La poesia del ritorno

Ostia Antica scavi

Sai, adoro le pinete, l’odore della resina, i tappeti di aghi, le chiome torte deformate dal vento. Sono cresciuta dentro una pineta. Loro, i pini, erano miei amici e tutto quel che so oggi lo devo al vento, alla corteccia, alle scorpacciate di pinoli, alle unghie sporche di polvere dei loro gusci, alle pigne che accendevano la stufa dentro agli inverni bui di un freddo decembrino. Era il pino il mio nascondiglio dentro cui volavo con ali di colomba per cercar rifugio e pace, era il pino uno dei miei fratelli con cui giocavo altalenando sul ramo più alto…più alto di tutte le ingiustizie, di tutte le invidie, di tutti i dolori, di tutte le ferite che non volevano rimarginare. Sai adoro le pinete e quell’ombra fresca come un balsamo che sfiora la pelle. Le altre bambine intrecciavano collane di fiori, di margherite. Noi intrecciavamo collane e ciondoli di aghi di pino, e ci adornavamo di questi gioielli con orgoglio, quasi fossero diamanti. Poi andavamo in cerca di pinoli, li vendevamo per la strada, una bustina cinquanta Lire, cento tre bustine. Ma erano più quelli che si mangiavano, e poi qualcuno si faceva crescere e piantavamo pure noi un piccolo pino, chissà ora dove, chissà ora come…Ci sono nata dentro una pineta, ci son cresciuta, in periferia, ai margini di un mondo sconosciuto che la gente snob sa solo disprezzare. Non capiresti la bellezza di un luogo antico, con esseri dai piedi di radice che sono i tuoi scudieri. Forse oggi vedresti solo le baracche, la sporcizia, palazzi come formicai, gente sconosciuta che non ti somiglia e che allontani con disprezzo. Sai adoro le pinete e amo (anche se questa parola a te fa un po’ prurito) amo profondamente e te lo dico, quella periferia in cui sono nata, di cui non mi vergogno come chi non sa vedere la bellezza del ritorno. Non la sa vedere, accecato dal bagliore inesistente di sfarzo di cui si è circondato, ma io la vedo, la vedo nei sorrisi della gente, nell’autenticità di uno sguardo che è ricco di mistero, nel mare indomito che rompe la scogliera e si mangia la terra sconosciuta sotto cui cammini. La vedo dietro le ombre di un passato antico, dentro rovine che sanno ancora accogliere, dentro tramonti come fuochi accesi dall’intemperanza. La vedo e sorrido di quella cecità senza confini che non sa che una bufera può spazzare via ogni cosa, case alberi, città, persone, tutto può spazzar via persino la ferita di una frase buttata lì giusto per far del male… ma non il ricordo, quello no, non lo può cancellare, il ricordo di ciò che è passato su quella terra, e la ricchezza in lacrime, sorrisi e gesta che qualcuno dentro di sé ha conservato…

(Valentina Nanita Meloni)

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