Fiori estinti

Ero sbronzo del sangue di mia madre

“Con la fune che pende dagli astri/si impiccano i bimbi e i poeti.” (M.T)

È dal bosco di latte che si leva la genesi parallela di parola che nasce da altra parola e che nutre i tuoi fiori estinti, Mattia, quando scrivi:

accrebbi

il verme gemello nel bosco

che era mia madre

È  da lì che si leva il canto dell’allodola che ti muore in gola, da quell’oscurità che fu madre di ogni verso nato da altri mondi, dove nerissimi/ gigli affliggono e azzannano. Ed è la stessa oscuritàche ha benedetto la parola che lega voce a voce e a te lega Dylan Thomas, più volte direttamente e ancor più indirettamente citato nella tua raccolta.

[…] Ma oscurità soltanto

Porge benedizione

al selvaggio

bimbo. (D.T.)

Ed ogni verso qui è una dichiarazione di poetica in cui tenti di nutrire quel bimbo appeso a un seno di verde latte, masticando i versi che ti hanno generato.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

Un venire al mondo che è la stessa genesi del fiore in cui già la morte è contenuta in seme. E si squarcia il buio quando una stella segreta cade nel becco delle gazze, che il volo è già precipizio e il fiore stremato si piega alla parola che sospinge pane, fuoco e profezia nella legge dell’allodola impiccata, dove tutto è capovolto e la bellezza viene meno alla corolla, scava da sotto il bosco come un verme che teme la luce ma ne sugge la segreta linfa. È  la stessa forza che sospinge il fiore che fa dire a D. Thomas:

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore

È  quella che sospinge la mia verde età;

Quella che spacca le radici agli alberi

È  la mia distruttrice

E io non ho parole per dire alla rosa incurvata

Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre

invernale. (D.T.)

Mancano le parole a chi come te conosce l’astuzia segreta che cova il verso, a chi come te non teme, giovanissimo, scavare il ventre di Omero. Ma non si può arretrare alla nascita, non si può fermare il fiore e allora così sia, inizi pure la tua epifania, l’antica liturgia della parola che accosta lo sterco e l’ostia, il putrido e il lucente, il nome e la sciagura, ora siano le vie del canto aperte.

Ora le vie del canto sono aperte:

vengano i fiori e tutte le creature

a sputare sui miei versi; accorrano

alla soglia innominabile che al buio

dal buio accede e sta sventrando.

Ed è il segno che si fa seme, nel bosco segreto/ dove accade ogni cosa, […]/Là dove tutto il dolore del mondo è ammainato, scrivi in un bellissimoverso che indirettamente si muove sulla medesima liturgia di Iosif Brodskij che dice alla farfalla: Non affliggerti, se/la tua vita, il tuo peso/son privi di parola:/è un fardello anche il suono. E questo peso in te si sente e si avverte il sacro che affiora a partire dal grafema: Così nel verso è la preghiera,/e nelle mani giunte l’avvenire. Per questo riconosco nel tuo dire una liturgia della parola dove sopravvive un verso biblico e il metro usato per innalzare il canto si confonde con la profezia.

Ecco, arriva quest’uccello

che nella voce ha il fuoco d’ogni terra

promessa, che crolla

al segno fatto soglia e sangue.

Nel tuo sangue sta il vento che profana

e poi rovescia: a quale eco

tornerai nel nome? in quale

veglia sbranerò la luna?

Offrimi dell’acqua e sia nell’acqua

questa parola che fummo. Traccia

e poi colloca la sorte

di tutti i fiori mai donati.

La tua è terra di nessuno, scrivi qui è altrove, e per te io so essere ogni terra sempre altrove, ogni approdo una partenza, perché sai che ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo. Pure se ti scaldi al focolare di un poeta, pure se ti nutri del corpo dei morti, non hai casa né la troverai se non nel verso che ti capovolge il mondo e ti apre la ferita che è la stessa che si fa disvelamento e casa: se il cielo perde sangue/c’è uno squarcio che ci accoglie.

E non sei pago dei tuoi versi, né dei versi dei poeti, e lo scavo è fatto di tormento, come un peccato in cerca di redenzione:

Il mio verbo è un’immensa bestemmia

di foglia, di foglia che cade

per la voce degli angeli verdi

Il tuo metro di misura è arrivare alla fine del mondo e lo percorri e non ti sazia, per questo tenti la mitopoiesi dei tuoi stessi versi e costruisci a partire dal mito disvelato delle grandi voci un universo nuovo e parallelo.

Si ammala la parola, le mie

vertebre si curvano in silenzio.

Non piove che acqua sporca,

e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

Se la stanza è bianca, se la vacuità ti afferra la gola e ti ammala la parola, pure ti ferisce l’occhio il verso che non proviene dal bosco segreto dove regna la mano che stringe la mano, e l’uomo con l’uomo. E qui ci abbagli con il verso sfrontato del bambino che non teme il fallo dello scettro e la bestemmia:

Babele sventra il cielo, ma alle lingue

opponiamo le linguacce, un girotondo.

Ed è il tuo un nascere dal vuoto, una caduta angelica a cui non ci si può sottrarre, con voce rotta, stretta dall’urgenza di mostrare l’acuto del vagito, del venuto al mondo attraverso il segno della lingua che strozza il respiro nel silenzio e si chiude poi al suono e lo sigilla come la chiocciola con l’epifragma:

Ma lo conosci il segno

degli angeli? Quello che confonde

l’acqua con le rose, il pane

e un antico verbo senza suono.

Da molliche e da crepacci risorgiamo

a una veglia furibonda:

è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.

Questa tua raccolta è una dichiarazione di poetica e, allo stesso tempo, una dichiarazione d’amore e odio per la poesia che come una madre non si può non cercare ma che si tenta di allontanare per strapparsi di dosso il gusto del latte a cui si abbevera la vita, per prendere le distanze dalla parola usurata che non ci dà più nutrimento.

Mi troverai al di là della luce,

nell’orma bianca del passo

tracciato dal canto, dove tutto

il dolore del mondo è ammainato.

Sarò il verbo custode

di ogni avvenire, la fiamma

che purifica il fiore:

vivremo nel bosco segreto

dove accade ogni cosa, dove

regna la mano che stringe

la mano, e l’uomo con l’uomo.

Già tramo l’incanto dell’iride

e conosco il mistero dei mondi.

Ho visto la prima parola

e il primo bacio svelarsi:

saremo la grazia e la lira,

il passero che addomestica il cielo.

Saremo la rovina dell’angelo

caduto da un cielo ostinato.

Per tutto questo e per la fiducia che mi tenne aggrappata a questa tua poesia che mi inviasti mesi fa, come una fune che m’impicca al cielo, io scrivo a caldo poche righe e ne porto il fuoco mescolato con il tuo e nutro la speranza del nascituro che ha già ucciso la madre e che le fa dire da una terra in estinzione: tu sei il bambino squarciato, nasci ora e, ancor prima, già hai parlato con i morti.

Valentina Meloni

30/05/2019

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