, la tristezza, la malinconia di esistere. Il vuoto. Il silenzio. La profondità.


Recensione pubblicata in Diwali – Rivista Contaminata (pag. 82)

Il sole che nessuno vede è un libro per chi desidera « Entrare nella foresta senza muovere un filo d’erba; Entrare nell’acqua senza incresparne la superficie »[ii]; è un libro che va letto ma anche meditato nelle sue innumerevoli suggestioni: alla ricerca del silenzio, quello profondo, che non è assenza di rumore ma ascolto in armonia con ciò che esiste e lentamente si manifesta, sia che venga speculato dall’uomo oppure no. La natura traccia il proprio corso, semplicemente esiste che venga nominata, indagata, catalogata o che venga ignorata, è mossa da quell’armonia nascosta, di cui parlava Eraclito, superiore all’armonia manifesta. Concetto espresso anche nello Zenrin Kushu (raccolta Zen del XV sec.) in questi splendidi versi: «Il vecchio pino stormisce la divina saggezza. L’uccello nascosto nel bosco canta l’eterna armonia.»

Non è il verbo, come per gli aborigeni nelle Vie dei Canti di Bruce Chatwin, che fa esistere il paesaggio e la natura, che lo rende reale; è la natura stessa che si rigenera -e noi come lei- a un sole visibile ma anche a un sole invisibile che alimenta la vita e il suo scorrere. «Al di fuori del mondo umano, l’ordine della natura va avanti senza consultare libri» scrive il filosofo Alan Watts e -continua Tiziano Fratus- «La natura emerge come un libro di regole e principi, ma lo è anche prima che si inizi a distinguere, a nominare». Eppure colui che scrive e canta la natura, gli alberi e il paesaggio traccia delle linee immaginarie, invisibili, ognuno traccia la propria o più d’una, un unico vasto poema, scrive l’autore,  su cui possiamo anche noi camminare: « Il canto che dà il nome alla terra cantata continua a esistere ». [iii]

(Valentina Meloni, 28/11/2016)


[i] Tiziano Fratus- “Un altro mondo” da Gli scorpioni delle langhe; La Vita Felice

[ii] dal Zenrin Kushu

[iii] di Martin. Heidegger, in Perché i poeti, citato da B. Chatwin nell’opera Le Vie dei Canti, Adelphi,pag.371

Il fiore della luna-Leggenda di Rosaspina

Collana Maloca La Linea dell’Equatore
In Copertina “Rosa” di Santo Previtera, olio su tela

Perché questo libro?

Perché esiste una contingenza che è la scrittura stessa e valica ogni confine. Dunque la rivisitazione di una fiaba, di un mito, la proiezione di un amore oltretempo, la verità taciuta, l’innocenza che incontra l’eros altissimo come ordine non manifesto ma suggerito. La parola che sfiora, l’apparenza di semplicità, il rigore di un’armonia nascosta, sottile, incantatoria. Una visione e una tensione che si sono intrecciate alle parole notturne. C’è questo mio essere ribelle alle convenzioni e c’è questo rigore ricercato nella classicità di immagini e simboli. C’è una poesia nella poesia, la storia di un amore che è centro: rosa mistica e carnosa, un viso di donna e un apparire d’uomo. Non contano più i nomi, le identità, conta la voce, conta l’essere, il ritrovarsi a specchio in quel sentiero, solo questo conta e la Luna che lascia la sua scia di latte luminoso per dire “Sole che mi sei dentro”. 

“La Rosa e il suo linguaggio simbolico hanno perenne validità. Essi non si fondano sulla storia e sulle apparenze come sulla vanità, non necessitano di falsi orpelli, ma provengono dalla Tradizione Sacra, metastorica e metafisica, alla quale hanno attinto tutti i popoli: così per la letteratura cortese e cavalleresca dell’Islam dei Sufi, del Medio Evo cristiano e dei Tantra indù.”
Giuseppe Vinci

La foresta dei violini

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Fotografia di Federico Modica

suonavi il tuo violino
come ti avevo chiesto
– desiderio di bimba
esaudito per gioco …
tu non lo sai amore
ma avrei voluto dirti
della neve che cade
sui grandi abeti rossi

là nella Val di Fiemme
dove passeggia ancora
____malinconicamente
il fantasma infelice
del vecchio Stradivari,
di quei monti selvaggi
che furono vulcani
_____chissà in quali ere

forse non ti eri accorto
di come si sciogliesse
la neve del mio inverno
_____a tutte le tue note
di come si fermasse
in quella stanza il tempo.
__e ora scivola candida
ci copre lentamente:

è un bianco che cancella
il mio e il tuo sorriso…
come un sudario scende
______sulle valli straziate
dal vento dell’oblìo
sulle corde toccate
__________dalla felicità.
no, non ci aspettavamo

che fosse così bello
e adesso fa più male
adesso che desidero
anch’io dimenticare
____tutti i violini muti
della nostra foresta
senza più suoni senza
più canti tra i tronchi

abbattuti dal vento,
_____tra nuvole cariche
d’un pianto trattenuto
di petali di neve
che ancora scende, bianca
____su tutte le parole
che non sappiamo dire
che non diciamo più.

28/11/2018 [inedito]

nanita

Le otto montagne di Paolo Cognetti

 

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Ho incontrato il nome di Paolo Cognetti, per la prima volta, con Il ragazzo selvatico: quella copertina mi invitava e, alle stesso tempo, mi respingeva. Un lettore deve fare sempre i conti con il proprio tempo e con le proprie tasche. Così lo lasciai lì, sullo scaffale.

Sono passati un po’ d’anni da quel giorno ed ecco che lo ritrovo vincitore del Premio Strega. Vorrei leggerlo, come avrei voluto leggerlo anni fa, anche se ho una pila di libri sul comodino, alta come una montagna e, ascoltando i pareri di chi non vuole leggerlo, per partito preso, per antipatia, o forse perché non è interessato, me ne convinco. È, di nuovo, la curiosità che mi porta ad aprire la prima pagina come se fosse la porta di un fresco rifugio di montagna.

Certamente il richiamo del mio sangue, per metà marino, per metà montanaro, non ha resistito alla parola montagne e assieme al libro ho provato a leggere un po’ del mio passato, di una memoria collettiva e immaginaria di cui faccio parte anche io.

Ho aperto quella porta. La porta della baita di Pietro, detto “Berio” in dialetto valligiano, soprannome dato dall’amico Bruno. Berio è il protagonista, anzi no, la vera protagonista è la montagna. Così sono andata a vedere quel rudere sul Grenon che Pietro ha ereditato da suo padre e l’immaginario che contenie, fatto di  una storia tra un ragazzino di città, scontroso e solitario, e un ragazzo di montagna costretto a crescere in fretta, in un piccolo paesino ai piedi del Monte Rosa. Una storia ambientata in quei paesaggi montani che ho vissuto anche io, ma solo nella dimensione vacanziera, e per brevi periodi,  non come Bruno che a quei luoghi ha lasciato la sua di eredità, quella esistenziale.

«Del tetto crollato non c’era piú alcuna traccia. Ma dentro al rudere, in mezzo alla neve, aveva fatto in tempo a crescere un piccolo pino cembro, che si era aperto la strada tra le macerie e ormai raggiungeva l’altezza dei muri. Eccola lí, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino.»

Mi sono trovata di fronte a una scrittura semplice, pulita e bella come difficilmente capita di leggere, una trama dall’impianto classico e non troppo originale che mi ha, però, coinvolta fino alla fine e mi ha lasciato qualche riflessione profonda e un po’ di nostalgia.

È proprio questa nostalgia che ho avvertito il filo che lega un capitolo all’altro, un personaggio all’altro, un paesaggio all’altro, in un gioco di continuità che non ti fa smarrire nella trama. Mi sono sentita parte della cordata che legava Bruno, Pietro e suo padre alla scoperta di quel ghiacciaio che contiene la memoria dell’acqua del passato e fa sì che non si sciolga, se non quando è arrivato il suo momento.

«In quel momento eravamo tutt’e tre sul ghiacciaio, insieme, come non sarebbe più accaduto, con una corda che ci legava uno all’altro, che noi lo volessimo o no.»

La nostalgia per la montagna e per l’infanzia, la nostalgia per la purezza che una cima lontana ispira e la nostalgia per gli ideali, per ciò che vorremmo essere e ancora non abbiamo conquistato.

Mi ha colpito la pacata riflessione di una scrittura che scaturisce dall’animo di chi la montagna la vive profondamente con le sue bellezze e le sue contraddizioni.

La più felice intuizione, che ricorre in tutto il romanzo, è senz’altro quella della madre di Pietro che attribuisce a ogni persona la propria altitudine. Pietro/Berio, un’anima divisa tra città e paesaggi montani, riflette su come, ognuno di noi, abbia una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. Mi ritrovo a pensare a quale sia la mia e non ho dubbi: è senz’altro il bosco di abeti e larici dei 1500 metri, come per la madre di Pietro. Anche se ho sempre nutrito un fascino per la prateria alpina, le malghe, i torrenti e le torbiere. Ma l’ombrosità del mio carattere mi fa sempre tornare agli alberi e al bosco, quindi, credo che quello sia il mio paesaggio personale.

Alle vette non sono abituata, anche io, come il Pietro bambino, ho mal di montagna, e dover conquistare ogni volta una nuova cima, non mi rende più felice o appagata. L’acqua del ghiacciaio, che congela in inverno i ricordi e poi li restituisce in forma di sorgente, quella che rende felice Giovanni Guasti, il padre di Pietro, a me fa stare male.

«Il ghiacciaio, disse a me e Bruno sul sentiero, è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi. Sopra una certa altezza ne trattiene il ricordo, e se vogliamo sapere di un inverno lontano è lassù che dobbiamo andare.»

Forse allora anche le persone sono come gli alberi e quel piccolo cirmolo nato in mezzo al rudere, l’arula, è come un piccolo altare di una chiesa antica, la manifestazione sacra del genius loci che sa mettere ogni cosa al proprio posto. Il pino cembro nasce soltanto al di sopra dei 1200 metri, come Bruno non può scendere a valle a vivere perché sarebbe fuori posto, così il cirmolo non sopravvive al di sotto di questa quota. Pietro lo trapianta non lontano dalla baita, in cima a una roccia che dà sul lago, si chiede se così trapiantato ce la farà a sopravvivere…

Pietro, una volta cresciuto, deciderà di non voler più seguire il padre; è il ragazzo che si trova a dover fare i conti con ciò che vuole essere e con ciò che gli altri vorrebbero che lui sia, è il ragazzo che parte e fa nuove esperienze, è l’uomo che parla la lingua immaginaria dell’arte e della visione, in contrapposizione al dialetto che gli insegna Bruno, l’amico che resta, l’amico che resiste, finché può, finché la montagna non se lo riprende. Perché il dialetto è la lingua concreta delle cose: il larice è la brenga, l’abete rosso la pezza e il pino cembro, quel piccolo pino nato in mezzo alla casa, l’arula. Berio vuol dire sasso, e il sasso è senza dubbio la parte più antica della montagna. Bruno stringe così, con questo soprannome, un’amicizia concreta, un legame che si forma in quei paesaggi di montagna che non si possono dimenticare. Vuole tramandare in Pietro quel luogo di memorie, vuole che Pietro diventi parte del suo paesaggio e quindi della sua vita.

Bruno è un personaggio commovente che mi ricorda la gente semplice di montagna che ho conosciuto nella mia infanzia e che mi procura una nostalgia feroce, come quella di un migrante che ha dovuto abbandonare la propria casa. Eppure, nella sua semplicità, è un personaggio complesso in cui si distinguono pulsioni estreme lasciate in attesa, semi che non possono germogliare in una sola vita, ma soltanto nella sua continuazione. Bruno, lo immagino proprio come un orso, un eremita del nostro tempo, un personaggio invisibile, così lontano dalle personalità narcisiste che viviamo quotidianamente. Mi è simpatico da subito, mi sembra quasi di volergli bene perché Bruno rappresenta quel pugno di persone che resistono nel preservare la bellezza dei luoghi incontaminati e la consapevolezza che un vivere diverso è possibile, anche se non ci siamo più abituati. Bruno è colui che sta lì a ricordare a Pietro e a noi lettori che «La natura non è un posto da visitare. È casa nostra», volendo citare le parole di Gary Snyder.

E persino il suo fallimento nel voler gestire la propria impresa, il suo ideale che non ha voluto barattare al facile guadagno da muratore, è un insegnamento che Paolo Cognetti non ha messo lì per caso. Per essere fedeli a se stessi, infatti, bisogna saper sostenere la sconfitta e la solitudine: due grandi lezioni che ogni persona che vive e ama la montagna impara.

In questa contrapposizione tra i due protagonisti sta la chiave di lettura del romanzo di formazione che ha vinto il Premio Strega, nel diverso modo di affrontare la vita che è incluso nel titolo Le otto montagne. E il vero significato di questo titolo lo scopriamo nella terza parte del romanzo quando Pietro che, dopo la morte del padre, è partito incontro a nuove montagne, le più belle e lontane del mondo, incontra un vecchio nepalese che porta un carico di galline su per la valle dell’Everest: è lui a raccontargli delle otto montagne. I due scambiano qualche frase in nepali, il vecchio gli chiede come mai s’interessi tanto all’Himalaya e, sentendo la risposta di Pietro, esclama: «Ah. Ho capito. Stai facendo il giro delle otto montagne.» Poi, tracciando una ruota a terra con un bastone, si mette a raccontare: «Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi.»

Nel dirlo traccia, fuori dalla ruota, una piccola punta per ogni raggio, e poi una piccola onda tra una punta e l’altra. Otto montagne e otto mari. Infine disegna una corona intorno al centro della ruota, la cima innevata del Sumeru. Si ferma e poi punta il bastoncino al centro, concludendo: «– E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?» Il portatore di galline guarda Pietro e sorride poi cancella il disegno con la mano… ma Pietro capisce che non lo dimenticherà.

Ed è qui che io, invece, comprendo perché ho voluto aprire la porta di quella baita. Conosco i miei limiti. Non ho mai avuto abbastanza fiato per salire sulla cima innevata del Sumero.

Leggendo questo romanzo ho capito anche perché molti non desiderino leggere Le otto montagne di Paolo Cognetti. Lo descrive, suo malgrado, Pietro, con una metafora, in un passo in cui racconta che il padre, rimasto solo ad affrontare le cime, inizia a far parte della schiera dei solitari che si aggira nei rifugi in cerca di compagni per la scalata, sapendo che nessuno è mai contento di legare un estraneo alla propria corda.

Per salire in cima ci si deve affidare, ritrovare nel proprio sangue un po’ di quella montagna, sapere che la tua sorte, la tua sopravvivenza è legata a quella degli altri e viceversa. Anche per leggere un libro, fino alla fine, bisogna affidarsi, all’autore, al suo linguaggio e al suo paesaggio immaginario,  vivere per un piccolo tratto di strada legati stretti alla sua corda.

Così sono tornata a leggere il suo blog e ho trovato, nel racconto che fa della stesura di questo libro, datato 8 novembre 2016, una frase che vi voglio riportare: «…Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l’inventore.»

Un libro, come la montagna, insegna a perderti, a tracciare o a seguire un nuovo sentiero. È racchiuso qui il patto di finzione con Paolo Cognetti: avere il coraggio di perdersi per ritrovarsi, di seguire il lungo viaggio delle otto montagne per poter rispondere alla domanda del vecchio portatore che, raccontando di mari e di montagne, disegna una ruota in terra con un bastone.

«Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna, il male da cui per anni l’avevo visto afflitto senza capire.»

E in questo è ben riuscito Otto montagne, io sono riuscita a leggerlo dall’inizio alla fine e sono una lettrice di romanzi che si annoia molto facilmente; è uno di quei libri che sembrerebbe poter accontentare tutti. Leggendo a distanza di un anno (si sa io sono lentissima e non posso cambiare a quarant’anni passati) queste mie riflessioni che avevo messo giù in bozza per una rivista (altra cosa andata a monte per motivi che ancora non conosco) mi si è affacciato alla mente un pensiero ricorrente insorto durante la lettura  di autori contemporanei anche piuttosto famosi o che hanno pubblicato per grandi editori e vinto premi. Ho pensato che questo è il tempo dei libri politicamente corretti, scritti bene, che presentano una trama che si può seguire con facilità, senza sforzi eccessivi da parte del lettore e che, magari, qui e là proiettano qualche riflessione brillante… Però io sono ancora dell’avviso (oggi più che mai) che a noi servano libri che scuotono, che aprono ferite. Sì io sono ancora convinta, come sosteneva Emil Cioran, che un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle, deve essere un pericolo. E l’unico pericolo che io ho avvertito leggendo per la prima volta Paolo Cognetti è che mi stessi uniformando a questo pensiero del politicamente corretto che striscia in maniera invasiva nell’ambiente culturale. Ho voluto anche io fare una lettura che fosse in sintonia col momento che viviamo, in un certo senso ho tradito me stessa perché ho lasciato sullo scaffale, nelle biblioteche, sul comodino chissà quanti libri che mi stanno chiamando per infliggermi quelle ferite di cui avrei bisogno.

Paolo Cognetti, «Le otto montagne», Einaudi, pp. 180, € 18,50


 

Castiglione del Lago, Giugno 2017-Novembre 2018, Valentina Meloni

Alambic

copertina completa ritagliata.jpg

per acquistare il libro invia* a paypalme: paypal.me/ValentinaMeloni 

In uscita per Progetto Cultura la mia ultima pubblicazione di poesia Alambic che raccoglie quattro sillogi (Naturalia, Piccoli canti pagani, Il canto del bosco, Alambic) in un’auto-antologia di poesia haikai e lineare (270 pagine), raccolta che copre dieci anni di scrittura dal 2006 al 2016. 

Qui potete leggere alcune delle poesie tratte dal libro pubblicate in riviste

Troverete Alambic allo stand A64 di Progetto Cultura all’evento Più libri più liberi Fiera Nazionale della piccola e media editoria che si terrà a Roma – presso La Nuvola Roma Convention Center, Viale Asia (EUR) – da mercoledì 5 a domenica 9 dicembre, con orario 10-20.


La Nuvola Roma Convention Center

un giorno diventerò un albero

un giorno, quando i miei capelli avranno smesso di crescere,
vorrei essere un salice, frusciare al sole primavere di foglia
pettinarmi con il vento e spettinarmi con il temporale.

un giorno quando il mio cuore non sarà più così rosso
forse avrà smesso anche di farmi male. allora vorrò
diventare un tiglio: lasciare i suoi mille cuori verdi al cielo
palpitare, come lui essere albero-soglia, sollevare il velo.

un giorno quando le mie gambe saranno ferme in orizzontale
io mi leverò dritta su punte di radice, e forse sarò più felice
quando tra le mie braccia-rami bruciando cadrà una stella.
allora farò di ogni ruga corteccia, solchi e carie scriveranno,
silenziosi, il mio dolore. un giorno quando sarò albero, forse.

quel giorno se non avrò più lacrime per piangere
stillerò gemme ambrate di cipresso e quando non vedrai più
le mie mani muoversi in nessuno dei miei gesti,
me le farò prestare dal castagno d’india: in antichi mudra,
composte, le mie nuove cinque verdi dita, dentro una carezza.

non conterò più i giorni della specie umana
il mio sarà un vivere di anelli e sospensioni
e il tempo circolare, della natura e delle stagioni,
in un respiro mi riporterà alla mia vecchia casa.

avrò occhi di faggeta selvatica e lunghe ciglia di tillandsia
la mia bocca silenziosa in calici di mandorlo e di magnolia,
esplodendo nella fioritura, farà tacere tutte le parole.
avrò seni neri scolpiti in legno d’ebano e fianchi misteriosi,
di betulla. il mio sesso sarà un frutto acerbo, forse avrà il sapore
aspro di una pesca e i semi, i temerari, avranno ali e polpa,
nel loro viaggio ancora mi porteranno altrove.

lascerò fuori gli inverni e mi coprirò della loro neve;
anche il mio grembo ferito avrà i suoi piccoli nidi,
oscuri e inattesi, nel tronco cavo di un olivo centenario.
un giorno quando sarò diventata albero smetterò
di essere carne e sangue, il mio nuovo vivere avrà
il sapore verde della linfa, la morbidezza antica
di un tronco di sequoia. e resisterà al fuoco dei giorni,
alla cenere degli anni, ai proiettili e ai colpi dei malanni.

come sorella forse avrò un’ amadriade, formiche e uccelli
per parenti e amici. e come madre, ancora, la foresta.
un giorno vi parlerò con parole nuove, con la saggezza
di chi sta fermo e non può più camminare, ma non ditelo
alla volpe, al picchio, allo scoiattolo o si spaventeranno,
nel mio tronco non faranno tane, non li potrò più accarezzare.

quel giorno non potrete più dire che sarò morta, dite piuttosto
che, come l’albero la foglia, avrò cambiato d’abito il mio colore.

(Poesia dedicata al progetto Diventare alberi contenuta nel libro)

  • *avendo cura di specificare il titolo Alambic e tipo di spedizione (aggiungere al costo del libro di 15 euro 1,28 per piego libri oppure 5,00 euro per piego raccomandato) e il proprio indirizzo completo.