La sapienza dei fiori. Note sul “Piccolo Florario” di Adriana Gloria Marigo

Nel Piccolo Florario di Adriana Gloria Marigo, la parola poetica si fa erbario sapienziale, atlante affettivo e meditazione liturgica sul tempo e sulla luce, affidando ai fiori – ai loro nomi, alle loro presenze e metamorfosi – la funzione di simboli viventi, figure di un pensiero in ascolto della natura e delle sue inavvertite rivelazioni. Fin dal titolo, il libro si presenta come un’eredità culturale che richiama i florari medievali, gli erbari poetici e sapienzali che univano scienza e simbolo, ma aggiornato qui alla sensibilità moderna. Si tratta di un libro che si presenta come una raccolta minuta e contemplativa, dove l’aggettivo “piccolo” non allude tanto alla dimensione materiale dell’opera quanto alla sua intenzione stilistica: un’arte della misura, del dettaglio, della bellezza colta nel suo farsi.

La poesia della Marigo si inserisce in una tradizione che unisce la contemplazione della natura con la riflessione filosofica e spirituale, e si nutre di riferimenti espliciti ed impliciti a una costellazione di voci poetiche novecentesche che hanno saputo affidare al paesaggio la lingua più profonda dell’anima. Le epigrafi iniziali (Zanzotto, Prete, Machado, Bacchini) sono dichiarazioni d’intenti: con Zanzotto condivide il culto della parola come materia vivente; con Bacchini, l’idea che la scrittura sia vegetale e che la natura non sia oggetto, ma soggetto del discorso poetico; con Machado, la nostalgia e la fragilità del tempo che scorre «del verde mustio / de las marchitas frondas». Non manca un richiamo alla filosofia, nella dedica a Maria Zambrano, pensatrice della luce e della “ragione poetica”, e in un’aura sapienziale che pervade il libro, dove «gli alberi parlano la lingua sapienziale» e la natura si fa codice etico e conoscitivo.

Da Zanzotto a Bacchini, da Prete a Machado dunque, ma anche da Emily Dickinson a Pierre Chappuis, la cui frase in chiusura del libro può essere letta come una chiave di poetica: «Tra autore e lettore, niente più che un fascio di parole, che sono tutto; tra di loro, l’inafferrabile». È proprio questo “inafferrabile” che il Piccolo Florario tenta di far balenare, affidandosi a un lessico prezioso ma mai barocco, a un tono alto e insieme intimo, a una sapienza lessicale botanica che si fonde con l’ethos della parola poetica.

Lo stile è raffinato, intensamente musicale, spesso costruito su immagini che uniscono concretezza e astrazione: «il tempo / erompe in gemme rubine e topazie»; «il giglio marino forgia luce nera / ai prismici semi naviganti». La sintassi talvolta si frange in enjambements lievi, a suggerire l’andamento del respiro e la disseminazione dei fiori nel testo, mentre il lessico si arricchisce di termini botanici precisi (Pancratium maritimum, Parthenocissus quinquefolia, Ceratophillum demersum), che vengono “umanizzati” in una liturgia naturale e mitopoietica.

Nel libro, i fiori non sono soltanto presenze naturali o pretesti decorativi, ma vere e proprie entità agenti, dotate di forza espressiva e spirituale. Alcuni componimenti portano i nomi latini delle piante (“Wisteria”, “Tilia grandiflora”, “Ceratophillum demersum”), quasi a restituire a ciascuna specie il suo statuto nominale e sacrale. In questa attenzione alla nomenclatura scientifica si coglie anche un’eco dell’antica sapienza monastica e dei bestiari medievali, in cui ogni nome custodiva un senso da decifrare.

La struttura del libro segue il ritmo delle stagioni, accompagnando il lettore in un cammino che si fa diario interiore e liturgia del tempo: «Torna l’ora che acquieta la notte / entro le soglie dorate di maggio – / destino di verzieri fiorenti / nei giorni dei gemini». Qui il tempo non è solo cornice ma sostanza stessa del poema, come se la parola poetica dovesse ogni volta rinascere con la fioritura, o inabissarsi con la caduta delle foglie.

La lingua di Marigo è tesa, musicale, selettiva, colta. In essa si intrecciano vocaboli desueti (“porporino”, “aulente”, “verziero”), forme latineggianti e una sintassi ampia, che predilige l’enjambement e il rallentamento del verso. Le immagini sono costruite per evocazione più che per narrazione, secondo una modalità spesso prossima alla lirica simbolista. La natura è colta nel suo fremito sensibile, nella sua vocazione a divenire “altro”: «Il giglio marino forgia luce nera / ai prismici semi naviganti», oppure «Nel lamineto tutto s’addice / alla vita minima d’acqua e d’aria».

Non mancano, nel Florario, i paesaggi precisi e amati – il Lago Maggiore, la Valcuvia, Caorle, Venezia, Asolo – che rivelano una geografia dell’anima radicata in luoghi vissuti e trasfigurati, un rapporto intenso con l’elemento vegetale e con la luce come principio generativo: «La luce diurna v’inonda di colore / la stretta lucente vi radica alla terra / morenica, v’inchioma i canti». La luce, elemento ricorrente e polisemico, attraversa l’intero libro: «la luce notturna vi cinge d’effluvi», «l’incerta luce», «la materia vegetale della luce». Essa è soglia tra visibile e invisibile, tra fisico e metafisico, rendendo la visione poetica una forma di epifania.

Il rapporto tra uomo e pianta è tematizzato anche in chiave ontologica. L’osservazione di un glicine appena germogliato si fa riflessione sulla resilienza e sullo slancio vitale: «Del suo acerbo verde leggero / s’allegra la norma botanica, / specchiata nel mio codice umano». In altri luoghi, è il fiore stesso a incarnare una forma di presenza alternativa, non antropocentrica, in armonia con le leggi segrete del mondo: «Qui non ci sono gli attriti del tempo, / il curaro di sue pargolette invidie».

Le dediche poste a inizio e fine sezione – a Maria Zambrano, Silvio Aman, fine prefatore dell’opera, Silvio Raffo, Paolo Menon, Antonella Barina – non sono semplici omaggi, ma aperture dialogiche, richiami alla comunità dei viventi e dei pensanti che con la poesia condividono una stessa tensione verso il sensibile e l’invisibile. La Zambrano, in particolare, con la sua filosofia poetica e visionaria, sembra offrire una sponda alla scrittura della Marigo, che cerca nel chiaro del bosco «l’onda vegetale / sotto l’aria vaga e raminga».

Infine, l’intero libro può essere letto anche come una meditazione sulla metamorfosi – stagione, luce, pianta, parola, essere – e sulla necessità di un’adesione armonica al ritmo del mondo, contro ogni artificio o distrazione. In questo senso, il Piccolo Florario è un libro che resiste alla velocità, che chiede tempo, silenzio, presenza. E che nel gesto apparentemente semplice di nominare un fiore restituisce al lettore il respiro più profondo del vivere.

*

C’è una prospettiva di cielo

assoluto, luce che tarda

a decrescere tra i rami

ancora per poco bruniti.

Fra non molto –

a una curva, improvvisamente –

gemmerà l’accordo dei fiori.

*

Nelle notti di primavera gli alberi

parlano la lingua sapienziale

al cospetto del demone benedetto

che avviva di luce mirabile

i giorni dell’effuso diletto

e più tardi, dell’autunno sfarzoso

il prestigio morituro di tutto il colore.

*

                                                                          A Maria Zambrano

Che cosa illumina

questo chiaro del bosco che gentile

scende tra le fronde fresche di linfe

all’erba che guardo e m’intenera,

onda vegetale

sotto l’aria vaga e raminga?

*

                                                                                         A Silvio Aman

Cerco i fiori. Dei loro colori

s’inebria il mattino, la luce

fluisce dall’arresa corolla

alla trama di mia vita

l’incessante movenza d’onda,

sposa ai citrini fiorili

la liturgia della parola.

*

Valentina Meloni, Castiglione del Lago, 14/06/2025

Albero viaggiante – omaggio a Matsuo Bashō

“Albero Viaggiante” è un’opera d’arte e poesia che si configura come un profondo omaggio a Matsuo Bashō, il celebre poeta viandante giapponese. Il libro è il frutto della collaborazione tra Floriana Porta (autrice degli haiku) e Anna Maria Scocozza (artista visiva, responsabile delle tecniche di suminagashi e ricamo poetico). La prefazione è curata da Rossella Marangoni, mentre le traduzioni degli haiku in giapponese sono di Cristina Banella e quelle in inglese di Johanna Finocchiaro. La calligrafia del titolo “Albero Viaggiante” è opera della maestra calligrafa Yoko Kawabata.

Quest’opera poliedrica nasce come un “libro d’artista a fisarmonica in formato ‘leporello'”, una struttura che permette una narrazione visiva continua, dispiegandosi per 11 metri in cartoncino nero con fogli di carta giapponese. Il formato leporello si presta in modo naturale alla fluidità delle immagini e alla successione degli haiku, richiamando gli antichi emakimono giapponesi. I materiali e le tecniche impiegate sono il suminagashi (pittura acquatica con inchiostro su carta giapponese) e il sashiko (ricamo poetico con filo rosso). Un elemento distintivo del progetto è l’accompagnamento di un “bastone sonoro” che evoca il suono dell’acqua, richiamando l’haiku più celebre di Bashō: “Vecchio stagno, una rana si tuffa, suono dell’acqua”.

Successivamente il libro d’artista si configurerà come libro in brossura fresata, così come lo vedete in fotografia, e come arriverà a casa vostra scrivendo direttamente alle autrici a questi indirizzi:

florianaporta@libero.it 

annamariascocozza@libero.it 

Ma cos’è il suminagashi?

Una tecnica artistica che si contraddistingue per la raffinata eleganza dell’acqua e dei colori che si espandono sulla sua superficie, trasmettendo un senso di pura connessione con il mondo. Questa l’essenza dello Suminagashi, letteralmente “l’arte dell’inchiostro fluttuante”, antichissima tecnica artistica che si è diffusa poco dopo l’anno 1000 in Giappone, presso la corte dell’imperatore.

La sua tecnica è molto semplice. Si scioglie un po’ di sumi (inchiostro) in una pietra d’ardesia da calligrafia e se ne raccoglie una goccia con un pennello morbido. Si appoggia poi la punta del pennello sulla superficie d’acqua contenuta in un recipiente largo e piatto, al fine di formare una piccola macchia nera. Con un altro pennello, intinto in una sostanza leggermente oleosa, si tocca poi la macchia in modo da farla espandere verso l’esterno, e alternando l’uso dei due pennelli si fa in modo di creare disegni rappresentanti tematiche naturalistiche, come fiori, cieli o colline. Si raccoglie infine l’immagine ponendo sull’acqua un foglio bianco fino a completo assorbimento. L’acqua rimane,  dunque, pulita e tutto il disegno si trasferisce fra le fibre della carta. Il disegno e il risultato finale ottenuti attraverso questa tecnica non vengono premeditati e decisi unicamente dall’artista. Il movimento che l’inchiostro fa sull’acqua infatti, si stabilisce solo nel momento in cui questo viene allargato attraverso il pennello e dipende sia dallo stato d’animo momentaneo dell’artista, sia dal movimento causale dell’acqua: non è solo l’artista dunque a esprimere il suo pensiero ma anche le forze naturali, impossibili da controllare. Diverse le interpretazioni quindi. Inizialmente, questa tecnica aveva uno scopo divinatorio: si credeva infatti che, attraverso le tracce di inchiostro diluite nell’acqua, si potesse leggere il futuro; oggi invece il disegno finale è più che altro considerato un dipinto dove sono impresse le emozioni dell’artista e il suo subconscio. (Da “In a bottle”)

E il Sashiko?

Il punto Sashiko è innanzi tutto un punto fatto a mano. Una delle caratteristiche più importanti e peculiari di questa tecnica di ricamo, sono appunto le sue leggere imperfezioni tipiche di un lavoro eseguito manualmente. La caratteristica principale del Sashiko è la linearità dei punti, che vanno dai 3 millimetri al centimetro, a seconda dello stile, del tessuto e dell’enfasi che l’esecutore vuole dare. Per questo il punto Sashiko visivamente ricorda molto il classico punto di imbastitura o punto filza, ma in realtà non è come sembra, perché è realizzato con una tecnica di cucitura veloce, che ne scandisce il ritmo e facilita la linearità dei punti.

La tecnica del sashiko nasce proprio per riparare i tessuti logori in modo economico ma al tempo stesso esteticamente gradevole, ed evitare così di acquistare nuovi vestiti. Per comprendere l’origine di questa tecnica di ricamo dobbiamo tornare indietro al periodo Edo (1615 – 1868), un’epoca in cui vestiti e tessuti nuovi rappresentavano un lusso per la maggior parte della popolazione giapponese. Il punto in cui il tessuto era liso o bucato veniva rinforzato con uno scampolo di stoffa vecchia, cucito con punti “a vista” che diventavano decorativi. Il sashiko veniva utilizzato anche per rinforzare e rendere più resistenti abiti da lavoro o da battaglia – come quelli utilizzati dai manovali, dai vigili del fuoco o dai soldati.

La parola giapponese sashiko (刺し子) si traduce come “piccoli colpi”: il ricamo finale, infatti, è ottenuto ripetendo piccoli punti costituiti da linee semplici, fino a creare un motivo geometrico complesso che può espandersi all’infinito. Il filo utilizzato per il sashiko non è normale filo da ricamo: si tratta, invece, di un filato più resistente e spesso, costituito da fibre di lino o cotone, che garantisce una maggiore durabilità all’intero lavoro. Esistono varie tipologie di sashiko che si differenziano per linee, tratti e i colori dei fili utilizzati. (Da “Green me”)

“Albero Viaggiante” è un’esperienza sensoriale e meditativa che trascende la mera lettura, invitando il lettore a un viaggio contemplativo nel cuore della cultura e della spiritualità giapponese. L’intento delle autrici è di “condividere con il pubblico l’essenza di questa fusione tra arte, poesia e tradizione giapponese”.

  • Interconnessione tra arti

Il punto di forza del libro risiede nella sua capacità di far dialogare linguaggi artistici diversi. Gli haiku di Floriana Porta non sono semplici testi, ma si fondono con le creazioni visive di Anna Maria Scocozza, creando “un dialogo sottile”. Come afferma Rossella Marangoni nella bellissima prefazione che impreziosisce il libro, “le poesie brevi (haiku) di una poetessa dialogano con l’inchiostro e i fili di un’artista pittrice e maestra della carta”. Questa sinergia è evidente nella descrizione delle tecniche: il suminagashi, in cui “l’inchiostro si posa sull’acqua come un soffio: si espande, si frantuma, si dissolve”, e il sashiko, che con i suoi “piccoli punti” ricompone e rafforza, offrendo un “rammendo spirituale e lirico”. Il contrasto tra l’effimero dell’inchiostro e l’immutabilità del ricamo è un tema centrale, sottolineando l’impermanenza e il mutamento perpetuo della natura e dell’esistenza umana.

  • Omaggio a Matsuo Bashō e al concetto di viaggio

Il titolo stesso, “Albero viaggiante”, evoca la natura nomade e in continua evoluzione di Matsuo Bashō, a cui l’opera è dedicata. Floriana Porta approfondisce questo concetto, descrivendo lo haiku come un “viaggio nel mondo naturale e nell’universo emotivo”. La sua poesia, come quella di Bashō, è una “poesia del viandante” che “favorisce… la possibilità di aprirsi e prendere coscienza del proprio mondo interiore”. Gli haiku presenti nel libro, come “un lungo viaggio – e nel proprio andare la carne trema”, o “chiome d’alberi – nel bosco intricato passi silenti”, evocano immagini di cammino e introspezione, rispecchiando l’essenza del poeta giapponese.

  • Profondezza concettuale e filosofia Zen:

Il libro non è solo esteticamente pregevole, ma anche concettualmente ricco. Il suminagashi, radicato nella filosofia Zen, è descritto come una “meditazione attiva, un lasciarsi andare al movimento imprevedibile del mondo. Non conta il risultato, ma il viaggio, la presenza nel momento”. Questa enfasi sul processo piuttosto che sul prodotto finale, e sull’accettazione dell’effimero (“mondo fluttuante – cristallizzo l’istante e l’effimero”), è un richiamo costante alla caducità e alla bellezza del presente. L’arte, in questo contesto, offre “la capacità di fermarci e lasciarci attraversare dalla bellezza del presente”.

Albero viaggiante è un’opera di grande valore e suggestione, la sua natura di “libro d’artista” in edizione limitata forse lo rende meno accessibile a un pubblico ampio, tuttavia, questo aspetto contribuisce alla sua unicità e al suo pregio. Si presta, infatti, ad essere un dono prezioso per chi lo riceve o per sé stessi. La ricchezza dei riferimenti culturali e filosofici richiede una certa predisposizione alla contemplazione e all’approfondimento, ma le autrici offrono chiavi di lettura sufficienti per guidare anche il lettore meno esperto. Io stessa, che conoscevo solo parzialmente la tecnica del suminagashi e non conoscevo per niente il sashiko, ne sono rimasta sinceramente affascinata e grazie a loro ho potuto approfondire.

In sintesi, “Albero Viaggiante” è un’opera magistrale che celebra l’incontro tra diverse forme d’arte e la profondità della poesia giapponese, offrendo un’esperienza immersiva e un invito alla riflessione sull’impermanenza, la natura e la bellezza del momento presente. È un “progetto polifonico dal quale, tuttavia, si erge il canto di una sola voce”, una voce che sussurra silenzio e incanto.

Valentina Meloni 29/05/2025

“Una musica suona” su Haiku Commentary

Ieri ho ricevuto questo splendido commento al mio haiku inedito assieme ai bellissimi haiku di Kala Ramesh e M. R. Defibaugh altrettanto egregiamente commentati.
L’haiku scelto nasce in lingua inglese pertanto la traduzione italiana non rispetta la sillabazione.

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una musica suona:
l’aria dolce racchiude un desiderio
per ciò che potrebbe essere

— Valentina Meloni (Italia)

Commento di Jacob D. Salzer:

Come musicista, apprezzo l’atmosfera dinamica di questo haiku. Ammiro il modo in cui questo haiku include suoni, profumi e forse un sesto senso, o il senso del desiderio. Mi piace il fatto che la musica non sia definita, il che permette a noi lettori di ascoltare diversi tipi di musica. “Una musica suona” mi dà la sensazione che la musica sia sconosciuta, e forse percepita a una certa distanza. Credo che questo aggiunga profondità spaziale e psicologica a questo haiku. Quando leggo il secondo verso, immagino di inalare il profumo di un fiore (o forse di diversi tipi di fiori) dal profumo dolce, anche se mi piace come il poeta abbia lasciato questo profumo dolce aperto al lettore. Mi piace anche come l’aria dolce implichi vento o una brezza leggera che si combina con la musica. Attraverso la musica e il profumo, il poeta riesce a lasciare spazio al mistero. Forse la cosa più importante è che questo haiku mostra il potere della musica e la sua capacità di ispirarci e infonderci speranza in un modo che trascende parole e pensieri. Per me, tra tutte le forme d’arte, la musica continua a essere la più potente espressione creativa dello spirito umano. Questo haiku esprime efficacemente questo sentimento, con grazia, bellezza e mistero. Un haiku meraviglioso.

Le parole accanto -letture poesie

Ieri sera alle ore 21 su PuntoZip – La cultura in un piccolo spazio per lo speciale Giornata Internazionale della Poesia Michela Zanarella legge anche due miei inediti. Con il cantautore Corrado Coccia. Clicca sul video per ascoltare.

Fiori non visti

fiori di ciliegio rosa

Fiori non visti

Oggi il cielo è blu e le nuvole a mezz’aria,
la nostra primavera è a un soffio.
Torneremo a fiorire
il ciliegio spargerà i suoi fiori:
indosserà i suoi graziosi pendenti alle orecchie*
‒ come facevo anch’io da bambina ‒
aprirà i suoi petali al sole
anche se i nostri occhi non lo vedranno.

La certezza di ritrovare la sua bellezza
‒ intatta ‒ mi fa sentire in pace.

(30 Marzo 2020, Valentina Meloni)

  • Il verso si riferisce alla poesia The day was cheerful in Alexander Shurbanov, Dendrarium, Scalino OOD, 2019

THE DAY WAS CHEERFUL
and the sky was April clear.
The cherry tree
donned
its white lace hat,
and a thousand winged thoughts
started chirruping
in its breezy head.
The cherry tree
did not strain to become
a palm or a baobab.
It was content
to be a cherry tree,
which when the time came
would hang two red globules
on each of its ears,
two drops from its heart.
As it had nothing to do
this morning,
the cherry tree was going
for a stroll in the sky.

ERA UNA BELLA GIORNATA
e il cielo di un Aprile chiaro.
Il ciliegio
indossò
il suo copricapo di merletto bianco,
e mille pensieri alati
presero a cinguettare
sulla sua ariosa chioma.
Il ciliegio
non si sforzava di essere
una palma o un baobab.
Era contento
di essere un ciliegio,
il quale arrivato il suo momento
avrebbe appeso due pendenti rossi
su ciascuna delle sue orecchie,
due gocciole dal suo cuore.
Siccome non aveva nulla da fare
quella mattina,
il ciliegio se ne andò
a passeggiare in cielo.

Da “Alexander Shurbanov. Dendrarium” a cura di Valentina Meloni

traduzioni di Valentina Meloni, Francesco Tomada

Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio di Tiziano Fratus


BOSCHI MINIATI*

Poesia: vista con garbo


Parole che tracciano una mappatura simbolica tra musica e silenzi, di frutti, fiori, foglie, fiumi, radici, forme, nelle quali si aprono boccioli di immaginazione entro cui prendono vita quelli che l’autore, Tiziano Fratus, chiama “boschi miniati”.


“La poesia è la radice prima della mia scrittura, ha segnato i miei acerbi esordi giovanili, alimentando anche le attività di un festival e di una modesta iniziativa editoriale che andava sotto il nome di Torino Poesia.”


La miniatura era l’immagine realizzata per decorare le lettere iniziali dei capitoli negli antichi manoscritti, tradizionalmente di colore rosso. Il termine deriva dal latino minium, un particolare minerale dal quale si ricavava il colore rosso.


poesia: un cesto di frutti maturi


UNA FORESTA DI SEMI


Rossi sono, infatti, i fiori di ciliegio disegnati sulla copertina di questo libro che somiglia a un antico scrigno magico.
Aprendolo, come si aprirebbe uno di quei bellissimi ventagli giapponesi in seta finemente decorati, si avverte tutta la cura che ha attraversato questa pubblicazione.


poesia: il tessitore di ventagli


Il libro nasce oltre sei anni fa (ndr. 2014), all’epoca della stesura del suo primo romanzo, intrecciando fantasia e natura.
Dagli esordi in forma di e-book (Musica per le foreste), una “foresta di semi” allegata all’edizione Mondadori del romanzo Ogni albero è un poeta, all’edizione delle Poesie Creaturali (Libreria della Natura), fino a risalire alle prime di Manifattura Poesia.


“Le poesie nacquero nel tentativo di creare visivamente una scrittura che cogliesse lo spirito dell’esistenza di semi potenzialmente diversi quali il seme di Dio, il seme dell’odio, il seme o i semi dell’amore, il seme del pentimento e così via.”


GEOMETRIA FOLIARE – DYLAN THOMAS
poesia: due semi senza nome


Si tratta di un libro “ibrido” in cui, oltre alla poesie in forma di foglia che ricordano le celebri poesie a losanga di Dylan Thomas, confluiscono diverse parti in prosa e una “nota a margine” in chiusura.


“In certi periodi della mia vita ho percepito l’attrazione a tratti instabile di un contagio, fra me e me l’ho chiamato “thomasite”. Ne sono protagoniste la poesia e la figura del poeta alcolico-gallese Dylan Thomas”


Questi testi, inseriti all’interno delle varie sezioni, tracciano il percorso poetico, umano, spirituale, di scrittura dell’autore e suggeriscono una lettura più approfondita delle poesie.


LA POESIA È UN SOGNO


“La poesia è un sogno. È l’arte di trasformare la realtà, attraverso le parole, in qualcosa di più profondo, di più alto, di più esatto. Ma non sempre l’esatto è il vero.”


poesia: il silenzio circonda gli innamorati


Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio possiede un’architettura musicale, lo spiega lo stesso Fratus nella Decima prosa quando scrive:


“[…] distribuire le parole in modo da dialogare coi rumori e i silenzi che le circondano, captare quel che accade oltre i margini della pagina, e quindi oltre i confini dell’opera stessa.”


Le poesie contenute in Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio esplorano le possibilità del linguaggio rispetto allo spazio. Le poesie sembrano entrare e uscire dalla pagina attraverso l’immaginazione.
Ma esplorano anche le interazioni tra suoni e silenzi, combinati a “un’indicazione spaziale di lettura” non convenzionale.
In alcune poesie il verso si interrompe a metà parola per riprendere dopo uno spazio verticale. In altre il verso si fa “liquido” e cola sulla pagina come un filo consequenziale. Un ruscello di lettere che fluisce di pagina in pagina fino ad esaurirsi.
In altre l’incisione di una linea di demarcazione indica un silenzio visivo e il suo contrappunto sonoro nei versi che restano nello spazio in cui il poeta relega la parola.


poesia: il sangue verde


POESIA IN FORMA DI ROSA…


Quella di Tiziano Fratus è un’ode alla natura. I temi toccati sono molteplici ma spicca come sempre l’attenzione al paesaggio, alla spiritualità, all’amore per le minime cose.
Quell’attenzione che si è andata consolidando attraverso il cammino decennale della dendrosofia (da dendron, albero e sophia, conoscenza) che vede negli alberi, nel paesaggio, la radice primaria.


poesia: adorazione dell’istante


Ma Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio tocca molti altri temi, e riesce a coniugare in maniera sublime il reale e l’immaginario, l’addomesticato e il ferino, l’umano e il divino.
I “boschi miniati” di Tiziano Fratus sono molteplici e vengono suddivisi in più sezioni. Tra quelle che ho più amato “Gli appunti dal ruscello” di cui fa parte anche “Un cesto di frutti maturi” e “L’Arpa di spine- Polacca amorosa in cinque dolori” da cui è tratta la poesia che segue.
Nella poesia in forma di rosa, il gambo della rosa diventa una spina, la prima, in cui l’autore si sorprende ad alzarsi al mattino ritrovandosi una rosa al posto del cuore.


poesia: Prima spina, Sorpresa


Quelle di Fratus sono poesie che prendono vita sulla carta, emanazioni spirituali di un percorso tangibile posto “tra la carta e la corteccia”. Sono i sogni che si appuntano alla svelta perchè non si perdano ma anche quelli andati perduti e poi ritrovati nel bosco delle parole.
Sono foglie che il vento ha portato alla nostra attenzione e fiori il cui profumo ci richiama per non lasciarli andare.

Valentina Meloni, 27/11/2020


Tiziano Fratus è nato a Bergamo nel 1975 ed è cresciuto tra Lombardia e Piemonte. Ha pubblicato numerose opere per i maggiori editori italiani, fra le quali Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli, 2013), Ogni albero è un poeta (Mondadori, 2015), L’Italia è un bosco (Laterza, 2014), Il libro delle foreste scolpite (Laterza, 2015), Il bosco è un mondo (Einaudi, 2018), I giganti silenziosi (Bompiani, 2017) e Giona delle sequoie (Bompiani, 2019). Per sei anni ha curato la rubrica “Il cercatore di alberi” per “La Stampa”. Collabora con “il Manifesto” e Radio Francigena. Conduce una pratica quotidiana di meditazione zen in natura. Sito: Studiohomoradix.com

* Piccola premessa: questa recensione è stata scritta per una rivista in cui scrivevo nel 2020 e che successivamente smise di esistere, per questo la pubblico ora con così tanto ritardo. Il libro merita sicuramente di essere letto a distanza di cinque anni e mi auguro che lo facciate.

Violette tra i ruderi- The Mainichi

Avevo perso questa pubblicazione di un mio haiku su San Galgano sul quotidiano giapponese The Mainichi del 20 luglio 2024. Oggi ne leggo anche il commento ad opera di Dhugal J. Lindsay nella selezione annuale che potete leggere qui.


Traduzione:


violette tra i ruderi-
nostalgia per quello
che non ho vissuto

commento di Dhugal J. Lindsay:

Quando si vedono delle rovine è comune immaginare come appariva un tempo l’edificio e dal momento che l’immagine deriva dalle proprie esperienze, può esserci un senso di nostalgia. Il poeta si vede qui come una violetta.


Leggendo Laura Imai Messina ho scoperto questa meravigliosa parola giapponese che racchiude proprio questo concetto:

懐かしい natsukashii o la nostalgia del mai vissuto


“Il kanji che in giapponese dice la nostalgia è natsukashii 懐. Shirakawa Shizuka, il più celebre studioso giapponese di ideogrammi, lo scompose osservandone il disegno originario. A destra vide le «lacrime» e a sinistra trovò il «cuore»: erano le lacrime versate per i defunti, che bagnavano il colletto del kimono, a ricreare quella particolare sensazione che è la nostalgia.
Eppure natsukashii non è la mera nostalgia del passato, di ciò che non è più.
In Giappone si può provare questo particolare sentimento per qualcosa di effettivamente mai sperimentato, qualcosa che appartiene a epoche e generazioni assai lontane. […]
Natsukashii è allora una sorta di languore, pare l’eredità emotiva di un’era precedente. È essere in grado di amare anche ciò che non si possiede di diritto e che probabilmente mai si avrà, è accettare la natura effimera del mondo, anzi goderne, è l’idea che anche quello che facciamo oggi e non ci emoziona particolarmente, nella stratificazione del ricordo un giorno ci risuonerà dentro con dolcezza. Serve a ricordare l’importanza di assaporare con nostalgia anche il presente.”


da «Wa, la via giapponese all’armonia» @tea.libri” (dalla pagina di Laura Imai Messina)

Nella rivista “Haiku World”

Felice di trovarmi con altri amici haijin nella rivista mensile giapponese Haiku World con un mio haiku, Rivista curata da Mr. Nagata Mitunori amministratore del gruppo Haiku Column di cui riporto le parole:

“Questi haiku sono stati pubblicati sulla rivista mensile “Haiku World” come testimonianza dei risultati dei 3 mesi trascorsi da quando ho iniziato a insegnare e correggere gli haiku sul serio.

Gli haiku sono il risultato della tua partecipazione attiva e dell’obbedienza alle mie istruzioni.

Sono haiku esemplari con parole stagionali basate su “Kire” e “Toriawase” che non si trovano nell’haiku convenzionale a tre righe, e sono vicini alla traslitterazione giapponese delle 575 sillabe, in altre parole, con abbreviazioni efficaci.”

Nagata Mitunori

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Valentina Meloni (Italy)

violette tra i ruderi–

nostalgia per quello che non ho vissuto

violets among the ruins–

nostalgia for what I haven’t experienced

バレンティーナ メロニー(イタリア)

Su Malizia Christi di Davide Cortese

Un corvo su ramo fiorito del pittore giapponese Ohara Koson (1877-1945) campeggia sulla copertina di “Malizia Christi” (Edizioni Croce) e già da questa copertina si intuiscono molte cose. Oscuro, lugubre e misterioso, nella cultura occidentale il corvo è spesso associato a messaggi nefasti e infernali. Abituato a nutrirsi di carcasse richiama direttamente l’immagine della morte e dei corpi senza vita. Ma nel vasto panorama delle simbologie bibliche, il corvo emerge come una figura carica di significati profondi e misteriosi. Presente in vari passaggi del testo sacro, il corvo si erge come un simbolo dalle molteplici sfaccettature, portando con sé messaggi di saggezza, mistero e connessione con il divino. Nella mitologia giapponese, invece, il corvo è un’incarnazione del dio Amaterasu, che annuncia la fortuna e il raccolto. Oltre a essere un messaggero tra il mondo attuale e il mondo sotterraneo. Insomma una figura controversa quella del corvo con molteplici significati simbolici spesso in contrasto tra di loro e che ritroveremo tra le pagine del libro.
E allora questa copertina mi ha subito ispirato e non ho perso tempo acquistando il libro direttamente dall’editore e l’ho letto centellinandolo perché – dico la verità- non volevo arrivare subito alla fine.
Un libro è un po’ come un compagno specie se quel libro lo ha scritto un tuo amico di cui vorresti sapere di più, e ti conduce per mano nel profondo della sua intimità, perché non solo la poesia ma tutta la scrittura è intimità, io la vedo come un dialogo stretto con sé stessi e con l’altro, quello a cui affidiamo un messaggio in bottiglia e dal quale vorremmo essere accolti e compresi.


La storia è ambientata a Debrama, immaginaria cittadina inglese, nel 1912, poco prima della Grande Guerra e il protagonista è un bambino di appena sei anni che veste e agisce come un adulto tanto che tre anni prima ha già scritto una sua autobiografia di successo. Contornato da amicizie stravaganti e poetiche scrive sul suo taccuino titoli di libri immaginari e autori immaginari che il suo amico poeta centenario Dorando Marradi, farà esistere in storie altrettanto immaginarie di sua invenzione, tutte tranne la storia di Malizia Christi che è narrata direttamente dall’autore e che è l’unico vero libro che il protagonista porterà con sé nel suo viaggio sul Titanic.


Dunque in punta dei piedi sono entrata nel mondo dell’inesistente che è al centro della poetica di Davide Cortese come scrive anche Renzo Paris nella prefazione, fatto di bambini prodigio e atmosfere naif a sfondo gotico-grottesco e ne sono rimasta subito affascinata. I personaggi entrano nel cuore perché hanno quell’ingenuità bambina che è raro incontrare anche nell’adulto ma che non sconfina mai nella stupidità piuttosto oserei dire in una intelligenza superiore, quella del cuore, dei sentimenti che oggi è sempre più raro trovare. Certo ciò che Davide scrive gli somiglia e non poteva essere altrimenti, la sua purezza di poeta che inventa mondi per far sopravvivere il suo mondo è incantevole. Io non conosco la sua vita e il suo vissuto, ma c’è dentro questo suo romanzo la volontà di salvare un mondo parallelo, che forse, è quello virtuale o quello poetico dove vivono persone che sono anche entità spirituali e delle quali coglie le sfumature trasformandole poi in peculiarità dei personaggi di cui va scrivendo.


Potrei definire Malizia Christi un metaromanzo atipico, un romanzo che parla di un romanzo che è al centro della storia narrata. Ma esulando dalle definizioni ho amato leggere Malizia Christi per il potere evocativo che hanno i suoi personaggi, tutti un po’ strambi e tutti poeticamente ritratti con autentica bravura dalla fine immaginazione di Davide Cortese.


“Il signor Babelsberg aveva solo cinque anni e non c’era persona a Debrama che non avesse già sentito parlare di lui. Non usciva mai di casa senza indossare il suo cilindro, il papillon e l’abito scuro. Tutti lo salutavano ossequiosi e sapevano di lui ogni cosa, poiché, probabilmente, avevano in casa una copia di “Io sono Adam”, l’autobiografia che il signor Babelsberg
aveva scritto all’età di tre anni, destando lo stupore e l’interesse della stampa di tutto il globo. Adam Babelsberg viveva da solo, ma accadeva raramente che la sua casa non avesse ospiti. Era solito invitare a cena il pittore Adrian Malick, con cui amava discutere d’arte e di storia, la marchesa Yvonne de Saint Jacques, brillante pianista che adorava quanto lui la Passacaglia di
Händel, Timo e Teo, i due figli gemelli della marchesa, il poeta Dorando Marradi, che avrebbe compiuto cento anni nello stesso giorno in cui il signor Babelsberg ne avrebbe compiuti sei, e l’attrice Maeva Westwood, diva del muto di cui il signor Babelsberg era inguaribilmente innamorato.”

Manuale di scrittura haikai

Manuale di scrittura Haikai
vademecum pratico per comporre poesie haiku e altre forme poetiche di origine giapponese

Il “Manuale di scrittura haikai. Vademecum pratico per comporre poesie haiku e altri generi poetici di origine giapponese” di cui ho avuto il piacere di curare la prefazione sarà disponibile sui principali bookshop on-line (Amazon, IBS, La Feltrinelli, ecc.) intorno alla metà di aprile. Intanto è già ordinabile sul sito della Casa Editrice (Edizioni Nulla die) cliccando qui

Ecco il testo della quarta di copertina:

Questo manuale si propone di essere una guida pratica per redigere non soltanto poesie haiku, ma anche altre forme poetiche di origine giapponese quali la tanka, il senryū, lo haibun e lo haiga. L’opera è corredata da numerosi esempi pratici e da esercizi pensati per coinvolgere il lettore. Vengono spiegati con chiarezza tutti gli aspetti, dapprima formali poi contenutistici, che contraddistinguono lo haiku, nonché le tecniche compositive e i principali valori estetici tipici di questa poetica. L’intento di questo libro è, tra l’altro, non solo di rispondere alla domanda, in positivo, “come si compone un buon haiku?”, ma anche quello di far comprendere, in negativo, come non si dovrebbe scrivere una poesia haiku, cercando di evitare gli errori più comuni.