Legami d’amore: fili, nodi, intrecci, tessiture tra mito e poesia

Esce il tredicesimo numero di Diwali – Rivista Contaminata

Senza un nodo il legame è lento, senza sapore. È il nodo che indica un punto critico, che alla gola tende al dolore, ma al pettine alla risoluzione. Ma una volta allacciato, il legame invita a stare, come immobili. È forse la stessa immobilità della passione? Non pochi legami d’amore passano per le catene e traggono piacere dal blocco che rende soggetti, nel senso del sub-iectum. L’immaginazione non esita qui a disegnare corde e lacci, alludendo ai sensi che si perdono nel gioco. Anche i nessi legano e lo fanno a modo loro, col senso, ma quello dell’intelletto, il nesso fluidifica i pensieri, mette in moto il linguaggio. Che siano nessi di senso o lacci dei sensi, i legami se stretti innalzano l’ambiguo, mortiferi e vitali al contempo.

Diwali attraversa l’ambiguo, perché proprio ai nessi-legami-lacci, stretti o sciolti che siano, si affida, per tentare di dire, ancora una volta, un’altra strada ancora, dell’arte.

Nella sezione InSistenze di Saggistica in “Legami d’amore: fili, nodi, intrecci, tessiture tra mito e poesia” propongo un viaggio tra oriente ed occidente attraverso il filo, metafora del destino che lega in modo indissolubile gli amanti e non  solo…Accompagnano il saggio gli arazzi di Afro.

buona lettura

Legami d’amore: fili, nodi, intrecci, tessiture tra mito e poesia

Nel Tao- te ching il filosofo cinese Lao Tzu scrive: “Una buona legatura non ha bisogno di corda e di nodi / eppure nessuno può scioglierla”. Tuttavia il nodo, il filo, è ciò che da sempre simboleggia l’unione d’amore. Il filo è un simbolo che troviamo ovunque, a partire dalla mitologia cinese con l’antica leggenda del “Dio del Matrimonio e il Filo Rosso del Destino” (Tao Tao Liu Sanders “Dei, Draghi e Eroi della Mitologia Cinese”) in cui il vecchio che si occupa dei matrimoni risponde così al giovane che gli chiede cosa ci sia nel sacco che porta in spalla: “Filo rosso per legare i piedi di mariti e mogli. Non lo si può vedere, ma una volta che sono legati non li si può più separare. Sono già legati quando nascono, e non conta la distanza che li separa, né l’accordo delle famiglie, né la posizione sociale: prima o poi si uniranno come marito e moglie. Impossibile tagliare il filo.”

Da questa leggenda forse è nata anche quella giapponese del filo rosso del destino secondo cui ogni persona quando nasce porta un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra. Seguendo questo filo, si può trovare la persona che ne porta l’altra estremità legata al proprio mignolo: essa è la persona cui siamo destinati, la nostra anima gemella.

Le due persone così unite, prima o poi, nel corso della loro vita, saranno destinate ad incontrarsi, e non importa il tempo che dovrà trascorrere prima che ciò avvenga, o la distanza che le separa, perché quel filo che le unisce non si spezzerà mai, e nessun evento o azione potrà impedire loro di ritrovarsi, conoscersi, innamorarsi. Nella storia del mito era noto, come è visibile in alcuni quadri, che le donne tagliassero il dito mignolo al fine di poter rimanere fedeli ai propri mariti, o era usanza, tagliare nel sonno i mignoli dei propri innamorati per impedirne il tradimento. In altre versioni invece, era usanza tagliarsi il dito mignolo per liberarsi da “ogni legame”.

Il filo e la tessitura hanno però la loro grande importanza anche nella mitologia classica greca e latina. Non il famoso filo di Arianna, non solo Le Moire: Andromaca, Penelope, Lisistrata, Prassagora sono testimoni di una sapienza femminile che è anche iniziazione simbolica alla vita pubblica oltre che metafora del destino dell’uomo.

La letteratura si è confrontata continuamente con questo topos e anche la poesia nei secoli è stata testimone del nesso tra destino e filatura, tra nodo, intreccio e legame d’amore. Il nodo è il luogo simbolico dell’unione espresso in modo indimenticabile in una delle più famose liriche cinesi che la cultura occidentale ha ampiamente apprezzato:

Chi dice mai

Che sono io che lo voglio

Questo distacco, questo viver lontano da te?

le mie vesti odorano ancora dello spigo che mi donasti,

La mia mano tiene ancora la lettera che m’inviasti,

Intorno alla vita porto sempre una doppia cintura;

Sogno che essa ci lega entrambi in un unico nodo.

Non lo sapevi tu che la gente nasconde l’amore

Come un fiore troppo prezioso per essere colto?

(Wu-TI dei Liang, 464-549 d.C.,da Liriche Cinesi)

Il nodo come simbolo di legame sia carnale che spirituale trova la sua collocazione in diverse culture, in India questa dualità è espressa anche in versi.

Quando l’amato s’accosta al letto
per incanto si scioglie da solo
il nodo della mia gonna…
Di questo soltanto sono certa, amica mia:
fra le sue braccia non so più ricordare
neppure un poco…chi sia lui e chi sono io
né quale amore stiamo facendo o come.

(da Centurie d’Amore di Amaruka , India, VII secolo)

Due secoli dopo Rabindranath Tagore in Dono d’amore ci lascia una commovente testimonianza di un legame d’amore che passa, anche qui, dal filo. Probabilmente in questa poesia Tagore si riferisce al mauli/mouli o kalava (il cui significato letterale è “sopra tutto”) un filo di cotone rosso che gli Indù usano legare sul polso all’inizio di una cerimonia religiosa. Una particolare occasione in cui viene offerto il mauli è durante il Rakhi Festival, rituale in cui si celebra il legame tra fratelli e sorelle per riaffermare l’amore, la cura, la protezione, l’ammirazione, il rispetto e il legame di sangue.  A Jorasanko nella casa del Poeta era vissuta, sin dall’età di otto anni, secondo il costume indiano per le spose, Kadambari, la cognata, donna di grande cultura e bellezza. Gli era cresciuta vicino ed era la sua compagna di giochi. Si suicidò quando Tagore, obbedendo all’imposizione del padre, accettò di trasferirsi in un’altra abitazione. Quello della cognata fu un gesto disperato, del tutto incomprensibile per la mentalità e la religiosità induista. Per tutta la vita il Poeta porterà con sé il dolore di questa perdita, sentendosene responsabile.  La moglie gli rimane pazientemente accanto donandogli cinque figli, poi muore a soli ventinove anni. Da questo momento una serie di lutti, tra cui quella dei due figli piccoli, segna profondamente l’esistenza del grande filosofo indiano. Dalla sua personale esperienza d’amore e di dolore Tagore lascia sgorgare le stupende liriche che hanno nutrito la mente e il cuore di generazioni di lettori.

Quando arrivò il momento
in cui dovevamo salutarci,
come una nuvola che
solennemente scenda,
ebbi solo il tempo di legarti
il polso con una cordicella rossa,
mentre le mie mani tremavano.
Ora, mentre sbocciano i fiori di mahua
siedo da solo nell’erba
e mi vibra dentro una domanda:
«Hai ancora la mia cordicella rossa?»

(da Dono d’amore, Rabindranath Tagore)

Ancora duecento anni dopo Giambattista Marino compone questo bellissimo madrigale usando una metafora che riguarda sempre il filo e, stavolta, anche il ricamo. L’ago dell’amata ricamatrice diventa uno strale che passa e punge il cuore del poeta; nello stesso tempo il filo sanguigno che essa con tanta perizia tira è lo stame della vita dell’innamorato. Un’immagine domestica diventa, così, occasione per trattare ingegnosamente l’amore e la morte.

È strale, è stral, non ago

quel ch’opra in suo lavoro

nova Aracne d’Amor, colei ch’adoro;

onde, mentre il bel lino orna e trapunge,

di mille punte il cor mi passa e punge.

Misero! E quel sì vago

Sanguigno fil che tira

Tronca, annoda, assottiglia, attorce e gira

La bella man gradita

È il fil de la mia vita.

(Donna che cuce, Giambattista Marino)

Anche oggi i poeti si confrontano con la metafora del filo. Il legame è qualcosa che diventa prezioso solo se viene sciolto da chi ama e Vivian Lamarque riesce a ben sottolinearlo con il suo consueto candore.

Con un filo d’oro la vorrei a me legare.

Poi, come prova d’amore, la vorrei

per sempre liberare.

(Vivian Lamarque, da Poesie 1972-2002)

Nuovo invece il modo di intendere la metafora della tessitura in linguaggio d’amore per un’altra poeta contemporanea. Ninnj Di Stefano Busà rinnova l’accezione classica di tessitura come simbolo del destino legandola a un significato più profondo di rinascita spirituale attraverso il desiderio e l’unione carnale dei corpi degli innamorati.

Solo un guizzo di luce nel tuo sguardo

un lampo in cui vi ammutolisci

il vento di soavi piaceri, di stordimenti.

Qui è la spola, qui l’arcolaio per tessere la tela,

dalla nostra carne sboccerà l’aurora.

(da Eros e la nudità di Ninnj Di Stefano Busà)

Termina qui, con una citazione di Shitao che intende suggerire altre visioni,  il lungo percorso poetico che, attraverso i secoli, ci ha legato alla metafora, al mito, al filo che unisce tutte le cose: «Lungo la mia Via vi è un filo che tutto unisce» (Sulla pittura, L’unicotratto).

(Valentina Meloni, Castiglione del Lago 16/05/2016)

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