L’immenso è semplice (Paola Venezia)

Cosa rende così interessante la lettura di un haiku?

Probabilmente la sua semplicità. Il fatto che sia una poesia che ci avvicina alla vita.

Abbiamo questa falsa concezione della poesia come qualcosa che si distanzia dalla vita comune, come un linguaggio difficile o fuori dal tempo, qualcosa che allontana la mente da ciò che siamo. Ma la poesia haikai che muove dall’osservazione della realtà è in grado di traslare la poesia del vivere direttamente sul foglio. Una semplicità apparente quella dello haiku perché, in verità, richiede dei canoni stilistici ben precisi, molto distanti da quelli della poesia lineare. In un mio saggio intitolato “Haiku, l’arte difficile della semplicità” cerco di spiegare che questa ricerca dell’essenziale e della semplicità è, a tutti gli effetti, davvero impegnativa. Molti si avventurano a scrivere haiku senza averne mai letti o senza considerare le basi che sostengono la poetica haikai, pensano che sia sufficiente inserire in uno schema fisso di 5/7/5 versi diciassette sillabe fatte di fiori, foglie e poco altro. Ma colui che intraprende, davvero, un percorso di scrittura haikai sta compiendo un vero e proprio cammino personale testimoniato dalla scrittura. Un cammino che lo porta alla ricerca dell’essenza, alla cura del linguaggio e della forma come testimonianza del fluido potentissimo della vita, dello scorrere del tempo, dell’essere parte del mondo, della natura, delle stagioni. È questo il caso di Paola Venezia, autrice che dichiara la sua personale poetica proprio partendo dalla ricerca dell’essenza.

La ricerca dell’Essenza è ciò che mi ha sempre guidato, nell’Arte plastica o figurativa, così come nella scrittura e nella vita. È un impegno che richiede tempo, pazienza e l’accettazione dell’Assenza. Non esiste Essenza senza Assenza. Mi sono sempre chiesta cosa dovesse rimanere del mio pensiero e, invece, cosa togliere; soprattutto, a cosa si deve rinunciare per comporre un haiku. La mia esperienza lavorativa mi porta al confronto quotidiano con il dolore della perdita e con la gioia di risultati puri. L’haiku è la forma poetica che più si avvicina al mio modo di procedere in poesia e per questo motivo l’ho scelto come esercizio di scrittura e di vita. (dall’introduzione dell’autrice)

Il bellissimo titolo “L’immenso è semplice”  suggerisce precisamente questa visione che si connota soprattutto con il sentimento Wabi, qualcosa che desta la nostra attenzione e che si fa osservare con spiccata intensità. La bellezza straordinaria che è insita nelle piccole cose, nelle cose semplici e che, il poeta, riconosce nella sua interezza e universalità. Ma per saper vedere questa bellezza, questa immensità nascosta, si deve avere l’occhio allenato, prima di tutto l’occhio interiore, quello con cui cogliamo l’aspetto poetico del mondo, quello che ci fa meravigliare, innamorare, sentire accomunati, e poi anche l’occhio poetico, quello che coglie di eventi e cose la magnificenza del creato e le metafore naturali di vita, morte, amore che permeano tutto l’universo.

Alcuni componimenti presenti nella raccolta sono mukigo (senza stagione) perché sono privi di kigo, altri sono haiku che non rispettano sempre lo schema metrico, tutti i componimenti fanno sempre, però, parte di un “qui e ora” esperienziale che  ci permette di entrare nell’immagine compiuta dei tre versi e di farla nostra. Lo stile dell’autrice è personale e sottilmente fiabesco, sottende l’incanto di bambina che è parte della personalità innocente e leggera (karumi), a volte buffa (okashii) a volte delicata e affettuosa, quasi sentimentale  (hosomi) del mondo interiore ed esteriore che la connota.

 

un fiore sboccia 

e lo fa in silenzio 

col suo profumo

 

uno scricciolo

tra ramoscelli nudi

cade una piuma 

 

risa di bimbi

giocano coi soffioni

ad esser vento

 

alla fontana

bambini si spruzzano

di fanciullezza

 

un po’ di luna 

entra dalla finestra

lo so che lei sa

 

le margherite 

al sole diventano

ciglia del mondo 

 

L’edizione, molto curata, edita da RPlibri, contiene anche le illustrazioni di Fumiyo Tamegaia e Andrea Sanvittore. Un connubio di leggerezza ed essenzialità che incanta e ci sospende con un filo di piuma alla bellezza del mondo.

nanita


Notizie autrice

1234078_10201879594821579_25368633_nPaola Venezia è nata nel 1958 a Milano, ha poi trascorso molti anni in Toscana dove ha compiuto studi di tipo tecnico-economico che niente hanno a che fare con la passione intima che invece ha accompagnato e accompagna la sua vita, l’arte e ogni sua forma espressiva. Usa la Carta per raccontarsi, dandole valore di parola, d’essenza e di racconto intimo. Sulle carte pregiate scrive poesie e, con gli stessi materiali, realizza sculture. Il rito di plasmarla è la metafora della sua vita.
Accanto all’attività artistica affianca l’organizzazione di corsi per adulti e bambini sulle tecniche cartarie in contesti sia pubblici che privati. Partecipa a mostre personali e collettive in Italia e all’estero.
Dal 2005 collabora in qualità di Arteterapeuta , con la Cooperativa Solaris che si occupa di disabilità e gestisce alcuni Centri Diurni Disabili e CSE della Brianza. La disabilità che ogni giorno affronta è per lo più di tipo fisico con insufficienza mentale da media a grave e gravissima. La gioia di arrivare all’anima di queste persone, attraverso l’Arte e la Poesia, le crea soddisfazioni e gratificazioni.

 

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11 pensieri su “L’immenso è semplice (Paola Venezia)

  1. Pingback: L’immenso è semplice di Paola Venezia | RPlibri

  2. Ho letto con interesse la sua presentazione Valentina, bellissima fino alla frase “dell’essere parte del mondo, della natura, delle stagioni”; poi, quando continua con “È questo il caso di Paola Venezia, autrice che dichiara la sua personale poetica proprio partendo dalla ricerca dell’essenza” non mi trova d’accordo, personalmente non trovo rispondenza tra l’essenza e la ricerca personale che tutti sappiamo essere l’anima dello haiku (e ciò che dovrebbe davvero muovere verso lo haiku) e la maggior parte dei componimenti che troviamo in questo libro.

    Tralasciando, per un momento, il fatto che molti non hanno il kigo e che molti altri non rispettano la metrica (dati che, di base, rendono discutibile perfino definire gli stessi scritti “haiku”), contrariamente a quello da lei affermato: “tutti i componimenti fanno sempre, però, parte di un “qui e ora” esperienziale”, non mi sembra che scritti come

    nessun dove
    è fertile di luce
    quanto il silenzio

    possano essere l’immagine e l’essenza di un “quì e ora”.

    La struttura del componimento, il “taglio” e la scelta dei vocaboli, la sequenza dei versi, tutto porta a definire questo scritto un’aforisma o una massima, di certo non uno haiku. Lo haiku (e lei lo sa fin troppo bene) è un’altra cosa.

    Stesso discorso per

    l’attimo in cui
    sboccia una poesia
    è colpo di vento

    Altre cose che non “funzionano” e rendono evidenti il fatto che l’autrice non ha raggiunto quell’essenza tanto preziosa dello haiku e soprattutto non ha saputo descrivere quella semplicità dichiarata dal titolo del libro:

    E’ noto che uno haiku non dev’essere una “metafora”, di certo non dev’essere una “metafora esplicita”, se diventa (partendo realmente da un “quì e ora”) una metafora nascosta o indiretta va bene, ma non dev’essere certamente una metafora esplicita.

    Il componimento:

    le margherite
    al sole diventano
    ciglia del mondo

    è semplicemente una “metafora esplicita” e non lascia niente ne muove le emozioni che dovrebbe trasmettere un buono haiku.

    Stesso discorso sulla fusione tra la “metafora esplicita” e la “banale descrittività” di:

    collo di cigno
    punto di domanda
    tra terra e cielo

    per concludere con un altro esempio che esprime un’altra problematica, ricordo a chi legge che nello haiku non solo è da evitare l’umanizzazione della natura per diverse correnti di pensiero è decisamente vietata. Ecco allora che scritti come:

    un po’ di luna
    entra dalla finestra
    lo so che lei sa

    hanno un terzo verso che allontana decisamente dallo spirito dello haiku. Questo sia che il soggetto del terzo verso rimanga la luna (con l’inconcepibile umanizzazione) sia che il soggetto del terzo verso sia un’altra persona (che renderebbe “slegato” e “assurdo” lo haiku stesso).

    In conclusione ritengo che nonostante delle “buone intenzioni”, il libro sia veramente distante da quell’essenza, e da quella ricerca da lei descritte nella presentazione e questa distanza non lo rende (parere personale) un libro interessante.

    Mi rendo conto che questa è la seconda volta che scrivo commenti a un libro da lei presentato e non ne parlo in modo positivo, ma questo è dovuto esclusivamente al fatto che, nonostante il proliferare di raccolte personali di haiku (stanno uscendo decine e decine di libri) sono davvero pochi i libri davvero belli di haiku (io per ora ne ho trovati soltanto quattro).

    Saluti
    Ale

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    • Caro Alessandro
      vorrei concentrarmi su un punto essenziale, e mi perdoni il gioco di parole. Il punto è la differenza tra intraprendere un cammino ed essere parte di quel cammino da tempo, essere cioè in una fase matura, in questo caso, della scrittura. Dichiaro che la scrittura, e quindi anche la produzione di un libro, è testimonianza autentica di un cammino, con le sue falle, i suoi errori, le sue intuizioni, la sua essenza e la sua assenza intesa come partecipazione a quel cammino che si è deciso di intraprendere. Un libro è prima di tutto una testimonianza, è anche, lo dico persino nella premessa del mio prossimo, la testimonianza di un fallimento, di un tentativo e di una visione complessiva che realizza un tracciato della nostra maturità poetica o esistenziale (per quanto mi riguarda coincidono, ma non sempre, ma coincidono in una estensione orizzontale ramificata e non verticale, il libro in sé non costituisce mai, o quasi, l’acme di un percorso). Se parlo di un altro autore devo farlo tenendo conto del fatto che il suo percorso autoriale non può essere uguale al mio, per ovvie ragioni che sono certa lei comprenderà. Partendo da questo presupposto, so che L’immenso è semplice è una raccolta che rispecchia sia la personalità dell’autrice che il suo percorso poetico, è un esordio e come tale va considerato, cercando di cogliere quegli aspetti positivi che, se l’autrice sarà costante, riuscirà a valorizzare e a mettere in luce. Gioca un ruolo fondamentale nella pubblicazione di un libro la cura editoriale e il volersi far accompagnare da qualcuno in un percorso. L’autrice ha probabilmente preferito non affidarsi ad alcun maestro e seguire solo il suo percorso da autodidatta. Ora non sta a me giudicare se sia giusto o meno, alcuni passi si fanno anche volendo sbagliare e inseguendo la propria natura che magari non ha in sé connaturata quell’autodisciplina che lo haiku esige.
      Conosco un po’ Paola, come quasi tutti gli autori di cui ho scritto, e so che, molto probabilmente e come lei ha giustamente evidenziato, non c’è ancora quella maturità che possa avvicinarla all’essenza pura dello haiku, ma la sua dichiarazione di poetica l’ha messa su quella strada ed è questo che noi ci aspettiamo. Questo è il motivo per cui lei ha smontato minuziosamente la sua dichiarazione e lo comprendo, ma da lettrice non posso che credere a quella pubblica dichiarazione, anche qualora il libro non contenesse alcuna evidenza di quella dichiarazione, per patto implicito tra poeta e lettore. Perché se Paola è su quel percorso la progressiva testimonianza della sua scrittura farà emergere questa tensione ed il lavoro che ne conseguirà. Il lettore, come lei ha evidenziato in altra occasione, non si può e non si deve sottovalutare anche nella sua capacità di cogliere la progressione di un cammino di scrittura o il valore di un cammino che non parte dalla stessa base né di altri autori né dei lettori che lo accolgono.
      Poco tempo fa, con Paola, abbiamo lavorato assieme su un haiku cercando di migliorare anche quei punti che lei ha messo così minuziosamente in rilievo e Paola si è rimessa in gioco, da sola (perché evidentemente è di questo che lei ha bisogno) riuscendo alla fine a far emergere nella forma ciò che le aveva suggerito la sua visione. Che i componimenti facciano parte dell’esperienza dell’autrice ne sono certa, e lavorare incentrando un percorso solo su questo aspetto è molto difficile, più difficile di una finzione di maniera perché si deve necessariamente far coincidere l’attimo con l’estensione grafica di forma e suggestione che la scrittura comporta e io questo percorso faticoso lo conosco bene perché mi ci sono affidata per recuperare la memoria e una regola di vita.
      Non è mio costume redigere stroncature, né elogiare eccessivamente libri che non accendano toni sublimi. E non l’ho fatto neppure qui. Ritengo che si possa, invece, mettere in rilievo ciò che intuiamo di positivo di un autore, in un libro o in un percorso di scrittura.
      La pubblicazione è sempre un confronto serio con chi dall’altra parte ci viene incontro, anche donandoci la nostra fiducia di lettore.
      Non desidero aprire qui una discussione sulle case editrici e su come gli autori vengano accolti e accompagnati a questo confronto, ma sarebbe necessaria, perché soprattutto nel campo della scrittura haiku, ma non solo, diciamo nella poesia in generale, c’è ancora troppa poca cura. Per motivi che non ho tempo qui di analizzare gli autori vengono lasciati a se stessi e questo non permette una crescita e un’autodisciplina di scrittura. Chi lavora da solo e non in gruppo farà più fatica e il suo percorso sarà lento ma può essere che esso sviluppi delle peculiarità personali e non omologate, come spesso avviene in chi si cimenta nella scrittura collettiva.
      Diamo fiducia e proviamo a continuare a leggere gli autori. Come lei sa è sempre e solo il lettore a decretare la fortuna di un libro. Io intanto continuo nella mia ricerca sia come autrice che come lettrice, anche se la mia testimonianza è esigua e intermittente e rispetto alla mole di lavoro invisibile che mi sottrae tempo, riesco a far emergere davvero molto poco.

      Buon pomeriggio
      nanita

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  3. Devo dirle, in apertura di questo commento, che questa è davvero una bella risposta.
    Le dico questo in assoluta sincerità, perché si legge, in ogni riga, in ogni passaggio, in ogni capoverso, che queste parole, queste frasi e questi concetti li ha sentiti davvero e li ha pesati moltissimo, il risultato è una risposta certamente molto più profonda di quanto ci si potesse aspettare.

    Detto questo, devo sottolineare che questa risposta, per quanto articolata e profonda, NON mi ha convinto per niente. Provo a spiegarle il perchè:

    Provare a giustificare (anche se parzialmente) un’opera che “non funziona” con la motivazione del “percorso” (mi scusi ma qui le virgolette sono d’obbligo) è una pratica che, a sua volta, “non funziona”.

    Non funziona perchè non si vede da nessuna parte, in nessuna Arte che un’opera debba contenere gli errori che (forse) porteranno un giorno un dato autore a compiere (finalmente) un’opera valida.

    Quando lei, Valentina, si reca a vedere una mostra (di pittura, di fotografia, di scultura ecc) in un museo (dove si paga il biglietto) non trova “le croste” del pittore quando non sapeva dipingere, del fotografo quando scattava cose improponibili o dello scultore quando non riusciva a definire quello che voleva scolpire. In quel museo lei trova l’opera bella, compiuta, finita e soprattutto significativa.

    Quando va in un teatro (e paga il biglietto) a vedere un concerto, non trova un violinista che “strimpella cose oscene” (l’esagerazione serve ad enfatizzare il concetto), perchè è all’inizio (o a metà) del suo “percorso” di crescita e deve “maturare” o affinarsi. In quel teatro trova artisti maturi, riconosciuti e virtuosi che le trasmettono emozioni.

    Quando si va in una libreria e si acquista un libro, quel libro bisogna pagarlo (proprio come il biglietto degli esempi precedenti). I libri Valentina costano soldi (che siano 8 o 10 o 13 o 15 euro, bisogna pagarli) e gli editori (e in piccola parte gli autori) se li fanno pagare. Di conseguenza, quando si compra qualcosa ci si aspetta un’opera finita, non i disegnini di un bimbo che un giorno (forse) diventerà un pittore interessante.

    Il percorso, i tentativi, gli errori ecc. non devono esserci (in quell’opera), devono essere già passati, vissuti, metabolizzati e corretti negli anni (anni e anni) precedenti a quell’opera.

    Non esiste che se (per esempio) compro un disco dei “Pink Floyd” o di “Bruce Springsteen” mi ritrovo a sentire questi artisti che suonano o cantano come quando “stavano imparando”.

    In un passaggio lei ha anche evidenziato che si tratta di un esordio, io le rispondo che la pubblicazione di un libro non è mica una cosa obbligatoria, specialmente quando l’opera non è pronta (e quì è davvero evidente che non è un’opera pronta).
    Un autore (in tutti i campi) deve fare il suo cammino e seguire il suo percorso, ma non è scritto da nessuna parte che quel dato autore debba far pagare il biglietto per vedere l’inizio del cammino con tutti gli inciampi e le cadute.

    I raffronti con gli altri, se l’autore ne sente il bisogno, può farli con le associazioni, con circoli, club, gruppi, forum, blog ecc. ma quando quell’auore decide di esporre (ed esporsi) l’opera dev’essere a posto. Non si deve far pagare un’opera (spesso pubblicata per il proprio ego) se si stà “imparando”.

    Non esiste nessuno che non avendo mai suonato nulla, entra in un negozio di strumenti musicali, acquista un violino, e la sera stessa da un concerto, in un teatro, davanti a migliaia di persone paganti. Eppure ci sono moltissimi “autori” che dopo un paio d’anni che scrivono haiku (che, nella stra-grande maggioranza dei casi, haiku non sono per niente), forti del proprio ego, della propria convinzione e della cultura del “mi piace” pubblicano un libro di haiku (potrei farle decine e decine di esempi, stanno nascendo come i funghi) e magari, dopo un paio d’anni ne pubblicano un secondo.

    Lei nel finale scrive: “Diamo fiducia e proviamo a continuare a leggere gli autori”, io le rispondo: NON ci penso nemmeno!
    Ho già avuto le mie belle e numerose esperienze nell’acquistare delusioni, sono certo che prima di acquistare un libro, cercando di evitare di perdere tempo prezioso per leggerlo (e di evitare di riempire case con oggetti che non hanno senso) occorra essere certi che quel libro “valga la pena” (del biglietto, del tempo e dello spazio che pretende).

    Il problema che anche “tastando” prima dell’aquisto, parlando di libri di haiku, nella maggior parte dei casi, ci si accorge che quell’opera non vale nemmeno il costo in euro citato nella quarta di copertina.

    Non so se lei ha qualche titolo di raccolta di haiku (davvero bella) di autore singolo da suggerire, io, come le ho scritto nel messaggio precedente, ne ho trovato soltanto quattro.

    Saluti
    Ale

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  4. Caro Alessandro, dove eravamo rimasti? Già all’acquisto dei libri e alla cura della parola. Guardi mi creda che sono d’accordo con lei su alcuni punti eppure ci tengo a dire che prima di acquistare un libro, un’opera, è necessario entrare in sintonia con quell’autore. Se ciò non accade perché ostinarsi a comprare? E’ sempre il lettore e il suo discernimento a decretare il successo di un libro, mi scusi se mi ripeto. Questo è anche il motivo per cui spopola la poesia da bigliettino anche tra grandi editori e il marchio si reputa sufficiente a identificare la qualità letteraria. No, non lo è. E’ sempre il lettore, o meglio, colui che compra. Perché per leggere invece occorre attenzione, quell’attenzione che è fatta non solo di competenza, ma anche di sintonia, di sensazioni. C’è una bellissima poesia che mi torna in mente ogni qualvolta leggo una poesia o un testo che non soltanto non capisco o non mi piace ma lascia un disappunto che mi sconcerta, perché magari scopro col tempo che non ero pronta a recepirla o che semplicemente non si accordava alla mia anima, ed è un testo di Rumi:

    Tutto quanto concerne l’Anima si
    svela spontaneamente ed ogni
    sforzo razionale non fa che allontanarla.
    Questo perché la sua natura
    non è fenomenica. Si coglie
    col cuore come una poesia,come
    un’opera d’arte. Si sente,si ama
    ma nessun concetto,come ombra
    fugace, è ad essa adeguato.

    Oggi per venire in contatto con l’autore o con la sua opera ci sono moltissimi mezzi. Questo è anche uno dei motivi per cui tengo aperto questo e altri blog. Mi confronto, prima che io pubblichi o decida di pubblicare o decida, anche, di non pubblicare mai un’opera che pure ritengo essere degna di pubblicazione. Credo fermamente che non dovremmo comprare ciò che non amiamo. Dove non ami non soffermarti sosteneva Frida, è un discorso valido per le persone e per gli autori e i loro libri. A me personalmente la perfezione della formalità non regala emozioni, dove sento che la scrittura non sia amore, passione, lotta, tormento passo oltre, faccia così anche lei.

    Chuck Palahniuk l’ha detto citando Platone: “Colui che si accosta al tempio delle muse privo di ispirazione, illudendosi che le doti d’artigiano possano bastare, resterà per sempre un improvvisatore, e i suoi versi arroganti verranno oscurati dal canto dei folli.“

    E’ ciò che intendevo quando parlavo degli haiku scritti a tavolino. L’artigiano campa ma l’artista vive, c’è molta differenza anche se non sembra. “Infatti — continua Platone — ognuno diventa poeta, anche se prima era privo di ispirazione, quando Eros lo tocca” è quindi un discorso ambivalente, nel centro unico si incontrano lettore e autore.
    Lo dice anche Pierluigi Cappello nella bellissima Lectio magistralis pronunciata in occasione del conferimento honoris causa della laurea Laurea magistrale in Scienze della formazione primaria dall’Università di Udine:

    “Chi scrive versi è in risonanza, in comunità con chi legge perché chi legge mobilita tutto se stesso, le proprie conoscenze, le proprie esperienze di vita per interpretare dei testi che così prendono altra forma crescendo con l’individuo che li legge. E allora la Poesia, come sosteneva Pasolini, torna azione e cresce di nuovo in chi la legge e in questa catena di letture assistiamo a un processo replicato, un potenziamento infinito di nascite.”

    E allora se questa risonanza non c’è, è inutile comprare.

    Vorrei anche specificare che tutti i libri recensiti li ho sempre comprati a mie spese e che non ho mai fatto recensioni su commissione come tanto oggi si usa e che non recensisco tutti i libri che leggo e non solo quelli che reputo i migliori. Il perché di questa mia condotta sta nel mio percorso, seguo quello che mi detta l’anima. Non faccio questo per “mestiere” fino a ora la scrittura mi ha messo sul lastrico finanziariamente ma mi ha arricchito in altro senso, mi ha offerto un altro mondo in cui vivere, perché questo non mi è sufficiente.

    Fatta questa premessa, accolgo la sua domanda su quali libri di haiku siano degni di attenzione.
    Ce ne sono, obiettivamente in Italia non sono molti, tuttavia, ci sono. Penso più che ai libri agli autori che seguo da tempo e con i quali sono entrata in risonanza ma che hanno anche una completezza di scrittura oggettiva in questo genere come per esempio Maria Laura Valente, Andrea Cecon, Luca Cenisi, Renzo Cremona, Angela Fabbri, Lorenzo Marinucci e altri. Ci saranno poi quelli che ancora non conosco, quelli che non pubblicano (o pubblicano solo in riviste) ma possiedono doti di scrittura degne non solo di pubblicazione ma di diffusione. E’ un mondo vasto che si fa fatica a seguire. Ammetto di avere sempre meno tempo e che quindi, sto selezionando sempre di più e mi ripropongo comunque di staccarmi in futuro dal genere haikai sia nella scrittura che nella critica, per osservarlo con occhi più distanti e poter continuare lo studio di testi necessari alla mia formazione.

    Mi ero ripromessa di seguire una rubrica di recensioni sul genere haiku in maniera un po’ più accurata e selettiva magari in qualche rivista, ma sto cambiando idea, proprio in virtù del fatto di cui ho parlato poco sopra, il distanziamento, lo studio, il silenzio. Le mie strade mi hanno già portato altrove.

    Una buona giornata e mi suggerisca anche lei testi da leggere a riguardo di ciò che ci siamo scritti,

    nanita

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  5. Anche questa è una bella risposta, profonda e articolata, una risposta, tuttavia, che lascia un piccolo punto da definire.
    Per quel piccolo punto, la prima parola che mi è venuta in mente è “contraddizione”, penso però che sia più corretto “contrasto”, provo a spiegarmi meglio:
    Quello che lei scrive mi trova assolutamente d’accordo, contrasta però con lo scrivere in toni entusiastici (o comunque decisamente positivi) su libri come “Haiku dell’inquietudine” e “L’immenso è semplice”.
    Questi due libri sono distanti “anni luce” dallo spirito che anima la meravigliosa poetica haiku e, ancor prima delle possibili (o teoriche) emozioni che potrebbero trasmettere, occorre che tali componimenti siano centrati con ciò che si propongono (in questi casi si “illudono”) di proporre (anche lei mi perdoni il gioco di parole). Perché si può anche proporre qualcosa di sublime (non sto parlando di questi libri, ora) con dipinti ad olio che non vanno per niente bene in una biennale di scultura, dove ci si è recati per vedere qualcosa di completamente differente (e ci si aspetta qualcosa di completamente diverso).
    Quando lei scrive (testualmente):

    A me personalmente la perfezione della formalità non regala emozioni, dove sento che la scrittura non sia amore

    Perfetto! Vero! Anzi, verissimo!
    Con questa frase Valentina, lei è però uscita dal tema ed è andata “fuori strada”.
    Qui stiamo parlando di Haiku che devono (o dovrebbero) nascere perché si “sentono”, nascere da un “quì e ora” (reale e concreto), poi mi ha parlato di “esordio”, mi ha parlato di “percorso”, stiamo rimbalzando tra concetti importanti di ciò che deve dare un libro, che ha un suo costo, che si paga e che dovrebbe rappresentare, di conseguenza un prodotto “finito”. La “perfezione della formalità” è un concetto ancora diverso che porta ad analisi e considerazioni ancora diverse.

    Per tornare al tema iniziale, non si può scrivere un componimento come:

    oltre la pelle
    comincia il cielo
    lo sai che voli?

    e poi pretendere di chiamarlo Haiku solo ed esclusivamente perché segue la struttura 5/7/5.

    Questo è il punto, e questo è il motivo per il quale non capisco il perché lei ne abbia scritto in quei termini ne il perché lo difenda così nei commenti successivi.
    Sinceramente ritengo che una persona attenta, capace e di esperienza come lei avrebbe dato un apporto più tangibile, importante e concreto all’autrice, se le avesse detto di aspettare, se le avesse fatto notare il perché probabilmente “era ancora presto” uscire con una pubblicazione così.

    Forse invece di scrivere: [Il bellissimo titolo “L’immenso è semplice”] era meglio spiegare che l’immenso non è affatto semplice, fino a quando non si riesce veramente a “sentirlo” e a “tradurlo” in questo specifico caso in poetica “haiku” (quella vera).
    Fino a che si leggono autori che sono convinti che nello haiku ci si possa infilare “metafore” (esplicite), aforismi, massime e pensieri filosofici, ci si allontanerà sempre un po’ di più da quello spirito e dalla bellezza che questa straordinaria poetica sa trasmettere e regalare.

    Per concludere, devo dirle che conosco le opere di Andrea Cecon e di Maria Laura Valente (Cecon lo conosco soprattutto per gli Haibun, visto i due libri dedicati al genere), cercherò senz’altro i testi degli altri autori da lei suggeriti.
    Per quanto riguarda i quattro libri di haiku che ho trovato interessanti, li cito in ordine di uscita editoriale (tanto per non far torto a nessuno):
    -“Suite per haiku” di Glauco Saba
    -“Nei giardini di Suzhou” di Valentina Meloni
    -“Fiori di luce” di Walter Viaggi
    -“La carezza del vento” di Maria Laura Valente
    Io ho le mie preferenze, naturalmente, ma sono tutti libri molto belli; in tutti si possono trovare “piccole imperfezioni”, ma nel complesso sono libri molto interessanti.
    A parte il suo e quello della Valente (che evidentemente conosce già), se non ha letto gli altri due, le consiglio di farlo.
    Saluti
    Ale

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    • Caro Alessandro
      mi sento molto stanca e non ho neppure la forza di difendere me stessa, figuriamoci dei libri. Sono considerazioni su ciò che questi libri hanno lasciato in me, non trovo difese, né toni entusiasti, qui.
      Ognuno con la propria esperienza e con il proprio bagaglio di letture, studi, sensibilità, emozioni è in grado di decidere quale lettura sia più adatta a lui, cosa eventualmente questa lettura ha potuto trasmettergli e cosa no. Come un haiku si completa con l’apporto del lettore (fondamentale direi questo passaggio) così anche un libro, allo stesso modo, si completa nel bere dalla coppa in cui si versano due vini. Se questo incontro non c’è, qualsiasi cosa io dicessi risulterebbe vana. Anche in questo caso, perché lei avendo letto i libri, ha potuto farne esperienza e sa perfettamente cosa le piace e cosa no, ed è questo l’importante. Per ciò che mi riguarda toni entusiasti li ho usati per pochi libri e ne ho scritto in riviste o in saggi, tra questi non vi sono libri di haiku, anche se per alcuni autori nutro una stima grandissima e continuo a leggerli con regolarità ed entusiasmo.
      Per quanto riguarda L’immenso è semplice di Paola Venezia, beh io non sapevo neppure che avesse scritto un libro e comunque ci sono autori che non chiedono pareri prima di pubblicare (non so se sia il suo caso ma io non avrei potuto comunque indirizzarla non sapendo). La maggior parte degli autori ti invia i propri libri dopo averli pubblicati per chiedere una recensione, un parere, un po’ di pubblicità… non è il caso di Paola ma questo per dire che sono davvero pochi gli autori che si mettono in gioco nel confronto, però ci sono e non solo per “vendere” o “vendersi”.
      Da anni mi confronto sia pubblicamente che privatamente con autori che scelgo per chiedere un aiuto o un parere. Non è facile lavorare su di sé, per fare questo percorso si deve mantenere uno stato di umiltà costante e continuare a lavorare a testa bassa sapendo anche quando un giudizio è buono per noi e quando no, capendo dove correggersi e dove invece insistere con le proprie doti, se ve ne sono, e anche, saper prendere le lodi eccessive con diffidenza, sentire da dove scaturisce il giudizio se è disinteressato oppure no. No, non è facile mi creda.Non è facile neppure parlare di un libro cercando di coglierne gli aspetti interessanti senza rimarcarne i difetti macroscopici. Io le stroncature le lascio volentieri a Michela Murgia che è molto più brava e convincente di me e ha necessità di fare audience.
      Se poi non le piacciono le mie considerazioni in merito a un libro è giusto che lei lo dica, se non le piace come presento un libro pure, che lei non mi consideri onesta intellettualmente anche…
      Qui, come nei libri, l’incontro o si verifica, oppure no. In quel caso, si sceglie chi seguire, chi considerare autorevole o meno, a chi concedere fiducia e a chi no.
      Mi creda non desidero convincere nessuno, non ci guadagno nulla e, per di più, è faticoso, le mie energie le spendo quasi tutte nel percorso che ho scelto che è sempre fatto di incontri ma anche di addii.
      Buona serata

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  6. Gentilissima Valentina,
    Penso che anche in questo caso siamo ormai arrivati alla fine del nostro scambio di opinioni. Solo due o tre precisazioni:
    Quando accenna tra parentesi al mio caso dicendo “non so se è il suo caso”, la tranquillizzo subito: io non ho mai pubblicato nulla e non pubblicherò assolutamente nulla.

    Per quanto riguarda il suo passaggio “non vedo difese ne toni entusiasti qui”, le rispondo che forse, come dice lei, non ci sono toni entusiasti ma, di certo, ha scritto in modo decisamente positivo (su libri definiti di haiku, che non sono haiku) sia del libro “Haiku dell’inquietudine” che di “L’immenso è semplice”, inoltre forse è solo una mia impressione, ma rispondere alle mie osservazioni giustificando con la logica del “percorso”, e con quella del libro di “esordio” a me sembra proprio “difendere”.

    Come le ho già scritto nei commenti al post su “Haiku dell’inquietudine” non è assolutamente obbligatorio che arriviamo a pensarla allo stesso modo, ognuno può tenersi le proprie convinzioni o le proprie impressioni; se lei dice che si sente molto stanca, il posso sparire in un attimo e non scrivere più commenti ai suoi post, se le ho dettagliato le mie impressioni o le mie “obiezioni”, l’ho fatto perché, mi sembra, è il blog stesso che prevede l’inserimento di commenti di chi legge, ma se è stanca, penso che sia un’opzione disattivabile.

    Vede Valentina, anch’io sono stanco di riportare sul “binario logico” un treno che ogni volta, in ogni commento viene fatto “deragliare” e “spostato” su un “altro binario”.
    E’ questo il caso di quando (dopo una decina di commenti in due post, dove ritenevo chiarito il concetto) lei mi parla della coppa in cui si versano due vini, del fatto se “l’incontro” c’è o non c’è ecc. Tutto questo non ha niente a che fare con quello che le ho scritto e con le problematiche relative allo stravolgimento della logica haiku e dello snaturare questa fantastica poetica.
    Pensavo che questo passaggio fosse già chiarito nei commenti al libro “Haiku dell’inquietudine” e che lei avesse capito fin troppo bene quello che sto cercando di dire a lei e a tutti i suoi lettori con questi commenti.

    Qui non si tratta di incontrare il “concetto filosofico” o l’esternazione della “massima” o del discutibile “aforisma” che deriva dalla letture di un componimento come:

    oltre la pelle
    comincia il cielo
    lo sai che voli?

    Lei dice: bisogna vedere se il lettore “incontra” o meno e se “sente” il gusto dei due “vini in coppa”

    Io le rispondo che una “cosa” come quel componimento, io non la non lo vedo come uno haiku, non lo leggo come un haiku e non lo “sento” come uno haiku. In aggiunta a questo, dopo aver studiato la materia, e aver letto bellissimi haiku sia dei grandi maestri giapponesi, sia di (pochi) illuminati autori contemporanei italiani, mi infastidisce molto sentir chiamare “queste cose” haiku, quando haiku non sono per niente, ma proprio per niente.

    A valle di questo, ribadisco la parziale responsabilità di editori e di chi recensisce tali libri, contribuendo (anche se in modo molto marginale) alla “deriva” che sa prendendo il pensiero di cosa sia lo Haiku.

    Ora, visto che siamo tutti e due molto “stanchi”, possiamo chiuderla qui.

    Un saluto con rinnovata stima
    Ale

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    • Vede Alessandro, quello che intendo è che non ci si intende su alcuni punti. E questo può dipendere sia dal fatto che io non mi sia espressa bene, sia dal fatto che non riusciamo a venirci incontro. Io ho perfettamente compreso la sua critica, ma lei si ostina a farmi dire cose che non ho detto.

      Poi, preciso sulla sua affermazione:

      Quando accenna tra parentesi al mio caso dicendo “non so se è il suo caso”, la tranquillizzo subito: io non ho mai pubblicato nulla e non pubblicherò assolutamente nulla.

      No, mi riferivo a Paola Venezia, è di lei che parlavo in quel frangente, non mi permetterei mai senza conoscerla di alludere a qualsiasi cosa riguardi la sua vita o le sue aspirazioni o interessi.

      Per quanto riguarda la difesa, torno a ripeterle, che nella mia recensione ci sono gli aspetti positivi e gli aspetti negativi. Bisogna saperli anche leggere, tra le righe, e nelle affermazioni. L’accostamento di due concetti fa comprendere cosa emerge da quel libro o cosa no e per ulteriore precisazione desidero dire che un libro si valuta anche dal percorso autoriale, dalla biografia dell’autore, dagli studi etc… per cui è essenziale fare riferimento a un esordio e/o a un percorso poetico, spesso anche alla biografia dell’autore. Tutto questo serve alla comprensione di un testo.

      Lei mi riporta il componimento di Paola che non è un haiku e neppure un mukigo, ma se io mi soffermassi su ogni componimento del libro letto, questa non sarebbe più una semplice lettura ma un intervento critico che non ho nessuna intenzione di fare. Lo farò quando e se lo riterrò opportuno su libri che meritano la mia attenzione critica e il mio studio, come il lettore si riserverà di continuare o meno a seguire un autore che non lo ha convinto.
      Comprendo che lei non gradisce i miei appunti di lettura su questi libri ma vede, oltre alla responsabilità di chi offre una recensione (che mi prendo per intero) c’è una responsabilità della comprensione. E’ a quella che mi riferisco (e non sono per niente fuori tema mi creda) quando parlo della coppa. Sono esperienze che si incontrano, oppure no. Ed è anche una delle fasi importantissime dello svelamento di uno haiku che a livelli più alti si può estendere a tutta l’opera.
      Leggere libri di altri autori — per chi scrive — è importantissimo, non può e non deve esimersi da questo confronto, quindi le mie letture, anche quelle che a lei sembrano non degne della mia attenzione, sono importanti perché da queste emergono raffronti, spunti, notazioni, critiche, differenze di stile, prese di posizione etc… E’ la comparazione di studio che è essenziale alla formazione di un autore ma anche alla sua eventuale abilità critica ed ermeneutica. Non bisogna esimersi dal coltivarlo. Che io decida di renderlo pubblico, l’ho scritto precedentemente, è proprio per dare la possibilità di commentare e dire la propria, per attuare questo confronto utile a me, ma spero utile pure all’autore ed eventualmente al commentatore, altrimenti diventa una perdita di tempo.
      La mia stanchezza deriva dal ripetersi di determinati concetti che sono chiarissimi, ma la sua ostinazione a voler far deragliare una recensione verso una stroncatura lo è altrettanto.
      Ora non posso assolutamente accostare L’immenso è semplice ad Haiku dell’inquietudine. Sono due libri diversissimi anche se entrambe si dichiarano libri di haiku, vengono da due autrici molto diverse per formazione e stile e cultura e non hanno il medesimo impianto. Il libro della Venezia è costruito su quella dichiarazione di semplicità che non regge il confronto con i classici o gli autori maturi ma in cui ci sono tratti stilistici apprezzabili e su cui lavorare; Il libro della Iorio invece ha un disegno, una visione, una metalettura a cui andare incontro, una propria autonomia stilistica che ugualmente si distacca dai classici e dalla poetica formale e di concetto, ma lo fa con esperienza, con intenzione, lo fa per aderire alla visione autoriale, che nel libro di Paola (e in moltissimi altri) invece non c’è, per i motivi più disparati, ora non è importante analizzare questo.
      Perché scrivo questo? Perché è importante rendersi conto di questa differenza, sta alla base di una comprensione di un testo, varia immancabilmente il suo valore,ci fa comprendere il messaggio prima di qualsiasi congettura di forma, stile, aderenza o meno a una poetica.

      Vede comprendo che a lei stia a cuore l’Haiku e questo le rende onore, ma la lettura di un libro fa emergere tutta una serie di considerazioni che prescindono dalla forma, che ha sempre la sua importanza, in virtù del fatto che forma e contenuto debbano coincidere per aderire ad una visione.
      Leggere allora – e anche scriverne- amplia la nostra visione, la nostra possibilità percettiva, critica o di adesione a questa visione.

      Di quell’addio di cui parlo: è lì la chiave, ciò che non riteniamo buono alla nostra crescita o formazione o lettura, semplicemente lo lasciamo andare. Il concetto che intendevo esprimere era questo. Un libro che non interessa si lascia andare dopo le considerazioni fatte, così uno scritto, così tutto nella nostra vita. Ci sono libri a cui non dirò mai addio e libri e autori a cui, dopo un rispettoso saluto, all’incontro sul mio sentiero, posso tranquillamente abbandonare.

      Non ho mai chiuso i commenti e non c’è motivo per farlo. Credo comunque che lei abbia la necessità di scrivere in spazi propri per comunicare il suo pensiero e la distanza da altri pensieri, per far emergere la propria visione delle cose, anche per dire quegli addii con il proprio stile e le proprie personali convinzioni.

      Saluti

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  7. Proviamo ancora una volta:

    Lei mi scrive:

    “Ora non posso assolutamente accostare L’immenso è semplice ad Haiku dell’inquietudine. Sono due libri diversissimi anche se entrambe si dichiarano libri di haiku, vengono da due autrici molto diverse per formazione e stile e cultura e non hanno il medesimo impianto. Il libro della Venezia è costruito su quella dichiarazione di semplicità che non regge il confronto con i classici o gli autori maturi ma in cui ci sono tratti stilistici apprezzabili e su cui lavorare; Il libro della Iorio invece ha un disegno, una visione, una metalettura a cui andare incontro, una propria autonomia stilistica che ugualmente si distacca dai classici e dalla poetica formale e di concetto, ma lo fa con esperienza, con intenzione, lo fa per aderire alla visione autoriale, che nel libro di Paola (e in moltissimi altri) invece non c’è, per i motivi più disparati, ora non è importante analizzare questo.
    Perché scrivo questo? Perché è importante rendersi conto di questa differenza, sta alla base di una comprensione di un testo, varia immancabilmente il suo valore,ci fa comprendere il messaggio prima di qualsiasi congettura di forma, stile, aderenza o meno a una poetica.”

    Gentilissima Valentina, so benissimo che sono due libri diversissimi, so benissimo che in uno c’è una volontà e una consapevolezza, cose che nell’altro mancano completamente; il fatto è che sia un libro che l’altro si dichiarano “libri di haiku” e, di fatto NON SONO per niente libri di haiku!

    Il fatto che io abbia espresso dei commenti su quei libri, significa che li ho acquistati e li ho letti, questo risponde comunque alla sua esortazione di leggere, leggere, leggere e poi? Ah si “leggere”!

    Il problema che se io acquisto un libro dichiarato di “Architettura” e mi aspetto di vedere e leggere di Edifici, Palazzi, Stili , periodi ecc., ma poi scopro che quello che ho acquistato è un libro di cucina e che l’unica assonanza con il l’architettura è il fatto che il piatto di spaghetti è arrotolato come una moschea e che l’arrosto è posizionato sul piatto come un Dolmen e che il risotto ricorda la forma della “Capanna dello zio Tom”, allora quel libro non mi interessa. Magari parla di piatti buonissimi e di ricette raffinate, ma non mi interessa.

    Leggo questi due libri e le differenze che lei mi ha dettagliato (e che io stesso ho riscontrato) spariscono in blocco. Diventano due libri che pretendono di parlare in chiave haiku, soprattutto NELLO SPIRITO DELLA POETICA HAIKU senza riuscirci.

    A me interessa poi poco se Paola Venezia non c’è ancora arrivata (a quello spirito e a quella poetica) e se Giovanna Iorio si distacca volutamente (da quello spirito e da quella poetica), per quello che ho capito dopo tre libri della Iorio e quasi 350 componimenti è questo:

    Nessuna delle due autrici riesce a scrivere haiku (quelli veri, per la pubblicazione di un libro), nessuna riesce a trasmettere quelle emozioni che, NELLA CHIAVE DI QUELLA POETICA, sanno trasmettere altri autori che (anche se sono pochi) per fortuna ci sono (due messaggi fa le ho citato quattro nomi, come esempio) e sono riusciti ad arrivare “oltre” e a trasmettere emozioni che nemmeno con le lenti e le torce più potenti del mondo e con la “lettura tra le righe” più attenta del mondo si possono trovare in questi due libri.

    Il resto, come sempre, è questione di opinioni, c’è chi acquista un libro di “Architettura” e poi trova dettagli sul “Fegato alla veneziana” e sulla “Cassata siciliana”.
    Basta accontentarsi
    Saluti
    Ale

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