Fiori estinti

Ero sbronzo del sangue di mia madre

“Con la fune che pende dagli astri/si impiccano i bimbi e i poeti.” (M.T)

È dal bosco di latte che si leva la genesi parallela di parola che nasce da altra parola e che nutre i tuoi fiori estinti, Mattia, quando scrivi:

accrebbi

il verme gemello nel bosco

che era mia madre

È  da lì che si leva il canto dell’allodola che ti muore in gola, da quell’oscurità che fu madre di ogni verso nato da altri mondi, dove nerissimi/ gigli affliggono e azzannano. Ed è la stessa oscuritàche ha benedetto la parola che lega voce a voce e a te lega Dylan Thomas, più volte direttamente e ancor più indirettamente citato nella tua raccolta.

[…] Ma oscurità soltanto

Porge benedizione

al selvaggio

bimbo. (D.T.)

Ed ogni verso qui è una dichiarazione di poetica in cui tenti di nutrire quel bimbo appeso a un seno di verde latte, masticando i versi che ti hanno generato.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

Un venire al mondo che è la stessa genesi del fiore in cui già la morte è contenuta in seme. E si squarcia il buio quando una stella segreta cade nel becco delle gazze, che il volo è già precipizio e il fiore stremato si piega alla parola che sospinge pane, fuoco e profezia nella legge dell’allodola impiccata, dove tutto è capovolto e la bellezza viene meno alla corolla, scava da sotto il bosco come un verme che teme la luce ma ne sugge la segreta linfa. È  la stessa forza che sospinge il fiore che fa dire a D. Thomas:

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore

È  quella che sospinge la mia verde età;

Quella che spacca le radici agli alberi

È  la mia distruttrice

E io non ho parole per dire alla rosa incurvata

Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre

invernale. (D.T.)

Mancano le parole a chi come te conosce l’astuzia segreta che cova il verso, a chi come te non teme, giovanissimo, scavare il ventre di Omero. Ma non si può arretrare alla nascita, non si può fermare il fiore e allora così sia, inizi pure la tua epifania, l’antica liturgia della parola che accosta lo sterco e l’ostia, il putrido e il lucente, il nome e la sciagura, ora siano le vie del canto aperte.

Ora le vie del canto sono aperte:

vengano i fiori e tutte le creature

a sputare sui miei versi; accorrano

alla soglia innominabile che al buio

dal buio accede e sta sventrando.

Ed è il segno che si fa seme, nel bosco segreto/ dove accade ogni cosa, […]/Là dove tutto il dolore del mondo è ammainato, scrivi in un bellissimoverso che indirettamente si muove sulla medesima liturgia di Iosif Brodskij che dice alla farfalla: Non affliggerti, se/la tua vita, il tuo peso/son privi di parola:/è un fardello anche il suono. E questo peso in te si sente e si avverte il sacro che affiora a partire dal grafema: Così nel verso è la preghiera,/e nelle mani giunte l’avvenire. Per questo riconosco nel tuo dire una liturgia della parola dove sopravvive un verso biblico e il metro usato per innalzare il canto si confonde con la profezia.

Ecco, arriva quest’uccello

che nella voce ha il fuoco d’ogni terra

promessa, che crolla

al segno fatto soglia e sangue.

Nel tuo sangue sta il vento che profana

e poi rovescia: a quale eco

tornerai nel nome? in quale

veglia sbranerò la luna?

Offrimi dell’acqua e sia nell’acqua

questa parola che fummo. Traccia

e poi colloca la sorte

di tutti i fiori mai donati.

La tua è terra di nessuno, scrivi qui è altrove, e per te io so essere ogni terra sempre altrove, ogni approdo una partenza, perché sai che ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo. Pure se ti scaldi al focolare di un poeta, pure se ti nutri del corpo dei morti, non hai casa né la troverai se non nel verso che ti capovolge il mondo e ti apre la ferita che è la stessa che si fa disvelamento e casa: se il cielo perde sangue/c’è uno squarcio che ci accoglie.

E non sei pago dei tuoi versi, né dei versi dei poeti, e lo scavo è fatto di tormento, come un peccato in cerca di redenzione:

Il mio verbo è un’immensa bestemmia

di foglia, di foglia che cade

per la voce degli angeli verdi

Il tuo metro di misura è arrivare alla fine del mondo e lo percorri e non ti sazia, per questo tenti la mitopoiesi dei tuoi stessi versi e costruisci a partire dal mito disvelato delle grandi voci un universo nuovo e parallelo.

Si ammala la parola, le mie

vertebre si curvano in silenzio.

Non piove che acqua sporca,

e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

Se la stanza è bianca, se la vacuità ti afferra la gola e ti ammala la parola, pure ti ferisce l’occhio il verso che non proviene dal bosco segreto dove regna la mano che stringe la mano, e l’uomo con l’uomo. E qui ci abbagli con il verso sfrontato del bambino che non teme il fallo dello scettro e la bestemmia:

Babele sventra il cielo, ma alle lingue

opponiamo le linguacce, un girotondo.

Ed è il tuo un nascere dal vuoto, una caduta angelica a cui non ci si può sottrarre, con voce rotta, stretta dall’urgenza di mostrare l’acuto del vagito, del venuto al mondo attraverso il segno della lingua che strozza il respiro nel silenzio e si chiude poi al suono e lo sigilla come la chiocciola con l’epifragma:

Ma lo conosci il segno

degli angeli? Quello che confonde

l’acqua con le rose, il pane

e un antico verbo senza suono.

Da molliche e da crepacci risorgiamo

a una veglia furibonda:

è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.

Questa tua raccolta è una dichiarazione di poetica e, allo stesso tempo, una dichiarazione d’amore e odio per la poesia che come una madre non si può non cercare ma che si tenta di allontanare per strapparsi di dosso il gusto del latte a cui si abbevera la vita, per prendere le distanze dalla parola usurata che non ci dà più nutrimento.

Mi troverai al di là della luce,

nell’orma bianca del passo

tracciato dal canto, dove tutto

il dolore del mondo è ammainato.

Sarò il verbo custode

di ogni avvenire, la fiamma

che purifica il fiore:

vivremo nel bosco segreto

dove accade ogni cosa, dove

regna la mano che stringe

la mano, e l’uomo con l’uomo.

Già tramo l’incanto dell’iride

e conosco il mistero dei mondi.

Ho visto la prima parola

e il primo bacio svelarsi:

saremo la grazia e la lira,

il passero che addomestica il cielo.

Saremo la rovina dell’angelo

caduto da un cielo ostinato.

Per tutto questo e per la fiducia che mi tenne aggrappata a questa tua poesia che mi inviasti mesi fa, come una fune che m’impicca al cielo, io scrivo a caldo poche righe e ne porto il fuoco mescolato con il tuo e nutro la speranza del nascituro che ha già ucciso la madre e che le fa dire da una terra in estinzione: tu sei il bambino squarciato, nasci ora e, ancor prima, già hai parlato con i morti.

Valentina Meloni

30/05/2019

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Vieni notte gentile

vieni notte gentile,
vieni e rendimi il sonno
che mi è stato tolto
nell’attesa del giorno…
risvegliarsi a un suo bacio
delicato appena s’è
levato in alto il sole
e con le sue parole
stare tra veglia e sonno
come in incantamento
di un centro luminoso
che non ho conosciuto
se non in lontananza
nella mia silenziosa
stanza e in solitudine
rubando tutte tutte
le mie ore e le mie
inutili parole
ha fatto del crepuscolo
attimo senza fine
e senza più ritorno…

[nanita]

Poesia sotto i gelsi 2019

scarica il programma completo in pdf

Si inaugura Domenica 18 maggio la rassegna culturale Poesia sotto i gelsi che ha luogo in provincia di Treviso nella casa sul Piave di Goffredo Parise. La “casetta delle fate” a Salgareda, dove visse gli ultimi anni della sua vita lo scrittore veneto e in cui scrisse “I Sillabari” è stata risistemata dopo l’alluvione che ha colpito il Trevigiano a novembre dello scorso anno.

Sabato 8 Giugno sarò nella casetta rosa assieme a Giorgio Bolla ospite dei proprietari Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon e i poeti della rassegna per parlare di Corrispondenze da un mondo increato e leggere alcuni testi ispiratori di Pierluigi Cappello da cui sono scaturite le lettere e le poesie confluite nel libro pubblicato nel 2018 da La Vita Felice. Riporto il programma completo degli eventi ad ingresso libero e gratuito e l’articolo del Gazzettino in cui si parla dell’attesa riapertura della casa museo e del programma di quest’anno.

Il SENRYŪ Italiano contemporaneo- Le Lumachine n.33

Pubblicato in Memorie di una Geisha Multiblog di Eufemia Griffo il nuovo numero di Lumachine di Stefano D’Andrea dedicato al Senryu italiano a pag. 52-53 i miei senryu:

nella mia tazza
due gocce di pioggia —
bevo le nuvole
[pubblicato in Failed Haiku 16, aprile 2017]


un pesce rosso —
non si può nascondere
la timidezza!
[pubblicato in Failed Haiku 16, aprile 2017]


insegue il sogno
la canzone del vento —
tlin tin tlin tin tlin
[pubblicato in Failed Haiku 18, giugno 2017]


stelle cadenti —
più lunga la parabola
d’un desiderio


vola nel sogno
la farfalla di Chuang Tzu —
nel sogno volo


l’ultimo sogno
s’impiglia tra i capelli —
l’alba è un bambino


i pesciolini
come certi pensieri
— senza una meta


le pratoline —
ridendo si rotolano
vecchie bambine


si aggrappa al muro
la rosa della nonna —
io alla vita

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Autori presenti nel numero:

Vincenzo Adamo, Corrado Aiello, Elisa Allo, Oliviero Amandola, Stefania Andreoni, Sandro Bajini, Mauro Battini, Sohana Elisa Bernardinis, Fabia Binci, Giusy Cantone, Lucia Cardillo, Benedetta Cardone, Fanny Casali Sanna, Betty Castagnoli, Luca Cenisi, Santino Cicala, Maria Concetta Conti, Angelica Costantini, Renzo Cremona, Guido Cupani, Maria Carmela Dettori, Rosa Maria Di Salvatore, Elia Di Tuccio, Anna Maria Domburg-Sancristoforo, Antonella Filippi, Paola Martino, Resi Fontana, Donatella Fusetti, Angela Giordano, Eufemia Griffo, Lucia Griffo, Elisa Guidolin, Ezio Infantino, Angiola Inglese, Adriana Libretti, Antonietta Losito, Oscar Luparia, Lorenzo Marinucci, Diego Zeno Martina, Valentina Meloni, Francesco Palladino, Fabrizio Pecchioli, Margherita Petriccione, Maurizio Petruccioli, Guido Piacentini, Andreina Pilia, Marco Pilotto, Ermes Pradel, Antonio Sacco, Dolores Santoro, Paolo Savatteri, Valeria Simonova-Cecon, Maria Teresa Sisti, Maria Laura Valente, Lucia Viola.

I suoni sono cosa viva

E’ stato pubblicato da LaRecherche.it l’e-book con gli interventi che sono stati letti al Macro di Roma il 14 aprile alla presentazione nazionale della mappa mondiale delle voci poetiche.

Riflessioni sulla voce, Poetry Sound Library AA. VV., eBook n. 233
con il mio intervento “I suoni sono cosa viva” tratto dall’articolo pubblicato nel blog il 20 gennaio 2019 “I can press volcanoes with my fingertip…”

leggi
Riflessioni sulla voce

“I can press volcanoes with my fingertip…”

Se pensiamo a una mappa ci vengono in mente terre sconosciute, oceani sconfinati e avventure. Se pensiamo a una mappa immaginiamo viaggi, percorsi, esplorazioni. Se usiamo una mappa calcoliamo latitudini e longitudini, distanze, altezze e profondità. Se visualizziamo una mappa abbiamo in mente luoghi e paesaggi, forse persone… non suoni.

I suoni sono parte della parola primordiale, la prima comunicazione intenzionale che racchiude gesti, mimica, tono, emozione e intensità. E la voce è una caratteristica personale identitaria e inconfondibile che imprime una chiave di comunicazione al testo letto, specialmente se il testo o la poesia in questione sono del medesimo autore.

Tra le altre funzioni della mappa vocale della poesia esiste una bellezza di sottofondo che dovrebbe essere percepita da tutti come un valore: la mappa è mossa da un motore di aggregazione… Intorno a un’idea di un singolo si sono unite persone da ogni parte del mondo che stanno collaborando per un progetto comune che riguarda la Poesia. Ma la funzione di cui parlo è la più importante ed è quella di azzerare le distanze, pure se abbiamo detto che, di solito, usiamo una mappa per calcolarle o evidenziarle. Ma se non pensiamo più soltanto in termini geografici, se ragioniamo in termini di umanità ecco che le distanze si assottigliano. E non sono la sola a pensarlo, a suo tempo lo disse con la maestria di sempre una voce tra le più importanti della letteratura slava e della Poesia mondiale: Wislawa Szymborska, nell’ultima poesia a cui stava lavorando poco prima della morte avvenuta nel 2012, all’età di 88 anni intitolata proprio “Mappa” (Wisława Szymborska, Basta così, Trad. di Silvano De Fanti, Piccola Biblioteca Adelphi , 2012)

Qui tutto è piccolo, vicino, alla portata.

Con la punta dell’unghia posso schiacciare i vulcani,

accarezzare i poli senza guanti grossi,

posso con un’occhiata

abbracciare ogni deserto

insieme al fiume che sta lì accanto.

Scrive così la Szymborska e noi oggi possiamo aggiungere che, con la punta di un dito, possiamo ascoltare la voce dei poeti, possiamo immergerci nella Poesia di tutto il mondo, essere nella stessa stanza con Allen Ginsberg, Boris Pasternak, Czeslaw Milosz, Giuseppe Ungaretti, Anna Akhmatova e persino con la Wisława stessa.

Entrando nella mappa ci troviamo in un luogo in cui convivono poeti di molte nazionalità, viventi e non viventi; da casa nostra e, con i dispositivi mobili da ogni luogo in cui vi sia una connessione, possiamo ascoltare le voci di poeti molto distanti da noi nello spazio e nel tempo. Non soltanto: lo spazio tra i poeti e le persone è abolito. I fruitori della mappa percepiscono la poesia in modo diverso, più tangibile, più umano, più alla loro portata. Non c’è l’ingombro della presenza fisica, la poesia è voce e parla con la voce del poeta non più soltanto con la sua biografia o con l’importanza di premi ed etichette, o con la distanza rarefatta della carta. C’è l’emozione e il calore di una voce con tutte le sue sfumature e sovra-impressioni da decifrare, c’è testimonianza. Come si può non percepire tutto ciò come qualcosa di importante che appartiene a tutti? Sintonizziamoci allora sulle frequenze della poesia, pur con le dovute differenze, senza obblighi di frequentazione tra poeti e fazioni poetiche, tra circoli, gruppi e generi, sintonizziamoci su una mappa che ci consente di preservare la voce, tornare alla purezza del suono, togliere il fruscio della carta dalle parole, risvegliare i suoni primordiali del vento, restituire alla poesia la potenza della voce. Perché la voce è un patrimonio culturale da preservare. Attraverso la voce trasmettiamo emozioni e vibrazioni, elementi vitali per la Poesia e per ogni tipo di comunicazione.

A est e ovest, sopra e sotto

l’equatore, un assoluto

silenzio sparso come semi,

ma in ogni seme nero

la gente vive.

E in ogni seme della nostra mappa poetica vive anche la voce di un poeta, recuperata, fatta propria, testimoniata, e ascoltata. Una voce che può far emergere ed evidenziare quel piccolo mistero, quel segreto che secondo Giuseppe Ungaretti ogni vera poesia deve possedere…

E a proposito della poesia e del suo incomprensibile mistero ma non soltanto, non soltanto, perché tutto risuona di una musica lontana sia nel parlare che nello scrivere, Friedrich Nietzsche scrisse in Su verità e menzogna in senso extramorale: «Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate – insomma la musica che sta dietro alle parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro a questa passione: quindi tutto quanto non può essere scritto.» (Su verità e menzogna in senso extramorale)

E io trovo che sia meraviglioso, come ci fosse una sottile filigrana in ogni cosa enunciata e persino, a volte, nel silenzio. La Poetry Sound Library è testimonianza attiva del recupero dell’oralità nella Poesia e della funzione orale della Poesia con il suo potere incantatorio che genera meraviglia ed emozioni, perché tutto quanto genera emozioni è anche in grado di creare bellezza. Conclude la Szymborska con un suggerimento implicito, quello di azzerare i confini, un’utopia? Beh a cos’altro dovrebbe servire la poesia se non a generare utopie e il fermento che ne consegue?

I confini si intravedono appena,

quasi esitanti – esserci o non esserci?

Amo le mappe perché dicono bugie.

Perché sbarrano il passo a verità aggressive.

Perché con indulgenza e buon umore

sul tavolo mi dispongono un mondo

che non è di questo mondo.

Sapete, non è vero che oggi i confini sono sempre più sottili e che siamo liberi di esprimerci, non è vero, no, o non lo è per tutti, per questo la testimonianza della voce è importante. La voce della poesia può mettere in luce le singolarità dei popoli, preservarne le proprie unicità e, allo stesso tempo, racchiuderle in una buccia protettiva di convergenze e affinità, la buccia di un frutto antichissimo. Esserci o non esserci? Non è più soltanto il To be or not to be shakespeariano, è molto di più. Essere nel mondo o non esserci? Fare parte di un movimento o desiderare scomparire dai confini del mondo e da ogni mappa? Io ho scelto di esserci perché desidero vivere in un mondo che non sia di questo mondo e perché desidero testimoniare tutto quanto non può essere scritto, perché come scrive il poeta Ko Un: «Nessuna poesia può rimanere su una scrivania o su uno schermo di internet. Le poesie non esistono in antologie materiali. L’Universo, lo spazio, l’immensità del tempo sono il loro palcoscenico più consono. Il testo non è che una piccola parte della poesia e non rappresenta il tutto» (Ko Un, L’isola che canta, Lietocolle, 2009). E anche io come il Ko Un raccontato dal critico Song Min Yop vorrei che respirassimo le nostre poesie prima di metterle su carta, immaginando che esse scaturiscano da un incantevole respiro più che dalla nostra penna, proprio come una cosa viva.

La mappa

(Wislawa Szymborska)

Piatta come il tavolo

sul quale è posata.

Sotto – nulla si muove,

né cerca uno sbocco.

Sopra – il mio fiato umano

non crea vortici d’aria

e lascia tranquilla

la sua intera superficie.

Bassopiani e vallate sono sempre verdi,

altopiani e montagne sono gialli e marrone,

oceani e mari – di un azzurro amico

sui margini sdruciti.

Qui tutto è piccolo, vicino, alla portata.

Con la punta dell’unghia posso schiacciare i vulcani,

accarezzare i poli senza guanti grossi,

posso con un’occhiata

abbracciare ogni deserto

insieme al fiume che sta lì accanto.

Segnalano le selve alcuni alberelli

tra i quali è ben difficile smarrirsi.

A est e ovest, sopra e sotto

l’equatore, un assoluto

silenzio sparso come semi,

ma in ogni seme nero

la gente vive.

Forse comuni e improvvise rovine

sono assenti in questo quadro.

I confini si intravedono appena,

quasi esitanti – esserci o non esserci?

Amo le mappe perché dicono bugie.

Perché sbarrano il passo a verità aggressive.

Perché con indulgenza e buon umore

sul tavolo mi dispongono un mondo

che non è di questo mondo.

(Wisława Szymborska, Basta così, Trad. di Silvano De Fanti, Piccola Biblioteca Adelphi , 2012)

Violini all’alba

Magnolia-soulangeana-Alba-Superba-Saucer-Magnolia

nella casa rossa dalle pietre rosa
non c’era più un citofono a cui suonare
né una cassetta postale a cui imbucare
la strada d’ingresso fu chiusa per sempre
ma una musica sommessa continuava
a uscire dai fiori a ogni primavera
e la vita andava avanti silenziosa…
premurosi gli occhi di un cuore
— e tu mi dici che gli alberi non lo hanno —
eppure io lo sento e mi manca il fiato
d’improvviso saltano anche i miei battiti
se so che qualcosa va perduto o trema
per ingordigia o per sete di potere
se so che non vi saranno più altri occhi
a raccogliere i fiori d’una magnolia
tanto bella dopo così lungo tempo
che ho visto lacrime scendere dall’alto
ed erano gocce senza nome e senza
alcun padrone era un’acqua che sgorgava
dall’antica fonte ai bei calici rosa
che non sentono il peso del tempo nostro
e fioriscono, sì anche se non li guardi.

nanita

da “Creature d’acqua”

Cuore di giada

vive una pietra grezza
in questo specchio d’acqua:
è un cuore di giada,
voce verde sonora
di risate e di pianti.
era una donna e adesso
sta tornando bambina
con i sogni incrinati
tenuti stretti come
raro fiore d’aprile
ancora chiuso in boccio.
cresce dagli occhi grandi
neri: due gocce d’acqua
lacustre, scavate qui
nel fondo di una gemma.

nanita, inedito dalla raccolta “Creature d’acqua” 14/03/2019

Una piccolissima morte

Io un lunghissimo bacio / e lentissimo ti darei/ fino a sparire in te/ e tu in me/ finché si disfa il tempo/ si dissolve ogni cosa/ e si fa buono il silenzio/ che ora mi addolora.

Prendo i tuoi versi, Francesca, e ne faccio un respiro, quello sottratto alla piccolissima morte che ci coglie nel dolore delle frasi – taglienti – ferme in mezzo al petto o nel piacere del corpo tutto penetrato dalla luce. Un respiro per tornare incolumi da quella sospensione di senso, da quella dissoluzione dell’io a cui aneliamo nell’atto erotico: l’acme di ogni felicità, l’oblio del pensiero e dei corpi, la perdita del controllo di sé, l’intesa intensissima dell’istante atteso da decenni, sempre uguale, sempre diverso, quando, come la bocca di dio spalanchiamo i corpi.

Ringrazio che mi venga incontro la poesia per dire l’indicibile, la tua, perché occorre, perché mi cura una ferita esistenziale, quella in cui mi rivedo nella corsa alle sedie tutte prese, mentre la musica continua a suonare e io, come te, come altre donne intrappolate in altre esistenze, scivolo, mi rialzo, mi siedo, cado.

Noi, le imperfette, quelle “ah sei separata? interessante”, quelle che “tanto mi posso divertire”, quelle “prendielascialaquandotipare” ma anche quelle che scrivono quasi fosse preghiera:

non ti farò mai del male e a te stella salivo/ salivo a te sogno a te angelo custode/ a te dio incarnato per me atea salivo/ col corpo spalancato

Noi che sappiamo – davvero – quanto eros si avvicini a thanatos, quanto sia vera e – necessaria –  la petite mort in «Madame Edwarda» di Georges Bataille, quella che annulla sia il bisogno, sia il desiderio, abolendo tutte le tensioni che patiamo in vita. Perché l’erotismo del corpo femminile, nel suo essere sede di contrari, in quanto emblema della trasgressione e del suo divieto – essendo anche il corpo della madre – provoca una frattura nei soggetti che permette loro di superare i propri limiti e, in quell’atto piccolissimo di annientamento, di infrangere se stessi.

Ma anche noi ci superiamo, superate da un tempo più veloce di noi, quello della perfezione, della famiglia felice che non è mai la nostra, quello del “femminile performante”, come lo definisci tu, e ci inventiamo un non tempo, un’isola felice, o quasi, una piccola morte che non è più solo quella dell’orgasmo che ci lascia più spaesate di prima nell’abbandono, ma tante piccolissime morti, nelle poesie, nelle preghiere, nelle speranze, nelle delusioni, nei ritorni inaspettati, in quella solita persistente sottile paura che cerchiamo di aggirare con piccoli sotterfugi ma che, in realtà, ci tiene in vita.

E allora come dire di quelle minuscole ferite che si aprono giornalmente al nostro desiderio di ritorno alla totale perdizione? Come esporle a un mondo che ci vuole belle, forti e sensuali, pronte ad assecondare un piacere che ci viene negato, quello che non sta più nell’attesa paziente ma nell’irruente desiderio subito realizzato? Un piacere non più idealizzato nello stare appesi alle esigenze di un altro che non è mai nostro se non in quegli istanti di spaesamento della dolce morte? Perché è solo questo il fine, le piccole morti quali l’estasi, la preghiera dei mistici, gli stati di abbandono, l’effusione erotica, il riso o la poesia, non sono che aperture tra individui in cui avviene il contatto tra ferite aperte: la sospensione di quella discontinuità che ci rende impossibile comunicare in maniera totalizzante e profonda.

Ecco allora che la paura e il godimento, la pienezza e la frammentazione, coincidono in questa tua piccolissima morte. Scrivi:

sul tuo petto respiro la forza/ la protezione il pericolo/ e mi guardo allo specchio/ e sono grandissima e bella/ e tu dici sei una meraviglia/ e poi mi volto e mi avvolgo/ nell’amore senza scampo.

E poi ancora:

Il coltello è fermo / in mezzo al petto/sento il freddo/ del metallo, il taglio/ ostacola il battito/ costringe il respiro/ a un percorso alternativo/ spacca il corpo/ longitudinalmente/ io gli tremo intorno/ e lentamente mi separo.

Si toccano gli estremi come si congiungono i corpi in una genesi continua dell’essere donna, nella pienezza di questa meravigliosa condizione che non si sottrae né alla bellezza, né al nutrimento d’anima e corpo, né al dolore, né all’annientamento che accade nel segreto taciuto, qui rivelato, di farsi l’amore negato, di concedersi al piacere autoerotico come gesto vero di restituzione, incontro all’amore verso cui sempre dovremmo essere chiamate, quello per noi stesse:

Una voglia adunca/ di morire/ il dito che mi scava/ nel sesso che hai disabitato.

Infine scrivi una chiusa perfetta, un verso che, da solo, basterebbe a giustificare qualsiasi abbandono, qualsiasi dolore, separazione e annullamento: nell’amore ogni cosa risplende. Perché la stagione dell’amore è un fuori-tempo, si pone cioè al di là di ogni durata temporale, di ogni età, di ogni calcolo e predestinazione. Ma per raggiungerlo si deve essere pronti a lasciare tutto, a perdere se stessi, a fratturarsi in mille pezzi, per risuonare in un canto di offerta di un giorno sempre nuovo, ogni volta fuori da qualsiasi tempo preordinato:

[…]Oggi è il giorno/ in cui verrai,/ il giorno della gioia,/ lo spillo nel tempo/ la data/ che sparirà dai calendari.

Un giorno che è già addio, come la Buonanotte di Emily Dickinson –perché il distacco, quello si è la notte – o l’impermanente susseguirsi di Martina Campi citata nella dedica in esergo:

È così l’addio di ogni giorno/ la piccola morte che si ripete/mattina e sera/ mattina e poi, sera/scorrendo.

Allora grazie, Francesca, per la meravigliosa voce che ci offri, per l’opportunità di esistere così come siamo, attraverso la poesia, attraverso le parole: fragili, imperfette, vere, come ogni altro essere che conosce benissimo il proprio desiderio, il proprio bisogno di essere amato come ineluttabile necessità.

Castiglione del Lago, 10 novembre 2018

Valentina Meloni, recensione di
Una piccolissima morte, Francesca del Moro, Edizionifolli 2017

La recensione uscirà con il numero XIX Fuori Stagione di Diwali Rivista Contaminata

Peccato discreto

testi Valentina Meloni
voce Maurizio Corrado
musiche Win Mertens Usura Early Works, 1989

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fotografia Valentina Meloni

Sciolti i capelli
__ tralci di fiori
petali, lacrime, polvere e respiri
sfiorano i seni pollini e profumi
sudore, anfratti, briciole e mieli.

Carezze sognate
______________muti dinieghi
segreti spiati dietro ombre floreali
dileguano i pensieri
________in auree sensuali

Peccati discreti
____innocenti desideri…
Attese sfumate di accesi scompigli
________palpiti, istanti,
tumulti, grovigli

parole e sospiri
__ fruscii, bisbigli…
gocce di voglie,
______di fiori, di foglie
le anime spoglie vestite di noi.

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Poesia pubblicata in

Alambic